Prima non volevo farlo, poi ci sono andato. I sensi di colpa ci fregano sempre, mi ha detto Adriano. Nonostante la morte, l’espressione di Carlo era serena. C’era un pubblico bellissimo, tutto fatto di attori, teatranti, amici, servi di scena, il miglior pubblico per un addio a un regista. E ogni volto che vedevo mi ricordava uno spettacolo, da Cechov a Molière, dalla commedia dell’arte a Goethe a Brecht. Vita e teatro si confondevano. Nel ricordare mi sono commosso. Ho messo sul piatto della bilancia tutto ciò che Carlo mi ha lasciato, Brecht per cominciare, ma anche Heiner Müller, Schnitzler, Tommaso Urselli, e alcuni altri libri che mi passava come per caso, in maniera quasi svagata, ma studiatissima, dicendomi: Questo ti piacerà. Faceva sempre così Carlo, amava condividere tutto ciò che aveva, dal castagnaccio che preparava con le sue mani ai libri, tuoi o di altri. Perché se qualcosa gli piaceva difficilmente la teneva per sé, piuttosto la regalava. Ed era un segno di rispetto, voleva dire che quel libro non era fatto per stare chiuso in casa ad ammuffire, ma doveva girare, farsi leggere, conoscere. Insomma, era inutile fargli le dediche, non erano quelle a toccarlo. L’ultima volta che abbiamo parlato di libri mi disse che stava rileggendo I promessi sposi di Manzoni. È un libro magnifico, mi ha detto, ma io mi sono augurato che non provasse a regalarmelo. Mentre oggi sulla sua bara, tra i fiori, donatogli non so da chi, c’era un testo di Molière tradotto da Cesare Garboli. Il misantropo. Quello gliel’ho invidiato, ecco un libro perfetto da portarsi dietro nella morte. C’è un passaggio di quell’opera che dice: «Il mio corpo è il mio io, e solo io me ne voglio prender cura. / È uno “straccio”, è vero lo ammetto, ma lo straccio mi è caro». Che è tutto ciò che Carlo ha messo in pratica con un rigore e una coerenza estremi, portando nella vita il suo teatro.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
lunedì 12 febbraio 2024
mercoledì 7 febbraio 2024
ultimo atto
Ieri il maestro Carlo Formigoni ha messo in scena la sua ultima grande rappresentazione. Lo ha fatto in grande pur con la povertà di mezzi che contraddistingue il suo teatro, nel pieno del clamore sanremese che così poco aveva a che fare con lui. Ieri, per tutto il pomeriggio e in serata, i suoi amici hanno continuato a chiamarsi per parlarne con la voce che tremava, le mani che tremavano, rattristati e commossi eppure, senza quasi ammetterlo per pudore, ammirati da quest’uscita di scena che a suo modo è arte. La cronaca è nota dai giornali per cui non si fa peccato a parlarne, del resto era stata accuratamente predisposta dallo stesso maestro. Ieri mattina Carlo ha chiamato un taxi, si è fatto lasciare da solo su una certa spiaggia dicendo al tassista che aspettava degli amici, ha aperto il suo seggiolino di fronte al mare, si è spogliato nudo e si è trascinato in acqua. Nel pomeriggio dei passanti hanno trovato i suoi vestiti ripiegati sul seggiolino, le scarpe ben disposte lì accanto, un libro di poesie su cui era segnato a matita il suo nome, un numero di telefono da chiamare e con un segnalibro che fermava una poesia di Mario Luzi. Le sue stampelle erano in acqua, a poca distanza dalla riva. I passanti hanno fatto il numero e allertato i suoi amici. Stamattina hanno trovato il corpo, l’ho appena sentito al Tg, col giornalista che sbagliando lo ha chiamato “Luigi Formigoni”, aggiungendo che “non era di queste parti”. Uniche due macchie su questo ultimo atto così perfetto, lirico e drammatico insieme, a metà fra il giallo metafisico e un qualche film coreano, per come profuma di Oriente, sia nella meticolosità dei gesti che preludono alla fine attraverso un atto estetico di purificazione sia nella scelta di perdersi in mare. Carlo non era nato qui, certo, ma aveva scelto di vivere e morire qui, di essere se stesso qui. C’è un documentario su Patrizia Cavalli in cui lei dice a un certo punto che le persone chiave che ti portano a vivere la tua vera vita sono pochissime, le conti sulle dita di una mano. Parlo per me e non solo per me, Carlo, con tutti i suoi pregi e difetti, è stata una di quelle persone chiave, da quel lontanissimo giorno in cui senza nemmeno conoscermi, senza sapere chi fossi o se ne fossi in grado, ma solo per aver letto un mio libro e per essersi fidato del suo istinto, mi chiamò al telefono e mi disse: “Buongiorno, sono Carlo Formigoni, vorrei che scrivessi uno spettacolo per me”. È una lezione che non mi sono più scordato.
mercoledì 5 gennaio 2022
il debochard
Stanotte ho sognato Carlo Formigoni che faceva un intero spettacolo sui migranti. Un po' nello stile di Ascanio Celestini, Carlo stava seduto al centro della scena spoglia e raccontava, una dietro l'altra, tutte queste storie di fuggiaschi concatenate dalla cronaca. Mentre parlava teneva in mano, come unico oggetto di scena, una barchetta di carta ricavata da un foglio di giornale. Questo perché tutte le storie raccontate erano prese da servizi giornalistici, che sono l'unico canale filtrato (raffreddato o riscaldato a piacere, in base all'audience) attraverso cui ci rapportiamo con quelle tragedie, e perché in fondo quella barchetta lì è fragile proprio come quelle su cui viaggiano i migranti. E proprio perché ricavate dai giornali nessuna storia aveva un vero finale, lasciato in sospeso, un po' come nelle Mille e una notte, lasciandoti l'ansia di sapere come sarebbe andata la vicenda di questa o quella persona rimasta in balia delle onde. Ce la farà a salvarsi? Alla fine, fra gli applausi e le lacrime, Carlo affaticato e contento diceva: "Grazie, ho soltanto cercato di dare al testo il risalto che meritava".
martedì 31 dicembre 2019
successo
sabato 10 marzo 2018
la fame
martedì 26 dicembre 2017
lunedì 28 agosto 2017
domenica 27 agosto 2017
funerale laico
domenica 10 luglio 2016
breve intervista a carlo formigoni
lunedì 18 maggio 2015
domenica 18 gennaio 2015
intervista a carlo formigoni
Sediamo con Carlo Formigoni, a metà pomeriggio, davanti alla porta della sua bella villa in campagna, quella dove di solito tiene le rappresentazioni della sua Compagnia dell’Altopiano e di pochi eccelsi ospiti. Siamo andati a trovarlo per ottenere quella che potremmo definire un’intervista informale. Davanti a noi un albero di tiglio spande il suo odore inconfondibile. Mi siede accanto Iva, sua moglie, che silenziosa ci osserva con dolcezza. Fra i nostri piedi si accoccolano i suoi due cani, Bilbao e Mimì, tenerissimi. Beviamo una tisana. Parliamo. Carlo Formigoni veste di bianco, ha le caviglie sottili, dei movimenti armoniosi soprattutto quando accompagna le sue parole con le mani e una voce indecifrabile, cangiante. A volte sottile, quasi fino a diventare stridula quando vuole mettere in evidenza un’espressione particolarmente buffa, o dolce quando allunga allusivamente certe sillabe. A volte roca, quando mima uno dei suoi personaggi più oscuri e credo più amati, il Mefisto di Goethe. Ride spesso, in maniera fanciullesca, giocosa, e mi verrebbe da dire anche un po’ civettuola.
CARLO: Sapete – dice con un pizzico d’orgoglio – son venuti qualche giorno fa due signori che eran stati a Siracusa a vedere la trilogia di Eschilo e loro son stati molto impressionati dagli spettacoli in sé ma mi han detto che non avevano niente a che fare col nostro livello.
IO: Beh, la spettacolarizzazione, così come la si concepisce oggi mette in primo piano delle altre cose… Io qui ho visto in primo piano l’attore, cioè la comunicazione…
CARLO: È il significato dell’opera che conta e non, come tanti fanno, la ricerca degli effetti. Che anzi distraggono! Io ho sempre pensato che la nostra situazione è l’unica che consente di fare un vero lavoro artistico perché si lavora sempre con la stessa gente, tanto a lungo quanto è necessario. Non vigono le restrizioni di tempo o di denaro che impediscono spesso un buon lavoro ai teatri stabili. Adesso stiam preparando il Faust, sapete? È una cosa meravigliosa e io vivo da qualche mese sopra le nuvole… son felicissimo! Goethe stesso dice che è un’opera incommensurabile, e che gioia che dà a noi, che citiamo tali pensieri. E poi lui in verità è così concreto, così modesto. C’è una cosa che dice più volte: “L’uomo, quando sente delle parole, e pensa di trovarvi anche dei pensieri…” perché spesso sono solo parole… Guardate, certi intellettuali sono una cosa tremenda! Come parlano in maniera totalmente incomprensibile e gli altri fingono di capire perché, ovviamente, nessuno ammette di non essere a quel livello… E allora parlano di niente in una maniera complicatissima! Io sono stato fortunato a crescere nel teatro di Brecht perché lui era veramente molto concreto e metteva la semplicità come massimo valore… E questo atteggiamento nei confronti dell’erudizione Goethe più volte lo deride... C’era proprio una insofferenza da parte di Goethe come lo era da parte di Brecht di questi che ciarlano, ciarlano...
Gli chiedo come nascono certe immagini dei suoi spettacoli, che mi hanno parecchio emozionato.
CARLO: Tutto nasce da una considerazione: che cosa si vuol far sentire al pubblico? Quella è la base. Poi pensi anche ai mezzi che hai e guarda che avere pochi mezzi è uno stimolo alla ricerca della forma espressiva, perché quando ne hai tanti fai quello che fanno i teatri stabili, cioè paghi e prendi quello che vuoi. Ti serve una casa nel bosco e compri la casa nel bosco, ti serve la stanza nel castello ed eccoti la stanza! Quando non hai soldi sei costretto a riflettere e a cercare di rendere con mezzi minimi e allora spesso arrivi a dei risultati artistici. Poi ti devo dire che io, a volte, quando ho una scena che devo risolvere in un certo modo e non la trovo, tracchete, la sogno! È il subconscio che continua a lavorare, lavorare e la mattina, appena sveglio, io subito a scrivere! Così, allora, anche il sonno mi aiuta, e io sono uno che dorme molto… anche per questo!
IO: Apprezzo davvero l’idea di questo teatro “fatto in casa”…
CARLO: Io non son disposto a spendere venti, trenta euro per andare a teatro. E credo sia scandaloso imporlo agli altri! Strehler aveva ragione. Bisognerebbe pagare a teatro quanto si paga per il cinema! Cinque, sei euro a biglietto… Io poi questa la intendo come una lezione di teatro a giovani della zona, che sono interessati ad approfondire. È per loro. Non tanto per lo spettacolo e questo perché, sai, qui non c’è una buona scuola e queste son pur sempre opportunità.
IO: C’è gente che spende migliaia di euro in stage…
CARLO: Ah sì! Questi stage che ti durano magari un week end, però sono intensissimi! Tu che diventi esasperato, ti viene il mal di testa, e credi di aver capito tutto e non hai capito niente, e crei soltanto degli equivoci! Perché in un week end cosa vuoi fare? Io mi son sempre rifiutato di fare dei seminari brevi. Sempre lunghi! Col Kismet ho lavorato sugli esercizi, come insegnante, per due anni, e dopo è nato il primo spettacolo!
Poi torna a quello che gli preme.
CARLO: Vedi, quello che è pericoloso oggigiorno per un artista è la vanità. Tutti questi artisti che vogliono mostrare quanto sono fantasiosi, e vanno alla ricerca degli effetti speciali, trascurando quello che è essenziale… Perché si fa teatro? Questa è la mia domanda! Si fa teatro, a mio avviso, per dare il proprio contributo, di carattere soprattutto emotivo, al trattamento di una certa problematica. Ci deve essere una problematica, perché altrimenti il teatro è frivolo, serve solo per distrarre, ha poco valore. E poi io trovo così faticoso far teatro... È anche un piacere, certo, io mi diverto molto durante le prove, vivo nelle prove! Però è molto faticoso e non sprecherei mai le mie energie per fare delle cose stupide, mai! Perciò se sentirai dire che Formigoni è datato, beh è per questo, perché tutti si adeguano a questa moda degli effetti, delle luci… guarda, io il teatro lo farei sempre con una luce diurna… Io sono ancorato a dei valori a cui non voglio rinunciare.
IO: Beh ormai il discorso estetico ha sopraffatto quello politico. La gente è attenta soprattutto al bello, o almeno a quello che la maggioranza percepisce come bello: tutti sempre giovani, impeccabili, scattanti, sempre al massimo... C’è come una battaglia fra verità e bellezza…
CARLO: Beh, sai, la bellezza è verità. Guarda, io mi commuovo, intrido il fazzoletto di lacrime, quando vedo i film del neoralismo italiano… E com’erano avanzati! Prendi Miracolo a Milano di De Sica, ci son tutti gli stilemi che sono stati ripresi dal teatro d’avanguardia. È veramente magnifico! Oppure Europa ’51 di Rossellini… Quel film per me è importantissimo, mi ha dato la spinta per andarmene di casa… L’ho visto una sera a Venezia e zam!, son partito…
IO: Questo fatto è straordinario! Non mi pare che oggi capiti più, come invece succedeva una volta, che un ragazzo legga il libro giusto, o veda il film giusto, e questo gli cambi completamente la vita, spingendolo a darsi una nuova direzione. Ci sono troppo stimoli, forse. Vieni bombardato.
CARLO: È vero. Ho visto ultimamente Luci della ribalta di Chaplin, un bellissimo film sulla vecchiaia, e guarda, c’era la pubblicità che distruggeva tutto, tutto! Anche Goethe parla di questo... dell’eccesso di stimoli che inibisce l’azione. Ma c’è Mefisto che dice: “Smetti di riflettere!” Io son scappato di casa che ero ancora minorenne e sono andato a Londra… ho lavorato, ho fatto la scuola d’arte drammatica, e poi sono andato a Berlino e questo senza l’aiuto di nessuno! Tutto questo ha richiesto una grande forza, perché lavorare a Londra per tre anni e mezzo senza un solo giorno di vacanza, insomma, è dura… Ma ero felice lo stesso! E tutto quanto è cominciato da un film di Rossellini.
Settembre 2009















