Giuro che è molto fuori di testa questa cosa che leggo da un paio di giorni. Da una parte molte donne (e uomini) che conosco condividono post che dicono “Free Cecilia Sala” (usando il “free” anglofono, anche se poi ce l’hanno con l’America padrona), e sottintendendo: “Liberatela, voi Patriarchi di tutto il mondo” come se l’avessero fermata perché è una donna, e non perché è una giornalista che faceva il suo lavoro in un paese sotto dittatura. Dall’altra leggo post di gente che non so più come definire, che in barba al noto detto “restiamo umani”, si dicono convinti che Cecilia Sala sia una “spia” delle forze “americano-sioniste” che hanno preso di mira il Medioriente – che è una spia si evincerebbe dagli articoli che scriveva “da brava Atlantista” contro Putin, ma “senza mai prendere posizione su Gaza” o “accennare ai bambini morti a Gaza” – e che ora questa spia per cui non provano nessuna pietà, è stata fermata mentre cercava di carpire informazioni militari per il nemico (cioè noi stessi, visto che bene o male siamo nati da questa parte del mondo). E concludono dicendo che, se la Repubblica Iraniana è stata presa di mira dai nemici che siamo, forse non è così cattiva come la dipinge la “stampa plutocratica” di matrice “americano-sionista”, e tutto questo in barba alle rivolte scoppiate in piazza dopo la morte di Mahsa Amini. Questo sto leggendo in queste ore, e giuro che per me si sta sfiorando la follia di massa. Certe volte penso che dovrebbero vietare la visione di film come Il Signore degli Anelli o di Star Wars ai minori di cinquant’anni, perché rischiano di deviare le menti più deboli.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 29 dicembre 2024
domenica 17 dicembre 2023
leave her to heaven
Visto ieri per la prima volta Leave Her to Heaven (1945) di John M. Stahl. Mea culpa, considerato che è in realtà un classico del melodramma noir, anche se nel particolare clima degli ultimi dibattiti italiani sul “patriarcato sì, patriarcato no” acquista delle sfumature particolari. Tutto il film, che ha il sapore di una tragedia greca in salsa hollywoodiana, è costruito sul complesso di Elettra di cui soffre la protagonista, la bellissima amazzone Gene Tierney, al punto da ribaltare completamente tutte le regole del noir classico secondo cui l’antieroe di turno (il duro dal cuore tenero) deve sì difendersi dall’infida dark lady, ma solo perché lui è innamorato di lei che il più delle volte – perché le dark lady nei noir sono donne sentimentalmente emancipate e per questo fanno paura – non lo ricambia o lo usa soltanto per raggiungere i propri scopi. In questo caso, invece, lui (Cornel Wilde) che è tutto fuorché un antieroe si fa accalappiare da lei che non solo lo ama, ma lo ama alla follia, di un amore possessivo e geloso, quindi del tutto disinteressato ma allo stesso tempo disturbato. Così che il romanticismo tipico di ogni amore patinato viene qui gonfiato fino a diventare paradossale e soffocante. Questo perché la protagonista è mossa da una passione incestuosa per il padre – morto non si capisce bene come, ma si insinua il dubbio del suicidio – e sceglie quindi di sedurre e sposare un uomo appena conosciuto (Cornel Wilde appunto) perché assomiglia al padre morto. Da ciò scaturiranno una serie di tragedie dove lui, vittima di cotanto ingombrante amore in cui fa da controfigura, subirà, da brava controfigura, il suo fato senza opporsi, rovinandosi la vita; e dove altri perderanno la vita, compreso il loro stesso figlio per cui lei non prova nessun affetto: perché lei vuole restare figlia, non diventare madre. Tutto ciò viene intinto in un technicolor luminosissimo che fa molto Peyton Place e avvolge di una luminosità tanto ipocrita quanto bigottamente americana ogni possibile ombra. E anche in ciò vi è qualcosa di sovversivo rispetto al canone solito del noir, che si rifaceva invece a stilemi desunti dall’espressionismo tedesco: tutto in bianco e nero e pieno di chiaroscuri d’ambiente che riflettevano quelli interiori, con violenti contrasti di luce che spesso annullavano prospettiva e profondità di campo per proiettare l’azione in uno spazio angusto, indeterminato e onirico. Qui tutto è (apparentemente) chiaro e spazioso, addirittura ambientato in angoli di paradiso terrestre incontaminati e separati dal resto mondo. Troppo bello per essere vero, al punto da suonare falso e creare un sottile e continuo stato di inquietudine. David Lynch, immagino, lo avrà sicuramente tenuto a mente pensando al suo Twin Peaks.
domenica 26 marzo 2023
verso + voce
Ho
letto adesso che oggi pomeriggio è morto Ivano Marescotti che per me
era soprattutto la voce teatrale di Lello Baldini. Lo so che può
sembrare poco da dire per un attore che ha fatto così tanto, ma un testo
è sempre verso + voce che danno vita a un mondo. Il mondo di Baldini
era sempre qualcosa di vagamente spostato, di folle, come se un certo
tipo di follia romagnola con il suo spirito ferino, le atmosfere
sulfuree, fosse stata trapiantata nella follia urbana di Milano ereditata
dal Porta, con questi ritmi lunghi, ronzanti, ondivaghi, pieni di
domande non risolte. Non era facile abitare in questo mondo, ma
Marescotti lo aveva fatto suo, se lo coccolava come una chioccia anche
se si scherniva dicendo di non parlare proprio lo stesso dialetto, lui
era di Bagnacavallo, non di Santarcangelo. Ma tutto tornava se
inquadrato in questo lieve slittamento. Così Baldini era il verso e
Marescotti la voce. Il tema la follia del mondo. Con Marescotti è finito
il mondo, e ora ci resta soltanto una follia senza la bussola.
domenica 5 marzo 2023
schizofrenia
La prova più evidente della schizofrenia politica americana per me resta Donald Trump che mentre aspetta di essere processato per vari reati contro il sistema democratico americano, non ultimo l'assalto dei barbari a Capitol Hill, va in campagna elettorale e dice di essere l'unico che può salvare il mondo. Gli elettori americani, stando ai sondaggi, da una parte sono consapevoli che è un bugiardo patentato, dall'altra rinconfermebbero il voto. Trump dice dal palco: Posso far finire questa guerra in un un giorno, perché Putin è amico mio. Lo ha detto lui. Applaudito. Quindi da una parte c'è la Nato che secondo alcuni sta fomentando la guerra contro la Russia per interessi americani in Europa, dall'altra c'è Trump che va "in direzione ostinata e contraria" perché è amico di Putin e può far finire la guerra in un paio d'ore: chiude il rubinetto delle armi (come ha già fatto in Afghanistan), consegna l'Ucraina alla Russia per mettere pace e da domani si pensa a fare lo sgambetto alla Cina. Lo ha detto lui. Applaudito. Ecco che il mondo ancora una volta è salvo, ma non in pace, soltanto ancora un po' svenduto e in attesa del prossimo capriccio del pazzo di turno.
domenica 3 aprile 2022
qualcuno doveva cantare
Stanotte ho sognato mio nonno che cantava Bella ciao in piazza e non si ricordava le parole. C'era una piccola folla che applaudiva ma non cantava con lui. E più lui sbagliava più loro applaudivano per incoraggiarlo. Io cercavo di portarmelo via perché sapevo che se lo avessero trovato a cantarla lo avrebbero arrestato ma quando mi avvicinavo gli altri mi gridavano contro e mi spingevano lontano perché lo volevano lì. Qualcuno doveva cantare la canzone, mi dicevano, ed era meglio che lo facesse lui che era vecchio e non aveva niente da perdere. E io non avevo abbastanza forza per difenderlo e mi mordevo le mani pieno di rabbia e lì guardavo uno per uno per ricordarmi le loro facce vuote.
lunedì 5 aprile 2021
la morte in riva al fiume
*Ancora un punto di incontro, ma occasionale. Nell’ultima scena del film di Lang, vediamo il manoscritto a cui Byrne stava lavorando e in cui, sfacciatamente, trasfigura narrativamente l’omicidio della ragazza. Il manoscritto porta questo titolo: Death by the River, la morte in riva al fiume.
domenica 6 settembre 2020
follia
Visto La signora senza camelie, film che mette grande malinconia addosso. Lucia Bosè è molto brava ma a tratti sembra fuori parte. Troppo eterea ed elegante per giustificare certe scelte della sceneggiatura tutta incentrata sul desiderio di possesso maschile verso la protagonista. Ho letto che il film era stato scritto in origine per Gina Lollobrigida la quale rinunciò alla parte perché si vedeva troppo scoperta nel ruolo di "maggiorata", che tutti scritturavano (e bramavano) per la sua avvenenza più che per il suo talento. La Lollo voleva dimostrare di essere qualcosa in più e disse di no. E ho pensato che, invece, la differenza l'avrebbe fatta proprio accettando di cavalcare la tigre, assecondando la dose di lucida follia che tutti gli artisti in fondo hanno, o dovrebbero avere, nel togliersi la pelle di dosso e mostrarsi nudi, e fragili (creature fatte di sangue e di carne) davanti al pubblico.
giovedì 1 febbraio 2018
new york
sabato 19 dicembre 2015
libriccini (da bruciare)
venerdì 9 ottobre 2015
sudamerica
giovedì 13 novembre 2014
tre pezzi d'occasione (2)
domenica 11 maggio 2014
nella villa di melfi
(Franco Arminio)
sabato 8 febbraio 2014
fogne
martedì 31 dicembre 2013
blue jasmine: una lettura
![]() |
| Blue Jasmine, di Woody Allen |
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.
sabato 26 ottobre 2013
350 lire
Leggo con commozione il risvolto di copertina: “Gli Oscar sono i libri per gli italiani che lavorano: per gli operai, per i tecnici, per gli impiegati, per i funzionari, per i dirigenti, per i professionisti, per gli studenti, per la famiglia, per tutti i membri attivi e informati della società.”
Tutti equiparati di fronte ai libri, tutti sullo stesso piano, perché tutti avevano la possibilità di acquistare i volumi: ho fatto il calcolo e 350 lire del 1965 sono circa 3,20 euro di oggi.
Continuo a leggere il risvolto: “Il prossimo volume degli Oscar: Il diavolo al Pontelungo, di Riccardo Bacchelli.”
Sfoglio gli altri titoli della collana, non ce n’è uno solo brutto o insignificante, Hemingway, Cassola, Sartre, Buzzati, Steinbeck, Gogol, Saroyan, il meglio della letteratura internazionale a poco più di 3 euro. Proprio come succede in molti paesi dell’Europa dell’Est, dove i libri si vendono, l’Editoria non ristagna.
Ecco a cosa penso quando parlo di cultura del libro. Peraltro un discorso redditizio, visto che la Mondadori sulla collana degli Oscar ci ha costruito un impero.
I tempi sono cambiati, e in peggio. Non si legge più, si pubblicano troppe porcherie, a volte a prezzi assurdi, che hanno definitivamente allontanato le persone dalla realtà. Chi dice che i libri non abbiano alcun nesso con la vita sbaglia di grosso, mente sapendo di mentire.
Ma cos’è successo? Com’è stato possibile? Chi lo ha permesso?
Io so i nomi dei responsabili. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so, perché sono uno scrittore, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
sabato 17 agosto 2013
pazzia
(Il raccontino fa riferimento a uno più vecchio, pubblicato qui).
martedì 2 luglio 2013
due al bivio
l’uno sta immobile e pavido
osservando le ombre che s’agitano
sul muro illuminato dai fari
mentre aspetta chissà cosa o come
l’altro trottola irrequieto
si pavoneggia in movimenti stellari
d’effetto certo ma sterili
se calcando la mano ricade ogni volta
l’uno ha la testa più rotta.
venerdì 10 maggio 2013
assurdità
sabato 9 giugno 2012
layla, e la continua ricerca del tempo fuori dal tempo
Più che di un singolo pezzo in realtà si dovrebbe parlare di un medley, visto che la performance si apre con una versione minimale e notturna di In a Sentimental Mood, standard scritto da Duke Ellington nel 1935 e suonato dalla formazione senza Clapton: è un tema romantico, in cui l’assolo al clarinetto basso di Miller la fa da padrone, e serve appunto a introdurre il pezzo di Clapton.
È lo stesso Miller a introdurre le prime note di Layla e quindi l’ingresso sul palco del chitarrista. La sua versione acustica, lenta ma meno blueseggiante di quella proposta cinque anni prima ad Unplugged, è pura bellezza e sembra fatta apposta per cambiare finalmente prospettiva sulla storia di quel pezzo, ampliandone così i significati.
Non so se conoscete il retroscena della canzone. Clapton la scrisse per Pattie Boyd, moglie di George Harrison che all'epoca era il suo migliore amico. Clapton era combattuto fra l’amicizia per George e la passione bruciante per Pattie, e scrisse questo pezzo (oltre all’intero album dei Derek and the Dominos, a tema unico) che si ispirava alle vicissitudini del poeta beduino Quays ibn al-Mulawwah, innamorato senza speranza di sua cugina Layla bint Mahdi ibn Sa’d. Quays, dice la leggenda letteraria, impazzì e vagò da solo, per il resto della sua breve vita, nel deserto, componendo e recitando versi d’amore per la sua amata, andata in sposa a un altro.
Clapton ovviamente rievoca quella leggenda, nell’originale versione rock dei suoi venticinque anni, come espressione del proprio furore amoroso. Ma secondo me il topos originale, quello del poema a cui si ispira la canzone, più che con la vicenda amorosa di due sfortunati amanti contro l’ipocrisia e la grettezza del mondo (un po’ alla Romeo e Giulietta), ha a che fare con la continua insoddisfazione e la ricerca di un irraggiungibile ideale di felicità, tipici della giovinezza.
In questa luce, la versione lenta di Clapton cinquantaduenne, essendo la visione di un uomo ormai maturo e volto al passato piuttosto che al futuro, si adatta ancora meglio a quest’ultima mia impressione. La furia d’amore è ormai estinta e resta soltanto la celebrazione di quella giovinezza, l’estatica contemplazione di un attimo di assoluto equilibrio fra follia e perfezione creativa, per un attimo raggiunto e poi continuamente inseguito sul palco e per la vita, a ogni nuovo concerto.



