Mädchen in Uniform (Ragazze in uniforme) di Leontine Sagan è un film del 1931 passato alla storia soprattutto per questa scena, il primo bacio lesbico cinematografico. Bacio e amore lesbico censuratissimi, tanto nella Germania nazista che di lì a poco avrebbe costretto alla fuga la regista, che nei puritani Stati Uniti che chiesero di modificare il finale facendo in modo che la protagonista morisse, espiando in questo modo il proprio peccato. Anche per questo il film è diventato nel tempo un piccolo cult. La storia è ambientata in un rigido collegio femminile ed è recitato esclusivamente da donne. Ancora più della trama amorosa, quello che conta è il senso di ribellione e cameratismo sviluppato da queste giovani ragazze per sopravvivere alla solitudine di un’educazione anaffettiva e di una disciplina tesa all’emarginazione di ogni sentimento in un periodo della vita dove a prevalere sono il senso dell’amicizia e la scoperta disarmante dell’eros. Sarà proprio la ribellione di una delle studentesse, Manuela, che sfida la direttrice del collegio ubriacandosi e dichiarando apertamente di essere innamorata di una delle insegnanti e determinare il punto di rottura da cui scaturisce la denuncia che per le brave ragazze tedesche non basta “leggere i classici” per essere felici. In tal senso il film si pone in una serie ben precisa che comincia con Diario di una donna perduta di G.W. Pabst, del 1929, ambientano in un riformatorio femminile, e prosegue con Zero in condotta di Jean Vigo del 1933, quest’ultimo con un taglio più anarchico, mentre il primo è più realistico e “oggettivo”. E ancora, per certi versi anticipa alcune tematiche di L’attimo fuggente di Peter Weir, del 1989, segno che con il tema dell’educazione repressiva stiamo ancora facendo i conti.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 23 luglio 2024
venerdì 25 novembre 2022
umiliati e no
Ieri, non so come hanno fatto, in Russia, dove si fanno le cose in grande, sono stati capaci da una parte di bombardare Cherson, in Ucraina, uccidendo 4 persone e ferendone 10 perché l’Ucraina “non vuole la pace”, che detta così mi ricorda sempre quella scritta nei negozi “per colpa di qualcuno [Zelensky] non si fa credito a nessuno” e dall’altra di emettere una nuova legge interna, che puzza di estremismo religioso, che amplifica il campo punitivo contro la comunità LGBT vietando di fatto la “promozione di relazione sessuali non tradizionali” in qualsiasi ambito, dall’arte alla letteratura fino all’informazione, a internet e alla pubblicità, perché se non se ne parla l’omosessualità non esiste – ma se anche esistesse e decidessi di eliminare un problema di cui non si può parlare, allora non esisterebbe nemmeno un’opinione pubblica, né una punizione adeguata per chi lo elimina. Nessuna umiliazione, insomma, per usare una infelice espressione nata sempre ieri. Nello stesso giorno, dall’altra parte del mondo, Twitter ha ridato la parola a Donald Trump che rimane uno degli stronzi più pericolosi del pianeta, e intanto che il nostro ministro dell’istruzione rimarcava l’importanza di suddetta umiliazione nella scuola, in Iran un popolo umiliato dal potere dell’estremismo religioso fa la rivoluzione e fra le vittime (416 in tutto) si contano ben 51 minorenni. Non abbastanza umiliati.
lunedì 25 ottobre 2021
minoranze
Negli ultimi giorni ho visto due film che mi hanno colpito per delle scene particolari. In uno, Pride, commedia del 2014 di Matthew Warchus tratta da una storia vera, un gruppo di gay londinesi organizza una colletta per aiutare i minatori in sciopero contro il Governo della Thatcher nella più importante protesta sindacale del XX secolo, ma i minatori rifiutano l’aiuto dei gay perché la vergogna di farsi aiutare dai diversi è più forte del loro bisogno. E ancora in Salvate la tigre, film drammatico del 1973 di John G. Avildsen, il protagonista Jack Lemmon cerca di intervenire nel litigio di due sarti dove il più anziano dei due, un ebreo sfuggito ai campi di concentramento, si rifiuta categoricamente di lavorare con l’altro perché è una “checca” e per quanto sia stato vittima della cattiveria degli uomini la sua avversione per la diversità dell’altro è più forte della propria esperienza. Guardandoli ho pensato che delle volte il nostro disprezzo per quelli che non sono come noi ci impedisce di vedere che siamo tutti una minoranza per qualcuno, incapaci fra l’altro di parlarci e di considerare un quadro più grande che potrebbe darci una visione diversa delle cose.
sabato 18 gennaio 2020
giallo n.2
mercoledì 10 maggio 2017
il libertino
domenica 31 gennaio 2016
il meno peggio
E comunque, diciamoci la verità, se dopo che tutte le ricerche scientifiche del mondo hanno dimostrato che fumare fa venire il cancro, trovo sia molto più cretino chi non scende in piazza per togliere ai fumatori il diritto di rovinarsi la salute.
giovedì 10 settembre 2015
nostaglia canaglia (1): the x portfolio
Il cammino artistico di Robert Mapplethorpe (1946-1989) è simile, sotto il profilo tecnico, a quello di molti altri giovani artisti di talento. Comincia a fare foto in maniera “naturale”, per strada, negli angoli di casa, senza quasi preoccuparsi della tecnica, attraverso l’uso di una polaroid che lo costringe a essere di continuo dentro la scena, coinvolto nella stessa e senza troppo preoccuparsi dei limiti formali che possono presentarsi. Poi passa a un assoluto controllo registico della scena, esterno alla stessa, attraverso un uso sapiente delle luci e di fondali scuri che amplificano la nudità dei soggetti, favorendo i drammatici chiaroscuri che ormai consideriamo intrinsecamente connessi al suo linguaggio. Fra questi due momenti si inserisce il cosiddetto Portfolio X, che come tutti i lavori di transizione mischia in maniera avvincente il desiderio di sperimentazione figurativa a soluzioni spesso trasgressive sul piano narrativo, talvolta al limite del buongusto, che ancora lo vedono dentro la scena, coinvolto dalla stessa in prima persona. Sono lavori molto spregiudicati, estremi da qualsiasi punto di vista li si giudichi, e all’insegna della più assoluta libertà di linguaggio.
Ancora oggi a rivederla la serie del Portofolio X ha un effetto urticante, anche se ineccepibile sul piano tecnico. La serie è composta da fotografie sadomaso pregne di una vena dichiaratamente pornografica/esibizionistica che solo in parte viene stemperata dall’ironia del suo autore: ironia per nulla sottile ma anzi piuttosto cruda, violenta, esibita, per avere il massimo effetto sullo spettatore. Esempio massimo è l’autoritratto in cui lo stesso Mapplethorpe si infila nell’ano il manico di una frusta.
Esposta nel 1978, la serie scatena un certo disagio persino nell’ambiente artistico più liberale, non tanto per la violenza delle immagini quanto per il ricercato e compiaciuto esibizionismo. Ci si chiede: ma è arte o pornografia questa? Se non è pornografia, quale differenza passa fra le due? E se è arte, è giusto mostrarla così liberamente al pubblico? Ed è giusto sovvenzionare, attraverso fondi pubblici, operazioni artistiche o mostre di dubbio buon gusto come questa, che sembrano più un incitamento a pratiche sessuali deviate?
venerdì 5 giugno 2015
qualcosa in comune
domenica 21 settembre 2014
cose davvero imbarazzanti
sabato 17 maggio 2014
proposta
sabato 28 settembre 2013
dov’è il nemico
giovedì 11 luglio 2013
passeggiata con roma
sul Tevere verdastro
come vecchie panchine, barconi
baracche a mollo del dopolavoro ferroviario
senza direzione né peso sotto i ponti assetati d’amore
che se ne va dal gelataio, prende un cono alla fica
addolcisce il cuore la speranza
mentre fuori si preannuncia il nubifragio.
Roma, ce ne stiamo al riparo fra le tombe degli Inglesi
colle gattare in calore, gatti noi avvelenati di silenzio
insicuri e stanchi senza più fava o fontanelle
senza notturni che ci riportino a casa
a nasconderci in bagno per sedurci
ma tanto non ci sono paletti, solo convinzioni
non ci sono più ombrelli, ma sete.
Roma, ce ne stiamo così scuri nei visi sui tram del rientro
senz’avere risposte che valgano una storia
senza passione né sorrisi, divisi
all’ombra del fascio e nell’abbraccio del papa
direzione Casilina, spartendoci che resta coi solitari e gli immigrati
sui trampoli, coi suicidi che ci premono addosso.
Roma, rimandiamo un passaggio a Ostia
e passiamo per Parco Traiano
dove uomini e cornacchie indistinguibili
senza fare più chiasso se ne stanno
attorno a una pozza di sangue che si bevono i pini.
Roma, ce ne stiamo lontani dagli aperitivi
studenteschi, già abusati e corrotti
via dai Fori Imperiali, da troppe natiche strette
con disagio a Pasolini, Penna, Palazzeschi,
ce ne andiamo a cercare un amore fiorito in un verso
lasciato per caso cadere a Porta Maggiore.
Roma, siamo innocenti e sgraziati, desolati
a consumare couscous che ci consumi lento
ce ne stiamo al sole al lago Albano
verso l’attimo diretti in cui saremo stretti
l’una all’altro, intrappolati
quando ancora mi dirai come una volta: mi hai giocata di nuovo ed io
mi preoccupavo solo per l’acqua.
martedì 12 marzo 2013
mieli di marzo
Linko qui, a trent'anni dalla sua scomparsa, un ricordo di Mario Mieli scritto dal suo amico Franco Buffoni, poeta. Mieli, fra i fondatori del movimento gay italiano, è stato uno dei più incredibili ed eversivi personaggi degli anni '70, quando la parola "eversione" (rivoltare, mettere sottosopra) aveva ancora un senso, una sua violenza rigenerante, quando si faceva eversione per cambiare il mondo e non semplicemente per intorbidare le acque. Certe sue affermazioni hanno ancora oggi un carattere realmente polemico, creativo, ancora più oggi forse, con il ritorno in auge di una Chiesa e di uno Stato tutti chiusi in se stessi e contro l'accettazione di determinate identità, anche al loro interno. Qualcuna di queste affermazioni la trovate su Wikiquote, senza sforzarvi troppo, e credo valga la pena di leggerle: troverete che a volte sono eccessive, forti, indigeste, proprio com'era lui, che usava il suo stesso corpo, la sua sola presenza "disturbante" come un'arma.
In particolare, le mie preferite, sono quelle relative alla sua battaglia contro l'educastrazione, contro l'educazione uniformante e "castrante" dei bambini che vengono spinti a vivere una sessualità normativa, e a considerare squalificante qualsiasi altra pulsione ritenuta offensiva dalla Società perbenista.
In realtà, si scoprirà poi, quella battaglia nasceva da radici profonde, da contrasti interni alla sua stessa casa, dal complicato rapporto col padre. Eppure, proprio per il sentimento alla base di tale rivolta, un sentimento che ha più a che fare col cuore che con l'ideologia, ci pare che questa sua lotta non abbia perso nel tempo un solo briciolo della sua dignità. Anzi, la profonda aspirazione a vivere da persone libere in un mondo libero né fa ancora oggi, e sempre, un messaggio valido, necessario.
domenica 22 gennaio 2012
pensavo a walt whitman
A UNO SCONOSCIUTO
Sconosciuto che passi, non sai con che desiderio ti guardi
devi essere tu colui che cercavo, o colei (mi arriva come in un sogno)
perché ho in qualche luogo sicuramente vissuto una vita di gioia con te
tutto ritorna, mentre veloci passiamo l’un l’altro vicini, fluido affettuoso casto maturo.
Sei cresciuto con me, eri ragazzo o ragazza con me
ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più solo tuo né ha lasciato il mio solo mio
mi dai il piacere dei tuoi occhi, viso, carne mentre passiamo vicini e prendi in cambio la mia barba, petto, mani
non devo parlarti, devo pensare a te mentre siedo da solo o solo mi sveglio di notte
devo aspettare, non ho dubbi che ti incontrerò ancora
devo vedere, come non perderti più.
giovedì 17 giugno 2010
due poesie d'amore di federico garcìa lorca
Sonetto del dolce lamentoHo paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.
Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.
Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio
non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.
Gazzella dell’amore imprevistoNessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.
Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre
sempre, sempre: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.
giovedì 13 maggio 2010
due poesie d'amore e di strada di pasolini
Quelle che pubblico qui le ho lette ieri notte: mi ricordavo vagamente la prima e sono andato a cercarla, e trovando quella ho ritrovato anche la seconda, meno nota. Devo dire che entrambe mi hanno affascinato più di quanto non credessi: era tanto che non leggevo Pasolini e ritrovarlo così, ancora fresco, diretto, durissimo a volte, fa bene al cuore.
La cosa straordinaria a leggerle una dietro l’altra sta nel fatto che sono state scritte a pochissimi anni di distanza e sono, pur nell’affinità del tema (incontro notturno in auto con ragazzo), diametralmente opposte come stile e, soprattutto, come sentimento.
Entrambe scaturiscono dall’insaziabile bisogno d’amore di Pasolini. La prima, datata 2 settembre 1969, è una lunga e felice poesia in verso libero dedicata a Ninetto Davoli, una vera e propria dichiarazione. La seconda invece, scaturita in seguito alla rottura con Ninetto, è in forma di sonetto e preannuncia la ricerca randagia di piacere che segnerà i suoi ultimi anni di vita. A quel punto Pasolini ha già rinunciato all’idea di una felicità di coppia (peraltro impossibile all’epoca in cui scriveva, se non clandestinamente) e si accontenta di fugaci incontri a pagamento.
Ohi, Ninarieddo, ti ricordi di quel sogno...
di cui abbiamo parlato tante volte...
Io ero in macchina, e partivo solo, col sedile
vuoto accanto a me, e tu mi correvi dietro;
all’altezza dello sportello ancora semiaperto,
correndo ansioso e ostinato, mi gridavi
con un po’ di pianto infantile nella voce:
«A Pa’, mi porti con te? Me lo paghi il viaggio?».
Era il viaggio della vita: e solo in sogno
hai dunque osato scoprirti e chiedermi qualcosa.
Tu sai benissimo che quel sogno fa parte della realtà;
e non è un Ninetto sognato quello che ha detto quelle parole.
Tanto è vero che quando ne parliamo arrossisci.
Ieri sera, a Arezzo, nel silenzio della notte,
mentre il piantone rinchiudeva con la catena il cancello
alle tue spalle, e tu stavi per sparire,
col tuo sorriso, fulmineo e buffo, mi hai detto... «Grazie!».
«Grazie», Ninè? È la prima volta che me lo dici.
E infatti te ne accorgi, e ti correggi, senza perdere la faccia
(cosa in cui sei maestro) scherzando:
«Grazie per il passaggio». Il viaggio che tu volevi
ch’io ti pagassi era, ripeto, il viaggio della vita:
è in quel sogno di tre quattro anni fa che ho deciso
ciò a cui il mio equivoco amore per la libertà era contrario.
Se ora mi ringrazi per il passaggio... Dio mio,
mentre tu sei in gattabuia, prendo con paura
l’aereo per un luogo lontano. Della nostra vita sono insaziabile,
perché una cosa unica al mondo non può essere mai esaurita.
Erano quasi le due di notte – il vento
scorreva per Piazza dei Cinquecento
come in una chiesa – non c'era nemmeno immondizia,
unica vita in quell'ora – giravano
nei giardinetti gli ultimi due o tre ragazzi,
né romani né burini, in cerca
delle mille lire, ma come senza cazzi –
io parlavo in macchina con uno di loro –
un fascista, poverino, e mi affannavo
a toccargli il cuore disperato.
Tu sei giunto con la tua macchina
e hai suonato; ti era al fianco un orribile
giovane individuo; della roba rubata
pendeva dal finestrino; da dove venivi e dove andavi?
In questi ultimi sonetti dell’amore oscuro, così pieni di correzioni a penna da essere quasi illeggibili a volte, l’aria si fa sordida, asfissiante, di uno squallore senza pari. Il poeta ne è conscio e sembra quasi osservarsi con masochistica voluttà, come se godesse a farsi del male. Si sarà detto forse, come prima o poi ci siamo detti tutti alla fine di una storia importante, che ormai la felicità è andata, e tanto vale scendere gli ultimi gradini del dolore fino all’annientamento, perché l’unica cosa che conta è non pensare proprio al dolore. Annullare (invano) il pensiero. Come scrisse Pavese, altro grande maledetto del XX secolo italiano: “Scenderemo nel gorgo muti.”
mercoledì 24 marzo 2010
lou reed e l'amore - rachel
La maggior parte delle canzoni dell’album sono sentite dichiarazioni d’amore a una persona, Rachel appunto ma anche, più sottilmente, a un mondo, quello della fauna da bar dei bassifondi da lui molto frequentati in quegli anni, come si avverte soprattutto in pezzi come Kicks o Charley’s girl. A parte ciò la canzone più importante dell’album rimane la title track, un pezzo doo-wop recuperato dall’adolescenza di Reed e completamente riscritto per l’occasione, in cui Lou rivede tutta la propria vita alla luce di quell’incontro fondamentale. Coney Island baby è lenta e avvolgente, meravigliosamente romantica, e se quando uscì venne in parte paraculata per i suoi riferimenti omosessuali, in breve si impose come un inno alla “gloria dell’amore” e non solo per il movimento gay di New York.
L’amore di Lou e Rachel durò tre anni, né si conoscono i motivi della rottura. Si potrebbe dire che le storie nascono e muoiono di continuo. Se non fosse che quando si parla di un artista c’è sempre il rischio che queste storie vengano poi sublimate nella sua opera. Così successe anche per la fine del loro rapporto. All’inizio furono pochi pezzi, sempre nello stile “classic rock” di Coney Island baby, cose come Wait o Slip away, che poi divenne la terza parte della suite di Street Hassle, del 1978, in cui Reed lamentava la perdita della persona amata. Fu il suo produttore Clive Davis a suggerirgli, ascoltando i due minuti di Slip away di allungare il pezzo perché aveva delle potenzialità. A quello che ne sappiamo noi dalle cronache, Reed gli rispose piccato qualcosa come: “Ma che cazzo ne capisci tu di musica, pezzo d’idiota ignorante, ecc…” poi andò a casa, si mise alla macchina da scrivere e allungò il pezzo, trasformandolo in una suite per archi e chitarra elettrica e trasportando il sentimento di confusione e rabbia per la fine del suo grande amore in un oscuro racconto di strada alla Raymond Chandler. Il racconto è diviso in tre parti. Nella prima viene riscritto in maniera piuttosto sensuale il loro primo incontro nel bar con una modifica significativa: nella storia raccontata da Reed adesso è lei che adesca lui. Nella seconda parte interviene un terzo personaggio (sempre interpretato vocalmente da Lou): l’affittacamere di un albergo a ore che, dopo quella che viene descritta come una morte per overdose, quella di lei, consiglia al ragazzo protagonista del racconto di sbarazzarsi del corpo trasportandolo verso la strada e lasciandolo lì, in modo che qualcuno lo investa e sembri solo un altro “incidente stradale” (Street Hassle appunto). In questa parte della suite il cinismo di Reed arriva a punte altissime quando l’affittacamere, cercando di consolarlo, definisce qualsiasi rapporto d’affetto come una malasorte: “bad luck”.
A questo punto, dopo un assolo di chitarra, interviene il coro, come nelle tragedie greche. Questo coro è interpretato da Bruce Springsteen. Il nuovo cantore delle strade d’America stava registrando nello stesso studio di Lou Reed, al piano di sotto, e venne intercettato da questi apposta per recitare poche semplici strofe, che sottolineassero la verità della canzone e l’amarezza della vita e come in fondo “la vita sia piena di canzoni tristi”. A questo coro si attaccano finalmente i due minuti composti in origine, a caldo, da Lou. Sono i più sentiti del pezzo, quelli cantati col cuore in mano e con la voce che trema di dolore e pianto. Come abbiamo già detto altrove, raramente Reed è così diretto nell’esprimere i suoi più intimi sentimenti. “L’amore se n’è andato, portando via i miei anelli dalle dita” canta Lou ed è come se dicesse: “portandosi via tutte le promesse che mi ha fatto”. È commovente. Mai più Reed si aprirà così tanto (emotivamente parlando) in una canzone. E proprio per questo, e per l’altissima qualità musicale e narrativa del pezzo, per molti Street Hassle rimane il suo capolavoro assoluto come artista, se non proprio come autore di canzoni.
L’amore se n’è andato
portando via i miei anelli dalle dita
e non c’è altro che mi sia rimasto da dire
ma oh quanto, oh quanto ne ho bisogno
ritorna amore, ho bisogno di te amore
oh per favore non fuggire via
ho bisogno di te così tanto da star male
per favore non fuggire via
Negli anni ’80 poi, quando Reed si fu del tutto disintossicato e cercò di indirizzare la propria poetica verso nuove forme di intimità domestica, in parte rinnegò questo amore, di sicuro non ne parlò mai più senza una certa difficoltà. Certo è possibile che tutto questo fosse più il risultato della negazione di una grande sofferenza che non di un passato “imbarazzante”. Fatto sta che in Heavenly arms, bellissimo pezzo del 1982, scritto per la nuova compagna Sylvia Morales, a un certo punto canta: “solo una donna può amare un uomo” che superficialmente può sembrare un riempitivo, se non fosse che qui si parla di Lou Reed, uno dei più grandi scrittori rock, e quindi è facile pensare che non sia un verso casuale: sembra più una dichiarazione di intenti. Ed è anche vero che spesso, in seguito, nelle interpretazioni live della suite l’ultima parte scomparirà del tutto e la canzone si fermerà sempre a quell’oscuro “bad luck”. Di Rachel, così come per la terza parte della suite, dopo la storia con Lou non si seppe più nulla. Di lei ci restano soltanto, come prove della sua esistenza, alcune foto con Lou di cui una si intravede sulla copertina di un disco (quello in alto, sotto il titolo) e il suo nome pronunciato alla fine di Coney Island baby. Nient’altro. Qualcuno racconta che sia morta di AIDS nei primi anni ’90. E qualcuno sostiene che fra le tracce di Magic & Loss, del 1992, il disco più bello e maturo di Reed, quello dedicato alla morte degli amici e a come affrontare il senso di perdita che ne viene, almeno una traccia sia dedicata a lei. Ma su questo Lou non si è mai espresso.
sabato 9 gennaio 2010
incontro con lisetta carmi
Le foto in B/N sono di Lisetta Carmi e vengono dal suo reportage sui travestiti di Genova.
venerdì 25 settembre 2009
chiacchiere e ricordi
Io invece mi ricordo, perché Francuccio era il mio vicino di casa quand’ero piccolo, anche se questo non lo sa nessuno di quelli che mi raccontano certe storie, e se lo rivelo subito si zittiscono un po’ a disagio, io mi ricordo che era un amico di mia madre e il pomeriggio presto veniva a prendere il caffè da noi. Papà lavorava fino a tardi e con lei parlavano di cucina e cucito e giardinaggio, era una visita gradita. Ed era divertente, diceva mia madre, perché di questo fatto non spettegolava mai nessuno, mentre se fosse entrato in casa nostra a quell’ora un qualsiasi altro uomo, apriti cielo sul paese!
Viveva in un piccolo trullo, adesso abbandonato, su via Alberobello. Noi stavamo nella casa accanto, che ora non c’è più perché ci hanno costruito sopra un condominio. E fra le due case c’era un piccolo giardino comune dove con mia madre coltivavano le rose e dove noi due giocavamo sempre ai cow-boy e agli indiani. E un anno, per il mio compleanno, mi ricordo che mi comprò il cappello da sceriffo e la stella, ma non la pistola perché non gli piacevano le armi e non voleva, anche se all’epoca non lo capivo e ci restavo male, che le maneggiassi, anche solo per gioco. Non mi ricordo più nulla di lui, né che faccia avesse né la voce o i piccoli gesti, o come si vestisse, o il modo che aveva di esprimersi. Mi ricordo solo che tutti i pomeriggi giocava con me, senza mai annoiarsi. Poi a una certa ora della sera se ne andava sulla sua 500 (o era una 126, non ricordo più bene, tranne che fosse una macchina piccola) e anche se ci rimanevo male e piangevo in qualche modo sapevo, avevo capito, che non l’avrei rivisto fino al giorno dopo, quando mi salutava dalla porta mentre andavo all’asilo.
Ora so che mio padre non aveva molta simpatia per lui, non tanto per i suoi gusti sessuali (cazzi suoi!, appunto) ma soprattutto per come si guadagnava da vivere. Forse un po’ era anche invidia, chissà? Mio padre, che faceva due lavori per mantenerci non riusciva a guadagnare in un mese quello che Francuccio metteva insieme in pochi giorni di marchette. Francuccio però non parlava mai di queste cose con nessuno, era sempre discreto ed elegante e con mamma e me carino e disponibile. E papà metteva da parte le sue critiche perché in fondo lui non c’era mai e una mano fra vicini è sempre utile.
Ricordavo anche che da qualche parte avevamo in casa una foto di noi tre insieme in giardino, vicino alle rose, io mamma e lui, ma quando ho chiesto a mia madre lei non sembrava rammentarla e forse potrei anche essermi sbagliato. Magari quella foto non è mai stata scattata, oppure mi confondo e siamo con papà. Mi resta dunque solo la sensazione di un’ombra, qualcosa a metà fra memoria e sogno, e poi le chiacchiere della gente quando vado in giro a chiedere, che non coincidono mai con l’immagine che ho in testa. Chiacchiere e ricordi non vanno d’accordo ma in fondo può anche essere che nella realtà convivano perfettamente in qualche loro strano equilibrio e sono invece io che, come spesso mi rimproverano, devo aprire gli occhi e farmi furbo.







