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sabato 15 marzo 2025

cosimino

A Cosimino, che aveva la mia età ma sembrava più vecchio, da ragazzi avevamo dato nome Frufrù, non mi ricordo perché. Io sapevo solo che all’epoca il mondo per me si divideva in quelli che i libri li leggevano, come me, quelli che non li leggevano, come quasi tutti gli altri, e quelli che li mangiavano, come lui, che aveva questa abitudine strana, di fare a pezzettini le pagine dei libri e metterli in bocca e masticarli a lungo. Cosimino, o Frufrù, veniva fuori da certi racconti notturni e stralunati, come quelli di Landolfi, oppure carichi di tragedia e indicibili dolori familiari, di quelli che, se nasci povero, ti segnano il destino, come quelli di Verga. Era un Lazarillo de Tormes senza saperlo. Glielo si leggeva non solo nello sguardo quel destino, ma in ogni piega del viso, in ogni cicatrice. Questa foto gliel’ho scattata nel 2011, allora avevamo 34 anni, e lui non le aveva ancora viste tutte. Non parlava molto, ma quando passava sul suo Ciao per via Alberobello, suonava sempre il clacson per salutarmi. Erano gli unici momenti, quelli, in cui lo vedevo accennare un sorrisetto fiero sotto i baffi. Poi l’ho perso di vista col covid, e oggi scopro che è morto due settimane fa. C’era il manifesto già mangiato dalla ruggine che gli cancellava il viso. Lo saluto allora come posso, condividendo questa foto per ricordarlo almeno com’era negli anni in cui sfrecciava col suo Ciao.


 

sabato 28 settembre 2024

per gino

La settimana è cominciata con la morte di Gegè ed è finita con quella di Gino. Ho letto i ricordi di tanti oggi, ognuno che lo lega a un particolare periodo della sua vita: gli anni in radio, oppure al lavoro come centralinista in ospedale, o prima ancora quando negli anni ’70 suonava le tastiere in un gruppo pop incidendo un 45 giri di successo che gli aveva procurato l’attenzione di un bel po’ di ragazze e una lunga serie di avventure erotiche che qui non si possono dire, ma mi aveva raccontato lui stesso con grande divertimento durante gli anni del mio servizio civile da obiettore di coscienza, quando si sedeva con me durante le mie ore di turno, stringendo nervosamente le mani intorno al ginocchio e fumando una sigaretta dietro l’altra, oppure facendole scattare all’improvviso con un ghigno e puntandomi il dito sottile sotto il naso quando voleva prendermi di sorpresa se mi vinceva la sonnolenza. È stato allora che l’ho conosciuto, nei pomeriggi afosi dell’estate 2003, quando Gino mi insegnò cosa significasse accompagnare un cieco, prenderne il passo, ovvero adeguarsi a una velocità comune di modo che l’altro camminasse 𝘤𝘰𝘯 te, seguendo il tuo passo, fidandosi di ciò che vedevi tu anche per lui; prendere quel certo passo che dice “fidati di me”, sembrava una cosa facile ma era una bella responsabilità, prendere quel passo e procedere rilassati, senza che ti si irrigidisca il braccio per quella pressione gentile o irritata a seconda dell’umore, stando attenti alle scale, ai marciapiedi, alle buche, ai gradini, al traffico, alle merde dei cani, senza cambiare marcia, senza accelerare o strattonarlo in avanti come si fa a volte coi cani o coi bambini, con la delicatezza di chi vede l’altro che si tiene a te. Era facile dimenticarsi di lui, perché era minuto, sottilissimo, leggero, aveva le mani delicate da pianista e il passo baldanzoso di chi si è sempre fatto strada da solo al buio, preceduto da tutta una serie di magnifici e buffi esclamativi, “Yooooh!”. Aveva una sua malinconia che si esprimeva in lunghi silenzi, in lunghe giornate di apatia passate a letto, in plateali scatti d’ira che assomigliavano ai capricci di un bambino quando lasciava la stanza sbattendo la porta. Era leggero anche oggi nella cassa, non lo vedevo da anni, troppo minuto nel suo vestito elegante che pure gli donava, le mani posate con delicatezza l'una sull'altra, i capelli tirati morbidamente indietro, gli occhiali scuri sul naso: gli occhiali che lo avevano accompagnato per tutta la vita come un accessorio necessario e che adesso, che più non gli servivano, gli davano un’aria molto cool nella morte, da vera star, come quand’era ragazzo. Stavo seduto davanti a lui e dall’altra parte della cassa stava seduta una coppia, entrambi commossi, lui ha tirato fuori dalle tasche due fazzoletti, uno per sé e uno per la sua compagna, poi lui ha chiesto “sei pronta?” e quando lei ha detto sì, hanno cominciato a piangere insieme.

domenica 22 settembre 2024

il fischio

Un piccolo pensiero per Eugenio, il mio “venerato dirimpettaio” che è venuto a mancare ed era l’unico fra i miei vicini che quando mi vedeva passare mi salutava modulando un fischio dal suo balcone, ogni volta che uscivo di casa me ne lanciava uno di richiamo, a cui rispondevo, come si fa di solito fra uccelli di bosco.

lunedì 15 luglio 2024

per la morte della gatta grigia

Dopo 16 anni di vita insieme stamattina è morta la mia gatta grigia con lo sguardo antipatico, a cui non ho mai dato un nome. Era entrata nella mia vita in un giorno d’estate come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, attraversando la porta di casa e gettandosi in un angolo con un lungo gnac che voleva dire Eccomi a casa, la casa che aveva scelto lei per se stessa, io l’ho accolta e da allora non è più andata via, prendendosi un pezzo alla volta tutto quello che poteva, in ultimo la mia sedia che era diventata la sua. Ho passato gli ultimi due giorni seduto per terra accanto a lei terrorizzata dal buio che veniva, con la mano sulla sua testa per farle sentire che c’ero, le parlavo e lei mi rispondeva a sibili e sospiri, e se mi allontanavo mi chiamava, e quando è morta qualcosa finalmente si è rotto e ho cominciato a piangere insieme tutte le lacrime della nostra amicizia e quelle che non ho mai pianto per la morte di mio padre.

mercoledì 8 maggio 2024

vittorio

 Ieri è venuto a mancare Vittorio De Michele. L’ultima volta che l’ho visto mi aveva detto di stare meglio, però mi aveva chiesto il favore di impaginargli un libro fotografico, che è stato stampato in 2 sole copie: una per sé e una per sua figlia, come ricordo di un viaggio fatto insieme. L’ho trovato un gesto di grande tenerezza, tipico di una persona così sensibile ed entusiasta quale era lui. Gli avevo impaginato anche il libro precedente, quello coi trulli in copertina che partiva dal ricordo di viaggio di un soldato inglese a Locorotondo e che poi è uscito con un editore svizzero. Vittorio sperava glielo pubblicassi io, ma non ci siamo capiti e alla fine mi disse “Gli editori di Locorotondo dovrebbero essere più coraggiosi”, una piccola stoccata ma senza guardarmi in faccia, come se fosse un’osservazione casuale, per non trasformarla in una discussione che non c’è mai stata. Sull’ultimo numero della rivista “Locorotondo” mi chiese di includere un suo scritto che parla dei pellegrini che nel 700 passavano per il nostro paese, voleva che fosse pubblicato come ricordo per i nostri lettori. Ecco tre lavori diversi in cui ritornano i suoi punti fermi: il nostro paese inteso come comunità umana fortemente coesa in cui se ci si dà una mano si è più forti, l’importanza degli affetti famigliari, un grandissimo istinto come storico, ma anche estetico che si esprimeva attraverso varie arti, dalla fotografia (perché era un ottimo fotografo) alla musica, l’amore per il viaggio, o meglio ancora il pellegrinaggio che è un’altra cosa: pellegrino è chi viaggia per fare una sua ricerca spirituale e non per semplice divertimento. Vittorio aveva tutte queste qualità, che gli venivano universalmente riconosciute e infatti ieri moltissime persone si sono unite spontaneamente in un grande abbraccio collettivo. Eppure, aggiungo, molti gli volevano bene come persona e come medico (perché era un ottimo medico), molto meno forse come storico. L’area archeologica di Grofoleo, ad esempio, la cui vicenda lo vede fra i suoi protagonisti, ne è la prova: l’attenzione recente posta su quell’area si deve in fondo a una sua scoperta, e il fatto che sia stata ricoperta da una strada è la prova che da quel punto di vista il senso della sua ricerca non è stato capito, apprezzato forse, ma non condiviso. Una volta me lo disse lui stesso, come dato di fatto: “Antò, ai curdunnesi della loro storia nan ce ne fotte nudde”. Eppure, parlando di storia, io dico che fra molti decenni, quando del ricordo così affettuoso di chi lo ha conosciuto non resterà più nulla, di Vittorio resteranno ancora i suoi libri e l’importanza delle sue ricerche storiche sul nostro territorio. Io posso dire, nel mio piccolo, che a breve pubblicheremo un libro di uno studioso americano, Anthony H. Galt, che ha fatto uno studio sul nostro territorio pubblicato dalla Cambridge University Press, dove Vittorio è citato più volte. Non sono tanti gli studiosi del nostro paesino la cui bibliografia è citata a Cambridge, e non solo lì. Vittorio è stato uno dei pochi ad arrivarci, e scusate se è poco.

lunedì 12 febbraio 2024

per carlo

Prima non volevo farlo, poi ci sono andato. I sensi di colpa ci fregano sempre, mi ha detto Adriano. Nonostante la morte, l’espressione di Carlo era serena. C’era un pubblico bellissimo, tutto fatto di attori, teatranti, amici, servi di scena, il miglior pubblico per un addio a un regista. E ogni volto che vedevo mi ricordava uno spettacolo, da Cechov a Molière, dalla commedia dell’arte a Goethe a Brecht. Vita e teatro si confondevano. Nel ricordare mi sono commosso. Ho messo sul piatto della bilancia tutto ciò che Carlo mi ha lasciato, Brecht per cominciare, ma anche Heiner Müller, Schnitzler, Tommaso Urselli, e alcuni altri libri che mi passava come per caso, in maniera quasi svagata, ma studiatissima, dicendomi: Questo ti piacerà. Faceva sempre così Carlo, amava condividere tutto ciò che aveva, dal castagnaccio che preparava con le sue mani ai libri, tuoi o di altri. Perché se qualcosa gli piaceva difficilmente la teneva per sé, piuttosto la regalava. Ed era un segno di rispetto, voleva dire che quel libro non era fatto per stare chiuso in casa ad ammuffire, ma doveva girare, farsi leggere, conoscere. Insomma, era inutile fargli le dediche, non erano quelle a toccarlo. L’ultima volta che abbiamo parlato di libri mi disse che stava rileggendo I promessi sposi di Manzoni. È un libro magnifico, mi ha detto, ma io mi sono augurato che non provasse a regalarmelo. Mentre oggi sulla sua bara, tra i fiori, donatogli non so da chi, c’era un testo di Molière tradotto da Cesare Garboli. Il misantropo. Quello gliel’ho invidiato, ecco un libro perfetto da portarsi dietro nella morte. C’è un passaggio di quell’opera che dice: «Il mio corpo è il mio io, e solo io me ne voglio prender cura. / È uno “straccio”, è vero lo ammetto, ma lo straccio mi è caro». Che è tutto ciò che Carlo ha messo in pratica con un rigore e una coerenza estremi, portando nella vita il suo teatro.

mercoledì 7 febbraio 2024

ultimo atto

Ieri il maestro Carlo Formigoni ha messo in scena la sua ultima grande rappresentazione. Lo ha fatto in grande pur con la povertà di mezzi che contraddistingue il suo teatro, nel pieno del clamore sanremese che così poco aveva a che fare con lui. Ieri, per tutto il pomeriggio e in serata, i suoi amici hanno continuato a chiamarsi per parlarne con la voce che tremava, le mani che tremavano, rattristati e commossi eppure, senza quasi ammetterlo per pudore, ammirati da quest’uscita di scena che a suo modo è arte. La cronaca è nota dai giornali per cui non si fa peccato a parlarne, del resto era stata accuratamente predisposta dallo stesso maestro. Ieri mattina Carlo ha chiamato un taxi, si è fatto lasciare da solo su una certa spiaggia dicendo al tassista che aspettava degli amici, ha aperto il suo seggiolino di fronte al mare, si è spogliato nudo e si è trascinato in acqua. Nel pomeriggio dei passanti hanno trovato i suoi vestiti ripiegati sul seggiolino, le scarpe ben disposte lì accanto, un libro di poesie su cui era segnato a matita il suo nome, un numero di telefono da chiamare e con un segnalibro che fermava una poesia di Mario Luzi. Le sue stampelle erano in acqua, a poca distanza dalla riva. I passanti hanno fatto il numero e allertato i suoi amici. Stamattina hanno trovato il corpo, l’ho appena sentito al Tg, col giornalista che sbagliando lo ha chiamato “Luigi Formigoni”, aggiungendo che “non era di queste parti”. Uniche due macchie su questo ultimo atto così perfetto, lirico e drammatico insieme, a metà fra il giallo metafisico e un qualche film coreano, per come profuma di Oriente, sia nella meticolosità dei gesti che preludono alla fine attraverso un atto estetico di purificazione sia nella scelta di perdersi in mare. Carlo non era nato qui, certo, ma aveva scelto di vivere e morire qui, di essere se stesso qui. C’è un documentario su Patrizia Cavalli in cui lei dice a un certo punto che le persone chiave che ti portano a vivere la tua vera vita sono pochissime, le conti sulle dita di una mano. Parlo per me e non solo per me, Carlo, con tutti i suoi pregi e difetti, è stata una di quelle persone chiave, da quel lontanissimo giorno in cui senza nemmeno conoscermi, senza sapere chi fossi o se ne fossi in grado, ma solo per aver letto un mio libro e per essersi fidato del suo istinto, mi chiamò al telefono e mi disse: “Buongiorno, sono Carlo Formigoni, vorrei che scrivessi uno spettacolo per me”. È una lezione che non mi sono più scordato.

lunedì 25 settembre 2023

mahleriana

Oggi Atelier – per vivace insistenza di Massimo D'Arcangelo – pubblica una scelta di poesie che ho scritto per mio padre, malato di SLA, durante l’estate prima della sua morte. Mahleriana, come titolo della suite, dall’adagietto della Sinfonia n.5 di Gustav Mahler, che ascoltavo mentre scrivevo il secondo testo (il più larkiniano) ma mi sembrava avere attinenza anche con le altre.

 

sabato 16 settembre 2023

lumachina

Il medico mi spiegò fin dall’inizio com’era tutto collegato, per quanto imprevedibile nei suoi tempi di sviluppo. Esploso il male, come primo effetto s’è rattrappita la voce, ridotta a un guaito di bestiola inerme, poi si è chiusa la gola e con essa la voglia di nutrirsi, dopo ha cominciato a sbavare per casa lasciandoci lunghe scie di bava che non riusciva più a contenere o tenersi in bocca, secondo me con lo scopo segreto di non perdersi mentre si trascinava in giro nel labirinto delle sue sofferenze e noi ne seguivamo le tracce.
Io imparavo con lui tutto un dizionario nuovo per me, ma necessario, che comprendeva termini medici e scadenze improrogabili, i controlli del lunedì in ospedale, le molte tappe da affrontare per arrivare a una fine lenta e dignitosa, la varia gamma dei suoi stati d’animo o dolori, che si esprimevano in pianti muti ormai ma per diversi motivi, certuni stupidi, quasi tutti relativi alla sua frustrazione e impotenza.
Gli mancava la forza nelle mani, non riusciva nemmeno ad avvitare il barattolo dei biscotti, o abbottonarsi i polsini. Il collo gli cedeva senza molla. Annaspava sulle gambe spente e piano piano, pensai, mentre cercava di respirare, si stava ripiegando su se stesso simile a una foglia autunnale che ridisegni un cerchio. Ma era in fondo più simile a una lumachina che trasmigri da una casa all’altra portandosi dietro le sue cose.
Io lo accompagnavo per le stanze sorreggendolo per le mani, con la paura che cadesse e ogni sera gli massaggiavo gli arti esangui strofinandoli fra i palmi caldi per dargli sollievo dal primo gelo della morte, così come aveva fatto lui a suo tempo con mio nonno.
Ecco come mio padre mi passava il testimone, depositandosi fra le mie mani. Ero il padre ormai per questo vecchio, ben sapendo come a un certo punto avrei dovuto lasciarlo andare solo, da buon figlio che rimane e seppellisce il padre e fa della sua vita una casa sola.

mercoledì 6 settembre 2023

tiro al piccione

Oggi è scomparso il grande Giuliano Montaldo, uno dei pochi registi italiani che sono riusciti a imporsi nel mercato statunitense, anzi forse a un certo punto più famoso negli USA che in Italia, probabilmente a causa delle sue scelte politiche, che spesso creavano degli scontri fra militanza e libertà di espressione. Ha esordito nel 1961 con Tiro al piccione, un film sugli ultimi giorni della guerra visti attraverso gli occhi di un aderente alla Repubblica di Salò, il primo film che parla apertamente, con un taglio umano, di quegli italiani (la cui memoria veniva prima accuratamente censurata) e per questo creò uno scandalo indescrivibile che quasi gli stroncò la carriera, ma fu solo il primo di molti. Sono seguite poi una serie di opere di diverso carattere, fra commerciale (per sbarcare il lunario, anche come attore) e fortemente impegnato, ma con un respiro sempre epico: fra gli altri, soprattutto negli anni ’70, il bellissimo Gott Mit Uns, L'Agnese va a morire e ovviamente Sacco e Vanzetti, il suo capolavoro, per cui lo ricordiamo ancora oggi e lo ricorderemo sempre.

mercoledì 9 agosto 2023

lo sciamano

Ho appena letto che oggi è morto Robbie Robertson che, almeno per me, è stato principalmente due cose: la chitarra del gruppo di Bob Dylan alla metà degli anni '60 (nei live selvaggi e mercuriali di "Judas!" e "Play fucking loud!") e quello che ha curato la colonna sonora di molti dei film di Martin Scorsese (da Re per una notte" a "The Irishman"). Poi ovviamente è stato anche il leader di The Band (quelli di The Weight e di The Last Waltz) e quindi, indirettamente, è stato quello che ha suggerito un sound al primo George Harrison e ad Eric Clapton dopo i Cream. Ma soprattutto Robbie Robertson era uno sciamano.

venerdì 21 luglio 2023

ciao, stronzo

Ho appena saputo da sua moglie Maria Rosaria che poco fa è venuto a mancare Bogdan Bajalica. Negli ultimi mesi era stato molto male e questo lo ha spento con la preoccupazione di restare da solo, perdendo giorno dopo giorno la sua lucidità. Viveva separato dalla sua famiglia, per questo motivo se c'è una cosa di cui mi sento contento è che siamo riusciti con alcuni amici a fare in modo che poco prima del crollo conoscesse i suoi nipoti. Penso sia stata una buona cosa fra le tante incasinate che hanno caratterizzato la sua esistenza. Come ultimo scherzo, poco fa, appena ho saputo la notizia, il cancello automatico di casa mia ha cominciato a lampeggiare senza motivo e si è aperto da solo, giuro. Era certamente lui che si faceva sentire, che mi diceva Ciao Lilo, stronzo. Ciao Bogdan, stronzo, mi mancherai.

mercoledì 12 luglio 2023

epitaffio

Su di lui ci ho scritto una parte della mia tesi di laurea in cui parlavo del kitsch e della merda, poi ci sono libri suoi che ho amato tanto e altri che non sono riuscito proprio a finire, ma se devo dire le due cose che mi ricordo maggiormente di lui, sono: il gusto del dottor Havel per le donne dal sorriso cavallino, e lo sguardo canagliesco di Daniel Day Lewis nella trasposizione cinematografica del suo libro più famoso. La registrai una notte di tanti anni fa, quando si usavano ancora i videoregistratori, e poi rivedendola il giorno dopo mi accorsi che mancava la fine.

giovedì 1 giugno 2023

un uomo

L’altro giorno, invitato da Adriano e Alfredo che stavano inscatolando le sue cose per liberare l’appartamento, sono entrato per la prima volta nella biblioteca di Pinuccio Basile. Io Pinuccio lo conoscevo per le nostre chiacchierate in strada, ma non sapevo quali fossero i suoi gusti letterari e mi ha fatto un certo effetto sbirciare fra i suoi libri, venire sorpreso dalle sue scelte. Ad esempio mai avrei detto che potesse amare Forattini, eppure aveva una collezione vastissima di libri suoi, così come moltissimi libri di Stefano Benni, e ancora Sciascia e Fallaci ma nemmeno uno di Pasolini. Tanta storia politica, da Moro al terrorismo, un intero ripiano dedicato ai libri di Mario Gianfrate e persino un paio di libri miei, ma non quelli di poesia, alcune prime edizioni in ottimo stato, e ancora di più una bellissima collezione di dischi di classica e jazz, con Rava e Bollani in primo piano, e poi Paolo Conte. Adriano mi ha detto di prendermi qualcosa per ricordo, così ho preso alcuni libri di storia locale, che servono sempre. E poi una copia di “Un uomo” di Oriana Fallaci, che al contrario degli altri volumi era consumato dalle letture, con appunti e ritagli di giornale a segnare certe pagine. Quello è un libro che Pinuccio deve aver letto molte volte. So che era il romanzo preferito anche di Enzo Cervellera. Mi sono immaginato un’intera generazione cresciuta con quel modello, Panagulis che crede sopra ogni cosa negli ideali della libertà e della verità ma deve scontrarsi ogni giorno con le proprie debolezze, le contraddizioni, il suo orgoglio e gli errori, e nella continua messa in discussione di se stesso trova la propria dignità di uomo.

martedì 13 settembre 2022

per godard

Ci sono artisti con cui ti tocca di continuo fare i conti sul piano umano. E a certi artisti, assai intransigenti, tocca pure di dover fare i conti con l’uomo che li ospita. In questo Godard era un uomo che faceva i conti con tutti: sia con l’artista dentro di lui, che lo metteva di continuo in discussione; sia con tutti coloro che pur amando l’artista non gli perdonavano le sue evidenti manchevolezze di uomo, l’egoismo, la vanità, l’invidia, il livore, l’arroganza. Da questo punto di vista penso che Godard abbia avuto una vita di merda. Poi certo, in tanta contraddizione difficilmente si potrà trovare un altro come lui capace di captare i cambiamenti in corso, di stimolarti le sinapsi che collegano gli occhi al cervello fino a dare un nuovo colore alle cose. Mi irritava anche, spesso le trame dei suoi film erano esilissime, inconsistenti, eppure in ognuno ho trovato qualcosa che mi entusiasmava, una ripresa, un montaggio, una scena, un titolo, una soluzione innovativa che mi faceva rizzare i peli sulle braccia. Non era nemmeno ricerca gratuita o tesa a stupire, ma studio e amore assoluto per le infinite possibilità visive del mezzo cinematografico slegato dall’ottica della fiction. L’ho capito la prima volta quando ho visto La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, che Godard adorava, solo per scoprire quanto di Dreyer ci fosse in Godard, anche quello un film tutto basato sulla ricerca visiva e lo sperimentalismo della visione, dell’inquadratura, del montaggio teso a scardinare le regole del tempo scenico. Perché Godard era un mostro onnivoro, guardava tutto, divorava tutto, persino i film di cui poi parlava male, ma come se li covava, prima, sotto le ali. Truffaut che lo conosceva meglio di ogni altro, glielo rinfacciava: Dici odiare questo o quel film, ma intanto li hai già visti tre, quattro, cinque, sei volte al cinema, se questo non è amore che cos’è? Fra i suoi, i miei preferiti sono Les Carabiniers e Une femme est une femme, oltre ovviamente ai classici, À bout de souffle, Le Mépris che in cuor mio (e con tutto l’amore condiviso per Fritz Lang) ho sempre pensato fosse una buona scusa per guardarsi il culo della Bardot. I primi insomma, anche perché chi li ha mai visti gli altri, quelli prodotti dopo gli anni ’60. Anche in questo che vita di merda ha avuto Godard, per sempre legato a una stagione e a una etichetta (Nouvelle Vague) finite da un pezzo, uno come lui sempre teso in avanti, senza rimpianti. Va pur detto, e va detto, proprio per tornare all’inizio, che Godard era uno stronzone come pochi, ha ragione Truffaut, ma tant’è per alcuni stronzoni chiudiamo gli occhi con più facilità che per altri, vanno oltre il giudizio umano per rifugiarsi nel giudizio critico o nell’amore incondizionato, e io Godard l’ho amato, come tanti, ma con tanta più forza vorrò bene a chi gli è stato accanto e si è caricato il fardello di sopportare i suoi capricci e le sue cattiverie di uomo anche per noi, senza che gli dedichiamo, nemmeno oggi, nemmeno un grazie.

mercoledì 7 settembre 2022

dono

Poiché mio fratello sta ripartendo per Milano, Mao, che gli vuol bene, ha deciso di mettergli un regalo in valigia, un bel cervone nero che troviamo mezzo appisolato sulle magliette. Mio fratello lo sgrida e Mao, offeso a morte, riprende il serpente in bocca e si dirige verso la porta come in una scena tragica, con gli occhi spalancati per l'incredulità e il rimorso, rigirandosi più volte verso di lui come se si aspettasse di venire richiamato per far pace, prima dell'addio.


sabato 6 agosto 2022

programma

Stamattina pensavo che sono ormai trent’anni – da quando cioè ho diritto di voto – che sento dire alla sinistra che per vincere serve un programma e da allora io sto ancora aspettando di vederlo. Ora la sinistra mi viene a chiedere il voto – come fa sempre da trent’anni – non per un’idea ma contro l’idea che vinca qualcun altro. Insomma, l’idea di fondo della sinistra si basa sull’affossare l’avversario invece di far meglio: è come quello che deve fare una gara e invece di allenarsi fa lo sgambetto a quello che corre più veloce, come il ristoratore che invece di inventarsi un piatto nuovo fa la chiamata anonima alla guardia di finanza contro il ristorante all’angolo che fa più clienti. Questa è l’idea che mi si chiede di promuovere per salvare il paese, in nome dei più alti valori della sinistra berlusconiana (o draghiana, come si dichiara). Io lo avverto il “pericolo della destra”, non tanto a livello politico ma sociale – basti pensare al tipo che picchia la dipendente nera perché non la voleva pagare: quello non è un caso, è la norma taciuta. E quel tipo lì sappiamo tutti per chi vota. Ma piuttosto che sputarmi in faccia o turarmi il naso – come mi chiedono di fare da trent’anni in nome dei più alti valori della sinistra – io piuttosto vado a votare Meloni, e lo faccio non perché si vedrebbe finalmente una donna come primo ministro, che se fosse per la sinistra paritaria non si vedrebbe mai – ma proprio per fottere questa sinistra qui, che è poi il sentimento di sinistra che mi si chiede di avere verso gli altri, alla faccia del principio di mutualità che dovrebbe guidarci tutti.

martedì 5 luglio 2022

irina e lisetta

Renza mi ha appena informato che, dopo Irina, stanotte è scomparsa anche Lisetta. Paolo Del Gaudio mi aveva raccontato che anche se diciamo che è stata Lisetta, venendo a vivere qui, a portare con sé un certo tipo di ambiente artistico/intellettuale, in realtà era stata Irina a portare Lisetta in Puglia. Insomma, sono stupidaggini magari, ma mi consola pensare che dove è andata Irina due giorni fa, adesso Lisetta l'ha seguita. E ancora che tanta ricchezza che ci è stata donata in termini di pensiero e sentimento fosse originata da due donne. Per altro con due bei caratterini. Lisetta l'avevo persa di vista da un sacco di tempo, ma stamattina rivedendo alcune sue lettere molto belle, disegnate a china e con dei timbri, mi sono accorto che c'era una frase che metteva spesso in alto come epigrafe "Accade solo ciò che deve accadere", di Chao-Hsiu Chen. Mi sembra adeguata a questo giorno. Con Irina qualche volta mi sentivo al telefono, si cominciava per parlare di libri e si finiva sempre per parlare di gatti. Lei ne aveva otto, io cinque, ma per consolarmi mi diceva Vedrai che invecchiando aumentano.


 

martedì 21 giugno 2022

stile

Una volta un mio amico disse di lei una piccola malignità, che letto un suo libro li avevi letti tutti, e forse un po' era vero. A me alcune cose sue piacevano molto, soprattutto dai primi libri, altre un po' mi annoiavano, soprattutto i pezzi in forma di teatro. Non condividerò le sue poesie. Due cose però le devo dire: primo che secondo me la Cavalli aveva stile; e secondo che lo stile non è una qualità di tutti i poeti che conosco.

mercoledì 1 dicembre 2021

ci vediamo sul corso, pinù

È difficile, parlando di Pinuccio Giannoccari, fare la dovuta sintesi. Ci sono troppi ricordi, troppe storie, troppi discorsi e a saltarne qualcuno ti sembra di perdere qualcosa di importante. Comincio dalla fine. L’ultima volta che l’ho incontrato, un paio di settimane fa, stava seduto sulla panchina sotto casa dei suoi, lì dove prima di lui si sedeva sempre suo fratello Paolo. Pinuccio era contento di stare lì, perché quella panchina era in una bella posizione – proprio di fronte al portone di casa e al locale dove la sua famiglia aveva avuto il negozio di alimentari in cui era cresciuto – ed anche molto contesa dai passanti, ma essendo stata la panchina di Paolo la sentiva un po’ più sua, per diritto di eredità. Pinuccio a suo modo mi ricordava molto Paolo, il secondo era più lunare nelle sue uscite, ma entrambi erano due battaglieri entusiasti, molto testardi, e con un senso molto alto di giustizia. In più gli piacevano le discussioni. Era un uomo garbato, Pinuccio, ma se ti mettevi a discutere con lui non te ne uscivi con poco, ci potevi perdere le ore per vedere chi la spuntava. Una sola volta ci ho litigato seriamente ed è durata più di due ore con noi due che un altro po’ ci sputavamo addosso per una cosa di cui alla fine non ci fregava nulla. Lui mi accusava di essere una capatosta e io gli rispondevo: “Nà, il bue che dice cornuto all’asino!”. Ma dopo due ore così, nemmeno cinque minuti e stavano già ridendo come prima. Pinuccio non era uno che portava rancore, rideva molto e di gusto, aveva la battuta facile. Questo di lui mi piaceva, anche se non gliel’ho mai detto. Il più delle volte lo incontravo per strada, o stava di posta sulla porta di casa sua, oppure lo trovavo più giù, mentre scendeva il corso per andare a trovare Gildo Lisi in banca. Io li sfottevo entrambi: “Ditelo che state progettando la prossima rapina!” ma il più delle volte si finiva a parlare, con toni molto accesi, di politica. Questa è un’altra cosa bella. Non lo ricordo mai da solo Pinuccio, era sempre con qualche amico: ora ho detto Gildo ma potrei dirne tantissimi altri, perché Pinuccio era soprattutto una persona che amava stare con gli altri e quando ti dedicava del tempo lo faceva con tutto se stesso. Se ti fermavi con lui non era mai per un semplice saluto, era per farsi una sana chiacchierata, per uno scambio di idee, per informarsi. Era anche un uomo dai mille interessi, dal calcio alla radio alla politica, fino alla birra: non per nulla molti ancora se lo ricordano come Pinù Beer, da quando aveva il pub. Quando lo aprì molti amici gli dissero che non era mestiere per lui quello, ma lui ci si incaponì ugualmente e a suo modo è stato un precursore. Il pubblico arrivava tardi, così io passavo prima per fargli compagnia e poi me ne andavo quando cominciava il casino. Quante sere che ci ho passato lì dentro con lui. Rideva spesso, è vero, ma era una persona onesta, molto seria, che credeva nel lavoro, nella dignità. Lo scrivo perché è vero, non sono frasi di circostanza. Aveva una forza d’animo rara. Mi ricordo quando mi disse che era malato, era contento perché se n’era accorto in tempo e poteva lottare. Non ha mai nascosto lo stato della sua malattia e non si è mai pianto addosso. Era un uomo orgoglioso. Una volta l’ho incontrato che camminava con fatica e mi sono offerto di dargli una mano. Con una battuta delle sue, per non offendermi, mi ha mandato garbatamente a fare in culo. Anche quando aveva dei momenti di sconforto, e li aveva come tutti, lui non si arrendeva facilmente. Gli altri potevano stare male e piangersi addosso, lui viveva la sua storia d’amore e decideva di sposarsi. È stato un bel matrimonio, ci ha ridato speranza. L’ultima volta che l’ho incontrato, due settimane fa sulla panchina di Paolo, aveva la voce affaticata ma ci siamo persi come tante altre volte in mille discorsi. E quando poi ci siamo salutati mi ha detto come faceva ogni volta, quasi una frase di rito: “Lilletto, Statte bùne-bùne”. Ci vediamo sul corso, Pinù.