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venerdì 12 gennaio 2024

i bambini animali

In classe chiedo ai bambini quale animale si sentono e perché. Sono tutti, indistintamente, ghepardi, leopardi, pantere, puma, lupi, animali velocissimi e selvaggi, pronti a sgranocchiarsi la vita fino all’osso, i più paciocconi si sentono insieme ghepardi e koala, velocissimi sì ma sempre pronti all’abbraccio. Una si sente un cervo libero (libero e maestoso, puntualizza, ma che non morde nessuno), un altro si sente un orso ballerino e una bambina più spiritosa si vede come una sardina in scatola, perché è salata. Più miti e realistici (perché vivono in campagna e parlano di ciò che sanno) ci sono un bambino capra e una bambina coniglio. Sono tutti animali coi piedi per terra. L’unica, in tutta la classe, che si mette le ali è la più timida, la più pallida, la più minuta, la più imbranata, quella che le cadono sempre le matite per terra e non parla mai, e quando parla ha la voce così sommessa che non arriva nemmeno alla compagna di banco, e mi dice: Io mi sento un pettirosso, perché sono pronta a dare il mio messaggio, ma quando ci provo mi fa male il cuore.

venerdì 14 luglio 2023

la pila

Questa è la pila che sta al centro del mio giardino, sotto il finto pepe, e che disseta tutti gli animaletti dei dintorni, dalle due tortore che hanno il nido sul cedro accanto e scendono ogni giorno in coppia per lavarsi, alle gazze ladre che arrivano dal fondo del campo e ci lasciano ogni volta una sorpresa, o qualche penna lunga e nera o uno scacazzo fumante che sembrano un presagio, poi lumache e chiocciole che si allungano dal bordo e se scivolano vengono risucchiate in basso e il giorno dopo mi tocca ripescare i loro corpicini gonfi intrappolati nei gusci sul fondo. E ciascuno dei miei cinque gatti più altri quattro che vivono oltre il muretto e i più i svariati insetti che svolazzano per il giardino o lo esplorano millimetro per millimetro con le antennine scrupolose, e i grassi gechi e le lucertole che spuntano dalla siepe a decine. Sarà forse che è cambiato il clima, ma non ne ho mai viste così tante come quest’anno. Quando di noi non resterà più niente sono certo che il giardino sarà tutto loro, secondo me le lucertole vinceranno.

domenica 28 agosto 2022

lepre. neve. poetica

di Michael Krüger

1
Ora il campo davanti ai miei occhi è bianco
e compatto, e se qua e là non ci fosse qualche
stelo scuro, che esausto si fa strada
in quella distesa uniforme, io potrei
parlare di due mondi come tante
poesie sulla neve, che descrivono
con stupore lo spettacolo della natura: confidando
nel fatto che dopo il disgelo apparirà ancora qualcosa
di essenziale. L’elemento chiaro, puro,
senz’ombra, la forza del silenzio: tutto ciò
è noto, e anche il colosso dormiente
che s’alza e abbassa debolmente al ritmo
d’un leggero respiro. Ora potrei, sedendo
al sicuro dietro la finestra, descrivere
il mondo com’esso è realmente.

2
Non posso, perché ora una lepre
brucando saltella sopra il bianco lenzuolo, troppo debole
per farcela su questo pendio nevoso, penso io.
Cerca in questo bianco presente l’ingresso
agli inferi. Saltella giù per le balze
dove prima c’erano sentieri. Ora si rizza,
per avere una visuale migliore, guarda –
verso di me. È come se in lei fosse nascosto
un secondo animale che vuole parlarmi al più presto.
Io guardo altrove. La lepre saltella oltre
e scopre infine una traccia, la traccia
della lepre che sta seguendo con zelo. È ormai
buio, presto sarò placato, la luce
della lampada fa sparire la natura,
sparita è la scrittura ballerina della lepre.

3
Bianca come la neve è la carta,
su cui io ora riporto i ghirigori
dell’animale, bianca come una storia, analogie,
bianca come la scrittura in cui m’imbatto,
che seguo solerte, bianca come il mondo,
bianca come una poesia di neve, bianca come la morte,
che è da riscrivere in quest’inverno.

(da Zoo, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)

martedì 28 aprile 2020

registro

Da stamattina ho registrato:
Uno scoiattolo arrivato lungo il muro
dagli albero di cedro in fondo al campo
ha preso possesso del ciliegio dietro casa.
Una lucertola mi è entrata in salotto
infilandosi nell’angolo e sfuggendo
scaltra al gatto che educato
mi fa doni da ospite e si accuccia
a ronfare sul letto. Una ghiandaia
planando sul giardino
si tuffa arruffando la cresta
nell’acqua verdastra della pila di pietra
sotto il salice. Irina mi chiama
mi dice con la voce stranita
cerca di venire vienimi a trovare
se muoio non ho altro da lasciare
che otto gatti e questo non fa bene
a nessuno. Intanto prendo appunti vedi
per progetti futuri, corrispondenze
o dialoghi che prima o poi ritorneranno.
Affetto il cavolo che ha, di Irina,
lo stesso colore degli Iris.
Mi scrive Ezio dal suo buio
dove non arriva la scrittura lenitiva
non arriva alcun messaggio né dai vivi
né dai morti. Lo registro qui con gli altri.
La Primavera a scatti mi manda
il suo messaggio: Ci ho riflettuto a lungo
e sai sono felice. Ci rivedremo in autunno
promette e dopo la vacanza
constateremo la morte di ogni editoria.
Che importa? Il sole splende, il mondo
procede senza libri. La poesia è dovunque.

domenica 29 settembre 2019

sogni

Oggi hanno pubblicato questo post (bellissimo) su di un polpo che sogna e mentre sogna cambia colore. Guardandolo mi sono ricordato (perché tendo a scordarmelo) che tutti gli animali sognano. E allora mi è saltata in mente una frase di Clint Eastwood da Gli spietati che dice più o meno: "Ammazzare un uomo è una cosa grossa, perché gli porti via tutto ciò che ha e anche tutto ciò che sognava di avere". Ecco, ho pensato questo, che ogni volta che ammazziamo un animale, non ci stiamo solamente nutrendo, non applichiamo alla perfezione la legge di natura, ma anche gli stiamo portando via tutti i suoi sogni. Il che non è, a essere onesti, più terribile di tante altre cose che facciamo, ma è certamente crudele, e visto che noi di quei sogni non sappiamo e non sapremo mai nulla, lo è oltre ogni nostra immaginazione. 

domenica 20 gennaio 2019

fame nera

Ieri notte ho visto una volpe. Una piccola volpe che si aggirava svelta dietro casa, sul limitare del paese, in cerca di cibo. Ho temuto per i miei gatti, che potesse attaccarli o ucciderli mentre, a loro volta, seguivano l’istinto della caccia e dei duelli notturni. Ma non è successo nulla. In compenso i gatti, in preda alla loro natura, hanno fatto strage di un pettirosso che da giorni scendeva a beccare semi sotto l’albero della magnolia, lasciando parte del corpicino straziato sulla porta. È la fame che regola il mondo, mi convinco stamattina, mentre guardo un video ambientalista in cui una mandria di vacche prosciugate dalle mungitrici viene trascinata sulle zampe malferme, dopo gli anni trascorsi nelle gabbie, verso il macello dall’altra parte della strada. Un viatico di fame. È fame che spinge i migranti in mare, fame quella dei pesci che consumeranno i loro corpi a piccoli morsi voraci, fame quella di chi non li vuole e difende il proprio piatto dal loro arrivo, per non spartirlo cristianamente, per non soccombere al loro appetito. Perché il Papa sbaglia, il Vangelo è falso se nega che la fame è più forte di tutto, Gesù non ha mai conosciuto la fame. Fame di chi prende e fame di chi vuole prendere ma muore prima. Non c’è altro. Vince chi ha più fame, chi ha più denti o più salute, chi sa piangere e masticare insieme. Non c’è da temere, i ristoranti sono pieni. La nostra fame è immensa.

giovedì 26 luglio 2018

il frutto della violenza

In questi giorni sta girando molto un video di una trasmissione televisiva in cui Indro Montanelli viene attaccato con ragione, dalla giornalista Elvira Banotti, per la storia del suo matrimonio con una dodicenne in Africa. All’auto-apologia di Montanelli che per l’epoca e il luogo era pratica comune, la Banotti risponde che una bambina resta una bambina, e se lo stesso gesto fosse stato fatto in Europa sarebbe stato ritenuto stupro, che c’era dunque una coscienza, da parte di alcuni almeno, che quel tipo di rapporto era sbagliato e fuorviato dalla discriminazione razziale e da un senso di superiorità di genere, da parte del maschio italiano/europeo sulla donna africana. Ovvero il frutto della violenza e del sopruso. Ecco, io penso che fra alcuni anni, molti di noi siederanno su quella stessa sedia di Montanelli, accusati di mangiare carne, ben sapendo nel profondo del nostro cuore che è e resta un abominio, e alle nostre recriminazioni che per l’epoca e il luogo era pratica comune, qualcuno risponderà che c’erano anche persone che avevano già una coscienza che uccidere degli animali per sfamarsene è sbagliato, che biologicamente parlando persino la vita dell’ultimo insetto del pianeta è sacra e degna di rispetto almeno quanto la nostra, e che tutto l’impianto su cui è costruita la nostra cultura alimentare, per cui alleviamo animali in strutture che sono come lager al solo scopo di ucciderli, squartarli e divorarli è conseguenza del nostro senso di superiorità di specie sul resto degli esseri viventi di questo mondo. Ovvero il frutto della violenza e del sopruso.

giovedì 11 gennaio 2018

via crucis

Chi darà il conto della volpe investita sul ciglio della strada.
O del gatto rannicchiato al segnale rallentare. Chi
delle edicole votive che raccordano sulla via crucis statale
le anime vaganti dopo il grande investimento. Sono in tanti
qui che aspettano un passaggio: cani schiacciati e riccetti
poco più grossi di un pugno, naufraghi persino nel ricordo
di chi con troppa fretta inseguiva il proprio tempo e il proprio sogno
e non guardava in faccia a niente. Figurarsi alla carcassa di un bastardo.

venerdì 1 gennaio 2016

una donna

C’è una donna. Mi consiglia caldamente di vedere un film, The Lobster. Dice che è il futuro che mi aspetta, o che perlomeno dovrebbe aspettarmi per le mie scelte di vita insulse, piene di poesie ma prive di pratica. Il film, ambientato nel futuro, descrive un mondo dove i single, a una certa età, vengono arrestati, chiusi in un hotel e costretti a trovarsi un partner nell’arco di quarantacinque giorni, dopodiché, se non ci riescono, verranno trasformati in animali a loro scelta e abbandonati nella foresta. Io l’animale ce l’ho già, le dico, è l’orso. Lei mi guarda male e mi gira le spalle offesa.

[Liberamente ispirato al lavoro di Mimmo Pastore ispirato dall'opera di Peter Esterhazy]

mercoledì 9 dicembre 2015

la fattoria degli italiani

Per come la vedo io la politica italiana degli ultimi trent’anni si può riassumere in questa formula: una massa di ignoranti ha votato deliberatamente un branco di ignoranti per farsi rappresentare democraticamente, in modo da permettere al branco di ignoranti di facilitarli a restare nel fango dell’ignoranza irresponsabile in cui sguazzano dalla nascita. Questo all’inizio con grandissimo godimento, poi man mano sempre meno fin all’odierno sconforto disgusto o terrore, quando dall’età dell’ingrasso ci si avvicina a quella del macello e ci si chiede perché.

sabato 28 settembre 2013

dov’è il nemico

Ci sono volte che penso che tutta questa storia dell’omofobia sia solo una scusa, che certa gente non picchia o discrimina i gay solo perché sono “gay”, ma più che altro perché ha bisogno di un nemico, qualcuno da odiare e accusare, su cui riversare i propri peggiori istinti. Ne siamo affetti tutti, poi ognuno sceglie i suoi nemici. A volte tocca ai gay, ma se non ci fossero loro quella gente verrebbe a picchiare me perché sono ateo (oppure perché porto gli occhiali), così come se la prendono con gli africani che arrivano sui gommoni a rubarci il lavoro, o con quelli che mangiano o non mangiano carne, o che sono per l’aborto, o contro la violenza sulle donne, o che credono ancora a una sinistra e a una destra senza passare dal centro. Io personalmente odio con tutto me stesso chi abbandona gli animali, e i presuntuosi: quelli che pensano di saperne più degli altri, e ancora quelli che invece sono affetti da ciò che chiamo la “presunzione dell’ignoranza”: gente che meno sa e più è contenta, gli basta qualcuno che gli dica cosa fare. Magari non li picchierei, ma solo perché non ho la giusta dose di rabbia per realizzare certe mie visioni. Mi frega l’indolenza insomma, un altro motivo per picchiarmi.

lunedì 16 settembre 2013

angelo e mosca

A dispetto delle apparenze o dei referti lasciatici in foto sparse o nei suoi versi, si sa come Montale fosse essenzialmente un pigro ed un pettegolo senza pentimenti, e avesse una bella risata luminosa e sottile, singhiozzante come il canto degli uccelli all’alba. La contraddizione lo pervadeva, fu ostinatamente avverso al Regime e allo stesso tempo di temperamento ironico, pronto alla burla e allo sfottimento più o meno giocoso, altro che il burbero solitario e integerrimo, che molti immaginano.
Anche per quanto riguarda i suoi amori, nonostante abbia raramente toccato la piena felicità, si sa che furono tanti e disparati, che nella sua costante ricerca di un punto fermo a cui aggrapparsi riuscì a disegnare intere costellazioni di percorsi sentimentali capaci di spalancare la comprensione dell’universo, passando con maggiore o minor coinvolgimento da una donna all’altra (Esterina, Gerti, Dora, Paola Nicoli), molte delle quali poi salvate, come schegge, suggestioni, senza un ordine preciso, nel libro Le Occasioni. Si sa che il più grande di questi amori, Irma Brandeis, ebrea fuggita in America durante le persecuzioni naziste, venne trasfigurata ne La Bufera, per il potere immaginifico della poesia, nell’angelo sterminatore Clizia, venuto a far giustizia della Storia, e tanto più grande perché, oltre ad essere spietata, era anche inafferrabile: altro suo nome era infatti Anguilla.
Di questo complesso rapporto ci rimane un carteggio pieno di risvolti dolceamari che svela la vigliaccheria del poeta ad abbandonarsi completamente all’amore, i suoi calcoli e i suoi timori che gli costarono la più grande delusione della sua vita: Irma, che gli chiedeva di lasciare l’Italia e partire con lei in America, di fronte ai tentennamenti di lui, lo lasciò. Lui in Italia aveva già una compagna, Drusilla Tanzi, detta Mosca, che riuscì a legarlo definitivamente a sé minacciando il suicidio. Montale poi dedicò a Drusilla la sua poesia più bella (a mio avviso), Ballata scritta in un clinica, cronaca sottintesa di un amore allo sfascio, e allo stesso tempo trasfigurazione di uno sfascio più grande, storico, cui solo l’affetto pone rimedio. Ma Mosca, con la sua morte, ispirò anche una serie di poesie domestiche splendidamente accorate che aprivano Satura e che poi ispirarono le gelosie di Volpe, Maria Luisa Spaziani, poetessa a lungo amata ma senza speranze (almeno a detta di lei) da Montale.
Lei era Volpe, diceva, non un insettucolo fastidioso come Drusilla, che comprensibilmente mal sopportava. E Montale? Montale, diceva, era tirchio, bugiardo, incapace di tutto (di nuotare, di guidare una macchina, persino di andare in bicicletta o capire la differenza fra una rosa e una violetta) eppure proprio per questo, nel suo genio senza mediazioni, nella sua continua volontà di sapere e nel suo cinico candore di fronte alla vita, splendido.
Così la moglie venne ridotta a uno spettro minuscolo e ronzante, commovente nella sua fragilità e inadeguatezza, mentre l’amante a una sinuosa e affilata predatrice, fiera di sé ma pur sempre una predatrice di pollai. Nulla a che vedere, comunque, con l’angelo nero Clizia o ancora con Arletta (o Annetta), suo primo innocente amore, cui sono dedicate molte delle sue ultime poesie e soprattutto quella posta, per sua stessa volontà, a chiusura della sua opera poetica, Ah!, inno elegiaco alla chiusura del cerchio, alla chiusura di una vita e di una scrittura continuamente in bilico fra cuore e universo.
Gli amori senili di Montale, invece, non hanno vita facile. Quello per Laura Papi, molto più giovane di lui, verrà richiuso dal poeta in manicomio, come per salvarlo attraverso la mediazione della follia, da qualcosa che più non gli competeva se non con un pizzico di commiserazione e ironia, nella suite Dopo una fuga, nelle ultime pagine di Satura. Mentre all’altro per Annalisa Cima verrà affidato, da pubblicare dopo la sua morte, l’ultimo suo libro, Diario Postumo, quasi che, traghettata attraverso le correnti del tempo, anche la sua poesia potesse per forza d’amore sopravvivergli.