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domenica 29 dicembre 2024

follia di massa

Giuro che è molto fuori di testa questa cosa che leggo da un paio di giorni. Da una parte molte donne (e uomini) che conosco condividono post che dicono “Free Cecilia Sala” (usando il “free” anglofono, anche se poi ce l’hanno con l’America padrona), e sottintendendo: “Liberatela, voi Patriarchi di tutto il mondo” come se l’avessero fermata perché è una donna, e non perché è una giornalista che faceva il suo lavoro in un paese sotto dittatura. Dall’altra leggo post di gente che non so più come definire, che in barba al noto detto “restiamo umani”, si dicono convinti che Cecilia Sala sia una “spia” delle forze “americano-sioniste” che hanno preso di mira il Medioriente – che è una spia si evincerebbe dagli articoli che scriveva “da brava Atlantista” contro Putin, ma “senza mai prendere posizione su Gaza” o “accennare ai bambini morti a Gaza” – e che ora questa spia per cui non provano nessuna pietà, è stata fermata mentre cercava di carpire informazioni militari per il nemico (cioè noi stessi, visto che bene o male siamo nati da questa parte del mondo). E concludono dicendo che, se la Repubblica Iraniana è stata presa di mira dai nemici che siamo, forse non è così cattiva come la dipinge la “stampa plutocratica” di matrice “americano-sionista”, e tutto questo in barba alle rivolte scoppiate in piazza dopo la morte di Mahsa Amini. Questo sto leggendo in queste ore, e giuro che per me si sta sfiorando la follia di massa. Certe volte penso che dovrebbero vietare la visione di film come Il Signore degli Anelli o di Star Wars ai minori di cinquant’anni, perché rischiano di deviare le menti più deboli.

domenica 17 dicembre 2023

leave her to heaven

 Visto ieri per la prima volta Leave Her to Heaven (1945) di John M. Stahl. Mea culpa, considerato che è in realtà un classico del melodramma noir, anche se nel particolare clima degli ultimi dibattiti italiani sul “patriarcato sì, patriarcato no” acquista delle sfumature particolari. Tutto il film, che ha il sapore di una tragedia greca in salsa hollywoodiana, è costruito sul complesso di Elettra di cui soffre la protagonista, la bellissima amazzone Gene Tierney, al punto da ribaltare completamente tutte le regole del noir classico secondo cui l’antieroe di turno (il duro dal cuore tenero) deve sì difendersi dall’infida dark lady, ma solo perché lui è innamorato di lei che il più delle volte – perché le dark lady nei noir sono donne sentimentalmente emancipate e per questo fanno paura – non lo ricambia o lo usa soltanto per raggiungere i propri scopi. In questo caso, invece, lui (Cornel Wilde) che è tutto fuorché un antieroe si fa accalappiare da lei che non solo lo ama, ma lo ama alla follia, di un amore possessivo e geloso, quindi del tutto disinteressato ma allo stesso tempo disturbato. Così che il romanticismo tipico di ogni amore patinato viene qui gonfiato fino a diventare paradossale e soffocante. Questo perché la protagonista è mossa da una passione incestuosa per il padre – morto non si capisce bene come, ma si insinua il dubbio del suicidio – e sceglie quindi di sedurre e sposare un uomo appena conosciuto (Cornel Wilde appunto) perché assomiglia al padre morto. Da ciò scaturiranno una serie di tragedie dove lui, vittima di cotanto ingombrante amore in cui fa da controfigura, subirà, da brava controfigura, il suo fato senza opporsi, rovinandosi la vita; e dove altri perderanno la vita, compreso il loro stesso figlio per cui lei non prova nessun affetto: perché lei vuole restare figlia, non diventare madre. Tutto ciò viene intinto in un technicolor luminosissimo che fa molto Peyton Place e avvolge di una luminosità tanto ipocrita quanto bigottamente americana ogni possibile ombra. E anche in ciò vi è qualcosa di sovversivo rispetto al canone solito del noir, che si rifaceva invece a stilemi desunti dall’espressionismo tedesco: tutto in bianco e nero e pieno di chiaroscuri d’ambiente che riflettevano quelli interiori, con violenti contrasti di luce che spesso annullavano prospettiva e profondità di campo per proiettare l’azione in uno spazio angusto, indeterminato e onirico. Qui tutto è (apparentemente) chiaro e spazioso, addirittura ambientato in angoli di paradiso terrestre incontaminati e separati dal resto mondo. Troppo bello per essere vero, al punto da suonare falso e creare un sottile e continuo stato di inquietudine. David Lynch, immagino, lo avrà sicuramente tenuto a mente pensando al suo Twin Peaks.



 

domenica 26 marzo 2023

verso + voce

Ho letto adesso che oggi pomeriggio è morto Ivano Marescotti che per me era soprattutto la voce teatrale di Lello Baldini. Lo so che può sembrare poco da dire per un attore che ha fatto così tanto, ma un testo è sempre verso + voce che danno vita a un mondo. Il mondo di Baldini era sempre qualcosa di vagamente spostato, di folle, come se un certo tipo di follia romagnola con il suo spirito ferino, le atmosfere sulfuree, fosse stata trapiantata nella follia urbana di Milano ereditata dal Porta, con questi ritmi lunghi, ronzanti, ondivaghi, pieni di domande non risolte. Non era facile abitare in questo mondo, ma Marescotti lo aveva fatto suo, se lo coccolava come una chioccia anche se si scherniva dicendo di non parlare proprio lo stesso dialetto, lui era di Bagnacavallo, non di Santarcangelo. Ma tutto tornava se inquadrato in questo lieve slittamento. Così Baldini era il verso e Marescotti la voce. Il tema la follia del mondo. Con Marescotti è finito il mondo, e ora ci resta soltanto una follia senza la bussola.

domenica 5 marzo 2023

schizofrenia

La prova più evidente della schizofrenia politica americana per me resta Donald Trump che mentre aspetta di essere processato per vari reati contro il sistema democratico americano, non ultimo l'assalto dei barbari a Capitol Hill, va in campagna elettorale e dice di essere l'unico che può salvare il mondo. Gli elettori americani, stando ai sondaggi, da una parte sono consapevoli che è un bugiardo patentato, dall'altra rinconfermebbero il voto. Trump dice dal palco: Posso far finire questa guerra in un un giorno, perché Putin è amico mio. Lo ha detto lui. Applaudito. Quindi da una parte c'è la Nato che secondo alcuni sta fomentando la guerra contro la Russia per interessi americani in Europa, dall'altra c'è Trump che va "in direzione ostinata e contraria" perché è amico di Putin e può far finire la guerra in un paio d'ore: chiude il rubinetto delle armi (come ha già fatto in Afghanistan), consegna l'Ucraina alla Russia per mettere pace e da domani si pensa a fare lo sgambetto alla Cina. Lo ha detto lui. Applaudito. Ecco che il mondo ancora una volta è salvo, ma non in pace, soltanto ancora un po' svenduto e in attesa del prossimo capriccio del pazzo di turno.

domenica 3 aprile 2022

qualcuno doveva cantare

Stanotte ho sognato mio nonno che cantava Bella ciao in piazza e non si ricordava le parole. C'era una piccola folla che applaudiva ma non cantava con lui. E più lui sbagliava più loro applaudivano per incoraggiarlo. Io cercavo di portarmelo via perché sapevo che se lo avessero trovato a cantarla lo avrebbero arrestato ma quando mi avvicinavo gli altri mi gridavano contro e mi spingevano lontano perché lo volevano lì. Qualcuno doveva cantare la canzone, mi dicevano, ed era meglio che lo facesse lui che era vecchio e non aveva niente da perdere. E io non avevo abbastanza forza per difenderlo e mi mordevo le mani pieno di rabbia e lì guardavo uno per uno per ricordarmi le loro facce vuote.

lunedì 5 aprile 2021

la morte in riva al fiume


Per chi pratica il mercato dell’arte, non è raro imbattersi in categorie di comodo, e di massima, secondo cui o un’opera è un capolavoro oppure non è niente, non vale la pena non solo acquistarla, ma nemmeno guardarla. Eppure il mondo dell’arte vive soprattutto di fallimenti, più o meno spettacolari, ed è pieno di splendidi lavori minori, che non solo hanno grande dignità in se stessi, ma sono catalizzatori di idee e suggestioni non meno dei capolavori. Perché non ci sono camere a tenuta stagna o classi differenziate nel linguaggio dell’arte, tutto parla a tutto, ogni cosa bisbiglia e suggerisce, ai sensi di un autore. Ci pensavo ieri sera, guardando proprio un film “minore” di Fritz Lang, House by the River, del 1950 (passato in Italia come Bassa marea), uno dei classici film “di cassetta” dell’epoca, di cui Lang espatriato a Hollywood era maestro. Di cosa parla? Byrne, scrittore fallito e che beve – tutti i falliti del primo cinema noir americano sono scrittori alcolizzati, sui modelli “reali” di Chandler e Fitzgerald – prova a sedurre la giovane cameriera, la ammazza accidentalmente quando lei si rifiuta, quindi ne nasconde il cadavere in un sacco e lo getta nel fiume che scorre vicino casa. Poi, nel classico schema del cinema langhiano, tutto basato sui concetti di “colpa” e di “destino”, viene preso da una sorta di demone e, invece di insabbiare tutto, si lancia in una sorta di gioco in cui sfida di continuo l’opinione pubblica a scoprirlo, disseminando indizi e dichiarazioni che lo accusano palesemente, finché, scoperto per davvero, prova a uccidere suo fratello e la sua stessa moglie e resta ucciso a sua volta. La scena più cupa e avvincente del film è quella in cui Byrne si accorge che il cadavere della ragazza è riemerso dal fondale e viene spinto dalle correnti lungo il fiume; comincia così a inseguirlo per tutta la notte su una barca, a un certo punto prova ad arpionarlo senza riuscirci, ma afferrando il sacco con un gancio, lo buca e in quel momento i capelli della ragazza fuoriescono dallo strappo e cominciano a fluttuare dolcemente nell’acqua torbida. Magari è tutta una mia suggestione, ma mentre guardavo questa scena, ho immaginato che fra gli spettatori del film ci fosse Charles Laughton, attore nella cui testa, cinque anni dopo, proprio quella scena “pompata” fino all’inverosimile e impregnata di espressionismo tedesco, esploderà portandolo a produrre e a girare il suo primo e ultimo film, The Night of the Hunter (passato in Italia come La morte corre sul fiume)* basato su un racconto del 1953 di Davis Grubb, con protagonista Robert Mitchum nella parte di un assassino seriale che insegue, sotto la luna piena, lungo un fiume, i figli di una delle sue vittime, sfuggiti alla sua folle violenza. Trasfigurandolo nel linguaggio della favola, il film di Lang viene smontato da Laughton in ogni suo elemento e rimontato scena per scena, immagine per immagine, estremizzando ogni sua suggestione: lì dove l’eroe di Lang era un marito fedifrago amorale, qui il reverendo di Laughton è un predicatore sessuofobico che sposa donne sole per poi ammazzarle, entrambe le pellicole si basano sul continuo gioco di specchi fra peccato e salvezza, sfida all’autorità e morte, con il reverendo che alla fine viene quasi linciato dalla folla, proprio come in Furia (1936) dello stesso Lang. Ma più di tutte le altre, la scena, macabra e affascinante, che fa da perno fra i due film, è proprio quella dei capelli. Nel primo film vediamo quelli, ma nient’altro del corpo della vittima, a un certo punto la polizia irrompe nella casa di Byrde annunciando il ritrovamento del cadavere. Nel secondo film, invece, Laughton ci restituisce proprio il frammento rubato alla storia di Lang, l’anello mancante in cui un pescatore sfortunato aggancia all’amo il cadavere della donna, uccisa dal reverendo e lasciata affondare, e noi quel corpo lo scopriamo con lui. I suoi lunghi capelli fluttuanti sul fondo come alghe – chiaramente debitori di quel ciuffo sfuggito al sacco di Lang – ne incorniciano il volto livido e ci raccontano che, ammazzata o no che sia stata, solo la morte ci restituisce la pace e il silenzio, e per quella, adesso, noi peccatori dobbiamo pregare, ed esserle grati.

*Ancora un punto di incontro, ma occasionale. Nell’ultima scena del film di Lang, vediamo il manoscritto a cui Byrne stava lavorando e in cui, sfacciatamente, trasfigura narrativamente l’omicidio della ragazza. Il manoscritto porta questo titolo: Death by the River, la morte in riva al fiume.

domenica 6 settembre 2020

follia

Visto La signora senza camelie, film che mette grande malinconia addosso. Lucia Bosè è molto brava ma a tratti sembra fuori parte. Troppo eterea ed elegante per giustificare certe scelte della sceneggiatura tutta incentrata sul desiderio di possesso maschile verso la protagonista. Ho letto che il film era stato scritto in origine per Gina Lollobrigida la quale rinunciò alla parte perché si vedeva troppo scoperta nel ruolo di "maggiorata", che tutti scritturavano (e bramavano) per la sua avvenenza più che per il suo talento. La Lollo voleva dimostrare di essere qualcosa in più e disse di no. E ho pensato che, invece, la differenza l'avrebbe fatta proprio accettando di cavalcare la tigre, assecondando la dose di lucida follia che tutti gli artisti in fondo hanno, o dovrebbero avere, nel togliersi la pelle di dosso e mostrarsi nudi, e fragili (creature fatte di sangue e di carne) davanti al pubblico.

giovedì 1 febbraio 2018

new york

New York scrive Sergio Pasquandrea è una città sulla città, una città bella e perduta che sorge sopra la città dei topi, i ratti che ne avvelenano le fogne ed emergono in superficie per rubare nel buio ciò che possono, guidati solo dalla fame. Eppure New York, aggiungeva David Riondino in una telefonata stamattina, è la citta dei facchini e dei commessi, personale senza volto al tuo servizio, strade perennemente accese e brulicare inestinguibile, una continua scoperta, proprio come una passeggiata in montagna: c'è una meta in alto da raggiungere e qualsiasi scorcio è fonte di bellezza e meraviglia, di pericoli nascosti. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Paolo Cognetti. Fra ratti e facchini, dunque, si divide il nostro prossimo audiolibro, Topografia della solitudine, che io personalmente avrei chiamato Topografia di New York calcando la mano su questa corrente antropomorfa, kafkiana, per metà umana per metà infernale, come ebbe a descriverla Garcia Lorca con immagini di straordinaria e vivida crudeltà visionaria, carne squartata e putrescente appesa ai muri. Manca ancora un suono e per me, forse, è quello del sax, il sax di Coleman Hawkins o di Sonny Rollins oppure la tromba di Louis Armostrong, un suono selvaggio e mercuriale, il suono della tua mente che gira vorticosamente alla ricerca di un angolo vuoto per spegnere i sensi nel buio.

sabato 19 dicembre 2015

libriccini (da bruciare)

– Questi disse il curato – non devono essere di cavalleria ma di poesia. […] Questi non meritano d’esser bruciati, perché non fanno e non faranno mai il male che hanno fatto quelli cavallereschi; son libri di riflessione, senza pregiudizio per il prossimo. 
– Ah signore! – intervenne la nipote –, li faccia bruciare come gli altri; perché non ci sarebbe proprio di che stupirsi se poi mio zio, una volta sanato della sua malattia cavalleresca, leggendo questi, si incapricciasse di diventare pastore e di andarsene per boschi e prati suonando e cantando, o peggio ancora poeta, che a quanto dicono è infermità incurabile e contagiosa. 

[Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, trad. Vittorio Bodini, Einaudi, 1957, pag. 69, 70]

venerdì 9 ottobre 2015

sudamerica

Mi ha appena scritto un avvocato sudamericano che mi ha trovato tramite Fb. Pare che io abbia lo stesso cognome del suo defunto cliente (morto in un incidente stradale con moglie e unica figlia), e mi chiede se sono disposto a dichiarare che sono un lontano parente rimasto in vita del fu cliente, per andare in sudamerica a reclamare la mia parte di eredità, che ovviamente ci divideremmo in due, io e l'avvocato, che mi aiuterebbe a disbrigare tutte le pratiche legali necessarie al riconoscimento... Che faccio? Vado?

giovedì 13 novembre 2014

tre pezzi d'occasione (2)

Da una conversazione con due due amici fotografi

"Se ci pensi la fotografia è un po' come il porno. Lo sanno tutti che se sei bravo te la cavi anche con pochi mezzi, però se c'hai l'obiettivo lungo fai più bella figura. Infatti, se fai attenzione, i dilettanti cercano tutti di farsi una grossa attrezzatura, è istintivo. Magari non gli serve a niente, o non la sanno nemmeno usare, però la vogliono grossa, così si danno importanza. I più scarsi, dopo un po', la abbandonano o se la rivendono, perché più grossa è più è pesante, e portarsela appresso è sempre scomodo."

I segaioli della penna

Oggi ho l'obbligo (lavorativo, non morale) di recensire questo libro, scritto dal tipico esponente di quella categoria culturale che io chiamo "segaioli della penna", gente che si masturba con le parole perché non ha la minima considerazione per il piacere dell'altro, cioè del lettore.
Ecco un estratto tipico dell'opera di un segaiolo della penna, di cui non faccio il nome solo per educazione. Va constatato che segaioli così, nonostante la dedizione che mettono nella pratica solitaria, prolificano a vista d'occhio e, in suddetti ambienti culturali, ce ne sono pure troppi, tutti ne hanno, purtroppo, prima o poi incontrato uno:
"Condannato automaticamente allo smarrimento della forma, ad una ontologica de-formazione esistenziale, sotto i duri scossoni della frattura razionalizzata di ogni nucleo solido della vita, l'artista marginale, nel conflitto dei capitalismi nomadi dominanti, necessita di una indifferibile aeriformizzazione che, svincolandolo anche da ciascuna restrizione di "volume", lo doti di maggiore volatilità ("a-volumetria"), dinnanzi all'estrema volatilità delle élites nomadi; saldato allo "spazio", reso fatalisticamente localizzabile, disorientato dalla inafferabilità dei nuovi capitalismi, l'individuo è annientato dalla schiavitù della contingenza locale."

Oroscopo

Un oroscopo talmente bello che andava condiviso, anche perché fra fotografia porno e segaioli della penna, il pene di Napoleone, oggi, nel mio oroscopo ci sta proprio bene. Più tardi scriverò una lettera d'intenti a Valentina Nappi, dopodiché la mia giornata potrà dirsi conclusa in perfezione e bellezza.
"Nel 2007, quando il padre morì all’età di 92 anni, Evan Lattimer ereditò la sua grande collezione di bizzarre reliquie, che comprendeva un sigaro fumato da W. C. Fields, la patente di Greta Garbo, lo specchio da barba di Abraham Lincoln, un cappotto di pelle di orso del generale George Custer e il pene di Napoleone Bonaparte. Molti di quegli oggetti si rivelarono di grande valore per i collezionisti. Uno di loro si offrì di comprare il pene per centomila dollari. Ho il sospetto che nei prossimi mesi ti succederà qualcosa di simile. L’eredità che riceverai potrebbe non essere quella che ti aspetti, ma comunque rivelarsi più utile di quanto immagini. Rob Brezsny".

domenica 11 maggio 2014

nella villa di melfi

Ieri nella villa di Melfi mi veniva da piangere. Guardavo il Sud che si avviava al suo sabato sera con le sue pance e le sua paure, le sue vecchiaie ingloriose, le sue giovinezze senza gioventù. Non lo sa nessuno cosa è successo veramente nel mondo in questi anni, dove abbiamo deposto la bellezza e la sensazione di essere assieme. Ora vaghiamo smarriti alla ricerca di qualche incanto provvisorio. Non ce la facciamo a tenerci. La vita cade, non smette mai di cadere, è un bicchiere che si frantuma all’infinito. Ieri nella villa di Melfi ho sentito che forse sono arrivato troppo tardi in questo Sud o troppo presto. Dovevo stare a fianco di Rocco Scotellaro, dovrei stare a fianco dei poeti che ancora non sono venuti.
Ieri nella villa di Melfi sentivo un sud che vuole somigliare a tante cose e non somiglia a nessuna.
Non sapevo a chi avvicinarmi, non mi veniva neppure in soccorso la mia follia, non riuscivo ad avventarmi gioiosamente sugli esseri e sulle cose. Non sono riuscito a guardare neppure un albero, neppure un cane. Avevo il cuore come rubinetto rotto. Perdevo sangue e lacrime e perdevo anche la mia salute, sentivo che non potevo offrirla a questo Sud che passeggiava in un suo riposo coatto, un riposo che sentivo senza lietezza, un riposo inerte. Avevo nello zaino i miei volantini che non potevano volare da nessuna parte.

(Franco Arminio)

sabato 8 febbraio 2014

fogne

Pasquale è un altro matto che conosco. È convinto che il mondo stia per fare una brutta fine, tanto che si nasconde nelle fogne, coi ratti, in mezzo a tutti quei veleni irrespirabili. Ogni tanto i servizi sociali lo tirano fuori, lo lavano, gli fanno una lunga serie di vaccini poi lo mettono in qualche centro medico, ma lui ogni volta scappa e torna di sotto, al sicuro nelle fogne. Allo stesso tempo, però, si tiene informato per vedere se magari cambia qualcosa. Riceve notizie dall’esterno attraverso i vecchi amici, che vanno a trovarlo per vedere se sta bene e per portargli, insieme a un impiegato del Comune, delle scorte di cibo, medicine utili o delle batterie di ricambio per la sua torcia, con cui passa le giornate esplorando quell’intricato mondo sotterraneo che lui chiama casa. Sta lì sotto da così tanto tempo, ormai, che molti, me compreso, non si ricordano più che faccia ha, oppure non lo hanno mai visto di persona, e anche se ci hanno parlato ne hanno solo sentito la voce provenire dal basso, bassa e profonda e ingrossata dall’eco come se venisse dall’inferno. Te lo immagini, Pasquale, quando si spalanca il tombino, illuminato da un fascio di luce che scende dall’alto e taglia in due l’oscurità. Il suo viso, conservato nel buio, buio anch’esso e gli occhi vacanti da matto, si sollevano verso tutto quel sole come ad assorbirne ogni calore possibile. Pasquale apre la bocca solennemente, e ogni volta chiede l’identica cosa: “Come vanno le cose nel mondo, oggi?” Ogni volta, come se fosse il più importante degli annunci, una voce diversa gli risponde: “Tutto va come al solito!” Allora Pasquale, a seconda dell’umore del momento, si addolcisce o si agita, e come se provasse a consolarla quella voce, oppure a illudersi egli stesso come può, risponde: “Vedrai che la rivoluzione è vicina.”

martedì 31 dicembre 2013

blue jasmine: una lettura

Blue Jasmine, di Woody Allen
Ho visto ieri il nuovo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e il primo commento che mi viene in mente, a caldo, per tutti quelli che periodicamente vengono a pontificare che Allen è finito, è : Tiè!
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.

sabato 26 ottobre 2013

350 lire

Luca mi regala una vecchia copia di un classico dell’hard boiled americano, La giungla di asfalto di William Burnett, edizione Oscar Mondadori, anno 1965, prezzo di copertina 350 lire.
Leggo con commozione il risvolto di copertina: “Gli Oscar sono i libri per gli italiani che lavorano: per gli operai, per i tecnici, per gli impiegati, per i funzionari, per i dirigenti, per i professionisti, per gli studenti, per la famiglia, per tutti i membri attivi e informati della società.”
Tutti equiparati di fronte ai libri, tutti sullo stesso piano, perché tutti avevano la possibilità di acquistare i volumi: ho fatto il calcolo e 350 lire del 1965 sono circa 3,20 euro di oggi.
Continuo a leggere il risvolto: “Il prossimo volume degli Oscar: Il diavolo al Pontelungo, di Riccardo Bacchelli.”
Sfoglio gli altri titoli della collana, non ce n’è uno solo brutto o insignificante, Hemingway, Cassola, Sartre, Buzzati, Steinbeck, Gogol, Saroyan, il meglio della letteratura internazionale a poco più di 3 euro. Proprio come succede in molti paesi dell’Europa dell’Est, dove i libri si vendono, l’Editoria non ristagna.
Ecco a cosa penso quando parlo di cultura del libro. Peraltro un discorso redditizio, visto che la Mondadori sulla collana degli Oscar ci ha costruito un impero.
I tempi sono cambiati, e in peggio. Non si legge più, si pubblicano troppe porcherie, a volte a prezzi assurdi, che hanno definitivamente allontanato le persone dalla realtà. Chi dice che i libri non abbiano alcun nesso con la vita sbaglia di grosso, mente sapendo di mentire.
Ma cos’è successo? Com’è stato possibile? Chi lo ha permesso?
Io so i nomi dei responsabili. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so, perché sono uno scrittore, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

sabato 17 agosto 2013

pazzia

I canarini del falegname impazzirono tutti. Lui ancora si chiedeva come fosse possibile, quando gli raccontai la storia d’Orlando che, per eccesso d’amore, perse la ragione. Ne parve confortato, quasi lusingato. Impazzire per amore, ripeteva, che bello!
Da allora, ogni poche settimane, sostituisce il suo piccolo esercito canterino. È inevitabile. Non può farne a meno per dormire e li mette a cantare di notte, sconvolgendo i loro bioritmi, fino al punto di rubargli la ragione e poi la vita. Ma alle vittime del suo amore offre, invece del bidone della spazzatura, una piccola tomba scavata con lenti colpi di zappa in giardino, dietro le piante di cipolla. E nei giorni di luna, quasi per istinto, solleva il naso a cercare ippogrifi.


(Il raccontino fa riferimento a uno più vecchio, pubblicato qui).

martedì 2 luglio 2013

due al bivio

Nessuno sa più che fare o di che vivere
l’uno sta immobile e pavido
osservando le ombre che s’agitano
sul muro illuminato dai fari
mentre aspetta chissà cosa o come
l’altro trottola irrequieto
si pavoneggia in movimenti stellari
d’effetto certo ma sterili
se calcando la mano ricade ogni volta
l’uno ha la testa più rotta.

venerdì 10 maggio 2013

assurdità

Scene di comune assurdità sono anche a Nord, cose che non si erano mai viste. La crisi ti prende per fame come mi scrive una mia amica, tocca il tuo compagno, il tuo stesso fratello. Le aziende saltano per aria come i grilli, una per una, e quando tornano a terra la terra intorno è tutta bruciata. Ieri un uomo, per fame, ha cominciato a colpire i passanti con un martello.

sabato 9 giugno 2012

layla, e la continua ricerca del tempo fuori dal tempo



Per Francesca, che su pezzi come questo si emoziona sempre

Il pezzo che pubblico è così famoso che molti di voi lo conoscono di certo, Layla di Eric Clapton, pubblicato per la prima volta nel 1970 su “Layla and Other Assorted Love Songs”, disco uscito a nome Derek and the Dominos e unico lavoro di studio di quel supergruppo formato tra gli altri dal grandissimo Duane Allman, che di quella canzone creò il riff. Qui è in una versione molto bella, arrangiata in chiave acustica insieme a Marcus Miller (famoso, per chi non lo conoscesse, come il più stretto collaboratore di Miles Davis negli ultimi anni), e presentata dai due al festival jazz di Montreux, nel 1997, durante il tour europeo di un gruppo formato per l’occasione da Miller, e comprendente Joe Sample al piano, David Sanborn al sax, Steve Gadd alle percussioni più Miller al basso e al clarinetto basso ed Eric Clapton alla chitarra e alla voce. Il gruppo era denominato Legends.
Più che di un singolo pezzo in realtà si dovrebbe parlare di un medley, visto che la performance si apre con una versione minimale e notturna di In a Sentimental Mood, standard scritto da Duke Ellington nel 1935 e suonato dalla formazione senza Clapton: è un tema romantico, in cui l’assolo al clarinetto basso di Miller la fa da padrone, e serve appunto a introdurre il pezzo di Clapton.
È lo stesso Miller a introdurre le prime note di Layla e quindi l’ingresso sul palco del chitarrista. La sua versione acustica, lenta ma meno blueseggiante di quella proposta cinque anni prima ad Unplugged, è pura bellezza e sembra fatta apposta per cambiare finalmente prospettiva sulla storia di quel pezzo, ampliandone così i significati.
Non so se conoscete il retroscena della canzone. Clapton la scrisse per Pattie Boyd, moglie di George Harrison che all'epoca era il suo migliore amico. Clapton era combattuto fra l’amicizia per George e la passione bruciante per Pattie, e scrisse questo pezzo (oltre all’intero album dei Derek and the Dominos, a tema unico) che si ispirava alle vicissitudini del poeta beduino Quays ibn al-Mulawwah, innamorato senza speranza di sua cugina Layla bint Mahdi ibn Sa’d. Quays, dice la leggenda letteraria, impazzì e vagò da solo, per il resto della sua breve vita, nel deserto, componendo e recitando versi d’amore per la sua amata, andata in sposa a un altro.
Clapton ovviamente rievoca quella leggenda, nell’originale versione rock dei suoi venticinque anni, come espressione del proprio furore amoroso. Ma secondo me il topos originale, quello del poema a cui si ispira la canzone, più che con la vicenda amorosa di due sfortunati amanti contro l’ipocrisia e la grettezza del mondo (un po’ alla Romeo e Giulietta), ha a che fare con la continua insoddisfazione e la ricerca di un irraggiungibile ideale di felicità, tipici della giovinezza.
In questa luce, la versione lenta di Clapton cinquantaduenne, essendo la visione di un uomo ormai maturo e volto al passato piuttosto che al futuro, si adatta ancora meglio a quest’ultima mia impressione. La furia d’amore è ormai estinta e resta soltanto la celebrazione di quella giovinezza, l’estatica contemplazione di un attimo di assoluto equilibrio fra follia e perfezione creativa, per un attimo raggiunto e poi continuamente inseguito sul palco e per la vita, a ogni nuovo concerto.

mercoledì 24 febbraio 2010

quarantane



Una volta le quarantane si appendevano per il collo fra le case durante i periodi di quaresima come rappresentazione del digiuno che ci si imponeva in quel periodo e quindi della fame stessa. Per questo le bambole avevano la forma di brutte vecchiacce vestite a lutto. Poiché la fame era un male odiato e diffuso, a fine quaresima ci si avventava su queste streghe con una violenza senza pari, ebbri del vino e del cibo che ci si concedeva per la festa. Durante la Pasqua le bambole venivano, come in un rito orgiastico, picchiate, accoltellate, sparate, bruciate e offese in ogni modo sconcio o no che fosse. Ci si scagliava addosso a loro con tutta la furia di cui si era capaci e quindi, per estensione, addosso al proprio destino di povertà e miseria. Ogni anno questa incontrollabile furia sociale si ripeteva, sfogava in parte il proprio malumore e poi tornava innocentemente ai propri ranghi, attraverso l’alibi della festa. Ecco perché questo rito di chiara matrice pagana, seppure non visto di buon occhio dal potere, era tollerato persino dalla Chiesa. Ora del rito, un tempo diffuso in tutto il Sud, resta solo il vuoto simulacro offerto ai maniaci della tradizione e ai turisti malati di fotografia.