Ieri
leggevo un’inchiesta pubblicata sul Sole 24ore: la natalità degli
italiani è al suo minimo storico, in compenso siamo il primo paese
europeo per arrivo di immigrati. Allo stesso tempo siamo uno dei paesi
più ignoranti della propria cultura, ce ne gloriamo senza sapere perché.
A rincarare la dose, un’altra inchiesta uscita in contemporanea – l’ho
letta su Repubblica, ma l’hanno condivisa in tanti – dice che quest’anno
rispetto al 2023 ci sono 900.000 lettori in meno, o per
povertà o per estinzione. Tutto questo mi rattrista enormemente. Hai
voglia a seguire le panzane allarmistiche del governo sulla
regolamentazione degli immigrati, ma se tutto questo non è accompagnato
da una adeguata politica culturale, io penso solo che non si può
arrestare un flusso naturale di persone giovani e vitali in un paese
vecchio e prossimo al suo collasso. Forse altrove si chiederebbe a
queste persone di imparare la nostra lingua e la nostra storia per
preservarle insieme alla loro. Ma io ho amici insegnanti che mi
raccontato di classi con stranieri abbandonati a se stessi
nell’incapacità di comunicare. Molto presto la nostra lingua, che è
nulla più di un dialetto su scala globale, per quanto nobile sia, priva
com’è di cura da parte dei suoi stessi parlanti, sarà completamente
abbandonata e dimenticata senza troppi patemi. Io la vedo come la mia
sconfitta, come la prova ultima che il meglio che ho da offrire a questo
mio paese in termini di linguaggio, di poesia e letteratura non solo
non è capito né gradito, ma è perfettamente inutile e presto diventerà
incomprensibile come il latino e il greco. Una lingua morta.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
sabato 7 dicembre 2024
lingua morta
giovedì 13 luglio 2023
poi ci sono quelli...
Poi ci sono quelli che ogni cosa che succede scrivono ci meritiamo l'estinzione e intanto fanno due figli e adottano un cane.
domenica 4 dicembre 2022
rumore
C'è stato un momento stanotte mentre pioveva ed io me ne stavo fermo a letto incapace di prendere sonno nell'attesa di qualche catastrofe che poi non è arrivata, che la pioggia si è fatta scrosciante, quasi rumore, ed ho pensato ma non sarà davvero il segno che abbiamo passato il punto di non ritorno, che la fine è prossima? Poi stamattina è tornato il sole, e con lui sempre la calma apparente che preannuncia il futuro rovescio. Non riesco più a godermi la pace, ne mordo un pezzetto e il resto lo lascio nel piatto. Almeno una fine certa è una fine, mi dico, ti mette un punto, ma una fine lenta senza speranza né fede né gioia, senza nemmeno un termine per questo vuoto, non è forse una fine peggiore?
venerdì 15 luglio 2022
il gioco delle tre carte
La politica, come il gossip, non dà molte speranze che si possa uscire dalle chiacchiere. È tutto un teatro d'opera con primadonne, intrighi e traditori. Ma il problema non sono Draghi o Conte o Salvini, o Mattarella, il problema è che non c'è nessun altro per sostituirli. Almeno nel gossip per ogni Ilary scaricata spunta fuori una nuova amante, c'è un ricambio continuo di volti prestati al gioco e in questo senso il gossip, che l'ha assorbita, dà più soddisfazioni della politica. Draghi (che fra l'altro voleva fare il presidente e non il primo ministro) va a casa, e poi? Si va, noi, alle elezioni con Berlusconi, Renzi, Meloni, Letta, sempre le stesse facce da trent'anni. E che risolvi facendo il gioco delle tre carte? Cosa hai risolto finora? Nulla. Continui ad avanzare verso il baratro, verso la scena madre in cui, nella migliore tradizione teatrale, ti uccidono o ti suicidi. Però se ne discute sempre tanto e con passione, ci si avvelena e si fanno scommesse, proprio come se si stesse tutti quanti in platea a godersi lo spettacolo dal di fuori, nella speranza che venga fuori un bel colpo di scena a salvarci la serata. Invece, mi sa, non ci sarà nessun altro colpo arrivati a questo punto, e credo che, per chi può, sia proprio arrivata l'ora di cominciare a pensare a dove emigrare in attesa che si sciolgano i ghiacciai.
lunedì 4 aprile 2022
una vecchia
Le immagini di Bucha sono state tremende, né mi va di commentarle, ma ce n’è un’altra che mi ha colpito negli ultimi giorni ed è quella di una vecchia ucraina che ho visto in un servizio al Tg, una donna tozza, coi capelli bianchi, le gambe gonfie, il volto duro da contadina, che mi ha ricordato mia nonna. I russi le hanno bombardato la casa e la TV l’ha ripresa in un centro di accoglienza di Leopoli. Quella vecchia è un cadavere che cammina, perché è troppo vecchia sia per andare altrove a rifarsi una vita sia per ricostruirsi la casa. Quella vecchia è finita per sempre, anche se ancora respira, e forse un infarto sarebbe meglio di tutto ciò che la aspetta. In una situazione così io mi sarei già ammazzato. Lei invece, seduta pesantemente su un letto di fortuna, guardava dritta in macchina con lo sguardo duro e la bocca chiusa e piegata in basso. Forse crede in Dio e aspetta un segno, forse non si rassegna. Fatto sta che noi per quella vecchia non potremo fare nulla, tranne continuare a blaterare che Putin o che Zelensky o che la Nato o che l’Europa blablabla e ribadire l’ovvietà che la guerra è brutta, perché nel nostro piano delle cose quella vecchia contadina è l’ultimo dei problemi da affrontare. E la realtà è proprio questa.
domenica 22 agosto 2021
qualcosa di simpatico
Ieri
sera ho incontrato un vecchio prof. che mi ha fatto un sacco di
complimenti. Dice che mi segue da lontano ma che secondo lui manco di
ambizione. Io gli ho risposto la verità, che anche se provo a darmi da
fare, in verità io non ci credo tanto nel lavoro, credo piuttosto nella
FINE, credo cioè in una fine catastrofica e imminente – di cui ogni
giorno i fatti mi danno conferme – e il lavoro è un modo come un altro
per riempire il tempo mentre finisco/finiamo. Lui mi ha guardato
perplesso, così per stemperare ho detto: Guarda, come me la pensa anche
Woody Allen, quindi sarà un pensiero triste, ma non è detto che da tutto
‘sto finire non venga fuori qualcosa di simpatico.
giovedì 20 maggio 2021
iceberg
Il mondo rapidamente si sbriciola e va in pezzi. Ma noi continuiamo a indossare le nostre mascherine, perché quelle ci proteggeranno dagli inganni del tempo e ci aiuteranno a superare le correnti gravitazionali e pure quelle marine.
venerdì 8 gennaio 2021
caldo
Pare
che il 2020 resterà alla storia, oltre che per il Covid, anche a
livello ambientale, come l'anno più caldo di sempre, intendendo
l'aumento della temperatura terrestre, che qualcuno giustamente
interpreta come un primo segnale della fine. (Non a caso i dinosauri,
che abitavano il pianeta prima di noi, furono sterminati da un
cambiamento climatico, mica da fantascientifiche guerre nucleari).
Intanto, parlando di anno caldo, ma più terra terra, a Washington è
morto anche un poliziotto ferito durante l'assalto dell'altro ieri (le
vittime salgono dunque a cinque). Fatto ancora più importante, Biden ha
denunciato l'inefficienza della polizia che ha preso sottogamba
l'assalto, o meglio ancora ha detto (il presidente americano ha proprio
detto) che la polizia ci è andata leggera perché i manifestanti non
erano né neri né antirazzisti. Anche il 2021 insomma promette bene.
martedì 10 novembre 2020
per carlo, con tanto affetto
Nel suo libro (per me) più bello, Memorie di un rivoluzionario timido, che tanta fiducia mi ha ridato nelle possibilità della scrittura, Carlo Bordini scrive: “Io non immaginavo di entrare in questo luogo allegramente mortuario, in questa selva di epigrafi. E d’altronde, la morte nascondeva le sue ferite…”. Il tema del libro non è affatto la morte, o solo in parte, ma lui come prima cosa ci mette la morte, nella sintesi del romanzo in premessa, perché “rinascere è anche morire”. La cosa bella di Bordini (per me) era questa straordinaria libertà, di pensiero, d’amore, di scrittura – una libertà che una volta gli dissi avevo trovato solo in Bolaño e allora lui mi rispose non ci avevo mai pensato quindi non può che essere così – per cui (per lui) il tempo era qualcosa di plastico, nemmeno circolare, ma proprio plastico. Il tempo si muoveva, si deformava, prendeva delle forme strane. Ecco, una cosa che ho imparato da B. e da quel suo libro è questa: che un finale non deve essere messo necessariamente alla fine. Può stare dove vuole lui, dove ti chiede di finire. Ad esempio, nelle Memorie il finale arriva alla fine della seconda parte, prima dell’intervallo, e tutta la terza parte che viene dopo non è che l’impalcatura di qualcosa in divenire e mai terminato che però finisce davvero nelle considerazioni in premessa, ma non subito subito, a pagina 9. Ecco, ho pensato, magari funziona così anche nella vita. Noi crediamo che uno muore ed è finita lì, e invece quella non è che la fine del secondo tempo, mentre già si profila il terzo tempo di qualcosa di più grande.
(PS. Il testo era pieno di errori di battitura e avrei voluto lasciarceli come facevi tu, ma siccome non ce l’ho il tuo coraggio di essere come sono, li ho corretti tutti o quasi).
lunedì 16 marzo 2020
non riconosce più nulla
lunedì 2 dicembre 2019
risveglio
che riporti il mio ideale alla natura
notificando con tono dottorale
la morte dell’amata persona.
Non cambia negli anni quell’attesa
che come d’abitudine accompagna
il mio sonno. Mi spinge in avanti dalla fine
alla fine che mi aspetto ogni giorno.
giovedì 13 dicembre 2018
sabato 8 settembre 2018
due mondi
venerdì 6 luglio 2018
la sedia
martedì 3 luglio 2018
dialogo di un venditore di fumo e di edmondo
lunedì 23 ottobre 2017
le stelle fredde
mercoledì 27 settembre 2017
i pochi meridionali ormai scriventi...
e mai inclusi in antologie in atlanti
degli altri poeti mai inculati – i mai
mafiosamente pervertiti
dall’editoria che conta a far carriera –
io non li ghettizzo io li salvo
se li spingo al suicidio come topi
li convinco che è meglio andare
dentro i lager oppure col veleno
che convivere col nulla che ora sono
con la propria insufficienza di gramigna.
Io li affogo nello scarico dell’Ilva
nello Ionio che non sanno più d’avere.
È meglio non esserci mai stati –
dico loro con orgoglio – che esserci
da stronzi o da merdacce
nuovi fantocci col pedigree da italiani
e la calata ormai annacquata dalla tele
ma fuori da ogni storia o redazione
che li tratti da pari e non da casi umani
e ridotti al cicaleccio vanesio degli ultimi.
Eccoli raschiati al suolo come sputi
il loro mondo al sapore di finocchio
o di cannella e scopiazzato alle scorregge
milanesi dei neo orfici – che nulla
mi diranno mai di me non conoscendosi
e del mio cuore crudo di cicoria
ma impongono lo stesso il loro credo
a questo scrivere che s’odia in loro
nel loro affetto spudorato e fuori moda
di coloniali. Tutti amici i poeti e fuori luogo.
Tutti uguali.
Ma i poeti del Sud sono finiti – lo sento
ad ogni passo nella eco. O già emigrati
stanchi ed invecchiati dalla vita
dalla loro stessa emigrazione
aspettano la fine nel silenzio
che gli corteggia il buco.
