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domenica 8 dicembre 2024

mondo binario

Da come la leggo qui sui social nelle ultime ore Trump ovvero “l’uomo della pace” si è messo d’accordo con Putin ovvero “la vittima di tutte le Nato” sacrificando la Siria “dove il più pulito ha la rogna” data in pasto a tagliagole e terroristi che nei prossimi anni se la spartiranno in combutta con Israeliani e Turchi come contropartita per finire la guerra in Ucraina. Probabilmente sono io che non capisco molto di geopolitica, quindi mi fido di chi scrive con tanta sicurezza. Alcuni anni fa, uno scrittore che amavo molto, Carlo Bordini, nei suoi post rimpiangeva un’epoca in cui il mondo era diviso in due blocchi di potere perché almeno – diceva – c’era un equilibrio fra le parti, invece di lasciare tutto in mano a un solo potere e a un sistema economico fallimentare, quello orrendamente consumistico in cui viviamo, a cui non sappiamo rinunciare pur dichiarandoci in buona parte antioccidentali e che prima o poi finirà per collassare o divorarci come fa Saturno nel celebre dipinto di Goya. Non è che sbagliasse, Bordini. Eppure, anche se la storia avanza, mi sembra che tutti i conflitti in corso, e anche la visione di chi li guarda e commenta, non siano il frutto di un solo potere in campo che imperversa su tutti, ma siano ancora il frutto di quel pensiero “binario” che non ce la fa a morire anche di fronte all’evidenza dell’esplosione in corso. Pensiero di gente vecchia ancorata a vecchi poteri che tifa per la propria squadra ed è contestata da gente altrettanto invecchiata che parla di “pensiero critico” e intanto fa il tifo per l’altra squadra o contro la propria. Tifoserie allo sbaraglio. Ma qui non sono più due le forze in campo, sono tante, e stare sempre a dire che “è tutta colpa della Nato” è ancora un modo per ammettere che per noi il mondo è diviso in due, padroni e schiavi, è una forma di razzismo al contrario in cui implicitamente diciamo che tutti gli altri che non sono Nato non sono nemmeno buoni ad avere un’idea che non sia la loro, a fare un’azione che non sia la loro, che sono talmente poveracci che non valgono nulla senza di noi o di fronte al nostro strapotere. Anche questo è pensiero postcoloniale, che sottovaluta e non rispetta la capacità di determinazione dell’altro, quando ciascuno, persino l’ultimo dei paesi poveri, persegue il suo specifico interesse e non è detto che lo persegua con maggiore equità e giustizia di quanto facciamo noi. Ecco, quello semmai che ci manca è un sistema diverso, un pensiero diverso che non sia soltanto consumistico, oppure integralista come sola alternativa al nostro. Dove non c’è uno che prevale sull’altro per forza di violenza o di denaro, ma allo stesso tempo non ci sono così tanti che versano sangue sulla testa di quelli che stanno più in basso. A me sinceramente non manca il vecchio mondo di Bordini, vorrei riuscire a sognarne uno nuovo dove non c’è più nessuno e si sta finalmente in pace.

lunedì 26 agosto 2024

barbero contro i neoborbonici

Io non lo so di preciso chi li pubblica, ma ogni tanto su YouTube, fra i vari video di papa Barbero – come a volte lo chiamo perché, pur essendo bravissimo, per alcuni ha assunto ridicolmente il sommo status sacerdotale e tutto ciò che dice è verità sacrosanta – me ne ritrovo alcuni in cui Barbero “sbugiarda” o “punisce” o “svela la falsità” – questa la terminologia usata – dei neoborbonici, con commenti del pubblico, anche abbastanza plateali, che vanno dai soliti adoranti che magnificano il nostro fino all’insalivazione delle terga; a quelli che danno addosso alle schiere di ignoranti sottosviluppati che infestano l’Italia del Sud col loro revisionismo da quattro soldi e che, attenzione, non potendo essere altro che meridionali, perché i neoborbonici – a differenza dei fascisti che sono trasversali ed esportabili, vera unità di misura del paese – sono in fondo dei meridionali “sottosviluppati”, elevano al quadrato una vecchia forma di razzismo novecentesco, per cui: io non odio i meridionali, ma odio i meridionali che contraddicono Barbero, e visto che io sono d’accordo con Barbero, odio i meridionali che mi contraddicono nella mia visione della ‘loro’ storia. Questo leggo io fra le righe dei loro commenti, dimenticando che se la storia non è ancora chiara a tutti a più di 150 anni dall’Unità, se non convince così tante persone – e non serve essere neoborbonico per dirsi che le cose non sono andate così come ce l’hanno raccontata sui libri di scuola che nessuno, mi pare, ha aggiornato, nemmeno a un secolo dalla caduta della monarchia – un qualche errore di fondo ci sarà. Perlomeno nel modo in cui ce la raccontiamo. E non lo dico io, e non serve che lo dica nemmeno Barbero che da storico non fa che ripeterlo come premessa a ogni sua lezione; ma lo dicevano già Gramsci, Salvemini, Silone, fra i padri della nazione, e con un punto di vista molto più spostato dalla parte del revisionismo e del “Risorgimento tutto da rifare” che non della più rassicurante visione di Barbero. E con tutto ciò, confesso, mi piacerebbe anche vedere, ogni tanto, un video in cui Barbero “sbugiarda e punisce” i Leghisti, facendo una buona ricostruzione storica che mostri l’inconsistenza delle tante fesserie che dicono. Eppure, per quanto lo cerchi, non ne trovo.

lunedì 15 giugno 2020

la parte marcia

Oggi durante la solita fila in posta mi sono messo a parlare con questo vecchio signore, amico di mio padre, che ha fatto il contadino per tutta la vita ed è uscito dal paese solo una volta, negli anni ’50, per fare il militare, non ha mai usato un computer e per questo non ha partecipato a una sola discussione di quelle degli ultimi giorni sui social; ma stamattina mi ha chiesto, dopo averlo visto in TV, chi fosse quel tipo tinto di rosso a Milano, perché lui Montanelli non sa nemmeno chi è, non ha mai letto un giornale, e quando ho provato a spiegarglielo mi ha frainteso e ha capito che a danneggiare la statua è stato un gruppo di neri (i gnùre), e ha aggiunto, con lo schifo nella voce: Speriamo che li rimandano tutti in Africa, i gnùre. E io lo ascoltavo e non sapevo come dire a questa persona che ha ottant’anni e la terza elementare, che si è spaccato la schiena come un mulo da quando ne aveva dieci e ora prende quattro soldi di pensione, che forse anche lui, con tutta la sua innocenza e la sua ostinazione a non capire cosa gli è successo intorno per tutta la vita, è parte stessa del problema ed è, come tantissimi altri uguali a lui, la parte marcia di questo Paese.

venerdì 7 dicembre 2018

la salvietta

Dopo una presentazione sono fermo alla fermata del bus per tornarmene casa. Mi si avvicina un vecchietto simpatico e mite che sbuffa senza pace mentre si trascina dietro due pesanti borse di tela piene di roba, e tanto per ammazzare il tempo mentre aspettiamo, attacca bottone con me e la bidella di una scuola che viene da un paese qui vicino, lamentandosi del freddo delle nostre zone e raccontandoci come nella sua città, a Bari, di oggi si mangia il baccalà con le olive, un sapore che gli manca tanto da quando sua moglie è morta e ogni viaggio verso casa è solamente un ritorno a metà. Il pullman è in ritardo. Parliamo a lungo, lui ride spesso con una particolare malinconia nello sguardo che mi attrae, deve aver sofferto tanto, poi, a un certo punto si avvicina alla fermata un ragazzetto di colore con le cuffie nelle orecchie e incappottato in un vecchio piumino rosso che risalta in maniera esagerata. Non ci conosce ma si avvicina a noi con un gran sorriso e dice “Buonasera, amico! Buonasera!” e mi dà la mano che stringo. Ci prova anche con il vecchio che però gli fissa il palmo e non ricambia, poi si va a mettere dietro di noi, contro un palo, tutto perso nella sua musica. “Tieni” mi dice il vecchietto e mi passa una salvietta umida che tira fuori da una scatola che tiene in una delle borse di tela che si porta appresso. Prendo la salvietta ma non capisco subito cosa voglia dire. Poi afferro, è per pulirmi la mano. “Questi negri ormai sono dappertutto” mi dice, fissando il ragazzetto senza paura di farsi sentire. “Salvini ha ragione!” aggiunge, alzando la voce. “Non mi piace Salvini” gli rispondo con tutta la diplomazia di cui sono capace. “Sono troppi, sono dappertutto. C’è bisogno di una regolata” dice ancora il vecchio. “Guarda quanti furti ci sono adesso in giro, non puoi distrarti che ti rubano la macchina, ti entrano in casa e sono sempre loro. Lo leggevo oggi sul Corriere. Ti entrano in casa come niente, questi negri. Le negre no, sono brave e si danno da fare, ma i loro maschi sono tutti delinquenti matricolati”. Io lo fisso imbarazzato, non riconosco più il malinconico vedovo di dieci minuti fa. Una persona così carina che usa la parola negro con una tale violenza repressa che non so descrivere. Sono educato e faccio finta di nulla, continuo a parlargli del tempo, degli orari scombinati dei pullman, si uniscono a noi anche la bidella e un altro paio di persone, ma evito di usare la salvietta. Quando arriva il pullman, il vecchio sollevato saluta quelli intorno, me compreso, con molta gentilezza, ringraziandoci tutti per la compagnia, e a tutti stringe la mano prima di raccogliere le sue borse. A tutti meno che a me. La mia mano non la tocca.

lunedì 30 luglio 2018

imbecillità

Mi è appena venuto in mente, guardando il servizio dell’atleta colpita da un uovo, che forse la “deriva razzista” italiana di cui si parla tanto è solo una scusa, un modo come un altro per salvarci, per nascondere e giustificare la ben più terrificante “deriva di imbecillità” nazional-popolare che affligge il paese ed è incurabile. Perché se sei razzista, studiando, pensando, crescendo, puoi anche uscirne. Se nasci imbecille, imbecille rimani per sempre, ce l'hai scritto nel DNA.

lunedì 11 dicembre 2017

razzista

Stasera in treno, poco prima di scendere alla mia fermata, un tipo, un ragazzo di colore un po’ più alto di me, mi si mette dietro, mi si attacca proprio alle spalle. Una distanza imbarazzante. Io mi sposto di lato e quello continua a starmi dietro, letteralmente sul culo. Al che mi giro e gli dico: “Aria. Distanza.” Lui mi guarda come se fosse sorpreso, sbatte gli occhietti, e risponde: “Razzista.” “Bello” gli dico, “io e il razzismo siamo due mondi a parte, però se uno mi si attacca al culo, due sono le cose: o mi vuole fottere il portafogli oppure mi vuole fottere e basta. La puoi chiamare come ti pare, ma di sicuro non è razzismo.” Quello mi guarda, stavolta a distanza di sicurezza, e fa: “Razzista.”

mercoledì 25 ottobre 2017

tifoserie

A me, certi giorni, questa società dei sensi di colpa postumi rompe le scatole. Non chi sbaglia, ma chi se la prende cascando dal pero. Prima ci si fa un mazzo così, come società "civile", per dimostrare che la cultura non si mangia, la scuola è una merda, gli insegnanti degli scoppiati repressi, e il sapere non è potere ma è da sfigati, poi dei fessi fanno gli striscioni allo stadio con Anna Frank e tutti si scandalizzano per l'offesa alla memoria, ma la memoria di chi? E tutti a citare un libro che quasi nessuno ha letto, in un paese dove non si legge manco la lista della spesa. Un paese che, come diceva Montanelli, è fatto di "contemporanei", gente senza passato e senza futuro. Finché non ti accorgi che quella offesa non è la memoria storica di una bambina vittima del razzismo (figurarsi, il razzismo allo stadio ci sta come la nutella sul pane), ma l'onore dei tifosi di quel sano sport tutto italiano che è il calcio (non per nulla continuo ricettacolo di soldi sporchi e mafie varie, mica come la scuola, abbandonata a se stessa nell'immaginazione pubblica dai tempi di Lino Banfi e Gloria Guida). E se sei tifoso, cioè italiano, non vuoi certo mischiarti con l'ignoranza di certa gente.

sabato 30 gennaio 2016

revenge!

Un live spettacolare registrato nel 1964, durante il tour europeo di Mingus, l'ultimo insieme all'immenso Eric Dolphy. Particolarmente consigliato il quarto pezzo, Fables of Faubus, commento satirico alle starnazzate populiste di un politico razzista. Riascoltarla oggi direi che ci sta proprio bene.

mercoledì 7 gennaio 2015

io sto con charlie hedbo

Io sto con Charlie Hedbo, come tutti, e sto con la satira e con la libertà di espressione, e con il potere della parola. Eppure mi dico attenzione. Fai attenzione a non farla diventare una battaglia di civiltà, dei buoni contro i cattivi, la guerra santa della moderna Europa contro l’Islam feroce e arretrato. Fai attenzione a non cadere in quella trappola che i giornali già ti stanno preparando, attenzione non rituffarti in un nuovo Medioevo così utile al loro scopo, e in cui non si discutono più i motivi, ma solamente si affilano i coltelli sordamente, con animo di rivalsa. La Francia è grande, così grande che vive di contraddizioni, pratica la libertà d’espressione però vive in uno stato multirazziale e pieno di contrasti irrisolti, di razzismo, è stata una sanguinaria potenza coloniale ma sostiene ancora la chiusura del Mediterraneo agli immigrati africani. Non è una terra di libertà a tutti i costi più di quanto lo siano stati altri moderni stati islamici. Il fanatismo avanza, questo è vero, ma perché? Dove si origina quest’odio? Su quale terra di confine? A vantaggio di chi? Così mi dico stai attento, a non confondere la libertà d’espressione col vessillo di un sistema di vita più giusto, migliore, perché l’Europa che oggi piange è tutt’altro che giusta, ed è in quell’ingiustizia che si genera l’odio, è lì che vanno cercati i motivi del gesto, e non solo nel fanatismo di una religiosità bigotta. Resisti alla tentazione, non puntare il dito, tieni gli occhi aperti. Scrivi ciò che vedi e non ciò che senti. Resta umano.

sabato 25 ottobre 2014

vicini

Chissà come lo fanno i ratti – mi chiedo se li guardo –
se si scelgono dopo sguardi lunghi e interessati
corteggiamenti in rima. Oppure s’incontrano sfatti
dopo ore di buio e l’unico calore è una monta senza pace.

Chissà se si scopano o fanno l’amore
se lo fanno a grappoli o due per volta
se si ciucciano e s’inculano il chiodino fra le chiappe
e se drizzano la coda rapiti dall’orgasmo.

Chissà se vengono in squittii o singhiozzi
e se piangono di gioia a voce bassa e pregna.
Chissà come dormono e se stanno vicini.
E se parlano e discutono di preservativi. Li guardo

dal piano di fronte. Li ascolto attraverso i vetri.
Niente più che paroline smozzicate negli orecchi
gli occhi aperti e chiuse le chiappine. Chiusi loro nei letti
coi loro cappotti per darsi ancora un tono.

sabato 6 settembre 2014

conversazione telefonica

Conversazione telefonica con mio fratello. È a La Spezia, in un bar.
Parliamo del più e del meno, quando si sente qualcuno che lo interrompe.
È un vecchio che gli dice:
“Terrone, qui nessuno li vuole sentire i tuoi problemi.”
“Prego?” risponde mio fratello.
“Mi dà fastidio la tua voce” gli risponde acido il vecchio.
Mio fratello esce dal bar.
“Perché non ci hai litigato?” gli ho chiesto.
“C’erano così tante cose che gli volevo dire, che alla fine non mi andava di sprecarne nessuna.”

giovedì 18 luglio 2013

fango

Fango fandango
non piace all’orango
rimango nel fango
e rifrango il rimpianto
io no casalingo
io parafango
che vengo spengendo
nel piatto e cascando
da bravo vichingo
nel tango brillando
io l’uomo biango
tu sempre più orango.