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martedì 23 luglio 2024

bacio

Mädchen in Uniform (Ragazze in uniforme) di Leontine Sagan è un film del 1931 passato alla storia soprattutto per questa scena, il primo bacio lesbico cinematografico. Bacio e amore lesbico censuratissimi, tanto nella Germania nazista che di lì a poco avrebbe costretto alla fuga la regista, che nei puritani Stati Uniti che chiesero di modificare il finale facendo in modo che la protagonista morisse, espiando in questo modo il proprio peccato. Anche per questo il film è diventato nel tempo un piccolo cult. La storia è ambientata in un rigido collegio femminile ed è recitato esclusivamente da donne. Ancora più della trama amorosa, quello che conta è il senso di ribellione e cameratismo sviluppato da queste giovani ragazze per sopravvivere alla solitudine di un’educazione anaffettiva e di una disciplina tesa all’emarginazione di ogni sentimento in un periodo della vita dove a prevalere sono il senso dell’amicizia e la scoperta disarmante dell’eros. Sarà proprio la ribellione di una delle studentesse, Manuela, che sfida la direttrice del collegio ubriacandosi e dichiarando apertamente di essere innamorata di una delle insegnanti e determinare il punto di rottura da cui scaturisce la denuncia che per le brave ragazze tedesche non basta “leggere i classici” per essere felici. In tal senso il film si pone in una serie ben precisa che comincia con Diario di una donna perduta di G.W. Pabst, del 1929, ambientano in un riformatorio femminile, e prosegue con Zero in condotta di Jean Vigo del 1933, quest’ultimo con un taglio più anarchico, mentre il primo è più realistico e “oggettivo”. E ancora, per certi versi anticipa alcune tematiche di L’attimo fuggente di Peter Weir, del 1989, segno che con il tema dell’educazione repressiva stiamo ancora facendo i conti.

venerdì 25 novembre 2022

umiliati e no

Ieri, non so come hanno fatto, in Russia, dove si fanno le cose in grande, sono stati capaci da una parte di bombardare Cherson, in Ucraina, uccidendo 4 persone e ferendone 10 perché l’Ucraina “non vuole la pace”, che detta così mi ricorda sempre quella scritta nei negozi “per colpa di qualcuno [Zelensky] non si fa credito a nessuno” e dall’altra di emettere una nuova legge interna, che puzza di estremismo religioso, che amplifica il campo punitivo contro la comunità LGBT vietando di fatto la “promozione di relazione sessuali non tradizionali” in qualsiasi ambito, dall’arte alla letteratura fino all’informazione, a internet e alla pubblicità, perché se non se ne parla l’omosessualità non esiste – ma se anche esistesse e decidessi di eliminare un problema di cui non si può parlare, allora non esisterebbe nemmeno un’opinione pubblica, né una punizione adeguata per chi lo elimina. Nessuna umiliazione, insomma, per usare una infelice espressione nata sempre ieri. Nello stesso giorno, dall’altra parte del mondo, Twitter ha ridato la parola a Donald Trump che rimane uno degli stronzi più pericolosi del pianeta, e intanto che il nostro ministro dell’istruzione rimarcava l’importanza di suddetta umiliazione nella scuola, in Iran un popolo umiliato dal potere dell’estremismo religioso fa la rivoluzione e fra le vittime (416 in tutto) si contano ben 51 minorenni. Non abbastanza umiliati.

lunedì 25 ottobre 2021

minoranze

 Negli ultimi giorni ho visto due film che mi hanno colpito per delle scene particolari. In uno, Pride, commedia del 2014 di Matthew Warchus tratta da una storia vera, un gruppo di gay londinesi organizza una colletta per aiutare i minatori in sciopero contro il Governo della Thatcher nella più importante protesta sindacale del XX secolo, ma i minatori rifiutano l’aiuto dei gay perché la vergogna di farsi aiutare dai diversi è più forte del loro bisogno. E ancora in Salvate la tigre, film drammatico del 1973 di John G. Avildsen, il protagonista Jack Lemmon cerca di intervenire nel litigio di due sarti dove il più anziano dei due, un ebreo sfuggito ai campi di concentramento, si rifiuta categoricamente di lavorare con l’altro perché è una “checca” e per quanto sia stato vittima della cattiveria degli uomini la sua avversione per la diversità dell’altro è più forte della propria esperienza. Guardandoli ho pensato che delle volte il nostro disprezzo per quelli che non sono come noi ci impedisce di vedere che siamo tutti una minoranza per qualcuno, incapaci fra l’altro di parlarci e di considerare un quadro più grande che potrebbe darci una visione diversa delle cose.

sabato 18 gennaio 2020

giallo n.2

Io sono fra coloro che hanno sempre creduto che quello di Pasolini fu un delitto italiano, cioè il risultato di un complotto teso a farlo fuori per quello che diceva e che sapeva. Questo anche perché, nella mia infinita ingenuità morale, ho sempre creduto che fossimo, alla fin fine, per quanto sostanzialmente fascisti nell’intimo, a destra come a sinistra, un paese migliore di come ci raccontiamo. Poi leggi – e negli ultimi tempi ne leggo troppe – tutte queste storie di ragazzini senza sentimento o giovani frustrati che quasi per gioco picchiano a sangue l’omosessuale di turno, seguendo la regola del branco, cioè in tanti contro uno perché a farlo in gruppo è più bello, e comincio a ricredermi. Forse, mi dico, quel delitto Pasolini fu davvero un semplice delitto omosessuale, o diversamente italiano, come hanno sempre sostenuto tanti altri, e sono io ad aver montato una ragione lì dove in realtà non c’è nessuna ragione, ma soltanto l’istinto delle belve; di chi crede cioè sia lecito, o addirittura naturale, far male a qualcuno, ammazzarlo, solo perché non ti piace com'è fatto.

mercoledì 10 maggio 2017

il libertino

Fra le altre cose, ieri mi è capitata questa. Ero a Bari, seduto sul pullman di città diretto in centro, quando un signore attempato, col baffetto grigio alla Tonino Guerra che qui tanto ci piace, mi si è seduto davanti. Sedendosi si è appoggiato al mio ginocchio con la mano e mi ha tastato la coscia. Ho pensato che avesse un po' di difficoltà a muoversi e non ci ho fatto caso. Poi però si è seduto e ha infilato con lentezza la gambetta magra fra le mie e ha cominciato pian piano a strusciarla contro la mia. Mi faceva piedino. E mentre lo faceva gli vibrava il baffo compiaciuto. Io all'inizio ero incredulo, poi gli ho fissato il baffo grigio, l'occhio annacquato che si rallegrava e mi è venuto da ridere con lui, così l'ho lasciato fare per il breve tragitto che ci separava dalla stazione. Insomma ho fatto l'uomo di mondo col culo degli altri, come si dice in gergo. E per un attimo mi sono sentito pure figo, un vero poeta disinibito. Almeno finché non sono sceso dall'autobus e per caso mi sono guardato la patta dei pantaloni e mi sono accorto di avere la cerniera spalancata. Insomma, pensavo di piacere per me stesso, invece è finita che lanciavo segnali involontari da maniaco. Ed ecco la lezione del giorno: mai fare il libertino senza prima essersi accertati di avere le mutande pulite.

domenica 31 gennaio 2016

il meno peggio

Trovo sia scorretto, per difendere il diritto dei gay ad avere una famiglia, denigrare la famiglia tradizionale con esempi negativi, tipo famiglie di disadattati, delinquenti, tossici o stupratori che ogni giorno campeggiano in cronaca nera. Sono storie orribili ma sono sempre (si spera) l’eccezione. Io sono cresciuto in una bella famiglia, magari eccessivamente chiassosa ma presente, e vorrei che tutti potessero avere la stessa possibilità di crearsene una, proprio perché la famiglia è una forza positiva in quanto dentro c’è qualcuno con te (indipendentemente da chi è), e non perché il meno peggio che c’è.

E comunque, diciamoci la verità, se dopo che tutte le ricerche scientifiche del mondo hanno dimostrato che fumare fa venire il cancro, trovo sia molto più cretino chi non scende in piazza per togliere ai fumatori il diritto di rovinarsi la salute.

giovedì 10 settembre 2015

nostaglia canaglia (1): the x portfolio

Il cammino artistico di Robert Mapplethorpe (1946-1989) è simile, sotto il profilo tecnico, a quello di molti altri giovani artisti di talento. Comincia a fare foto in maniera “naturale”, per strada, negli angoli di casa, senza quasi preoccuparsi della tecnica, attraverso l’uso di una polaroid che lo costringe a essere di continuo dentro la scena, coinvolto nella stessa e senza troppo preoccuparsi dei limiti formali che possono presentarsi. Poi passa a un assoluto controllo registico della scena, esterno alla stessa, attraverso un uso sapiente delle luci e di fondali scuri che amplificano la nudità dei soggetti, favorendo i drammatici chiaroscuri che ormai consideriamo intrinsecamente connessi al suo linguaggio.
Questo cambiamento si registrò esattamente quarant’anni fa, nel 1975, quando lo stesso Mapplethorpe passò dalla polaroid all’uso di una Hasselblad, che permettendogli una più ampia gamma di possibilità lo incentivò a modificare il proprio stile per poi passare a una nuova definizione dei suoi soggetti. Non più l’ambiente artistico bohemien dei suoi inizi ma tanti ritratti su commissione e poi i purissimi nudi d’impronta erotica e omosessuale, sulla scorta del suo nuovo interesse per il Neoclassicismo con la sua forte commistione di sensualità ed eleganza. Robert Mapplethorpe divenne in breve uno dei maggiori fotografi di studio della sua epoca.
Fra questi due momenti si inserisce il cosiddetto Portfolio X, che come tutti i lavori di transizione mischia in maniera avvincente il desiderio di sperimentazione figurativa a soluzioni spesso trasgressive sul piano narrativo, talvolta al limite del buongusto, che ancora lo vedono dentro la scena, coinvolto dalla stessa in prima persona. Sono lavori molto spregiudicati, estremi da qualsiasi punto di vista li si giudichi, e all’insegna della più assoluta libertà di linguaggio.


Ancora oggi a rivederla la serie del Portofolio X ha un effetto urticante, anche se ineccepibile sul piano tecnico. La serie è composta da fotografie sadomaso pregne di una vena dichiaratamente pornografica/esibizionistica che solo in parte viene stemperata dall’ironia del suo autore: ironia per nulla sottile ma anzi piuttosto cruda, violenta, esibita, per avere il massimo effetto sullo spettatore. Esempio massimo è l’autoritratto in cui lo stesso Mapplethorpe si infila nell’ano il manico di una frusta.
Esposta nel 1978, la serie scatena un certo disagio persino nell’ambiente artistico più liberale, non tanto per la violenza delle immagini quanto per il ricercato e compiaciuto esibizionismo. Ci si chiede: ma è arte o pornografia questa? Se non è pornografia, quale differenza passa fra le due? E se è arte, è giusto mostrarla così liberamente al pubblico? Ed è giusto sovvenzionare, attraverso fondi pubblici, operazioni artistiche o mostre di dubbio buon gusto come questa, che sembrano più un incitamento a pratiche sessuali deviate?
Il Portfolio X con la sua dichiarata ambiguità creò uno spartiacque non solo nella produzione di Mapplethorpe, che poi continuò la sua ricerca con la serie dei Nudi maschili di uomini neri, ma in tutto l’ambiente artistico con ripercussioni nella nostra percezione del sesso esibito che si spingono fino a oggi e restano, ad oggi, irrisolte.  

venerdì 5 giugno 2015

qualcosa in comune

"I sodomiti devono essere fatti precipitare dal punto più alto della città, e poi lapidati fino alla morte" ha detto ieri un tribunale jihadista a un pover'uomo condannato a morte perché omosessuale. L'uomo è stato, per l'appunto, gettato da un palazzo e poi lapidato, poi fotografato come esempio. Questo perché ai Jihad manca il dono dell'astrazione, e se nel Corano ci fosse scritto che sulla Luna ci pascolano le mucche viola, loro crederebbero per davvero che un giorno saliranno sulla luna a bersi il latte viola della Milka. Ecco perché nei paesi fondamentalisti la lettura di quasi tutti i libri è sempre osteggiata, perché leggere tanto porta inevitabilmente alla capacità di astrarne i contenuti, di coglierne le sfumature, l'intima poesia, il senso nascosto. Invece, il problema delle religioni, di tutte le religioni, non sono le regole scritte da chi le ha sognate con le migliori intenzioni, né i libri sacri in cui tali parole sono contenute, e nemmeno chi le cerca perché sente un vuoto nella vita da colmare, ma la mancanza di fantasia di chi le interpreta (anche per te) senza metterci un briciolo di cuore, solo con gli occhi, chi legge CASA e pensa a un EDIFICIO senza riuscire nemmeno a immaginare una FAMIGLIA che la abita. Quelle persone lì qualcuno le chiama integralisti, qualcun altro bigotti. I bigotti sono dovunque, tutti uguali, di qualsiasi religione o paese siano. Jihad ha i suoi bigotti senza nome, noi abbiamo i nostri Giovanardi, Salvini, Meloni, Santanché. Abbiamo qualcosa in comune, dunque, con l'Isis. Non leggiamo i libri, non diamo peso alle parole. Discriminiamo con rabbia chi non vive o pensa come noi, come se fosse il Male. E quanto agli omosessuali, beh, noi non li buttiamo giù dal tetto, li lapidiamo e basta. Non servono nemmeno le pietre per questo, basta uno sputo.

domenica 21 settembre 2014

cose davvero imbarazzanti

Certe volte leggo delle cose imbarazzanti, post di amici della sinistra talmente infervorati nella loro carica rivoluzionaria, anzi salvifica, che se li leggi bene scopri che c'hanno la chiesa nel sangue: nel senso che sembrano scritti più da catechisti volenterosi che da seria gente di partito coi programmi alla mano. Io più vado e meno mi informo sulle mode, però mi chiedo: una volta quelli così li chiamavano cattocomunisti, ma ora, che termine si usa per loro? 
So da fonti certe (le solite bizzuoche) che ogni tanto qualcuno se la prende anche quando scrivo certe cose, me lo immagino: perché la sinistra è sportiva, ma permalosa. A essere onesti però, e per par condicio, non è che vada meglio coi post degli amici di destra. Per cominciare errori grammaticali a morire, ma quelli ormai li lascio perdere perché nessuno è perfetto e l'ignoranza dilaga a destra come a sinistra, ma soprattutto nelle università. Ma la cosa più sconvolgente sono i post di ringraziamento/incitamento/spirito di squadra, che spesso ci si scrive per puro sfogo emotivo, roba da fanciulline in amore con le lacrime agli occhi, o peggio da cameratismo spinto che spesso e volentieri rasenta la ricchioneria. 
Amici di destra, perfavore, datevi una regolata e tenete a bada gli istinti, che su facebook ci girano anche i bambini, e qui fra cattocomusti ed etero distratti non si capisce più niente, e prima o poi si fa l'inguacchio.

sabato 17 maggio 2014

proposta

17 maggio, giornata contro l'omofobia e ancora non capisco, che significa? A che serve? Ma che il 17 maggio diventiamo tutti più buoni come a Natale? Ma non sarebbe meglio, una volta tanto, cambiare prospettiva?
Io propongo: istituiamo la GIORNATA CONTRO GLI OMOFOBI. In questa giornata hai piena libertà di andare da un omofobo, meglio se in compagnia, e riempirlo gratuitamente di botte e insulti solo perché LUI non la pensa come te. Cattiveria per cattiveria, almeno tii prendi le tue soddisfazioni. E poi, ma perché devono essere sempre i gay le vittime designate o da proteggere, quasi fossero una specie animale a rischio? Sono persone, mica panda. Ma vi rendete conto di quanto è offensivo?
Infine, considerate l'importanza terapeutica di una giornata come quella che ho proposto. Parafrasando un celebre aforisma, basterebbe che un solo omofobo, magari mentre lo si picchia a sangue, aprisse gli occhi e il proprio cuore al dolore degli altri, e la salvezza del mondo sarebbe un po' più vicina.

sabato 28 settembre 2013

dov’è il nemico

Ci sono volte che penso che tutta questa storia dell’omofobia sia solo una scusa, che certa gente non picchia o discrimina i gay solo perché sono “gay”, ma più che altro perché ha bisogno di un nemico, qualcuno da odiare e accusare, su cui riversare i propri peggiori istinti. Ne siamo affetti tutti, poi ognuno sceglie i suoi nemici. A volte tocca ai gay, ma se non ci fossero loro quella gente verrebbe a picchiare me perché sono ateo (oppure perché porto gli occhiali), così come se la prendono con gli africani che arrivano sui gommoni a rubarci il lavoro, o con quelli che mangiano o non mangiano carne, o che sono per l’aborto, o contro la violenza sulle donne, o che credono ancora a una sinistra e a una destra senza passare dal centro. Io personalmente odio con tutto me stesso chi abbandona gli animali, e i presuntuosi: quelli che pensano di saperne più degli altri, e ancora quelli che invece sono affetti da ciò che chiamo la “presunzione dell’ignoranza”: gente che meno sa e più è contenta, gli basta qualcuno che gli dica cosa fare. Magari non li picchierei, ma solo perché non ho la giusta dose di rabbia per realizzare certe mie visioni. Mi frega l’indolenza insomma, un altro motivo per picchiarmi.

giovedì 11 luglio 2013

passeggiata con roma

Roma, ce ne stiamo nella pioggia posati
sul Tevere verdastro
come vecchie panchine, barconi
baracche a mollo del dopolavoro ferroviario
senza direzione né peso sotto i ponti assetati d’amore
che se ne va dal gelataio, prende un cono alla fica
addolcisce il cuore la speranza
mentre fuori si preannuncia il nubifragio.

Roma, ce ne stiamo al riparo fra le tombe degli Inglesi
colle gattare in calore, gatti noi avvelenati di silenzio
insicuri e stanchi senza più fava o fontanelle
senza notturni che ci riportino a casa
a nasconderci in bagno per sedurci
ma tanto non ci sono paletti, solo convinzioni
non ci sono più ombrelli, ma sete.

Roma, ce ne stiamo così scuri nei visi sui tram del rientro
senz’avere risposte che valgano una storia
senza passione né sorrisi, divisi
all’ombra del fascio e nell’abbraccio del papa
direzione Casilina, spartendoci che resta coi solitari e gli immigrati
sui trampoli, coi suicidi che ci premono addosso.

Roma, rimandiamo un passaggio a Ostia
e passiamo per Parco Traiano
dove uomini e cornacchie indistinguibili
senza fare più chiasso se ne stanno
attorno a una pozza di sangue che si bevono i pini.

Roma, ce ne stiamo lontani dagli aperitivi
studenteschi, già abusati e corrotti
via dai Fori Imperiali, da troppe natiche strette
con disagio a Pasolini, Penna, Palazzeschi,
ce ne andiamo a cercare un amore fiorito in un verso
lasciato per caso cadere a Porta Maggiore.

Roma, siamo innocenti e sgraziati, desolati
a consumare couscous che ci consumi lento
ce ne stiamo al sole al lago Albano
verso l’attimo diretti in cui saremo stretti
l’una all’altro, intrappolati
quando ancora mi dirai come una volta: mi hai giocata di nuovo ed io
mi preoccupavo solo per l’acqua.

martedì 12 marzo 2013

mieli di marzo

Linko qui, a trent'anni dalla sua scomparsa, un ricordo di Mario Mieli scritto dal suo amico Franco Buffoni, poeta. Mieli, fra i fondatori del movimento gay italiano, è stato uno dei più incredibili ed eversivi personaggi degli anni '70, quando la parola "eversione" (rivoltare, mettere sottosopra) aveva ancora un senso, una sua violenza rigenerante, quando si faceva eversione per cambiare il mondo e non semplicemente per intorbidare le acque.
Certe sue affermazioni hanno ancora oggi un carattere realmente polemico, creativo, ancora più oggi forse, con il ritorno in auge di una Chiesa e di uno Stato tutti chiusi in se stessi e contro l'accettazione di determinate identità, anche al loro interno. Qualcuna di queste affermazioni la trovate su Wikiquote, senza sforzarvi troppo, e credo valga la pena di leggerle: troverete che a volte sono eccessive, forti, indigeste, proprio com'era lui, che usava il suo stesso corpo, la sua sola presenza "disturbante" come un'arma.
In particolare, le mie preferite, sono quelle relative alla sua battaglia contro l'educastrazione, contro l'educazione uniformante e "castrante" dei bambini che vengono spinti a vivere una sessualità normativa, e a considerare squalificante qualsiasi altra pulsione ritenuta offensiva dalla Società perbenista.
In realtà, si scoprirà poi, quella battaglia nasceva da radici profonde, da contrasti interni alla sua stessa casa, dal complicato rapporto col padre. Eppure, proprio per il sentimento alla base di tale rivolta, un sentimento che ha più a che fare col cuore che con l'ideologia, ci pare che questa sua lotta non abbia perso nel tempo un solo briciolo della sua dignità. Anzi, la profonda aspirazione a vivere da persone libere in un mondo libero né fa ancora oggi, e sempre, un messaggio valido, necessario.

domenica 22 gennaio 2012

pensavo a walt whitman

Pensavo a Walt Whitman che poverino non ebbe mai il coraggio di confessare apertamente la sua omosessualità e così passò buona parte della sua vita a scrivere il grande poema americano e l’altra parte a cercare di nascondere (con pochi versi posticci e imbarazzati, che qui ho schiarito in grigio) le tracce più evidenti della sua anima, vagheggiando una libertà che avrebbe tanto voluto per sé come per gli altri, e che gli Stati Uniti non hanno mai pienamente conosciuto.

A UNO SCONOSCIUTO

Sconosciuto che passi, non sai con che desiderio ti guardi
devi essere tu colui che cercavo, o colei (mi arriva come in un sogno)
perché ho in qualche luogo sicuramente vissuto una vita di gioia con te
tutto ritorna, mentre veloci passiamo l’un l’altro vicini, fluido affettuoso casto maturo.
Sei cresciuto con me, eri ragazzo o ragazza con me
ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più solo tuo né ha lasciato il mio solo mio
mi dai il piacere dei tuoi occhi, viso, carne mentre passiamo vicini e prendi in cambio la mia barba, petto, mani
non devo parlarti, devo pensare a te mentre siedo da solo o solo mi sveglio di notte
devo aspettare, non ho dubbi che ti incontrerò ancora
devo vedere, come non perderti più.

giovedì 17 giugno 2010

due poesie d'amore di federico garcìa lorca

Lorca accompagnava spesso le sue poesie con dei disegni.

Sonetto del dolce lamento

Ho paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.

Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.

Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio

non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.



Gazzella dell’amore imprevisto

Nessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.

Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.

Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre

sempre, sempre
: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.

giovedì 13 maggio 2010

due poesie d'amore e di strada di pasolini



Lunedì prossimo sono stato invitato a Bari a un reading contro l’omofobia. Ho passato pertanto le ultime ore a cercare delle poesie interessanti da leggere (oltre alle mie) di alcuni grandi poeti omosessuali. E non potevo non soffermarmi su alcune poesie di Pasolini che, per la sua necessità di farsi essenza stessa della propria arte, è stato uno dei più sinceri nell’affrontare l’argomento.
Quelle che pubblico qui le ho lette ieri notte: mi ricordavo vagamente la prima e sono andato a cercarla, e trovando quella ho ritrovato anche la seconda, meno nota. Devo dire che entrambe mi hanno affascinato più di quanto non credessi: era tanto che non leggevo Pasolini e ritrovarlo così, ancora fresco, diretto, durissimo a volte, fa bene al cuore.
La cosa straordinaria a leggerle una dietro l’altra sta nel fatto che sono state scritte a pochissimi anni di distanza e sono, pur nell’affinità del tema (incontro notturno in auto con ragazzo), diametralmente opposte come stile e, soprattutto, come sentimento.
Entrambe scaturiscono dall’insaziabile bisogno d’amore di Pasolini. La prima, datata 2 settembre 1969, è una lunga e felice poesia in verso libero dedicata a Ninetto Davoli, una vera e propria dichiarazione. La seconda invece, scaturita in seguito alla rottura con Ninetto, è in forma di sonetto e preannuncia la ricerca randagia di piacere che segnerà i suoi ultimi anni di vita. A quel punto Pasolini ha già rinunciato all’idea di una felicità di coppia (peraltro impossibile all’epoca in cui scriveva, se non clandestinamente) e si accontenta di fugaci incontri a pagamento.

Ohi, Ninarieddo, ti ricordi di quel sogno...
di cui abbiamo parlato tante volte...
Io ero in macchina, e partivo solo, col sedile
vuoto accanto a me, e tu mi correvi dietro;
all’altezza dello sportello ancora semiaperto,
correndo ansioso e ostinato, mi gridavi
con un po’ di pianto infantile nella voce:
«A Pa’, mi porti con te? Me lo paghi il viaggio?».
Era il viaggio della vita: e solo in sogno
hai dunque osato scoprirti e chiedermi qualcosa.
Tu sai benissimo che quel sogno fa parte della realtà;
e non è un Ninetto sognato quello che ha detto quelle parole.
Tanto è vero che quando ne parliamo arrossisci.
Ieri sera, a Arezzo, nel silenzio della notte,
mentre il piantone rinchiudeva con la catena il cancello
alle tue spalle, e tu stavi per sparire,
col tuo sorriso, fulmineo e buffo, mi hai detto... «Grazie!».
«Grazie», Ninè? È la prima volta che me lo dici.
E infatti te ne accorgi, e ti correggi, senza perdere la faccia
(cosa in cui sei maestro) scherzando:
«Grazie per il passaggio». Il viaggio che tu volevi
ch’io ti pagassi era, ripeto, il viaggio della vita:
è in quel sogno di tre quattro anni fa che ho deciso
ciò a cui il mio equivoco amore per la libertà era contrario.
Se ora mi ringrazi per il passaggio... Dio mio,
mentre tu sei in gattabuia, prendo con paura
l’aereo per un luogo lontano. Della nostra vita sono insaziabile,
perché una cosa unica al mondo non può essere mai esaurita.

Questa sorta di lettera-poesia a Ninetto non ha dei veri versi, o meglio i sentimenti espressi sono così grandi che il verso non può contenerli, straripano per il bisogno di dire, di esprimere al meglio l’emozione scaturita dall’affetto, dalla loro vita insieme. I pensieri hanno bisogno di spazio, di tempo, si stendono pigri (prosastici) nella notte, a chioccia intorno al ragazzo desiderato, lo abbracciano e gli sussurrano piano all’orecchio tutto l’amore e il bisogno di lui. Pasolini qui è padre e amante, maestro trepidamente innamorato del suo allievo. Gli ultimi due versi in questo caso sono assoluti, non si può fraintenderli.

Erano quasi le due di notte – il vento
scorreva per Piazza dei Cinquecento
come in una chiesa – non c'era nemmeno immondizia,
unica vita in quell'ora – giravano

nei giardinetti gli ultimi due o tre ragazzi,
né romani né burini, in cerca
delle mille lire, ma come senza cazzi –
io parlavo in macchina con uno di loro –

un fascista, poverino, e mi affannavo
a toccargli il cuore disperato.
Tu sei giunto con la tua macchina

e hai suonato; ti era al fianco un orribile
giovane individuo; della roba rubata
pendeva dal finestrino; da dove venivi e dove andavi?

Quando Ninetto, divenuto uomo, lo lascia per sposarsi, Pasolini cade (come testimonia lui stesso nei suoi versi) nella depressione più nera. Alla perdita della persona amata infatti, si affiancano i primi irrimediabili segni della vecchiaia che sopraggiunge. Pasolini comincia a sentire l’alito della propria solitudine, decrepitudine, soffiargli sul collo. Ha paura. Cerca di ingannare il tempo. Comincia la lunga tiritera delle cure per ringiovanire il corpo, si veste con abiti sgargianti, colorati, alla moda. Tenta in parte di rimediare a tale senso di pauroso vuoto andando coi ragazzi di vita. Lo squallore che tale pratica (a cui però non sa rinunciare) gli ispira è ben visibile in una serie di sonetti a tema che compone negli ultimi anni. È il Pasolini più duro questo, quello che utilizza la forma classica, rigorosa della poesia proprio per aumentarne il potere urtante, che disciplina il verso per dare maggiore forza al peso delle parole, alla loro crudezza, un po’ come se affilasse il coltello per affondare meglio nella carne (esemplare la rima ragazzi-cazzi).
In questi ultimi sonetti dell’amore oscuro, così pieni di correzioni a penna da essere quasi illeggibili a volte, l’aria si fa sordida, asfissiante, di uno squallore senza pari. Il poeta ne è conscio e sembra quasi osservarsi con masochistica voluttà, come se godesse a farsi del male. Si sarà detto forse, come prima o poi ci siamo detti tutti alla fine di una storia importante, che ormai la felicità è andata, e tanto vale scendere gli ultimi gradini del dolore fino all’annientamento, perché l’unica cosa che conta è non pensare proprio al dolore. Annullare (invano) il pensiero. Come scrisse Pavese, altro grande maledetto del XX secolo italiano: “Scenderemo nel gorgo muti.”

mercoledì 24 marzo 2010

lou reed e l'amore - rachel

È Lou Reed stesso a svelarci come conobbe Rachel. La incontrò nell’autunno del 1974 in un bar di New York e se ne innamorò a prima vista, poi la abbordò e se la portò a casa per fare delle cose a tre con la donna con cui conviveva. La donna se ne andò e Rachel rimase. A testimonianza di quest’incontro ormai mitico restano varie interviste e alcune canzoni, fra cui Crazy feeling su Coney Island baby del 1976 e la prima parte della suite di Street Hassle.
Ma gli aneddoti sulla coppia Lou-Rachel sono così tanti che ci si potrebbe scrivere un libro intero. Uno dei preferiti di Lou riguarda il periodo in cui si chiusero nel Gramercy Park Hotel per permettergli di scrivere e registrare Coney Island baby, l’album del suo rilancio commerciale dopo che, in un impeto di orgoglio artistico, aveva dato alle stampe nel 1975 Metal Machine Music, più di un’ora di sola chitarra distorta: per molti un capolavoro assoluto, per altri semplicemente inascoltabile. In questo aneddoto una mattina la cameriera entrò in camera senza sapere che Lou e Rachel erano a letto. La cameriera entrò, vide Rachel, quella che riteneva la “signora Reed” nuda e cominciò a lanciare una serie di urletti sconvolti prima di scappar via dalla stanza. Reed rise per giorni al ricordo di quella scena. Il fatto è che Rachel in realtà si chiamava Tommy ed era un bellissimo travestito. Aveva sangue per metà indiano e per metà messicano, la pelle scura, era silenziosa e forte, capace di tener testa persino alle intemperanze di Lou, che in quegli anni per molti erano davvero insopportabili, a causa della droga che acuiva in lui la crudeltà e il cinismo. Questo, disse poi Reed, non succedeva con Rachel perché lei era cresciuta per strada, era stata in riformatorio e poi in prigione, insomma aveva la pelle dura (e le palle, aggiungerei io). Lei gli rimaneva sempre e comunque accanto, non parlava quasi, e gli offriva amore incondizionato e una spalla a cui appoggiarsi nei momenti di smarrimento. Non stupisce che, al di là dei suoi disturbi comportamentali tipici di un drogato forte, anche lui fosse del tutto preso da lei. A questo amore senza confini Lou dedicò uno dei suoi album più romantici e sinceri, Coney Island baby, in cui, come ammise in seguito, ritrovò dopo anni l’entusiasmo per la forma semplice e perfetta del rock’n’roll: tre accordi, due chitarre, basso e batteria.
La maggior parte delle canzoni dell’album sono sentite dichiarazioni d’amore a una persona, Rachel appunto ma anche, più sottilmente, a un mondo, quello della fauna da bar dei bassifondi da lui molto frequentati in quegli anni, come si avverte soprattutto in pezzi come Kicks o Charley’s girl. A parte ciò la canzone più importante dell’album rimane la title track, un pezzo doo-wop recuperato dall’adolescenza di Reed e completamente riscritto per l’occasione, in cui Lou rivede tutta la propria vita alla luce di quell’incontro fondamentale. Coney Island baby è lenta e avvolgente, meravigliosamente romantica, e se quando uscì venne in parte paraculata per i suoi riferimenti omosessuali, in breve si impose come un inno alla “gloria dell’amore” e non solo per il movimento gay di New York.



L’amore di Lou e Rachel durò tre anni, né si conoscono i motivi della rottura. Si potrebbe dire che le storie nascono e muoiono di continuo. Se non fosse che quando si parla di un artista c’è sempre il rischio che queste storie vengano poi sublimate nella sua opera. Così successe anche per la fine del loro rapporto. All’inizio furono pochi pezzi, sempre nello stile “classic rock” di Coney Island baby, cose come Wait o Slip away, che poi divenne la terza parte della suite di Street Hassle, del 1978, in cui Reed lamentava la perdita della persona amata. Fu il suo produttore Clive Davis a suggerirgli, ascoltando i due minuti di Slip away di allungare il pezzo perché aveva delle potenzialità. A quello che ne sappiamo noi dalle cronache, Reed gli rispose piccato qualcosa come: “Ma che cazzo ne capisci tu di musica, pezzo d’idiota ignorante, ecc…” poi andò a casa, si mise alla macchina da scrivere e allungò il pezzo, trasformandolo in una suite per archi e chitarra elettrica e trasportando il sentimento di confusione e rabbia per la fine del suo grande amore in un oscuro racconto di strada alla Raymond Chandler. Il racconto è diviso in tre parti. Nella prima viene riscritto in maniera piuttosto sensuale il loro primo incontro nel bar con una modifica significativa: nella storia raccontata da Reed adesso è lei che adesca lui. Nella seconda parte interviene un terzo personaggio (sempre interpretato vocalmente da Lou): l’affittacamere di un albergo a ore che, dopo quella che viene descritta come una morte per overdose, quella di lei, consiglia al ragazzo protagonista del racconto di sbarazzarsi del corpo trasportandolo verso la strada e lasciandolo lì, in modo che qualcuno lo investa e sembri solo un altro “incidente stradale” (Street Hassle appunto). In questa parte della suite il cinismo di Reed arriva a punte altissime quando l’affittacamere, cercando di consolarlo, definisce qualsiasi rapporto d’affetto come una malasorte: “bad luck”.
A questo punto, dopo un assolo di chitarra, interviene il coro, come nelle tragedie greche. Questo coro è interpretato da Bruce Springsteen. Il nuovo cantore delle strade d’America stava registrando nello stesso studio di Lou Reed, al piano di sotto, e venne intercettato da questi apposta per recitare poche semplici strofe, che sottolineassero la verità della canzone e l’amarezza della vita e come in fondo “la vita sia piena di canzoni tristi”. A questo coro si attaccano finalmente i due minuti composti in origine, a caldo, da Lou. Sono i più sentiti del pezzo, quelli cantati col cuore in mano e con la voce che trema di dolore e pianto. Come abbiamo già detto altrove, raramente Reed è così diretto nell’esprimere i suoi più intimi sentimenti. “L’amore se n’è andato, portando via i miei anelli dalle dita” canta Lou ed è come se dicesse: “portandosi via tutte le promesse che mi ha fatto”. È commovente. Mai più Reed si aprirà così tanto (emotivamente parlando) in una canzone. E proprio per questo, e per l’altissima qualità musicale e narrativa del pezzo, per molti Street Hassle rimane il suo capolavoro assoluto come artista, se non proprio come autore di canzoni.



L’amore se n’è andato
portando via i miei anelli dalle dita
e non c’è altro che mi sia rimasto da dire
ma oh quanto, oh quanto ne ho bisogno
ritorna amore, ho bisogno di te amore
oh per favore non fuggire via
ho bisogno di te così tanto da star male
per favore non fuggire via

Negli anni ’80 poi, quando Reed si fu del tutto disintossicato e cercò di indirizzare la propria poetica verso nuove forme di intimità domestica, in parte rinnegò questo amore, di sicuro non ne parlò mai più senza una certa difficoltà. Certo è possibile che tutto questo fosse più il risultato della negazione di una grande sofferenza che non di un passato “imbarazzante”. Fatto sta che in Heavenly arms, bellissimo pezzo del 1982, scritto per la nuova compagna Sylvia Morales, a un certo punto canta: “solo una donna può amare un uomo” che superficialmente può sembrare un riempitivo, se non fosse che qui si parla di Lou Reed, uno dei più grandi scrittori rock, e quindi è facile pensare che non sia un verso casuale: sembra più una dichiarazione di intenti. Ed è anche vero che spesso, in seguito, nelle interpretazioni live della suite l’ultima parte scomparirà del tutto e la canzone si fermerà sempre a quell’oscuro “bad luck”. Di Rachel, così come per la terza parte della suite, dopo la storia con Lou non si seppe più nulla. Di lei ci restano soltanto, come prove della sua esistenza, alcune foto con Lou di cui una si intravede sulla copertina di un disco (quello in alto, sotto il titolo) e il suo nome pronunciato alla fine di Coney Island baby. Nient’altro. Qualcuno racconta che sia morta di AIDS nei primi anni ’90. E qualcuno sostiene che fra le tracce di Magic & Loss, del 1992, il disco più bello e maturo di Reed, quello dedicato alla morte degli amici e a come affrontare il senso di perdita che ne viene, almeno una traccia sia dedicata a lei. Ma su questo Lou non si è mai espresso.

sabato 9 gennaio 2010

incontro con lisetta carmi



C’è Francesco, il mio maestro di fotografia, che me lo ripete sempre: la valle d’Itria è una sorta di polo di attrazione zen per le menti creative. Detto così può sembrare un po’ fantasiosa come teoria. Fatto sta che io di menti creative ne ho incontrate parecchie qui e ne incontro tuttora, spesso provenienti da ogni parte del mondo. Sapete, quand’ero ragazzo c’era Catia, il mio primo grandissimo amore, che si sforzava di trascinarmi all’Ashram di Cisternino, più o meno a un quarto d’ora da casa nostra, e considerato uno dei luoghi di ricerca spirituale più importanti del Sud. Sospetto anzi che se la valle è diventata un tale polo zen è proprio grazie all’azione seminale dell’Ashram. C’è da dire che all’epoca ero un giovane confuso, ingenuo e non poco arrabbiato e mal sopportavo tutto quell’ambiente che consideravo solo una gran truffa e così facevo di tutto per sabotare i piani di Catia per salvarmi l’anima dal cinismo. Catia non riuscì nel suo intento e poi partì per l’India per approfondire la sua ricerca da sola.



Quanto a me che sono rimasto qui e sono diventato il meno arrabbiato degli uomini (non sempre ma spesso mi riesce), non avrei mai sospettato di poter incontrare un giorno la donna che l’Ashram l’ha creato, Lisetta Carmi. Sono andato a trovarla ieri pomeriggio per mezzo di un amico comune e il bello è che ci sono andato non sospettando minimamente che fosse così intima di Babaji. Ci sono andato perché Lisetta Carmi è una delle più grandi fotografe del mondo. E questa fotografa vive a Cisternino, in pieno centro storico già da un po’ di anni. Immaginate il mio stupore e poi la contentezza nello scoprire di avere degli amici comuni che potevano presentarmela, visto che Lisetta già da un po’ predilige la solitudine e non sapevo come avvicinarla. Così siamo andati a trovarla coi miei amici e, se è lecito dirlo, mi sono innamorato di lei. Lisetta Carmi è nata nel 1924 e aspetta la morte con una serenità invidiabile, ma emana un’intensità, un’energia vitale, un fuoco così luminoso e una determinazione tale da lasciare allibiti, da lasciarti lì in silenzio ad ascoltarla come un bambino di fronte a una sorpresa a colori. Così è successo a me, mi sono seduto alla sua destra e lei mi ha preso la mano e ha cominciato a parlarmi e io sono rimasto zitto perché non avevo nulla da dire, nulla da aggiungere a quello che diceva. “L’amore è tutto, un fotografo deve amare la vita, le persone, questo è l’unico segreto che conta. Io amo i poveri soprattutto, i deboli, chi non può difendersi. Io fotografavo per capire gli altri, il mondo, mi serviva quel mezzo per arrivare a loro, per vederli e per vedere me stessa attraverso di loro, quando ho imparato a capire senza bisogno della fotocamera allora ho smesso. Non è la fotografia che mi interessa ma le persone.



L’ho amata subito. Mi ha colpito soprattutto il contrato fra il viso bello, nobile, con gli occhi vivacissimi e brillanti incorniciati dai capelli soffici, bianchi come neve e la schiena piegata, le sue mani gonfie, sformate, le dita tozze e strette da un paio di anellini, mani di una donna che ha sempre lavorato. Mia nonna le ha identiche. Con la differenza che quella di mia nonna è una condanna che si porta dalla nascita, la Carmi è nata ricca e ha dato via tutto per inseguire la sua sete di vita. “Ho sempre pensato che le persone più sfortunate sono le persone ricche, così attaccate alle cose, alla paura di perderle. Una persona povera ha solo se stessa, i suoi affetti. Basta una casa e del cibo, dei vestiti dignitosi per essere felici. Cos’altro serve?
Lisetta Carmi ieri indossava una tunica nera orientale sopra dei vestiti di lana grezza, la scrivania era sommersa dai libri e dai suoi appunti. Mi ha tenuto lontano dallo scaffale delle ceneri perché sono un pasticcione e avrei potuto far danni e infatti come mi son seduto sullo sgabello del pianoforte ho combinato un casino andando a sbattere con la testa contro la lampada e mandando tutto per aria. Lei mi ha sorriso. E mi è sembrata quasi commuoversi quando ha scoperto che non ho una macchina fotografica mia ma me la faccio prestare, forse mi ha accomunato a uno dei suoi poveri, chissà? Mi ha detto che sono fortunato. Si è informata di me con vero interesse e mi ha dato dei buoni consigli. Poi ci ha raccontato la sua storia ed è stata una lunga emozione. La sua infanzia felice a Genova. Le leggi razziali (la Carmi è ebrea) e poi la guerra e la fuga a Zurigo. La musica prima e poi la scoperta della fotografia, proprio qui in Puglia, con una macchinetta da quattro soldi e nove rullini comprati per gioco. Il reportage sui travestiti di Genova che destò tanto scalpore, e poi l’incontro con Ezra Pound. I viaggi in Israele e Sudamerica e poi l’incontro con Babaji. Il film documentario che le ha dedicato Daniele Segre e che uscirà a breve nelle sale ripercorre tutto questo.



Ho scoperto con stupore che anche lei, come me, ha cominciato a fotografare dopo i 30 anni. Prima faceva la pianista. Fino ai 50 si è occupata di fotografia ai massimi livelli, affrontando con coraggio l’ipocrisia e i forti squilibri sociali dell’Italia e allargando la sua visione al mondo intero, senza mai venire a compromessi con nessuno. Poi ha incontrato Babaji e semplicemente ha smesso di fotografare. Ha venduto la sua casa a Genova, ha raccolto le sue poche cose e se n’è venuta in Puglia, con sua madre, a vivere in un trullo per fondare l’Ashram. E ora? Ora vive la sua quinta vita e studia il cinese. “Non bisogna attaccarsi a niente, sapete. La vita è fatta di esperienze e quando ne hai concluso una è inutile continuare a guardarsi indietro. Si tagliano i ponti e si va avanti.



Le foto in B/N sono di Lisetta Carmi e vengono dal suo reportage sui travestiti di Genova.

venerdì 25 settembre 2009

chiacchiere e ricordi

Si chiamava Francuccio e gente un po’ più grande e scafata di me mi dice che era ovvio perché i froci si chiamano tutti Franco e lui sapeva fare dei lavori di bocca che manco una puttana ci riusciva! Tanto che, puttana lui stesso, aveva per clienti molti dei nomi altolocati del paese, gente insospettabile, seri professionisti, politici e trafficoni vari con o senza famiglia, che si mormorava fossero stati visti (ma solo per caso, intendiamoci!) entrargli in casa a tarda notte per partecipare a qualcuno dei festini a base di sesso e droga che Francuccio organizzava di tanto in tanto. Persino qualche vecchio comunista ci era andato, di quelli della linea dura che queste cose le hanno sempre schifate, almeno in pubblico. Questo è quello che la maggior parte della gente si ricorda di lui, e poi che morì a metà anni ottanta di una malattia che molti non sapevano pronunciare ma che all’epoca veniva definita il male del secolo.
Io invece mi ricordo, perché Francuccio era il mio vicino di casa quand’ero piccolo, anche se questo non lo sa nessuno di quelli che mi raccontano certe storie, e se lo rivelo subito si zittiscono un po’ a disagio, io mi ricordo che era un amico di mia madre e il pomeriggio presto veniva a prendere il caffè da noi. Papà lavorava fino a tardi e con lei parlavano di cucina e cucito e giardinaggio, era una visita gradita. Ed era divertente, diceva mia madre, perché di questo fatto non spettegolava mai nessuno, mentre se fosse entrato in casa nostra a quell’ora un qualsiasi altro uomo, apriti cielo sul paese!
Viveva in un piccolo trullo, adesso abbandonato, su via Alberobello. Noi stavamo nella casa accanto, che ora non c’è più perché ci hanno costruito sopra un condominio. E fra le due case c’era un piccolo giardino comune dove con mia madre coltivavano le rose e dove noi due giocavamo sempre ai cow-boy e agli indiani. E un anno, per il mio compleanno, mi ricordo che mi comprò il cappello da sceriffo e la stella, ma non la pistola perché non gli piacevano le armi e non voleva, anche se all’epoca non lo capivo e ci restavo male, che le maneggiassi, anche solo per gioco. Non mi ricordo più nulla di lui, né che faccia avesse né la voce o i piccoli gesti, o come si vestisse, o il modo che aveva di esprimersi. Mi ricordo solo che tutti i pomeriggi giocava con me, senza mai annoiarsi. Poi a una certa ora della sera se ne andava sulla sua 500 (o era una 126, non ricordo più bene, tranne che fosse una macchina piccola) e anche se ci rimanevo male e piangevo in qualche modo sapevo, avevo capito, che non l’avrei rivisto fino al giorno dopo, quando mi salutava dalla porta mentre andavo all’asilo.
Ora so che mio padre non aveva molta simpatia per lui, non tanto per i suoi gusti sessuali (cazzi suoi!, appunto) ma soprattutto per come si guadagnava da vivere. Forse un po’ era anche invidia, chissà? Mio padre, che faceva due lavori per mantenerci non riusciva a guadagnare in un mese quello che Francuccio metteva insieme in pochi giorni di marchette. Francuccio però non parlava mai di queste cose con nessuno, era sempre discreto ed elegante e con mamma e me carino e disponibile. E papà metteva da parte le sue critiche perché in fondo lui non c’era mai e una mano fra vicini è sempre utile.
Ricordavo anche che da qualche parte avevamo in casa una foto di noi tre insieme in giardino, vicino alle rose, io mamma e lui, ma quando ho chiesto a mia madre lei non sembrava rammentarla e forse potrei anche essermi sbagliato. Magari quella foto non è mai stata scattata, oppure mi confondo e siamo con papà. Mi resta dunque solo la sensazione di un’ombra, qualcosa a metà fra memoria e sogno, e poi le chiacchiere della gente quando vado in giro a chiedere, che non coincidono mai con l’immagine che ho in testa. Chiacchiere e ricordi non vanno d’accordo ma in fondo può anche essere che nella realtà convivano perfettamente in qualche loro strano equilibrio e sono invece io che, come spesso mi rimproverano, devo aprire gli occhi e farmi furbo.

giovedì 24 settembre 2009

l'amore rubato



Ierisera mi trovavo a Bari per compere e mentre giravo per scaffali mi è capitato di notare una coppietta. Erano due ragazze così palesemente innamorate e prese l’una dall’altra da non accorgersi nemmeno del mondo intorno a loro. Letteralmente camminavano a dieci centimetri dal suolo. Erano così dolci che ho provato a rubare un loro bacio. Lo so, lo so, non si fa ma se fosse per tutto quello che non si dovrebbe fare… insomma, ho tirato fuori la macchina dalla borsa, ho fatto uno scatto veloce e zac!, un commesso è intervenuto strappandomi la macchina di mano e informandomi che non si potevano fare foto e sibilandomi subito dopo che ero un pervertito. Roba da matti! Ma pervertito ci sarai tu!, ho risposto incazzato. Mi sono ripreso la macchina è ho raggiunto i miei amici al piano di sotto. Non so, probabilmente ho sbagliato anche io, ma ho il serio sospetto che se a baciarsi fosse stata una coppia etero non mi sarei beccato quel commento inappropriato. Intanto però mi resta questa foto che forse non è perfetta ma per me dice tanto e l’amore resta amore, qualsiasi forma abbia, e ci saranno sempre dei ladri che proveranno a rubarlo.