Cresciamo l’olio, mia madre mi racconta l’origine di questa espressione ricordando gli anni in cui mio nonno, detto Nanucce Cucuzzidde, aveva il frantoio e i contadini, in un’epoca in cui l’olio era un bene preziosissimo, dopo aver raccolto le olive a mano per giorni e giorni, a volte per mesi, le portavano a macinare e passavano la notte vigili accanto alle macine per vedere nascere l’olio, che la spremitura fosse fatta al meglio, e che il proprietario del frantoio non gli rubasse nemmeno una goccia del prodotto.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 1 novembre 2024
domenica 25 giugno 2023
lungimiranza
Vedi la lungimiranza dei proverbi popolari, sulla storia della Santanché di cui, dopo la morte di Silvio, vengono allo scoperto tutte le magagne, mi è tornata in mente adesso una cosa che mi diceva sempre mio nonno: Quando la neve si scioglie vengono fuori gli stronzi.
domenica 25 dicembre 2022
panettone
Quando al pranzo di Natale cerchi di evitare tutto ciò che è a base di carne e di frittura e ciò che resta sono l'insalata e il panettone... Come diceva mio nonno: Se ti piace il panettone ti piacerà anche il Natale.
sabato 23 aprile 2022
felicità
Stamattina,
ripensando a quella frase infelice ma tutto sommato sensata di Orsini,
che si può essere felici anche sotto dittatura, ho ricordato mio nonno
cresciuto nel fascismo, e anche lui è stato un uomo felice. Mio nonno
era un contadino del sud, quindi era fascista e realista (cioè credeva
al re e al duce) e una volta che gli chiesi del duce mi disse che da
soldato, prima di finire prigioniero in Grecia (dove andò da
conquistatore e finì conquistato), lo aveva anche incontrato (“un
bell’uomo!” me lo descrisse). Mio nonno era un contadino senza diritti, a
tratti disprezzato da mio padre e mio zio perché lavorava come una
bestia da soma dall’alba al tramonto, senza mai ribellarsi al padrone, e
se alzava la voce era solo per prendersela con mia nonna. E quando è
morto, dopo una vita di lavoro, aveva una pensione vergognosa, eppure
mio nonno è stato un uomo felice, davvero, perché la vita nei campi gli
piaceva e credeva in Dio e in una vita dopo la morte in cui rifarsi. Non
solo, mio nonno viveva in un paese talmente felice che qui al
referendum votarono monarchia, ma la base politica del nostro borgo
resta tuttora fascista. E solo quei tre o quattro infelici, ovvero
socialisti e antifascisti, non se la passavano bene. Era un paese
talmente felice il nostro che persino Bianciardi quando venne a viverci
per qualche mese ne restò disgustato. Perché la verità è questa, si è
felici solo a patto di ingoiare le cose, se appena appena ti si fermano
in gola allora sei già condannato all’infelicità. E la colpa è tutta tua
che non le accetti. Quindi, ripensando a Orsini, a chi comunque gli dà
ragione e si lamenta con lui, mi verrebbe da chiedere: Ma perché dite
che Orsini ha ragione e poi fate l’opposto di ciò che dice? Perché vi
lamentate? Non siete forse vivi? Non respirate l’aria intorno? Non
ridete di tanto in tanto? Non avete quel minimo di libertà che vi basta a
essere felici? Che altro volete? Non vi basta la convinzione che in
fondo avete ragione ma sarà la storia a fare giustizia per voi? Non è
meglio restare in silenzio a guardare e stare sereni? Pensate che poteva
andarvi peggio, potevate nascere nel paese di mio nonno, che a malapena
sapeva leggere e di quelli come me, che scrivono, diffidava.
mercoledì 19 gennaio 2022
la domanda
“È colpa dei no vax se gli ospedali stanno affondando?”. Ho visto che lo chiedevano ieri da Floris. E io ogni volta che sento questa domanda a cui si può rispondere semplicemente sì, perché è anche vero, sulla parola “affondare” ho sempre voglia di aggiungere il mio ricordo personale di quando dieci anni fa mio nonno ebbe una crisi e stava morendo e il medico ci disse che era meglio portarlo in ospedale. Erano gli anni in cui si cominciavano ad attuare i primi seri tagli alla sanità e si vedeva perché ci furono problemi con le ambulanze. Così, nel bisogno, caricammo mio nonno in auto e lì cominciò un’odissea di ore – me la ricordo ancora con ansia – in cui con mio padre e un suo amico girovagammo, con questo vecchio di 98 anni semisvenuto sul sedile, rimpallati fra tre ospedali, nessuno dei quali aveva posto per lui, stavano tutti scoppiando. In uno, me lo ricordo ancora, c’era un uomo che aveva avuto un incidente d’auto ed era parcheggiato in corridoio perché non c’erano letti liberi. Tre ospedali e nessuno aveva posto. “Ormai ha fatto il suo tempo” ci dissero in un altro, per sbarazzarsi dell’incomodo. Era il 2012, c’era Nichi Vendola alla Regione, mio nonno ci stava morendo in auto e in tre ospedali che girammo non c’era ancora un solo no vax su cui scaricare la colpa per i posti che mancavano. Quindi, quando mi chiedono: “è colpa dei no vax se gli ospedali affondano?” vorrei rispondere che se vogliano essere pratici e risolverla qui ed ora, “frisce i mange” (friggi e mangia) come si dice qui da noi, sì, è colpa loro, così una volta sgominati si tornerà tutti alla sospirata normalità. Se vogliamo pensare al fatto che già la normalità da cui veniamo era solo un’apparenza, che già prima andava male e che è i problemi che stiamo vivendo sono cominciati molto prima di oggi e non finiranno certo col ritorno a quella normalità, allora no, la colpa è di altri, di determinate scelte fatte male e rimaste impunite, basate su tagli studiati a tavolino e adottati per mere ragioni economiche, imposte colpevolmente a un paese la cui popolazione diventa di anno in anno più vecchia e indifesa.
lunedì 30 marzo 2020
ignoranza
domenica 16 febbraio 2020
l’impresa più difficile
mercoledì 30 ottobre 2019
raccolta delle olive 2019
Poi mi fissava e aggiungeva: A te il Signore ha dato delle buone gambe.
sabato 19 gennaio 2019
hi perv
sabato 16 settembre 2017
quelli come te
domenica 5 marzo 2017
una favola antica
domenica 10 luglio 2016
breve intervista a carlo formigoni
domenica 17 aprile 2016
gengive
martedì 3 novembre 2015
l'aia
Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».
giovedì 24 luglio 2014
lunedì 21 aprile 2014
la pasqua
resuscitato nel mattino di Pasqua del 2014
e alto non più di un bambino
venirmi a trovare in sogno.
È entrato in casa timoroso
e io preso da altro ci ho messo un poco
a riconoscerlo e abbracciarlo.
Mio padre seduto fuori sul parapetto
guardava il vento e mio nonno
in mancanza di lui si è stretto a me
suo padre diretto in linea di sangue.
Mi ha detto di non riuscire a dormire
e per questo è scappato di là. Già in pigiama
si è messo a cercare inutilmente
le sue coperte di lana e il letto
poi si è steso nella cenere del caminetto
ancora calda, ma nulla
era buono abbastanza. Allora
ha preso coraggio e mi è venuto in braccio
il mio nonno bambino
ha poggiato la testa sul mio petto
e si è lasciato cullare a lungo
fino a russare lievemente e farsi così finalmente
la prima dormita della sua morte
da un anno a questa parte.
domenica 2 giugno 2013
testamento
(come fossimo dal rigattiere) le filastrocche da tenere a cuore
e non il tuo corpo collassato o il materasso impregnato di sangue
non tutti i tuoi buongiorno senza più voce
ma le parole sconclusionate le amate parole inventate
apposta per noi per darci risate:
“Daunbilata” “Toppola” “Perbacco Patate”
e il tuo motto di sempre “La vita è un voltavita”.


