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martedì 18 dicembre 2018

bye bye love

Sto ascoltando Dark Horse (1974) di George Harrison, che molti critici indicano come il suo lavoro peggiore perché è “cantato male”. Eppure, se si legge la storia dell'album, si scopre che Harrison all'epoca dell'incisione era fatto di coca e alcol dalla mattina alla sera, pieno di debiti e problemi legali, reduce da uno dei peggiori tour di sempre (stroncato dalla critica per l’uso di strumentazione indiana che “annoiava” il pubblico), sua moglie Patty lo stava lasciando per il suo miglior amico Eric Clapton e in più, mentre incideva, gli era venuta una brutta laringite. Insomma un disastro al limite dell’autodistruzione, alcune canzoni infatti alludono al suicidio. Mi fa strano che negli stessi anni Neil Young realizzasse un disco altrettanto "stonato" (Tonight's the Night) che col tempo è stato rivalutato come un capolavoro maledetto del rock, mentre questo disco, altrettanto maledetto anche se meno importante, continua a venire snobbato come brutto, pur contenendo invece delle buone canzoni. Evidentemente a un ex-Beatle si poteva perdonare tutto, meno che cantare male.
Una nota in particolare merita la cover di Bye Bye Love degli Everly Brothers. Nei crediti sul disco, con un certo masochismo, accanto a Harrison sono inseriti Eric Clapton alla chitarra e Patty Boyd ai cori. La canzone in realtà fu incisa dal solo Harrison che suona tutti gli strumenti in una notte di follia a Los Angeles.

mercoledì 20 settembre 2017

partner

Devo dire, da fan quale sono, che se anche è vero che Eric Clapton funziona meglio come spalla e le sue cose migliori le ha realizzate quando si è affiancato ai giusti partner – in primis ai Cream e poi ai Derek and the Dominos – è anche vero che, almeno in un caso, ha fatto più bene Clapton a JJ Cale di quanto il soporifero JJ Cale abbia mai fatto a Clapton, cocaina dopo mezzanotte permettendo.

sabato 26 agosto 2017

ultimo concerto

Ho letto, con grande tristezza, che a giorni Eric Clapton terrà il suo ultimo concerto perché affetto da una malattia degenerativa che lo costringerà all’immobilità e al silenzio per il resto della vita. 

lunedì 28 marzo 2016

brevità

Ma quanto erano perfetti gli album che, una volta, in mezz'ora ti dicevano tutto. Hey Jude di Wilson Pickett, in questo senso, è un album perfetto. Belle canzoni senza sbavature, un interprete pieno di soul, la title track che non scopiazza ma aggiunge qualcosa all'originale. Merito soprattutto della chitarra e degli arrangiamenti di Duane Allman, all'epoca un semplice sessionman. Si dice che Eric Clapton, ascoltando il disco, rimase folgorato dal giovane chitarrista e lo chiamò per chiedergli se fosse interessato a entrare nel suo nuovo gruppo, i Derek and the Dominos, per incidere un disco stavolta lunghissimo che, in chiave di blues, rievocasse l'odissea nel deserto di un poeta pazzo che vagava alla ricerca di se stesso e del suo amore perduto...

sabato 9 giugno 2012

layla, e la continua ricerca del tempo fuori dal tempo



Per Francesca, che su pezzi come questo si emoziona sempre

Il pezzo che pubblico è così famoso che molti di voi lo conoscono di certo, Layla di Eric Clapton, pubblicato per la prima volta nel 1970 su “Layla and Other Assorted Love Songs”, disco uscito a nome Derek and the Dominos e unico lavoro di studio di quel supergruppo formato tra gli altri dal grandissimo Duane Allman, che di quella canzone creò il riff. Qui è in una versione molto bella, arrangiata in chiave acustica insieme a Marcus Miller (famoso, per chi non lo conoscesse, come il più stretto collaboratore di Miles Davis negli ultimi anni), e presentata dai due al festival jazz di Montreux, nel 1997, durante il tour europeo di un gruppo formato per l’occasione da Miller, e comprendente Joe Sample al piano, David Sanborn al sax, Steve Gadd alle percussioni più Miller al basso e al clarinetto basso ed Eric Clapton alla chitarra e alla voce. Il gruppo era denominato Legends.
Più che di un singolo pezzo in realtà si dovrebbe parlare di un medley, visto che la performance si apre con una versione minimale e notturna di In a Sentimental Mood, standard scritto da Duke Ellington nel 1935 e suonato dalla formazione senza Clapton: è un tema romantico, in cui l’assolo al clarinetto basso di Miller la fa da padrone, e serve appunto a introdurre il pezzo di Clapton.
È lo stesso Miller a introdurre le prime note di Layla e quindi l’ingresso sul palco del chitarrista. La sua versione acustica, lenta ma meno blueseggiante di quella proposta cinque anni prima ad Unplugged, è pura bellezza e sembra fatta apposta per cambiare finalmente prospettiva sulla storia di quel pezzo, ampliandone così i significati.
Non so se conoscete il retroscena della canzone. Clapton la scrisse per Pattie Boyd, moglie di George Harrison che all'epoca era il suo migliore amico. Clapton era combattuto fra l’amicizia per George e la passione bruciante per Pattie, e scrisse questo pezzo (oltre all’intero album dei Derek and the Dominos, a tema unico) che si ispirava alle vicissitudini del poeta beduino Quays ibn al-Mulawwah, innamorato senza speranza di sua cugina Layla bint Mahdi ibn Sa’d. Quays, dice la leggenda letteraria, impazzì e vagò da solo, per il resto della sua breve vita, nel deserto, componendo e recitando versi d’amore per la sua amata, andata in sposa a un altro.
Clapton ovviamente rievoca quella leggenda, nell’originale versione rock dei suoi venticinque anni, come espressione del proprio furore amoroso. Ma secondo me il topos originale, quello del poema a cui si ispira la canzone, più che con la vicenda amorosa di due sfortunati amanti contro l’ipocrisia e la grettezza del mondo (un po’ alla Romeo e Giulietta), ha a che fare con la continua insoddisfazione e la ricerca di un irraggiungibile ideale di felicità, tipici della giovinezza.
In questa luce, la versione lenta di Clapton cinquantaduenne, essendo la visione di un uomo ormai maturo e volto al passato piuttosto che al futuro, si adatta ancora meglio a quest’ultima mia impressione. La furia d’amore è ormai estinta e resta soltanto la celebrazione di quella giovinezza, l’estatica contemplazione di un attimo di assoluto equilibrio fra follia e perfezione creativa, per un attimo raggiunto e poi continuamente inseguito sul palco e per la vita, a ogni nuovo concerto.