Tra le rose è spuntato un vagabondo
col corpo rigonfio e le gambette magre.
Le lumache lo adorano. Vicino a lui
persino le gramigne si sentono a casa. Quando piove
ripara i suoi amici col suo manto nero
e dopo la pioggia distende le sue antenne color miele
a cercare il contatto coi bombi. Senza dubbio
arricchisce la tavolozza del verde. Dovrei
estirparlo? Se aumenterà il suo seguito
dovrò intervenire. Per ora lo lascio crescere
in pace, perché anch’esso porta con orgoglio
un nome latino, anche se non si addice
alle rose.
MICHAEL KRÜGER (Residenz Verlag, 1998)
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 8 novembre 2023
giovedì 10 agosto 2023
cuor di coniglio
Michael Krüger, poeta ed editore tedesco, uno dei punti di
riferimento della mia vita. Nato nel 1943, dal 1986 al 2014 ha diretto la casa
editrice Hanser, una delle poche case editrici indipendenti rimaste in
Germania, intercettando e pubblicando, fra gli altri, numerosi poeti, “quelli
che nessuno vuole toccare a causa dell’imperante Metrofobia*”, 14 dei quali
hanno vinto il Nobel (gente come Brodskij, Walcott, Tranströmer, Handke). A chi
gli chiede cosa fa un buon editore risponde: “lo psicologo, l’uomo d’affari, il
conferenziere, ed è un buon amico”, ma se gli si chiede l’attività che più ama
aggiunge “l’editing, lavorare sul testo”. Di suo in Italia sono state
pubblicate alcune antologie e romanzi, ma solo una raccolta completa, Spostare
l’ora (Mondadori, 2015) nella traduzione di Anna Maria Carpi. In una sua
poesia si definisce un “uomo dal cuore di coniglio, niente di più, anzi di
meno”. E spiega: “Non sono mai stato particolarmente coraggioso in vita mia.
Non ho dovuto esserlo. Lo vedo decisamente come uno svantaggio. Ho avuto molte
offerte, anche dall’estero, e opportunità di cambiamento. Ma sono rimasto qui.
Sono una persona frugale, non ho bisogno di seguire le mode, di avere una
macchina o di andare al Casinò. L’ufficio è come un grande elastico che mi tira
a sé. Ti alzi dalla sedia, ma poi sei risospinto di nuovo alla tua scrivania.
Il cuore del coniglio è una macchina che pulsa perché il coniglio è sempre in
movimento. Ma il coniglio preferisce restarsene nella propria tana, seduto lì
con le sue lunghe orecchie e guardare fuori” (le citazioni fra virgolette sono
tratte da una intervista di Gabriela Herpell e Thomas Bärnthaler).
*Metrofobia=paura della poesia.
venerdì 2 settembre 2022
elegia I
di Michael Krüger
Nell’ultima luce c’è ancora un uccello
con le ali dispiegate sopra il ghiaccio
e lascia vagare il fuoco dei suoi occhi
sulla superficie pavimentata di bianco,
finché il buio lassù non lo sorprende.
Il lago ha un luccicore bianco. Io fumo.
Dove c’erano solide rive, stanno ritti
giunchi, che il ghiaccio non è riuscito a falciare.
Puritani resistenti alle intemperie al confine
fra terra e lago. Più in alto i pioppi.
Nella cavità sotto le loro radici
nidificano animali. Ascolto spegnersi
il sordo mormorio prodotto dal vento
che fruga negli steli. Non proprio
scuro né proprio chiaro, il crepuscolo
impregna il congedo della luce.
Proprio adatto alla grigia cappa di nubi
che unifica l’Europa: da Oslo a Napoli fino
a me. Sì, fino a me, l’adattato,
che per lungo tempo la fortuna ha amministrato:
che, come molti, non voleva parlare né
gradiva agire, che si lasciava scrivere,
per il quale le gocce d’acqua d’estate erano
congetture per riempire il testo – in modo che
lo si potesse far leggere. Lascia correre, sognatore.
Nella mia tasca noccioli di prugne, con la dolcezza
dell’estate; su un pascolo sopra il lago
sono stato seduto sull’albero accanto agli uccelli,
finché caddero. Tu vedi fantasmi,
ripetizione, morte. In verità la vita si è
solo raggomitolata per risparmiare energia.
In verità stai già da tempo dove si tirano le somme.
(da Dietro il confine, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)
Nell’ultima luce c’è ancora un uccello
con le ali dispiegate sopra il ghiaccio
e lascia vagare il fuoco dei suoi occhi
sulla superficie pavimentata di bianco,
finché il buio lassù non lo sorprende.
Il lago ha un luccicore bianco. Io fumo.
Dove c’erano solide rive, stanno ritti
giunchi, che il ghiaccio non è riuscito a falciare.
Puritani resistenti alle intemperie al confine
fra terra e lago. Più in alto i pioppi.
Nella cavità sotto le loro radici
nidificano animali. Ascolto spegnersi
il sordo mormorio prodotto dal vento
che fruga negli steli. Non proprio
scuro né proprio chiaro, il crepuscolo
impregna il congedo della luce.
Proprio adatto alla grigia cappa di nubi
che unifica l’Europa: da Oslo a Napoli fino
a me. Sì, fino a me, l’adattato,
che per lungo tempo la fortuna ha amministrato:
che, come molti, non voleva parlare né
gradiva agire, che si lasciava scrivere,
per il quale le gocce d’acqua d’estate erano
congetture per riempire il testo – in modo che
lo si potesse far leggere. Lascia correre, sognatore.
Nella mia tasca noccioli di prugne, con la dolcezza
dell’estate; su un pascolo sopra il lago
sono stato seduto sull’albero accanto agli uccelli,
finché caddero. Tu vedi fantasmi,
ripetizione, morte. In verità la vita si è
solo raggomitolata per risparmiare energia.
In verità stai già da tempo dove si tirano le somme.
(da Dietro il confine, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)
domenica 28 agosto 2022
lepre. neve. poetica
di Michael Krüger
1
Ora il campo davanti ai miei occhi è bianco
e compatto, e se qua e là non ci fosse qualche
stelo scuro, che esausto si fa strada
in quella distesa uniforme, io potrei
parlare di due mondi come tante
poesie sulla neve, che descrivono
con stupore lo spettacolo della natura: confidando
nel fatto che dopo il disgelo apparirà ancora qualcosa
di essenziale. L’elemento chiaro, puro,
senz’ombra, la forza del silenzio: tutto ciò
è noto, e anche il colosso dormiente
che s’alza e abbassa debolmente al ritmo
d’un leggero respiro. Ora potrei, sedendo
al sicuro dietro la finestra, descrivere
il mondo com’esso è realmente.
2
Non posso, perché ora una lepre
brucando saltella sopra il bianco lenzuolo, troppo debole
per farcela su questo pendio nevoso, penso io.
Cerca in questo bianco presente l’ingresso
agli inferi. Saltella giù per le balze
dove prima c’erano sentieri. Ora si rizza,
per avere una visuale migliore, guarda –
verso di me. È come se in lei fosse nascosto
un secondo animale che vuole parlarmi al più presto.
Io guardo altrove. La lepre saltella oltre
e scopre infine una traccia, la traccia
della lepre che sta seguendo con zelo. È ormai
buio, presto sarò placato, la luce
della lampada fa sparire la natura,
sparita è la scrittura ballerina della lepre.
3
Bianca come la neve è la carta,
su cui io ora riporto i ghirigori
dell’animale, bianca come una storia, analogie,
bianca come la scrittura in cui m’imbatto,
che seguo solerte, bianca come il mondo,
bianca come una poesia di neve, bianca come la morte,
che è da riscrivere in quest’inverno.
(da Zoo, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)
1
Ora il campo davanti ai miei occhi è bianco
e compatto, e se qua e là non ci fosse qualche
stelo scuro, che esausto si fa strada
in quella distesa uniforme, io potrei
parlare di due mondi come tante
poesie sulla neve, che descrivono
con stupore lo spettacolo della natura: confidando
nel fatto che dopo il disgelo apparirà ancora qualcosa
di essenziale. L’elemento chiaro, puro,
senz’ombra, la forza del silenzio: tutto ciò
è noto, e anche il colosso dormiente
che s’alza e abbassa debolmente al ritmo
d’un leggero respiro. Ora potrei, sedendo
al sicuro dietro la finestra, descrivere
il mondo com’esso è realmente.
2
Non posso, perché ora una lepre
brucando saltella sopra il bianco lenzuolo, troppo debole
per farcela su questo pendio nevoso, penso io.
Cerca in questo bianco presente l’ingresso
agli inferi. Saltella giù per le balze
dove prima c’erano sentieri. Ora si rizza,
per avere una visuale migliore, guarda –
verso di me. È come se in lei fosse nascosto
un secondo animale che vuole parlarmi al più presto.
Io guardo altrove. La lepre saltella oltre
e scopre infine una traccia, la traccia
della lepre che sta seguendo con zelo. È ormai
buio, presto sarò placato, la luce
della lampada fa sparire la natura,
sparita è la scrittura ballerina della lepre.
3
Bianca come la neve è la carta,
su cui io ora riporto i ghirigori
dell’animale, bianca come una storia, analogie,
bianca come la scrittura in cui m’imbatto,
che seguo solerte, bianca come il mondo,
bianca come una poesia di neve, bianca come la morte,
che è da riscrivere in quest’inverno.
(da Zoo, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)
sabato 25 luglio 2020
come vanno le cose
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole su cosa si è infranta la storia.
Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.
Michael Krüger, trad. Anna Maria Carpi, Il coro del mondo, Mondadori 2010
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole su cosa si è infranta la storia.
Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.
Michael Krüger, trad. Anna Maria Carpi, Il coro del mondo, Mondadori 2010
venerdì 24 luglio 2020
discorso del postino
Più li leggo e più trovo ci siano molte cose in comune fra il tedesco Michael Krüger e l’inglese Philip Larkin, in particolare questa loro poetica dello scarto, di ciò in genere va buttato via, non “le buone cose di pessimo gusto” ma quelle che stanno un gradino più in basso, i rifiuti, mozziconi di sigaretta, cartoline strappate, il sesso fatto male, i ricordi sbiaditi, le parole inutili di una lista della spesa, asservite a una certa austerità, una misura, una compostezza di matrice classica. Basta mettere a confronto due poesie programmatiche come Come vanno le cose di Krüger e Aubade di Larkin per rendersi conto che tale poetica procede quasi parallela, per accumulazione compulsiva, a tratti nevrotica, dei residui, delle tracce di tutto ciò che non è vita ma potrebbe esserlo stato: gli scarti accumulati, assemblati con logica finissima assumono, persino in tanto accanimento sul reale, una loro sacralità metafisica (soprattutto in Krüger), un equilibrio, un’estetica non consolatoria che raggiunge, specie in Larkin, delle punte di crudeltà a tratti infantile che ci pungolano, stimolandoci a un piacere quasi masochistico. Non a caso, volendo trovare un corrispettivo figurativo alla loro opera, il primo paragone che mi viene in mente è MERZbau, la Cattedrale delle Miserie Erotiche di Kurt Schwitters.
[…] È lineare come un armadio quello che sappiamo,
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare,
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere.
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi.
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole.
Il lavoro va fatto.
I postini come dottori vanno di casa in casa.
(Philip Larkin, trad. mia)
[…] Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno
guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.
(Michael Krüger, trad. Anna Maria Carpi, da Il coro del mondo, Mondadori, 2010)
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