Visualizzazione post con etichetta poetica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poetica. Mostra tutti i post

lunedì 31 luglio 2023

odio

Ho appena capito, quasi come un lampo improvviso sotto il sole, che il motivo principale per cui ho amato tanto e amo le poesie di Bordini è la naturalezza con cui ammette che si odia, qualcosa che mi mancava per pudore, o paura di sembrare stucchevole. Attraverso lui ho scoperto questa libertà, che mi fa bene, di poterlo scrivere nei miei versi che mi odio, che ci si può odiare con tale leggerezza che alla fine non senti più la distanza, nessuna differenza con gli altri corpi vuoti che occupano il mondo.

lunedì 19 settembre 2022

colore

Poco fa per una intervista che uscirà più in là mi hanno chiesto qual è secondo me il colore della mia poesia. Risposta: giallo paglierino, indice di una corretta idratazione e di una dieta equilibrata. Non dico che te la puoi bere, ma quasi.

domenica 28 agosto 2022

lepre. neve. poetica

di Michael Krüger

1
Ora il campo davanti ai miei occhi è bianco
e compatto, e se qua e là non ci fosse qualche
stelo scuro, che esausto si fa strada
in quella distesa uniforme, io potrei
parlare di due mondi come tante
poesie sulla neve, che descrivono
con stupore lo spettacolo della natura: confidando
nel fatto che dopo il disgelo apparirà ancora qualcosa
di essenziale. L’elemento chiaro, puro,
senz’ombra, la forza del silenzio: tutto ciò
è noto, e anche il colosso dormiente
che s’alza e abbassa debolmente al ritmo
d’un leggero respiro. Ora potrei, sedendo
al sicuro dietro la finestra, descrivere
il mondo com’esso è realmente.

2
Non posso, perché ora una lepre
brucando saltella sopra il bianco lenzuolo, troppo debole
per farcela su questo pendio nevoso, penso io.
Cerca in questo bianco presente l’ingresso
agli inferi. Saltella giù per le balze
dove prima c’erano sentieri. Ora si rizza,
per avere una visuale migliore, guarda –
verso di me. È come se in lei fosse nascosto
un secondo animale che vuole parlarmi al più presto.
Io guardo altrove. La lepre saltella oltre
e scopre infine una traccia, la traccia
della lepre che sta seguendo con zelo. È ormai
buio, presto sarò placato, la luce
della lampada fa sparire la natura,
sparita è la scrittura ballerina della lepre.

3
Bianca come la neve è la carta,
su cui io ora riporto i ghirigori
dell’animale, bianca come una storia, analogie,
bianca come la scrittura in cui m’imbatto,
che seguo solerte, bianca come il mondo,
bianca come una poesia di neve, bianca come la morte,
che è da riscrivere in quest’inverno.

(da Zoo, trad. Luigi Forte, in Di notte tra gli alberi, Donzelli, 2002)

mercoledì 2 febbraio 2022

sui versi

A volte mi rimproverano – credo con ragione – di crogiolarmi un po’ troppo nei miei mali. Non sono il solo. Leggevo l’altra sera una poesia piccata di Giorgio Bassani che, accusato da un’amica della stessa colpa, sputtanava l’amica in una poesia e ci litigava. Tutto molto puerile. Di contro oggi leggevo un libro di poesie in cui ci si compiace senza fronzoli nella descrizione coi guanti bianchi del male degli altri. È questo il genere di sguardo che va per la maggiore oggi: lo chiamano distacco clinico, ma ci senti ancora dentro quel pizzico di crudeltà o disgusto del mondo che scuote i sensi assopiti del telespettatore abituale. A me sembra che in poesia ci siano rimasti soltanto – per impoverimento – due tipi di sguardo, due punti di vista: quello della cavia che si contorce/compiace in gabbia o sul vetrino e quello del macellaio che la viviseziona in nome di un principio più alto di superiorità della razza. Razza di stronzi, appunto.

venerdì 24 luglio 2020

discorso del postino


Più li leggo e più trovo ci siano molte cose in comune fra il tedesco Michael Krüger e l’inglese Philip Larkin, in particolare questa loro poetica dello scarto, di ciò in genere va buttato via, non “le buone cose di pessimo gusto” ma quelle che stanno un gradino più in basso, i rifiuti, mozziconi di sigaretta, cartoline strappate, il sesso fatto male, i ricordi sbiaditi, le parole inutili di una lista della spesa, asservite a una certa austerità, una misura, una compostezza di matrice classica. Basta mettere a confronto due poesie programmatiche come Come vanno le cose di Krüger e Aubade di Larkin per rendersi conto che tale poetica procede quasi parallela, per accumulazione compulsiva, a tratti nevrotica, dei residui, delle tracce di tutto ciò che non è vita ma potrebbe esserlo stato: gli scarti accumulati, assemblati con logica finissima assumono, persino in tanto accanimento sul reale, una loro sacralità metafisica (soprattutto in Krüger), un equilibrio, un’estetica non consolatoria che raggiunge, specie in Larkin, delle punte di crudeltà a tratti infantile che ci pungolano, stimolandoci a un piacere quasi masochistico. Non a caso, volendo trovare un corrispettivo figurativo alla loro opera, il primo paragone che mi viene in mente è MERZbau, la Cattedrale delle Miserie Erotiche di Kurt Schwitters.



[…] È lineare come un armadio quello che sappiamo, 
che abbiamo sempre saputo, da cui non si può scappare, 
che non si può accettare. Un lato dovrà cedere. 
Intanto i telefoni stanno accucciati, pronti a suonare 
negli uffici ancora chiusi, e tutto l’indifferente 
intricato mondo a noleggio comincia a svegliarsi. 
Il cielo è bianco come argilla, non c’è sole. 
Il lavoro va fatto. 
I postini come dottori vanno di casa in casa. 

(Philip Larkin, trad. mia) 



[…] Non è successo niente. È tutto tranquillo. 
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline, 
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli, 
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto 
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione 
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno 
guarda ognuno con interesse. Le conversazioni balbettanti 
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi 
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato: 
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza. 

(Michael Krüger, trad. Anna Maria Carpi, da Il coro del mondo, Mondadori, 2010)

venerdì 10 agosto 2018

poetica

Ogni mattina mi sveglio e faccio tanta di quella cacca poetica che credo il mio successo sarà immediato. Poi torno alla realtà e mi rendo conto che non tutte le cacche sono uguali, qualcuna è più uguale delle altre e dunque, mio caro autore di successo, ti chiedo, la tua cacca poetica di che colore è?

martedì 8 novembre 2016

archetipi

In molti sognano Dante. Ma per lo più si dividono fra Petrarca e petrarcheschi. A qualcuno tocca pure un Cavalcanti. Io per me spero (senza certezze) d’essere Cecco, né più né meno degli altri, ma indifferente alla calca dei pretini che si ritagliano un angoletto sull’altare. E per questo l’unico capace di gridare: «Dante spostati, mi togli il sole!».

mercoledì 8 ottobre 2014

“contro” caproni

Continuo ad addentrarmi nella lettura di Giorgio Caproni, Il muro della terra, Il franco cacciatore, e non capisco come faccia a piacer tanto, a così tanti, una poesia talmente terrorizzante. In Caproni non c'è niente di “piacevole”. La sua ironia è beffarda. Le sue opere sono piene di spettri, di voci dall’oltretomba che si aggirano in un paesaggio nebbioso, metafisico, dantesco: l’enorme foresta popolata di cacciatori senza volto, mastini sulle tracce di fuggiaschi, esiliati, bestie feroci di fattura medievale, in cui non c’è Dio, né consolazione, né salvezza, non c’è nemmeno la Parola che possa dar conforto, tutto è terribilmente buio, sfuggente, ingannevole, nulla ha più senso. E l’unica cosa certa è una morte senza fine che arriva sempre all’alba.

giovedì 17 aprile 2014

per la morte di marquez

Confesso che gli ultimi libri di Marquez non mi sono mai piaciuti molto, e ho sempre pensato che il suo ultimo libro davvero bello sia stato L’amore ai tempi del colera.
Di Marquez si parlerà sempre come dell’inventore del realismo magico, però devo dire che se dovessi individuare una capacità che aveva come scrittore, era quella di essere un delicatissimo narratore di splendide storie d’amore. Storie in cui il ritorno era sempre possibile, anzi, e l’abbandono necessario a una crescita personale, a una presa di coscienza di sé. In questo Marquez era uno scrittore della speranza, uno dei pochi veri ottimisti del ‘900.
Negli anni ho letto tutte le sue storie, e se dovessi indicare le mie preferite, non sarebbero romanzi ma racconti: La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata, Morte costante al di là dell’amore, La santa, I funerali della Mamà grande, e poi due racconti lunghi o romanzi brevi di incredibile potenza, Nessuno scrive al colonnello e Cronaca di una morta annunciata. Testi brevi in cui venivano meno certi suoi manierismi che facevano indubbiamente parte del suo linguaggio ma che alla lunga potevano diventare stucchevoli. E poi alcune pagine meravigliose dai suoi romanzi più celebri.
Di tutte queste pagine lette e imparate, divorate a suo tempo, ancora ricordo la commozione che provai, da ragazzino, su una in particolare; commozione che mi portò poi a comprare il resto dei suoi libri e a innamorarmene, quella per il ritorno a casa di Bayardo San Romàn. Pagina che riporto qui, sperando di condividere ancora, con voi, quel sentimento:
“Un mezzogiorno d’agosto, mentre ricamava con le sue amiche, sentì che qualcuno era arrivato alla porta. Non ebbe bisogno di guardare per sapere chi fosse. “Era grasso e gli cominciavano a cadere i capelli, e ormai gli occorrevano gli occhiali per vedere da vicino” mi disse. “Ma era lui, cazzo, era lui!” Si spaventò, perché sapeva che in quel momento lui la vedeva decaduta come lei vedeva lui, e non credeva che avesse dentro tanto amore quanto ne aveva lei per sopportarlo. Aveva la camicia inzuppata di sudore, come lo aveva visto la prima volta alla fiera, e portava la stessa cinta e le stesse bisacce di cuoio scucito con ornamenti d’argento. Fece un passo avanti e posò le bisacce sulla macchina da cucire.
“Bene” disse, “eccomi qua.” 

martedì 31 dicembre 2013

blue jasmine: una lettura

Blue Jasmine, di Woody Allen
Ho visto ieri il nuovo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e il primo commento che mi viene in mente, a caldo, per tutti quelli che periodicamente vengono a pontificare che Allen è finito, è : Tiè!
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.

mercoledì 13 febbraio 2013

di taglio e cucito

Di Vittorio Sereni quest’anno ricorre il centenario della nascita. Ero in dubbio se fare un post o meno sulla ricorrenza, anche perché Sereni di me non ha proprio bisogno. La sua fondamentale seppur discreta presenza nel panorama poetico italiano è certa, e il suo libro più bello, Gli strumenti Umani, oltre a essere opera perfetta e ancora stimolante, modernissima, è stato talmente rivoluzionario da potersi considerare chiave di volta di tutta la poesia del secondo ‘900 (ma anche il secondo Montale, quello di Satura, sarebbe impossibile senza Sereni). Nonostante questo Sereni è poco conosciuto, forse perché il suo verso, per quanto apparentemente facile, non sempre lo è davvero; o forse perché il suo personaggio è meno istrionico di altri.
Così, senza voler troppo aggiungere (alimentando chiacchiere inutili su chi non ne voleva affatto), ho pensato che almeno un paio di poesie sue dovevo pubblicarle. Magari poesie un pizzico meno famose di altre che potete tranquillamente trovare in giro. Ho scelto così tre poesie “casalinghe” dal suo ultimo e quarto libro, Stella Variabile, a cui sono particolarmente legato perché regalatomi per un mio compleanno. La prima è tipicamente sereniana nel trascendere l’episodio comune (il trasferimento in una nuova casa) per una riflessione più ampia sulla morte da parte del poeta ormai anziano. La seconda è ancora più inquietante, il quadretto famigliare di un litigio con la nipotina che si trasforma in una visione sulla fatalità della storia nei campi di concentramento. La terza, dedicata alla vecchia moglie, è semplicemente commovente. Sono le poesie di un uomo che si avvia lentamente alla fine, ma con la forza di guardarsi ancora intorno con sguardo lucido e cuore aperto.
Stella Variabile è, per certi versi, un libro imperfetto, non tutte le poesie sono all’altezza del poeta Sereni, eppure tutte raccontano la storia dell’uomo Sereni, e in fondo anche questa è una rivoluzione della sua scrittura: il considerare ogni momento, ogni più modesto particolare, degno di essere vissuto e raccontato, per il semplice motivo di considerare la vita (di chiunque, persino in tanto nulla) il dono più prezioso di tutti.


QUEI TUOI PENSIERI DI CALAMITÀ 

e catastrofe
nella casa dove sei
venuto a stare, già
abitata
dall’idea di essere qui per morirci
venuto
– e questi che ti sorridono amici
questa volta sicuramente
stai morendo lo sanno e perciò
ti sorridono.


SARÀ LA NOIA

dei giorni lunghi e torridi
ma oggi la piccola
Laura è fastidiosa proprio.
Smettila – dico – se no...
con repressa ferocia
torcendole piano il braccino.
Non mi fai male non mi fai
male, mi sfida in cantilena
guardandomi da sotto in su
petulante ma già
in punta di lagrime,
non piango nemmeno vedi.

Vedo. Ma è l’angelo
nero dello sterminio
quello che adesso vedo
lucente nelle sue bardature
di morte
e a lui rivolto in estasi
il bambinetto ebreo
invitandolo al gioco
del massacro.


DI TAGLIO E CUCITO

                            Il giocattolo,
pecora o agnello che rappezzi
per ingiunzione della piccola,
di testa forte più di quanto non dica
il suo genere ovino
è in famiglia con te. Il tuo profilo
caparbio a ricucire il giocattolo
e quella testa forte: paziente
nell’impazienza – il tuo cipiglio
che pure non molla la presa
sulla mia vita che va per farfalle
e per baratri… Per ogni
graffio un rammendo, per ogni sbrego
una toppa.
                Quanto vale
il lavoro di una
rammendatrice, quanto
la tua vita?

domenica 8 aprile 2012

segnalazione

Come regalo di Pasqua il poeta Vito Russo ha scritto una recensione del mio primo libro sul blog del poeta Antonio Spagnuolo. Insomma Pasqua poetica la mia. O, se preferite, al cioccolato. Qui il link al blog di Spagnuolo. E qui un bel pezzo di musica da ascoltare mentre leggete.



Alcuni libri maturano col tempo nella percezione del lettore. Capita anche quando con l’autore, tra i saliscendi della Valle d’Itria, si è percorso un bel pezzo di strada, con la lentezza che la poesia e l’amicizia meritano.
Ho riletto di recente “L’innocenza del male” di Antonio Lillo, edito da Lietocolle nel 2009.
Lillo è un poeta non laureato, per dirla alla Montale, ma è anche un poeta che utilizza i mezzi espressivi dei maestri del secondo Novecento con impeccabile padronanza. Operazione condotta con consapevolezza e sfacciataggine, come quando ad esempio Lillo rivela il rapporto con la poetica di Vittorio Sereni, soprattutto. Ma sono tanti i contatti “nobili”, espliciti e non, come con Pasolini, Fortini, Penna, Pagliarani, lo stesso Montale e la cosiddetta Linea Lombarda.
Nel solco di questa tradizione, accade che i sentimenti, nominati, prendano invece la forma immaginifica del verso, come la sofferenza, che, “caricandosi, s’aggruma a tappo in gola”. È come se il reale, attraverso l’azione, e, soprattutto, attraverso la parola, e grazie alla parola, prenda realmente corpo, al punto da pensare che prima della parola ci sia solo il nulla. Così l’amore “si / presenta tuo durante il bacio / in ascensore. Poi sparisce all’ora di / sciacquare / i peli caduti sul fondo della doccia”. Pare essere questa la conclusione umana e poetica del poeta di Locorotondo: “E se / la poesia la politica il semplice fare / non fossero altro che un esserci in fondo?”
È il movimento delle cose, degli oggetti, degli animali prima che delle persone, l’azione insomma, che rivela l’esistenza, come il semplice incresparsi della carta, o la fuga terribile di un ratto che scava gallerie dentro il corpo, e al poeta non resta che cercare di lasciare un’impronta nell’altro. In fondo, l’azione poetica, atto solitario, rivive solo nel momento in cui stabilisce un contatto con l’altro. Lillo è infatti anche un poeta narcisista, che si compiace del suo modus vivendi et scribendi, ma al tempo stesso ha l’umiltà di non prendersi troppo sul serio, come quando semplicemente scrive “Forse mi do troppa importanza”. Se il soggetto dominante infatti è l’io, non mancano molte forme impersonali, e soprattutto, spesso sono gli animali (ratti, cani, gatti, anitre, canarini, pesci), le piante, o altre volte anonimi vicini di casa, o pescatori, o clandestini, a occupare cinematograficamente la scena poetica.
Sul piano del predicato invece, è frequente l’uso dell’imperfetto o del passato remoto, ma pare trattarsi solo di un espediente stilistico o retorico, perché domina appunto l’azione, lenta, lentissima, ma continua, sulla stasi, quasi che il poeta viva un eterno presente, tempo per attualizzare il passato e immaginare il dispiegarsi del futuro. Lo spazio in cui il fare, la vita, trionfano, è la provincia, con la sua incantevole distanza e indifferenza dal e al potere, e questo spiega anche l’uso frammentario di un dialetto che dà voce a personaggi buffi ed eroici, come nel cinema felliniano: un poeta che suona nella banda ai funerali, o il soggetto stesso che si ritrova chiuso in un portone assolato ad aspettare un amico e il mondo intero.
“L’innocenza del male” è un libro che, nella sua ricercata disomogeneità, si rivela in continuo movimento, in costante tensione estetica e umana, a significare un crescente, incontenibile, innamoramento per la vita: “balliamo sgraziati / da lento fuoco / abbracciati”.
Ma se qualcuno chiedesse all’autore il motivo per cui scrive, Lillo, col suo cinico romanticismo, risponderebbe che conta solo di conquistare qualche bella ragazza, magari citando Simone Cattaneo.

(Vito Russo)

martedì 15 settembre 2009

lezioni di poetica

Un buon artista, mi ha detto il maestro di fotografia, normalmente dovrebbe saper parlare di tutto, affrontare qualsiasi argomento. Poi è ovvio ci sono cose che ti prendono più di altre, argomenti che senti di più e in maniera assolutamente tua e lì nasce una poetica. Ci sta. Per quanto mi sforzi, ad esempio, tutto mi riesce di fare meno che di fotografare un tramonto. Mi sembra una gran fesseria. Un tramonto è bello sedersi è guardarlo. Fotografato è solo una macchia di colore. Ma questo, è ovvio, è solo la mia opinione. È che mi piace vivere e quindi cerco sempre di non perdermi nulla, per quel che posso o che la mia pigrizia congenita mi permette. Poi sarà la mia ben nota “sensibilità” ma torno sempre sugli stessi argomenti.
Le due poesie di seguito sono state scritte la prima il 24 dicembre del 2006 e la seconda il 15 settembre 2004, come annotano le date sul mio taccuino. Scrissi la seconda a Roma ospite di amici e la prima a casa, al ritorno da un viaggio, ed è strano come mi ricordi così bene questa cosa ma non dove fossi andato: è che il senso di colpa che ancora sento per non essere stato lì dove avrei dovuto ha annullato tutto il resto. Descrivere l’argomento di entrambe mi sembra superfluo.
Il fatto è che pochi giorni fa un’amica mi ha chiesto di poter leggere tutte le mie poesie ora che sono in standby con la scrittura, e dando un’occhiata ai miei file per vedere che non ci fosse niente di troppo sconveniente da mandarle (ho anche cose sconvenienti nascoste nel mio armadio) ho riletto queste due che, a onor del vero, sono fra le mie preferite, tanto che mi capita spesso di leggerle quando partecipo a qualche reading. La prima in genere è per me quasi un voto necessario, il modo di pagare un vecchio debito, un tributo dovuto a un amico. La seconda invece è la poesia con cui di solito concludo sempre le mie letture. La poesia delle poesie, la più letta in assoluto delle mie! A me piace. Voglio dire che c’è del mio anche qui. Per lo più quando la leggo scateno perplessità iniziale seguita da una grassa risata finale. Che dirvi, come si potrebbe rinunciare, a fine serata, dopo tanta “intensità poetica” a tutti quelli che ti si avvicinano e ti dicono con un bel sorriso: “però che tipino che sei, mica sembravi!”

POESIA PER LA MORTE DI GIOVANNI CORBASCIO, IL BRASILIANO

Non è vero che la morte ci accomuna.
Né che ci consola il pensiero degli estinti.
Non lenisce sofferenza alcuna il saperti ormai
al riparo da tutte le cadute o i capitomboli
a te destinati dal tuo nome. Non eri
di questa terra. Non di nessuna in particolare.
Andavi per mare infatti, litri di grappa profumata,
ondeggiante, navigavi. Ti svegliavano a volte
con una secchiata d’acqua dolce, ma non era quello
il tuo elemento. Reagivi chimicamente
alle lacrime… Anche ora che ti ricordo così,
ché non ero presente alla tua veglia, né
ho accompagnato alla tua tomba il gatto nero
tuo compagno di stanza, mi sento
in colpa. Chissà se ti hanno sepolto con
addosso il tuo vestito buono, i tuoi scarpini
a centinaia e il tuo ritratto di Mussolini
in divisa. Chissà se ti hanno restituito
tutti i chili di carne rubati dai medici
negli ultimi mesi o i tuoi quaderni sparsi
fra gli ospedali. Mi hai stretto la mano
l’ultima volta, come sempre facevi.
Con cortesia e rabbia. Ma stavolta eri sobrio.
È caduto l’impero romano, mi dicesti
citando forse inconsciamente il Leopardi,
cadrà pure l’americano, prima o poi…
Ti porterò un fiore in una bottiglia.
Aggiungerò nel cassetto la tua foto alle altre.
L’ho strappata via a un manifesto. Mi sembrava
un bel gesto romantico, nel tuo stile.
Ti penserò, hermano, sul fondo del cassetto.


INCORONAZIONE

Il mio glande incoronato
dal tuo morso, bluastro il segno
d’un dispettoso dentino
sulla golosa fragola rossastra,
sul mio piccolo cuore slabbrato.
A te sempre ripenso, ogni volta
che piscio.