Visualizzazione post con etichetta canzoni con le palle. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta canzoni con le palle. Mostra tutti i post

mercoledì 6 marzo 2024

il capolavoro

“PLAY SOMETHING WE KNOW!" suonaci qualcosa che conosciamo, grida una ragazza dal pubblico (in una sorta di remake di quella volta in cui 60 anni fa qualcuno dal pubblico lo chiamò Judas perché aveva stravolto il suo suono elettrificandolo) ripresentando l'annoso problema di ogni artista, se ripetersi all'infinito per assecondare il pubblico o "tradirlo" e andare avanti per la sua strada in nome di quella cosa chiamata ricerca artistica. Dylan potrebbe mandarla a fanculo come aveva già fatto 60 anni fa, invece ci pensa su e risponde suonando, in una versione rigorosamente riarrangiata, "When I paint my masterpiece", quando dipingerò il mio capolavoro. Genio.

 

sabato 17 settembre 2022

la locomotiva guccini

Ho visto l’intervista di Guccini a Propaganda Live. O meglio, ho visto la registrazione di Propaganda Live per via di Guccini. L’ho fatto perché ho letto che non tutti hanno apprezzato alcune sue uscite e che quello che cantava La Locomotiva si era ridotto a fare lo specchietto di Draghi e della Nato. Però Guccini è anche quello che ha detto (ieri) che lui non voterà Letta perché è un democristiano, che Conte non è la sinistra, e che la Meloni è una fascista ma se gli italiani la votano che se la godano pure come si sono goduti Mussolini. Non mi sembrano le parole di un vecchio rimbambito. Poi ha aggiunto, e questo forse ha dato più fastidio: “Ci sono i pacifisti della domenica, ci sono quelli ancora fissati con l’Unione Sovietica e ci sono quelli che citano il santo padre; io sono pro Ucraina, potevamo calarci le braghe e regalare l’Ucraina a Putin o dare una mano agli ucraini per resistere ai russi, io sono per non calarci le braghe”. Ecco, Guccini può piacere o no, è lecito, così come La locomotiva può piacere o no (a me come canzone non è mai piaciuta), ma quella non è una canzone di pace, è una canzone di follia e vendetta, se c'è una ingiustizia io non vengo a parlare con te, io mi lancio “a bomba contro l’ingiustizia”, non vengo a trattare, vengo ad ammazzarti insieme a me. Ecco, magari può non piacere come messaggio, ma Guccini è sempre stato quello lì, da sempre, uno molto emiliano, sanguigno, di pancia, non uno da “veniamo a patti”, ma tutto l’opposto, uno che se tu gli dai addosso ci scrive su L'avvelenata per fare il tuo nome e dire al mondo che spari cazzate.

martedì 18 dicembre 2018

altro che gio evan!

Fabrizio Corona viene lasciato da Asia Argento con un messaggio in cui lei gli manda il video di una canzone (Adius) di un autore sconosciuto ai comuni mortali (Piero Ciampi) che di sicuro le avrà fatto conoscere Morgan. Ne parla con viva commozione da Giletti. Altro che Gio Evan, qui si fa sul serio! Questa è la tv-kitsch che ci piace.
A me personalmente piace come Ciampi stona con Giletti, con la tv che fa, ahivoglia a dire che è solo una canzone, non c'entra nulla col contesto, né con la faccia di Corona!

giovedì 29 giugno 2017

diario minimo: una settimana a zonzo in italia

Giorno 1 – Verso Perugia

A 10 min dalla partenza si accorge di aver dimenticato a casa la macchina fotografica. Il controllore evita la tragedia impedendogli di lanciarsi dal finestrino del treno in corsa. 

Briciole di poesia

FACCIA. Sale a Foggia e mi si siede vicino una tipa dal volto segnato, le braccia piene di tatuaggi e cicatrici. Attacca bottone, e anche se ha l'alito pesante le do corda per non essere scortese. Mi dice che fa la poliziotta. Come no? Dopo un po' prende confidenza e mi dice: tu c'hai la faccia di uno che si fa parecchio. Io? E poi aggiunge: se vuoi ti faccio una sega in bagno in cambio di una dose. Con una voce che la sente l'intero vagone. Io, sempre per non essere scortese, le dico: ci penso un attimo e ti faccio sapere. Lei allora si alza e scende a Benevento. Alcuni minuti dopo che se n'è andata, arriva il capotreno a chiedermi se è tutto a posto e io gli rispondo di sì, a parte che per l'aria condizionata che mi sta uccidendo. Senza si starebbe peggio, mi risponde pieno di saggezza inutile. 

CULO. Uno seduto dietro di me, al telefono: "Mi hanno rotto il culo, ma almeno ci ho guadagnato 8000 euro..." Per fortuna siamo quasi arrivati a Perugia. 

Elena Zuccaccia mi aspetta al Pincetto
 
Giorno 1 – Perugia 

LA SCALA. Devo comprare da bere. Mi portano in un posto, da Celentano, tenuto da un tipo buffo che fa il verso a quello vero. Indossa un Panama bianco e maneggia birra come se non ci fosse domani. Davanti a me, al bancone, due ragazze americane, alte e bionde, due puledre in corti vestitini neri. Gli chiedono se ha un bagno. Celentano, senza scomporsi, pigia un bottone sul muro. Allora si apre una botola sul soffitto da cui scende giù una lunga scala. Roba del futuro! Celentano indica la scala. Il bagno è di sopra. Le due americane ridendo salgono le scale non rendendosi conto di mostrare il culo a quelli di sotto. Celentano fa un gesto esplicito col braccio, ma che bontà! Poi dice agli uomini in sala di avvicinarsi svelti a guardare anche loro. E a quelli che si avvicinano davvero, sorride complice poi mette in mano una birra. 

Perugia dall'alto
 
Giorno 2 – Perugia
 
Stanco. Oggi lunghissima giornata. Le due cose che meglio ricorderò di questo lungo giro sono la Perugia sotterranea, quasi una necropoli sotto il palazzo papale, in cui è custodito il Grande Nero di Burri che tanto amo, il centro del mio cuore, e poi nel pomeriggio una partita di basket fra asiatici, che forse c'entra poco ma c'entra. A torso nudo, duri e selvaggi, si contendevano la palla e a me sembrava d'essere in America. Mi è sembrato che Perugia sia sempre altrove, sempre dietro un'altra curva, un altro saliscendi, e per quanto la cerchi è sempre sfuggente, persino in tanta storia, in cui anzi tutta quella storia diventa solo una nuova scusa, un pretesto per sfuggire verso qualcosa che sta nascosto, in attesa di un domani ancora da scoprire. 
Domani a Terracina.

Tracce del divino. Chiesa di San Domenico, Perugia

 
Presentazione Libreria Mannaggia, Perugia. Elena Zuccaccia, Elvio Ceci e io

Giorno 3 – Terracina

L'ABBAGLIO 


Orizzontale e verticale.
Tutto di te mi fa male
che non sia l’angolo muto
della tua stanza l’occhio
spalancato sull’ombra | in piena luce
il sole sparso sulla mia bocca
fra i denti minuti della cerniera
spalancata sul vuoto.
Sulla tua carne in fuga. Ma se nulla
conta mai davvero per arrivare
a nulla, allora nulla potrà mai
dimenticarci? Me lo chiedevo poi
sui due piani ormai distanti | orizzontale
e verticale in cui stavamo.

Elvio Ceci


Rive di Traiano a Terracina. Presentazione sulla spiaggia
 
Come sopra ma con in più Angelo 'Joe Strummer' Marzullo
CLASH. Mi sono svegliato inondato di sole ai piedi di una montagna per poi finire in spiaggia in costume ma senza fare un solo bagno. Oggi abbiamo presentato un mio libro e fatto un esperimento particolare, traducendo dei miei versi in dialetto nel dialetto di qui e poi perdendosi per ore sulla corretta attribuzione della parola vermicocco. L' esperimento è riuscito anche se qualcuno ha storto il naso quando ho cominciato a parlare male del PD e di Alfano. Ma si è discusso di tanta altra roba, di Dylan e di bignami, di scuola e di Caproni, di Pasolini che fece il pescatore a Terracina, di Sandro Penna riletto in questo mare e del mattino in cui svegliandomi a Ferrara in una stanzetta del quartiere ebraico mi son detto: farò l'editore. Era il 2012 e ancora ogni giorno mi pento e non mi pento di quella scelta. Tutto questo è per dire che la poesia è sempre e dovunque, in tutti i discorsi d'amore e nelle mie parole sole, per citare Mimmo Pastore. È il reale. Anche a tavola, bevendo moscato coi due più grandi punk di Terracina e discutendo con loro di quale sia il disco più bello di tutti, se London Calling o Sandinista. 
Questo post è soprattutto per loro che mi leggono e aspettavano questa puntata.

Terracina prima del tramonto

Giorno 4 – Terracina

VACANZA. Prima vera domenica di caxxeggio dopo molti anni. Nel senso che da quando mi sono svegliato fino ad ora che sto per andare a nanna non ho fatto altro che lasciarmi trascinare dalla corrente senza nessun programma stabilito. Non ho letto, non ho scritto, non mi sono posto problemi, non ho fatto altro che parlare dormire mangiare respirare bere ballare e qui e lì scattare qualche foto ricordo col cellulare. Una splendida giornata insomma, e proprio Vasco è stata la colonna sonora sotterranea di oggi. Mai ascoltato ma canticchiato tutto il tempo fra i denti. Vado al massimo, vado a gonfie vele. Domani vado a Torino, ma già Terracina mi manca. A fine giornata passeggiavo per la parte alta della città e già la gente mi salutava e mi stringeva la mano come se fossi sempre stato qui. Uno del posto. Di sicuro me ne vado, ma poi torno. Promesso.

Una banda di matti. Sandro e Elvio Ceci, io, Alessandra Romagna

Giorno 5 – Passaggio da Roma, poi Torino

Damo soddisfazione ar popolo!

Ho lasciato i colli di Roma in piena estate per questi temporali di Torino. Ho il cuore in gola e pieno d'ansie che non dico e Lucio Dalla che canta con me da una mezz'ora. Perché se siamo soli in due, mi dice, fa male uguale ma pesa meno.

Giorno 6 – Torino

La situazione metereologica a Torino non è per nulla buona

Q-Q-QU-QU-QU-QU-QUE-QUEL-QUEL-LLO-QUE-LLO! Mi indica il passante che ho fermato, borbottando la risposta al mio tormento, dove sia la Grande Madre che sta immane e sorniona alla mia destra, guardandola dai Portici, al riparo dal primo temporale in arrivo. Lei sta lì e non si muove, eppure non la vedo. Finché una direzione non si apre in quella voce, la fatica di creare una parola che poi si fa scoperta nell'ascolto. Grazie, gli rispondo soddisfatto. E il sorriso esplode anche sul suo viso. 

Incontri casuali in piazza Vittorio Veneto, la poetessa Valentina Colonna

IL DILUVIO. Potrei raccontare molte cose di questa giornata ma la più bella l'ho vissuta alla fine. Siamo all'Evergreen Fest al Parco della Tesoriera e la mia presentazione sta andando bene. La gente applaude. Ride. Sul verso di Lino Angiuli: Sud voce del verbo sudare esulta. Mandiamo il booktrailer di spazio privato di Elena Vladareanu e leggiamo Carne di Elena Zuccaccia e un pezzo mio che parla del diluvio universale. Su quello comincia a piovere. Gocce grosse e pesanti. Poi parte un concerto jazz sotto la pioggia, violento, incessante come quella, con la gente inchiodata alle sedie sotto i tendoni per via dell'acqua. Gran bella musica! Va avanti così per un'ora fra jazz tuoni e secchiate, il parco è un pantano. Poi salta la corrente e restiamo sospesi sull'acqua, i piedi a mollo, come gru. Qualcuno si arrampica sulle sedie aspettando il momento più giusto per scappare. Fino a quando uno del pubblico mi fa: "Signor poeta sei tu che hai fatto piovere con la tua poesia. Ora visto che ci sei leggici altro, che almeno passiamo il tempo sotto l'acqua". Così, in piedi anch'io sopra una sedia, comincio a recitare versi a memoria, senza microfono. La gente si calma, mi ascolta, persino nel diluvio. Una ragazza mi dice: "Che bella voce che hai". Poi la pioggia si calma un pochino e andiamo via zampettando sull'acqua, verso un'uscita. 

Evergreen Fest, al parco della Tesoriera a Torino

Sul palco dell'Evergreen Fest, con Simone Schinocca
Domani si riparte. 
Giorno 7 – Ritorno

Quei momenti di magica bellezza in cui arrivi in un posto ascoltando una certa canzone e te ne vai ascoltandone una certa altra...

Di cosa parliamo quando parliano d'amore. Un bel titolo intonato alle lenzuola

Considerazioni a margine del mio viaggio mentre sono in attesa in aeroporto. 
Prima, siamo così fissati con questa idea di "indipendenza", economica, sentimentale, dalla famiglia, che ci scordiamo come tutte queste cose non c'entrino nulla con l'essere Adulti, che è la capacità di affrontare ogni situazione nella maniera più giusta o dignitosa per sé e anche (corsivo) per gli altri intorno. 
Seconda, a volte presi come siamo dal fascino di persone di genio ma che appunto, mancano spesso della giusta adultità, ci scordiamo dell'omino col "cacciavite in mano" che sta dietro e fa il lavoro sporco. Noi ci beiamo nella luce del genio, ma senza l'omino che fa e risolve i problemi, quel genio non sarebbe che uno come tanti altri che spara qualche cazzata in più. 
Lo sappiamo tutti ma ce lo scordiamo sempre. 

Altre foto – Tea for two!

Con Sergio Pasquandrea a Perugia


Retroscena di una presentazione. Elena stira la camicia di Elvio

Con Andrea Gianfrate a Torino
 
Con la Colonna a Torino

Con Luca Bianchini in areoporto a Torino


giovedì 23 marzo 2017

mccartney

Su McCartney ci si fanno tante di quelle pippe mentali nel confronto coi Beatles, con Lennon, con tutti gli altri reduci dei ’60 e dei ’70, che ci si dimenticata la pura semplice evidenza: se parliamo di musica Pop – quella seria, con la maiuscola, non le cazzatine commerciali usa e getta – Paul McCartney è il più grande di tutti, come capacità interpretativa, versatilità, ricchezza melodica, immediatezza, e dal vivo è ancora strepitoso. La sua musica nasconde una vena malinconica che nelle sue prove migliori diventa struggente. E Here Today è la più bella canzone mai scritta per la perdita di un amico. Più in alto di lui, forse, c’è solo Stevie Wonder. Il resto sono chiacchiere.

giovedì 6 ottobre 2016

shotgun willie

Shotgun Willie, la title track di quello che molti considerano il capolavoro discografico di Willie Nelson, esponente di spicco del country americano, venne scritta in un periodo di grande confusione creativa ed esistenziale, nel bagno di un motel, sulla confezione vuota di un assorbente. A dispetto del poco fascino di questa storia, il nomignolo “Shotgun” Nelson se lo guadagnò in un autentico duello in uno scenario da selvaggio west. Pare che Willie, intorno al Natale del ’69, abbia scoperto che sua figlia Lana subiva violenze domestiche da suo marito Steve Warren. Infuriato, si reca dal marito di Lana, picchiandolo e minacciandolo di ucciderlo se solo ci riprova. Appena ripresosi dalla batosta, Steve Warren, invece di pentirsi e fare ammenda, raduna tutti i suoi fratelli, armati di fucili calibro 22, li carica sul suo furgone e si dirige a casa di Nelson. In quel momento Willie è in casa col suo batterista Paul English. I fratelli Warren circondano la casa e cominciano a sparare. Willie e Paul, armati di fucili da caccia [shotgun], rispondono al fuoco. Ne nasce una lunga sparatoria, che si protrae per ore con tanto di inseguimenti, agguati, trappole, rapimenti, il tutto nell’indifferenza della polizia del Texas, che non vuole immischiarsi in quelle che ritiene “beghe famigliari”. Alla fine e contro ogni pronostico Willie e Paul risultano vincitori, costringendo i Warren alla fuga e regalando a Willie il suo celebre soprannome. Pare anzi che Walker Texas Ranger sia stato in parte ispirato nell’aspetto (barba e capelli lunghi) proprio dal buon vecchio Willie Nelson.

mercoledì 21 settembre 2016

il muro

Nell'ultima parte della sua carriera Lou Reed si è avvicinato alla musica ambient. In effetti, lo aveva fatto già nei '70 con Metal Machine Music che fu un prototipo per moltissimi gruppi new wave perché portava l'ambient a una diversa concezione rispetto a quella di Eno, non musica che ti accoglie, ma musica che ti respinge, non una porta ma un muro. Fra le cose più belle dell'ultimo Reed c'è un doppio live di un gruppo nato spontaneamente e composto da Ulrich Kriegeer e Sarth Calhoun, che poi si ribattezzò Metal Machine Trio proprio in onore di quel disco. Cercando informazioni su quest'album (che non avevo mai ascoltato prima) sono finito su Allmusic, e così mi sono messo a sfogliare, partendo da questo, tutte le recensioni ai dischi di Lou, per accorgermi che per molti dei più estremi e dei miei preferiti, per quanto si apprezzasse il coraggio e lo sforzo creativo, c'era sempre un MA da affrontare, qualcosa che non andava, che non lo rendeva perfetto. È carino MA non è abbastanza orecchiabile, oppure suona benissimo MA gli manca la giusta tensione drammatica, oppure c'è tutto Lou, MA tutto Lou è francamente troppo. E ho pensato che vivere una vita piena di MA deve essere una tale rottura di palle, che persino l’idea di un muro mi ha messo allegria. 

lunedì 29 agosto 2016

il panettiere

Il panettiere è la terza traccia del primo lato di Secondo te... che gusto c’è?, album del 1977 che appartiene al periodo più maturo dell’artista Enzo Jannacci. Viene subito prima di Rino, lettera di un alcolizzato pronto al suicidio, e subito dopo Jannacci arrenditi, brano parlato di follia e comicità assoluti. L’album, nel suo insieme, non è allo stesso livello dei coevi Quelli che... e Fotoricordo, eppure proprio grazie a questo pezzo, ritratto del panettiere Giovanni che va al mare per annegarsi, a Rino e a La costruzione sul secondo lato, terzo pezzo a tema sulla morte (stavolta sul lavoro) in un disco di appena mezz’ora, raggiunge una sua oscura grandezza, inusuale per il panorama italiano dell’epoca persino per un cantautore, e paragonabile piuttosto a quella che negli stessi anni si può ritrovare in alcuni dischi di Tom Waits. Rappresenta, inoltre, la prima avvisaglia del dolente pessimismo che da qui in avanti caratterizzerà l’opera di Jannacci.

domenica 28 agosto 2016

rino

Non sono ubriaco questa sera, non sono ubriaco eppure questa sera mi corre, mi vola un pensiero a casa, quasi per gioco, quasi per sbaglio, quasi senza voglia. Mamma ti saluto, babbo ti saluto. Rino fatti volere tutto il bene che a me non m’hanno voluto. Mamma ti saluto. 

sabato 30 gennaio 2016

revenge!

Un live spettacolare registrato nel 1964, durante il tour europeo di Mingus, l'ultimo insieme all'immenso Eric Dolphy. Particolarmente consigliato il quarto pezzo, Fables of Faubus, commento satirico alle starnazzate populiste di un politico razzista. Riascoltarla oggi direi che ci sta proprio bene.

domenica 10 gennaio 2016

mentre il vento fa il solletico ai sogni

Quando Claudio Lolli cita i suoi punti di riferimento musicali in genere indica sempre i Beatles, Francesco Guccini e Piero Ciampi. Molti poi lo accostano, nel suo primo periodo, a Bob Dylan (in Italia basta che suoni la chitarra acustica e ti dicono che sei come Dylan). In realtà il primo Lolli ha più debiti verso Leonard Cohen che non verso Dylan, e nella sua particolare e bellissima “trilogia elettrica” (Ho visto anche degli zingari felici - Disoccupate le strade dei sogni - Extranei) il riferimento fortissimo è Neil Young, particolarmente quello di Zuma e American Stars ‘n’ Bars. Un altro punto fisso di quel periodo, mai ricordato adeguatamente (ed è strano vista la comune origine bolognese) è Lucio Dalla, in particolare il Lucio Dalla assai sperimentale dei dischi scritti con Roberto Roversi. Forse il brano in cui è più evidente questa influenza è I giornali di marzo, il cui titolo pare una evidente parodia della più famosa I giardini di marzo di Battisti, con un testo di forte impronta politica che è in realtà il cut up di vari titoli di giornale riguardanti i violenti scontri di piazza avvenuti a Bologna l’11 marzo 1977, e con un arrangiamento e un cantato che sono praticamente modellati su quelli di Dalla.

lunedì 31 agosto 2015

cantautori


Se non ci fosse stato Guccini ci saremmo accontentati di Vecchioni e di De André? Ci saremmo fatti bastare Claudio Lolli? Avremmo dandeggiato sulle note di Paolo Conte, raffinato melomane cosmopolita e provinciale? O avremmo seguito l’evoluzione e i deragliamenti di Alberto Camerini? I ripiegamenti pensosi di Finardi? La poesia di Antonello Venditti tra sguaiataggine e malinconia nazional-popolare? L’eclettismo di Lucio Dalla? Gli orientalismi di Franco Battiato? Il lirismo prezioso e vagamente stizzito di De Gregori? I baffi di Gino Paoli? La genialità cabarettistica del livido Lauzi?
I cantautori dei miei diciassette anni non erano poeti. Erano molto di più. E, su tutti, troneggiava Francesco Guccini, cantore di frati mai stati frati, di eroi già sbronzi al mattino, di giornate avvelenate, locomotive kamikaze, fiaccole anarchiche, silvie sbeffeggianti, pensionati cerimoniosi, tipi antisociali, annegati romantici, catene di monti coperte di abeti, uomini morti senza proferire l’ultima frase saggia, alberi giovani e forti, vecchie suore nere, sbornie, amori, krapfen e boiate, gatti, crisi non chiarite, religiose sonnolenze di orti, auto prese a rate, feste di compleanno finite male, libertari controllati da clero e Stato, antiche carte di corsari, angosciosi inverni cittadini, osterie, ragazze che se ne vanno, madri con forti emicranie serali, weltanschauung strambe, blue jeans vecchi e poche lire, figli dei fiori incuranti del domani, strade che corrono lunghe e diritte, bagasce che passeggiano nei viali, isole che si tingono d’azzurro (color di lontananza), belli con il vestito della festa, le luci dentro il buio, bikini amaranto, inquietanti nebbie, il tempo che dà e prende, stoviglie gozzaniane, Cristi eliotiani, Borges, Edgard Lee Masters, Hemingway, Omar Khayyam, Cartesio, Linus, ghirlande (per ornarti i capelli), albe come pugni in faccia, caffè della stazione, contadini curvi nei primi anni del secolo (scorso), lapilli, lamiere contorte, Americhe, vagoni dondolanti, uccelli iridati, budda, chela, animali mitici da bestiari, Marco Polo, antichi fasti, Jan Hus, roghi, peccati, espiazioni, tavoli di marmo, un cazzo in culo, dubbi di qualunquismo, il riso di chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura, stagioni di canzoni (e di facili illusioni), teoreti e preti, cazzate, case sul confine della sera, Gianni che nuota a vent’anni (ma lì avrà sempre vent’anni), conformisti radical-chic che apprezzano i film di Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, gente bene, il colore rubino del vino sulla neve (perché lo cancellasti con il piede?), Mandrake, le urla dei bambini, bottiglie da aprire il giorno della laurea, le stesse cose viste sotto mille angoli diversi, lui (che si è ucciso per Natale), minestre riscaldate sulla stufa, liti con i vicini di casa, i pezzenti, le ali di una nuova forza, il progresso, la giustizia proletaria, ipocondrie, Cenne e Folgore, il mondo a capo chino, carnevali che impazzano, l’aprile crudele, chicchi d’uva grassi con le pance piene, fango, neri alberi, Benito, la Dc (ma di sinistra), futuri senza Ford, alcolizzati senza una lira in tasca, i fumetti, lavoro, casa, figli e consorte, coscienze pure, accuse di arrivismo, “andate e fate”, venerdì santi (prima di sera), visioni e frasi spezzettate, il Florìda, le catapecchie, la notte, il fiasco (se muoio rinasco finché non finirà), la mia chitarra romana (la pizza napoletana, l’azzurra marina), Fantoni Cesira (con il piacca), la signorina Argia, la Fiera di San Lazzaro, l’universo (creato a tempo perso da un vecchio con la barba bianca), la carne Simmenthal, voci di altre età, anelli al collo (che si stringono sempre più), aquiloni al vento (che a terra ricadranno), la grande bellezza di ottobre, il mosto e l’ebbrezza, le scelte fatte in piena libertà (quante ne hai fatte se ti muovi sempre dentro ad una prigione?), il vizio (di vivere) che ti ucciderà, tu (che forse giovane non sei stato mai), quell’amore – poi – reale, le canzoni di moda, Grazia, i cioccolatini, i cugini, i marinari, to peder (su l’us), laureati che contano più di cantanti, i libri.
Tutto questo i miei diciassette anni se lo trovarono nel piatto e lo sbranarono. Su questo la mia memoria si fece le ossa. Senza la lezione di Guccini (la lezione magistrale di un Maestro maiuscolo nella stazza e nella bravura affabulatoria) tanti di noi sarebbero un po’ diversi da come sono. Io dico un poco più poveri. E più spaesati e soli. 

Gianni Priano

venerdì 14 agosto 2015

let it be, let it bleed

L'ho letto adesso [QUI]: Keith Richards ha definito Sgt. Pepper spazzatura e una miriade di fan è partita con la polemica. Ma non ho capito dov'è la notizia che fa scandalo. 
Bob Dylan già nel 1967 paraculava Harrison per Sgt. Pepper, che non gli piaceva, trovandolo un po' vacuo. Harrison, che al contrario era innamorato del suo John Wesley Harding gli chiedeva quanto tempo ci avesse messo per registrare un disco così bello e Dylan gli rispondeva ridendo "sei ore circa", cosa inconcepibile per Harrison che con Sgt. Pepper aveva perso circa sei mesi. E lo stesso John Lennon, in una celebre e incazzosa intervista del 1971, disse: "Quello era un progetto di Paul e solo di Paul!" come per tirarsene fuori. 
La verità è che Sgt. Pepper (come molti critici hanno osservato) è più un prodotto della sua epoca che un'opera senza tempo, e come documento musicale del flower power è ancora splendido. Le cose imprescindibili dei Beatles, però, sono altre. La stessa Rolling Stones nella sua Storia del Rock fa notare come all'inizio degli anni '60 i Beatles fossero l'unico gruppo inglese ad avere radici rock'n'roll, in una Inghilterra che, dagli Stones agli Animals agli Yardbirds, non si era mai staccata dal blues revival. In questo senso i Beatles furono gli autentici apripista di una nuova corrente musicale che avrebbe portato all'altro grande filone della musica inglese, quello che va dai Who a Bowie ai Pink Floyd fino agli estremi di Elton John e del progressive. Contrapponendosi dunque all'evoluzione del blues rock operata dagli stessi Stones, Eric Clapton e Led Zeppelin. 
Fatto sta che Sgt. Pepper, spazzatura o no, lo copiarono praticamente tutti per far soldi, Rolling Stones compresi, prima di ricredersi, grazie proprio al lavoro di Keith Richards (e subito dopo la cacciata di Brian Jones), per tornare finalmente al blues sporco e cattivo delle origini.