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mercoledì 20 novembre 2019

only time will tell

In pieno 1979, completamente fuori di testa (al punto da decapitare un pollo sul palco e scatenare le reazioni violente persino del proprio gruppo) John Cale infila nei suoi concerti questa canzoncina che è l'equivalente dei vecchi pezzi cantati da Maureen Tucker coi Velvet Underground, quelli col fianco scoperto. Allo stesso modo, persino in tanta violenza, Only time will tell esprime un gran bisogno di pace, il desiderio quasi nostalgico di rimettere "tutte le parole al loro posto" e chiudere i conti con quanto è rimasto in sospeso, cosa che però sarebbe successa soltanto dieci anni dopo, col progetto Songs for Drella.

venerdì 13 settembre 2019

messaggio di ninnì aprile ai compaesani

Ieri sera, mentre giravo per Noci, ho rivisto dopo anni Ninnì Aprile. Si è dimagrito assai ed è invecchiato ma ha sempre quella faccia lunga e ossuta che sembra venuto fuori da un quadro del Greco. Gli faccio Ninnì come stai, ti ricordi di me? E lui, abbassando gli occhi e mentendo per gentilezza, certo che mi ricordo. Ti ricordi tutte le mangiate che ci siamo fatti? E lui – anche se non si ricorda più – perché adesso non ce la possiamo fare una mangiata? Mi racconta alcune cose di sé, poi mi prende la mano e mi affida questo messaggio ai Curdunnesi: Volevo venire alla festa quest'anno, ma il treno non funziona. Quando li vedi, per piacere, salutami tutti i compaesani e digli che li voglio bene a tutti, anzèche se pènzene ca mi scerrète! Ninnì non è cambiato proprio.

lunedì 17 settembre 2018

nella lingua del mio paese...

…Nan ce stè na paruòle pe díscere
chire cose ca t’à sunnéte
ca t’à kjangiute pe tott’a vite
i l’àkkje arriète a demmène jínt’u litte
a lésce poésie ca u sole è jalte
ma tu nan t’azéte – stè ddè a fessè a lúsce
ca sépe d’i mure allattète tanne i tanne.

Trad.:

Nella lingua del mio paese…

…Non c’è una parola per dire
quelle cose che ti sei sognato
che hai rimpianto per tutta la vita
e le ritrovi la mattina nel letto
a leggere poesie che il sole è alto
ma tu non ti sei alzato – stai là a fissare la luce
che ha il sapore dei muri allattati lì per lì.

mercoledì 1 agosto 2018

nostalgia

C’è un momento assai lirico nello spettacolo di Nick Nicola Difino, che da anni porta avanti un discorso tutto suo in difesa e conoscenza della cultura alimentare. Ieri era ospite al Farm Food di Alberobello e come sempre ha cominciato a parlarci di piante e di cibo, di politica alimentare, stavolta accompagnato da uno xilofono e da una piantina di basilico che, attraverso dei sensori collegati alle sue foglie, risuonava in risposta all’ambiente. Lassù nello spazio, ci dice Nick parlando di astronauti, il corpo di un uomo ha una insopprimibile necessità di ritrovare il contatto con la Terra. Ma l’unico contatto possibile per colmare questa sorta di nostalgia cosmica è quello col cibo. Per un astronauta, il cibo è come il filo di Arianna, le briciole di Pollicino: la traccia di un percorso che, di fronte alla vastità dell’universo e a tutte le domande e le incertezze che una simile sconfinatezza ci pone innanzi, serve a ritrovare la strada di casa, un punto d’equilibrio ancorato ad un sapore, al ricordo di qualcosa che si è lasciato indietro.

mercoledì 27 giugno 2018

salvarci dall'oscurità

Hope of deliverance. Canzone dei miei 16 anni. We live in hope of deliverance from the darkness that surrounds us. Viviamo nella speranza di salvarci dall'oscurità che ci assedia. Rendermi conto di come non sia cambiato assolutamente nulla da allora, stasera mi fa sentire un pochino più giovane. 

domenica 26 febbraio 2017

l'ultimo ciack

Ieri ho scoperto che l'ultimo libro pubblicato in vita da Tonino Guerra (escludendo le due brutte antologie realizzate da Bompiani) è un diario di viaggio in Russia, una sorta di controsceneggiatura colma di appunti con lo stesso titolo di Tempo di viaggio, documentario realizzato insieme a Andrej Tarkovskij nel 1983, quando i due esplorarono l'Italia alla ricerca di scenari adatti a girarvi Nostalghia. Fino all’altro giorno credevo fosse Arrivano le donne, omaggio alle donne delle sua vita attraverso una serie di brevi affettuosi ritratti. Invece scopro adesso questa esigenza di pubblicare per ultimo un diario di viaggio in risposta al viaggio di trent’anni fa di due amici, due stranieri alla ricerca di una lingua comune, alla ricerca di un paesaggio ideale per ambientarvi la storia della morte di un poeta, e la trovo una scelta assai più malinconica ma giusta. Come se quel viaggio non fosse finito, e il regista russo lo aspettasse per dare il ciack all’ultima scena mai realizzata.


martedì 15 dicembre 2015

il fazzoletto

Ho fatto un sogno. Era il sogno mai sognato di una lunga partita a carte che si riavvolgeva su se stesso per parlarmi e lamentarsi del fatto che noioso com’era non sarebbe mai mancato a nessuno. Gli ho detto che se voleva poteva mancare a me, ché mi mancano già così tante persone che una in più non mi faceva troppo male. Allora il sogno mi ha detto grazie con il sorriso commosso di chi non è abituato alla gentilezza e sta per mettersi a piangere, così per dissimulare la cosa mi ha passato il suo fazzoletto e abbiamo cominciato a piangere in due. Era un sogno dalla lacrima facile. Ma mi dispiaceva che persino lui provasse nostalgia degli altri.

giovedì 10 settembre 2015

nostaglia canaglia (1): the x portfolio

Il cammino artistico di Robert Mapplethorpe (1946-1989) è simile, sotto il profilo tecnico, a quello di molti altri giovani artisti di talento. Comincia a fare foto in maniera “naturale”, per strada, negli angoli di casa, senza quasi preoccuparsi della tecnica, attraverso l’uso di una polaroid che lo costringe a essere di continuo dentro la scena, coinvolto nella stessa e senza troppo preoccuparsi dei limiti formali che possono presentarsi. Poi passa a un assoluto controllo registico della scena, esterno alla stessa, attraverso un uso sapiente delle luci e di fondali scuri che amplificano la nudità dei soggetti, favorendo i drammatici chiaroscuri che ormai consideriamo intrinsecamente connessi al suo linguaggio.
Questo cambiamento si registrò esattamente quarant’anni fa, nel 1975, quando lo stesso Mapplethorpe passò dalla polaroid all’uso di una Hasselblad, che permettendogli una più ampia gamma di possibilità lo incentivò a modificare il proprio stile per poi passare a una nuova definizione dei suoi soggetti. Non più l’ambiente artistico bohemien dei suoi inizi ma tanti ritratti su commissione e poi i purissimi nudi d’impronta erotica e omosessuale, sulla scorta del suo nuovo interesse per il Neoclassicismo con la sua forte commistione di sensualità ed eleganza. Robert Mapplethorpe divenne in breve uno dei maggiori fotografi di studio della sua epoca.
Fra questi due momenti si inserisce il cosiddetto Portfolio X, che come tutti i lavori di transizione mischia in maniera avvincente il desiderio di sperimentazione figurativa a soluzioni spesso trasgressive sul piano narrativo, talvolta al limite del buongusto, che ancora lo vedono dentro la scena, coinvolto dalla stessa in prima persona. Sono lavori molto spregiudicati, estremi da qualsiasi punto di vista li si giudichi, e all’insegna della più assoluta libertà di linguaggio.


Ancora oggi a rivederla la serie del Portofolio X ha un effetto urticante, anche se ineccepibile sul piano tecnico. La serie è composta da fotografie sadomaso pregne di una vena dichiaratamente pornografica/esibizionistica che solo in parte viene stemperata dall’ironia del suo autore: ironia per nulla sottile ma anzi piuttosto cruda, violenta, esibita, per avere il massimo effetto sullo spettatore. Esempio massimo è l’autoritratto in cui lo stesso Mapplethorpe si infila nell’ano il manico di una frusta.
Esposta nel 1978, la serie scatena un certo disagio persino nell’ambiente artistico più liberale, non tanto per la violenza delle immagini quanto per il ricercato e compiaciuto esibizionismo. Ci si chiede: ma è arte o pornografia questa? Se non è pornografia, quale differenza passa fra le due? E se è arte, è giusto mostrarla così liberamente al pubblico? Ed è giusto sovvenzionare, attraverso fondi pubblici, operazioni artistiche o mostre di dubbio buon gusto come questa, che sembrano più un incitamento a pratiche sessuali deviate?
Il Portfolio X con la sua dichiarata ambiguità creò uno spartiacque non solo nella produzione di Mapplethorpe, che poi continuò la sua ricerca con la serie dei Nudi maschili di uomini neri, ma in tutto l’ambiente artistico con ripercussioni nella nostra percezione del sesso esibito che si spingono fino a oggi e restano, ad oggi, irrisolte.  

domenica 7 settembre 2014

radici / nostalgia

Lumache, patelle, cazzodde e cazzanudi. Gli immancabili ragni. I gusci vuoti. Rivoltiamo la terra in giardino: pietre e ancora pietre, vecchia cenere, buona poi per concimare i finocchi. Troppe radici. Le radici non muoiono mai, dice mio padre che la sa lunga. Basta un pezzetto di radice in una terra umida e subito dilaga, prende spazio, mette nuove radici intorno. I bulbi, invece, se ne stanno nascosti nella cenere fino a fossilizzarsi, e consumarsi nel cuore ormai cariato, mentre aspettano di risalire alla luce ed esplodere in germogli, se viene primavera. Strappo radici senza sosta, per fare pulizia in giardino, ma so che perdo già in partenza, che le radici non le puoi eliminare. Per darmi ragione, ripenso a Tonino Guerra, che l’aveva intuito molto prima di me. Ripenso a lui e a Tarkovskij in giro per l’Italia, alla ricerca delle corrispondenze che stimolassero la loro nostalgia. Ripenso a lui che riscrive, nel suo ultimo libro, un suo libro più vecchio di vent’anni, e lo fa uguale al primo: diario di un suo viaggio in Russia e di una nostalgia più grande ancora, infinita. Forse, mi dico, perché i libri vanno riletti almeno due volte, ed anche, per essere meglio capiti, almeno due volte riscritti.

sabato 6 settembre 2014

nostalghia

 
Viaggio, solitudine e immaginazione legano il poeta anche ad Andrej Tarkovskij, conosciuto casualmente «perché avevamo le case vicine a Mosca», dice Tonino [Guerra], e con cui si parlava spesso di libertà e dell’ipotesi di girare film fuori dalla Russia. Poi Tonino, Andrej e Lora fanno un viaggio in Italia, durante il quale s’è accesa in Andrej una grande nostalgia per la Russia, alla ricerca di un luogo dove girare Nostalghia. Il viaggio per l’Italia è lungo, molti i luoghi visitati, tra cui Trani, Locorotondo, Amalfi e la salentina Otranto; uno tra questi, documentato nell’inedito «Tempo di viaggio» che accompagna il film, è anche il Salento, Lecce in particolare; in una scena compaiono regista e sceneggiatore che giungono in una Mercedes e scendono vicino a Santa Croce. Ma Lecce è scartata da Tarkovskij, il quale, mentre il carrello propone immagini della barocca facciata di Santa Croce, afferma: «Mi pare che questa città sia troppo bella per il nostro film». 
[...] Il luogo scelto per l’ambientazione di Nostalghia è stato poi il «Bagno Vignoni», in Toscana, la piscina-bagno esalante fumi segnalata da Fellini, sito lugubre molto omogeneo alla fabula del film.

(Walter Vergallo, frammento tratto da QUI)

domenica 24 agosto 2014

la notte



Non riesco a dormire. C'è una donna che mi sta di traverso alle palpebre. Vorrei mandarla via, ma non posso. Ho una donna qui nella gola. 

(Eduardo Galeano, da Il libro degli abbracci)

lunedì 13 maggio 2013

richiamo

Mi disse il falegname che il legno è uno strano animale che soffre di nostalgia, che vive meglio se c’è gente intorno e cede prima, invece, quand’è solo. Allora a me è venuto da pensare a mio nonno, che soffre anche lui di nostalgia, e una volta che stava male, ed era a letto nella sua camera in fondo al corridoio, fissava da sotto le coperte fuori dalla porta, alla ricerca di qualcuno per fargli compagnia, e ogni tanto emetteva uno strano richiamo d’uccello per attirarci in trappola.