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venerdì 1 novembre 2024

m'à crèsce l'ugghie

Cresciamo l’olio, mia madre mi racconta l’origine di questa espressione ricordando gli anni in cui mio nonno, detto Nanucce Cucuzzidde, aveva il frantoio e i contadini, in un’epoca in cui l’olio era un bene preziosissimo, dopo aver raccolto le olive a mano per giorni e giorni, a volte per mesi, le portavano a macinare e passavano la notte vigili accanto alle macine per vedere nascere l’olio, che la spremitura fosse fatta al meglio, e che il proprietario del frantoio non gli rubasse nemmeno una goccia del prodotto.

domenica 25 giugno 2023

lungimiranza

Vedi la lungimiranza dei proverbi popolari, sulla storia della Santanché di cui, dopo la morte di Silvio, vengono allo scoperto tutte le magagne, mi è tornata in mente adesso una cosa che mi diceva sempre mio nonno: Quando la neve si scioglie vengono fuori gli stronzi.

domenica 25 dicembre 2022

panettone

Quando al pranzo di Natale cerchi di evitare tutto ciò che è a base di carne e di frittura e ciò che resta sono l'insalata e il panettone... Come diceva mio nonno: Se ti piace il panettone ti piacerà anche il Natale.

sabato 23 aprile 2022

felicità

Stamattina, ripensando a quella frase infelice ma tutto sommato sensata di Orsini, che si può essere felici anche sotto dittatura, ho ricordato mio nonno cresciuto nel fascismo, e anche lui è stato un uomo felice. Mio nonno era un contadino del sud, quindi era fascista e realista (cioè credeva al re e al duce) e una volta che gli chiesi del duce mi disse che da soldato, prima di finire prigioniero in Grecia (dove andò da conquistatore e finì conquistato), lo aveva anche incontrato (“un bell’uomo!” me lo descrisse). Mio nonno era un contadino senza diritti, a tratti disprezzato da mio padre e mio zio perché lavorava come una bestia da soma dall’alba al tramonto, senza mai ribellarsi al padrone, e se alzava la voce era solo per prendersela con mia nonna. E quando è morto, dopo una vita di lavoro, aveva una pensione vergognosa, eppure mio nonno è stato un uomo felice, davvero, perché la vita nei campi gli piaceva e credeva in Dio e in una vita dopo la morte in cui rifarsi. Non solo, mio nonno viveva in un paese talmente felice che qui al referendum votarono monarchia, ma la base politica del nostro borgo resta tuttora fascista. E solo quei tre o quattro infelici, ovvero socialisti e antifascisti, non se la passavano bene. Era un paese talmente felice il nostro che persino Bianciardi quando venne a viverci per qualche mese ne restò disgustato. Perché la verità è questa, si è felici solo a patto di ingoiare le cose, se appena appena ti si fermano in gola allora sei già condannato all’infelicità. E la colpa è tutta tua che non le accetti. Quindi, ripensando a Orsini, a chi comunque gli dà ragione e si lamenta con lui, mi verrebbe da chiedere: Ma perché dite che Orsini ha ragione e poi fate l’opposto di ciò che dice? Perché vi lamentate? Non siete forse vivi? Non respirate l’aria intorno? Non ridete di tanto in tanto? Non avete quel minimo di libertà che vi basta a essere felici? Che altro volete? Non vi basta la convinzione che in fondo avete ragione ma sarà la storia a fare giustizia per voi? Non è meglio restare in silenzio a guardare e stare sereni? Pensate che poteva andarvi peggio, potevate nascere nel paese di mio nonno, che a malapena sapeva leggere e di quelli come me, che scrivono, diffidava.

mercoledì 19 gennaio 2022

la domanda

“È colpa dei no vax se gli ospedali stanno affondando?”. Ho visto che lo chiedevano ieri da Floris. E io ogni volta che sento questa domanda a cui si può rispondere semplicemente sì, perché è anche vero, sulla parola “affondare” ho sempre voglia di aggiungere il mio ricordo personale di quando dieci anni fa mio nonno ebbe una crisi e stava morendo e il medico ci disse che era meglio portarlo in ospedale. Erano gli anni in cui si cominciavano ad attuare i primi seri tagli alla sanità e si vedeva perché ci furono problemi con le ambulanze. Così, nel bisogno, caricammo mio nonno in auto e lì cominciò un’odissea di ore – me la ricordo ancora con ansia – in cui con mio padre e un suo amico girovagammo, con questo vecchio di 98 anni semisvenuto sul sedile, rimpallati fra tre ospedali, nessuno dei quali aveva posto per lui, stavano tutti scoppiando. In uno, me lo ricordo ancora, c’era un uomo che aveva avuto un incidente d’auto ed era parcheggiato in corridoio perché non c’erano letti liberi. Tre ospedali e nessuno aveva posto. “Ormai ha fatto il suo tempo” ci dissero in un altro, per sbarazzarsi dell’incomodo. Era il 2012, c’era Nichi Vendola alla Regione, mio nonno ci stava morendo in auto e in tre ospedali che girammo non c’era ancora un solo no vax su cui scaricare la colpa per i posti che mancavano. Quindi, quando mi chiedono: “è colpa dei no vax se gli ospedali affondano?” vorrei rispondere che se vogliano essere pratici e risolverla qui ed ora, “frisce i mange” (friggi e mangia) come si dice qui da noi, sì, è colpa loro, così una volta sgominati si tornerà tutti alla sospirata normalità. Se vogliamo pensare al fatto che già la normalità da cui veniamo era solo un’apparenza, che già prima andava male e che è i problemi che stiamo vivendo sono cominciati molto prima di oggi e non finiranno certo col ritorno a quella normalità, allora no, la colpa è di altri, di determinate scelte fatte male e rimaste impunite, basate su tagli studiati a tavolino e adottati per mere ragioni economiche, imposte colpevolmente a un paese la cui popolazione diventa di anno in anno più vecchia e indifesa.

lunedì 30 marzo 2020

ignoranza

Ogni sera sento tutti questi politici che gridano indignati che dare 600 euro a un cittadino per il bonus è un’elemosina, e ogni volta che li sento penso a mio nonno che era contadino e si è spaccato la schiena tutta la vita per un padrone che non gli segnava le giornate. Mio nonno di euro ne prendeva 500, ma mai nessuno che abbia detto: “poverino, tu prendi un’elemosina,” ma tutti sempre invece: “è la tua pensione questa, non sei contento che la prendi?” Mio nonno era ignorante e stava zitto, e così si prendeva quello sputo e andava avanti come poteva, senza accendere la luce o portando il cappotto in casa per risparmiare. Poveri pensionati da 500 euro al mese, penso, che sono abituati all’elemosina, ma ora si sentono anche sputare in faccia ogni sera.

domenica 16 febbraio 2020

l’impresa più difficile

Stamattina, a letto, mi è tornato in mente un litigio che ci fu alcuni anni fa fra mio nonno e un lontano parente venuto a trovarlo, in cui mio nonno rimproverava il parente di lavorare per un altro, in ufficio. E il parente, che invece era fiero del suo lavoro di prestigio, rimproverava mio nonno di aver vissuto tutta la vita nei campi, nella fatica e nella sporcizia, piegato sulla zappa sul suo pezzetto di terra senza futuro, e senza mai guardare oltre. Ma mio nonno, l’unica volta che ha guardato oltre era stata in guerra, da soldato, e non aveva più intenzione di tornarci là fuori. Soprattutto, diceva, quella terra era sua, proprio sua, se l’era comprata col lavoro. Per lui, ch’era stato sotto padrone da bracciante, l’unica libertà possibile era quella, avere il tuo pezzetto di terra, non prendere ordini da nessuno, anche vivendo di poco. Sia mio padre sia mio zio, in maniera diversa, hanno preso da lui, infatti mio padre andando da operaio in ferrovia ha sofferto per vent’anni come un cane alla catena, bestemmiando ogni singolo giorno di vita, e mio zio, che un impiego vero non l’ha mai cercato, ha sempre vissuto di espedenti in nome di quella libertà senza padroni. Mio nonno gli diceva che è il lavoro a farti libero. Però la sua pensione, una volta che la forza gli è finita, era un’infamia, una truffa, una miseria, indegna persino di un bracciante. Alla fine non gli restava più nulla, e quel poco di terra, poi, mio zio se l’è venduto. Però mio nonno era testardo e rimase sempre fissato sulle sue idee, anche davanti al parente che non aveva torto affatto quando gli chiedeva: Come si può vivere alla giornata, senza un piano? Ma persino mio fratello, che di piani ne fa tanti – e cerca di convincermi da anni a chiudere la casa editrice, prima di finire come nonno – non fa che saltellare da un posto all’altro incapace di fermarsi, con la differenza che lui si fa pagare anche l’aria che respira, per il solo fatto che il lavoro va pagato. Insomma, pensavo stamattina, questa cosa che mio padre e mio zio hanno imparato da mio nonno, e che mi ripetono con rabbia fin da quando ero bambino, che cioè per essere liberi si devono eliminare i padroni, ormai l’ho capito da tempo che è una gran bella frottola, ma come per tutte le frottole smettere di crederci è l’impresa più difficile.

mercoledì 30 ottobre 2019

raccolta delle olive 2019

Mi tornano alla mente le parole di mio nonno: Chi non ha cervello ha gambe.
Poi mi fissava e aggiungeva: A te il Signore ha dato delle buone gambe.

sabato 19 gennaio 2019

hi perv

E finalmente è arrivato anche a me (rigorosamente sulla mail editoriale, lì dove si annidano i pensieri perversi) l'avviso dell'anonimo hacker di turno che mi minaccia di condividere col mondo gli infamanti video rubati in cui mi masturbo mentre guardo film porno su Internet. Siccome so che sapete perfettamente che tutto ciò che dice è vero, non perdo tempo nemmeno a rispondergli. Se vi arriva un video da un anonimo spammer e siete così incauti da aprirlo, e parte un video di me che faccio smorfie strane verso la camera, ora sapete di che si tratta. Come diceva mio nonno: è tutta salute.

sabato 16 settembre 2017

quelli come te

Sarà la stanchezza ma mi è appena tornata in mente una cosa che mi ha detto una volta mio nonno. "Tanto quelli come te cascano sempre in piedi" mi ha detto. E io allora gli ho chiesto: "Quelli come me sarebbero gli artisti?" E lui mi ha risposto: "No, gli ottimisti."

domenica 5 marzo 2017

una favola antica

«Beati voi, disse il prete al contadino, che mangiate fave bianche. Io sono invece condannato a un pollastro al giorno». Ce la raccontava sempre a tavola mio nonno. Poi scoppiava a ridere, complice del prete.

domenica 10 luglio 2016

breve intervista a carlo formigoni

Siamo seduti nell’aia, poco prima del buio. Parliamo quasi senza guardarci, due voci sotto i fari. Formigoni mi dice: son vecchio, spero ormai di farcela a ridare al teatro quanto mi ha dato. Gli dico: hai dato tanto al teatro anche tu. Ma lui mi risponde: non basta, non basta mai, perché il teatro a me ha dato tutto. Tutto. E si guarda le punte delle mani fredde, manomesse, sconsolato. C’è solo da accettarlo, gli dico, quando il corpo cede al tempo, la lucida rassegnazione diventa un’arma. Sto provando coi rimedi naturali, aggiunge lui, come per svagarsi dal pensiero. Fai bene, gli dico, e gli racconto di uguali rimedi usati da mio nonno che è morto quasi a cento. Sentirlo lo rincuora, lui che ne ha venti di meno e progetti senza alcun termine. Mi dice che c’è ancora da lottare, per i teatranti, per i poeti. C’è da insistere, insistere e non fermarsi, recitare, ripetere, perché solo i testardi vincono le loro battaglie. Gli racconto ancora di mio nonno. Godeva di ogni attimo, anche vuoto, come se fosse il più prezioso. È vero, mi dice, anche io l’altro giorno son stato al mare, ed era così bello, così intenso, che il sole mi ha ferito il cuore, e mi son detto basta, è l’ultima volta che lo vedo. Lo preserva per sempre, adesso, nella sua perfezione. Mi congeda, dunque, con affetto. Dottor Lillo, ci siam detti tutto.

domenica 17 aprile 2016

gengive

Chissà che vedeva mio nonno nella lunga estate, quando da solo in giardino aguzzava lo sguardo verso l’albero o la strada vuota alla ricerca di vecchi compagni e di ricordi perduti per la demenza. Forse è così la vita a un giorno, tutto torna di soppiatto e vanamente cerchi di interpretare i segni della fine attraverso l’afa e il rimpianto. Mio nonno, seduto sotto il cedro, strizzava gli occhi perplesso e stringeva le mani dai grossi polsi sformati in preghiera. Fissava in basso, verso la terra, rimasticando e ripulendo per ore il seme duro del tempo fra le gengive indurite.

martedì 3 novembre 2015

l'aia

In principio gli uccelli volavano, ed erano creature di Dio. Volavano gli angeli, ed erano creature di Dio. Uomini e donne avevano lunghi arti e schiene lisce che Dio aveva creato così per una ragione. Cimentarsi col volo significava cimentarsi con Dio. Ne sarebbe nata una lunga battaglia, ricca di leggende istruttive.
Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013

Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».

lunedì 21 aprile 2014

la pasqua

Ho visto mio nonno
resuscitato nel mattino di Pasqua del 2014
e alto non più di un bambino
venirmi a trovare in sogno.
È entrato in casa timoroso
e io preso da altro ci ho messo un poco
a riconoscerlo e abbracciarlo.
Mio padre seduto fuori sul parapetto
guardava il vento e mio nonno
in mancanza di lui si è stretto a me
suo padre diretto in linea di sangue.
Mi ha detto di non riuscire a dormire
e per questo è scappato di là. Già in pigiama
si è messo a cercare inutilmente
le sue coperte di lana e il letto
poi si è steso nella cenere del caminetto
ancora calda, ma nulla
era buono abbastanza. Allora
ha preso coraggio e mi è venuto in braccio
il mio nonno bambino
ha poggiato la testa sul mio petto
e si è lasciato cullare a lungo
fino a russare lievemente e farsi così finalmente
la prima dormita della sua morte
da un anno a questa parte.

domenica 2 giugno 2013

testamento

Di te ci rimarranno le frasi consumate
(come fossimo dal rigattiere) le filastrocche da tenere a cuore
e non il tuo corpo collassato o il materasso impregnato di sangue
non tutti i tuoi buongiorno senza più voce
ma le parole sconclusionate le amate parole inventate
apposta per noi per darci risate:
“Daunbilata” “Toppola” “Perbacco Patate”
e il tuo motto di sempre “La vita è un voltavita”.

lunedì 13 maggio 2013

richiamo

Mi disse il falegname che il legno è uno strano animale che soffre di nostalgia, che vive meglio se c’è gente intorno e cede prima, invece, quand’è solo. Allora a me è venuto da pensare a mio nonno, che soffre anche lui di nostalgia, e una volta che stava male, ed era a letto nella sua camera in fondo al corridoio, fissava da sotto le coperte fuori dalla porta, alla ricerca di qualcuno per fargli compagnia, e ogni tanto emetteva uno strano richiamo d’uccello per attirarci in trappola.

sabato 17 novembre 2012

ritratto di mio nonno oggi



Con un progetto a tema su mio nonno sto partecipando a un concorso indetto dalla Leica. In palio c'è una macchina fotografica del valore di circa 5000 euro. Se volete potete votare. Il voto non è determinante, ma sempre ben accetto. Qui le mie foto.