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domenica 22 ottobre 2023

fantasia montanelliana

Continuo a ripensare all’ultima intervista di Montanelli che diceva che il problema del nostro paese non era politico ma generazionale. Serviva una rivoluzione violenta, diceva, che spazzasse via ogni cosa. Non è la politica che è marcia, ma le ultime generazioni che sono marce nel midollo, corrotte senza esclusioni, buone soltanto a incancrenirsi nella propria corruzione. E allora, come risolvere il problema? Con un bel genocidio assistito, un suicidio di massa. Fare fuori due o tre generazioni di italiani ma in maniera chiara, pulita, senza distinzioni o esclusioni, farci fuori tutti fra di noi, sessanta milioni di persone che viste da quaggiù sono tante, ma viste da lassù, da un satellite, non contano niente sul pianeta. E poi ricominciare da capo con l’aria finalmente più pulita, con chi viene a prendersi le case. Ripopolare il paese con qualcuno che ha meno marciume di noi in corpo. Ad esempio potremmo suicidarci tutti e dare le nostre case o ai palestinesi o agli ebrei, così uno dei due popoli viene qui e l’altro resta lì e almeno un conflitto nel mondo finisce, un conflitto dove per una volta non saremmo complici ma risolutori. Ecco che in un sol colpo, col nostro sacrificio, risolveremmo il problema di due paesi e di tre popoli. Montanelli da lassù ci guarderebbe contento.

lunedì 20 luglio 2020

intanto...

È paradossale e tremendo scoprire che noi siamo qui, da più di un anno, a discutere del monumento a un morto per uno stupro di stampo colonialista perpetrato a danno di una bambina ottant’anni fa, e intanto a Novara, da trent’anni, operava una setta che riduceva in schiavitù giovani ragazze e bambine con la complicità di psicologi e attraverso una rete di attività commerciali fra cui scuole di danza, erboristerie, una bottega artigiana e persino una casa editrice (!). Spero solo che a contribuire in parte a questa scoperta siano state proprio le accese discussioni degli ultimi mesi. Ma intanto, negli ultimi trent’anni, davvero nessuno ha visto nulla? Nessuno sapeva nulla? Complimenti!

domenica 5 luglio 2020

proposta

Ho appena avuto questa idea che se mai un giorno toglieranno la statua di Montanelli dalla piazza di Milano, forse potrebbero sostituirla con una di Sgarbi che è a suo modo una delle massime sintesi dell’italiano medio ma un po’ fuori dal comune che abbiamo oggi in Italia, quindi abbastanza medio da essere uno-di-noi ma anche abbastanza fuori dal comune da meritarsi una statua che è sempre summa e simbolo di una collettività. Quindi prendi quest’uomo rissoso per amore della rissa; colto e istrionico ma arrogante; egocentrico al punto che spesso e volentieri si fa riprendere in bagno (seduto sul cesso come Frank Zappa); uno che si dice “libero” perché non ha una precisa collocazione politica – tanto da avere anche delle uscite anticonformiste e felici quando meno te lo aspetti – ma comunque tende a destra; uno che ama le donne ma senza rispettarle, che ne fa spesso oggetto di apprezzamenti sessuali bassi o volgari; che tratta le istituzioni come le donne; che pur essendo nato con la TV privata è stato completamente assorbito dai social, tanto che vive con un telefonino in mano sempre, persino quando è ospite di una trasmissione televisiva; che vive nel telefono e attraverso il telefono, in una continua autorappresentazione che ha avuto il suo ultimo apice – uno dei tanti – nell’immagine di Sgarbi trascinato via dalla Camera come in una deposizione rinascimentale. Ma per me l’immagine sua più bella rimane quella in cui divora con ferocia una granita da un chiosco notturno romano mentre conversa amabilmente, con partecipazione umana, con l’immigrato del Bangladesh che lo gestisce: amabile e ingordo insieme, come un bambino, e sempre tenendo in mano il telefono. Inoltre, pensando a questa eventuale e impossibile sostituzione di statue, e di tutto ciò che direttamente e indirettamente rappresentano, mi è venuto da pensare che siamo ironicamente passati dall’epoca gloriosa della Olivetti – che imbracciava Montanelli nella foto storica da cui hanno ricavato la statua a Milano, simbolo di un’epoca in cui industria e cultura si sposavano nel nome del progresso italiano – a quella del telefonino di Sgarbi che è probabilmente prodotto di importazione, Taiwan o affini. Sgarbi seduto sul cesso mentre scrolla il telefono. Non è forse la cosa più vicina all’immagine stessa dell’italiano – quando non muore di fame – che c’è oggi in giro? E se non ci mettiamo Sgarbi, chi ci mettiamo? Franca Viola, come mi piacerebbe anche? E chi la conosce? (“È sui social?” mi chiedeva un ragazzo l’altro giorno e vi assicuro che è stato triste, anche se non era colpa sua). Un calciatore, magari di quelli acquistati dall’estero, così riscattiamo i neri? Uno scrittore vero, di quelli che magari hanno vinto lo Strega (ma non scherziamo)? E come ci accertiamo che sarà meritevole di tanto onore? Per la qualità sempre discutibile delle sue azioni? Per la media del numero di like che fa tendenza?


lunedì 22 giugno 2020

toscanata

Ieri ho letto due articoli che ho trovato a loro modo stupidi. Il primo diceva (più o meno, vado a memoria): Contro Montanelli leggiamo piuttosto Malaparte, che fu suo avversario e scrittore coi fiocchi. Contro? Il secondo (cito sempre a memoria): perché Montanelli no e Pasolini sì? Risposta: Perché Pasolini in vita ha sofferto di più, pagando per le sue colpe. Che sono un po’ delle stronzate. Primo, perché Malaparte fu fascista tanto quanto Montanelli, al punto che partecipò alla marcia su Roma ed ebbe un ruolo attivo nell’omicidio Matteotti, nel senso che non uccise lui Matteotti ma, per mandato di Mussolini, coprì in tribunale gli assassini di Matteotti con una falsa testimonianza, quindi partecipando alla loro impunità e all’affermazione definitiva del fascismo che si poneva al di sopra della Legge dello Stato. Ci sono dei motivi per le sue azioni, ma il peccato rimane. E secondo perché, rispetto a Montanelli che violentò una bambina in Africa, Pasolini dall’agosto 1949, anno del primo processo per corruzione di minori, al giorno della sua morte, nel novembre del 1975, ogni singola notte della sua vita uscì a procacciarsi dei ragazzi (sono 26 anni circa, se calcoliamo uno a notte, per difetto sono circa 7000 incontri). Questi ragazzi erano spesso adolescenti, che adescava nelle borgate povere puntando, per sedurli, sulla sua auto fiammante e pagandone bene le prestazioni; mi pare che anche questo sia un rapporto di tipo padronale: non colonialista certo, ma economico, in cui ti compri le persone in virtù del tuo potere economico. Né mi pare si sia mai pentito, o meglio le uniche scuse che gli ho visto fare, in poesia, per il suo “equivoco amore” sono state verso sua madre, non verso i ragazzini. E va bene che molti di loro erano dei tagliagole, piccoli delinquenti o comunque ragazzi di vita, dei duri, cresciuti per la strada, ma se la pensiamo così che differenza passa, a questo punto, con usare l’espressione “ma lì le ragazze a quell’età sono già donne”? Non è lo stesso tipo di ragionamento? Quello che voglio dire è che leggo Malaparte con piacere immenso perché è scrittore immensamente più grande di Montanelli (e non solo), e questo lo sosterrò sempre indipendentemente dalle sue colpe, perché opero una scelta estetica, ma sulla bilancia dei peccati umani non è che uno sia migliore dell’altro e io questo nella mia testa lo so bene, e lo dico, né cerco giustificazioni morali attraverso la scrittura. E allo stesso modo faccio con Pasolini, di cui ho letto e visto (credo) quasi tutto, ma se dovessi metterli sulla bilancia dei peccati contro i minori non sono affatto sicuro che questa penderebbe dalla parte di Montanelli, anzi, direi l’opposto. Pasolini fu anche una vittima della nostra società, è vero, assai più di Montanelli, è vero. Ma tu, lettore, di fronte a uno dei tanti ragazzi violati da Pasolini, facendo una classica e volgarissima “toscanata” (per dirla come Malaparte), avresti mai il coraggio di dirgli: «Coraggio, poteva andarti peggio, poteva trombarti Montanelli».

venerdì 19 giugno 2020

un bugiardo patologico

Qui viene messa in discussione l’esistenza stessa di Destà, la sposa bambina di Montanelli. In altre parole non sarebbe mai esistita: Montanelli, bugiardo patologico, si sarebbe inventato tutto, ogni particolare. Si sarebbe in altre parole divertito alle spalle dei suoi lettori. Ad anni dalla sua morte forse ci si sta scapigliando per uno stupro mai avvenuto, se non nelle sue storie (e in effetti, a parte quello che ci ha detto lui, chi ha mai fatto ricerche sulla bambina?). Quando l’ho letto mi si è spalancato un mondo. Se fosse vero Montanelli passerebbe in un sol colpo dall’essere un grande giornalista all’essere (forse) un grande scrittore, un truffatore, o meglio ancora uno sceneggiatore finissimo, nel senso che se ha fallito in tutto e per tutto come giornalista, il cui dovere assoluto è raccontare i fatti, per riuscire a far credere a così tanta gente per decenni una menzogna così grande, scatenando accese discussioni, commozioni, disgusto e rancori costruiti su niente altro che su quello che ci ha raccontato lui, ci vuole talento come scrittore, oltre ovviamente a un ego ipertrofico e a una buone dose di cinismo, in ogni caso qualcosa di più che “saper scrivere bene”! E anche qualora non fosse stato un grande scrittore (possibilissimo) sarebbe già di suo un personaggio letterario fatto e finito. Anzi, confesso che dal mio punto di vista, adesso, diventa più interessante come personaggio letterario che come uomo...

martedì 16 giugno 2020

i mostri

Le cose che sto leggendo/ascoltando in questi giorni talvolta mi fanno rizzare i peli sulle braccia. Ieri una che diceva che il nonno era stato in guerra in Africa, proprio come M., aveva ammazzato un po’ di persone, ma si era in guerra e non si poteva farne a meno, ma lui bambine mai toccate. Un altro che ammetteva candidamente (come fanno troppi) di non aver mai letto un libro, perché per leggere serve il tempo e lui non ne ha, ma si diceva convinto che M. non sapeva scrivere perché uno così gli dava il voltastomaco. Un altro ancora che i brigatisti non sono serviti veramente a nulla, manco ad ammazzare uno così. Poi ci sono quelli che hanno fatto l’università, rivestono ruoli professionali, e confondono il significato della parola “pedofilo”. Più si spalanca il vaso di Pandora di quella storia e più ne viene fuori un nido di piccoli mostri, pochissimo interessati ai problemi reali che una questione tira fuori, ma desiderosi soltanto di vomitare, qui e ora, il loro odio, fino al prossimo bersaglio (che verrà fuori domani col TG e allora ci scorderemo tutti di M. fino all’anno prossimo o al prossimo buco nei nostri discorsi). E io, che vedo come ogni volta l’ennesima occasione persa di una discussione seria, ampia, civile, dovrei farci il callo a questa cosa, e invece mi dispero e ammetto che forse l’unico modo di crescere qui, di venire a patti con le nostre contraddizioni irrisolte, e fare come negli USA, serve una rivolta violenta, per le strade e non sui social, serve il sangue, "perché solo il sangue, solo sul sangue viaggia la barca della rivoluzione, hai capito adesso?"; o forse aveva ragione Giorgio Bocca quando parlava con un ghigno di disgusto di Napoli sommersa dai rifiuti – ma il suo discorso andrebbe applicato all’intero paese, come già aveva capito Elio Petri nel 79 – che non potendola salvare era meglio bombardare e radere al suolo la città con tutti i filistei. Ma poi, per la cronaca, chi è che legge ancora Giorgio Bocca?

lunedì 15 giugno 2020

la parte marcia

Oggi durante la solita fila in posta mi sono messo a parlare con questo vecchio signore, amico di mio padre, che ha fatto il contadino per tutta la vita ed è uscito dal paese solo una volta, negli anni ’50, per fare il militare, non ha mai usato un computer e per questo non ha partecipato a una sola discussione di quelle degli ultimi giorni sui social; ma stamattina mi ha chiesto, dopo averlo visto in TV, chi fosse quel tipo tinto di rosso a Milano, perché lui Montanelli non sa nemmeno chi è, non ha mai letto un giornale, e quando ho provato a spiegarglielo mi ha frainteso e ha capito che a danneggiare la statua è stato un gruppo di neri (i gnùre), e ha aggiunto, con lo schifo nella voce: Speriamo che li rimandano tutti in Africa, i gnùre. E io lo ascoltavo e non sapevo come dire a questa persona che ha ottant’anni e la terza elementare, che si è spaccato la schiena come un mulo da quando ne aveva dieci e ora prende quattro soldi di pensione, che forse anche lui, con tutta la sua innocenza e la sua ostinazione a non capire cosa gli è successo intorno per tutta la vita, è parte stessa del problema ed è, come tantissimi altri uguali a lui, la parte marcia di questo Paese.

domenica 14 giugno 2020

anche le statue sentono dolore

Questo, credo, sarà l’ultimo post che scrivo su Montanelli e la statua, un po’ perché mi sono rotto di tutte le polemiche in merito e un po’ perché sapevo già come andava a finire e quindi è inutile continuare. Però volevo dire un’ultima cosa, e cioè che spesso per le cose che diciamo/facciamo ci sono anche altri motivi che non vengono subito in superficie, ma stanno un po’ più a fondo e magari toccano solo in parte il nocciolo delle questioni. Così, leggendo le tante opinioni in merito, mi sono chiesto anch’io perché per certi versi mi toccasse così tanto questa faccenda della statua di Montanelli. E credo succeda anche perché quella statua non mi dice nulla come simbolo istituzionale, ma piuttosto mi parla come immagine. Tu guardi quella statua e pensi “Ecco Montanelli, fascista, colonizzatore africano, che comprò e stuprò una bambina”; io la guardo e non ci vedo un uomo che stupra una bambina (forse servirebbe Cattelan per quello), ci vedo solo l’immagine di un uomo seduto – come sul cesso – che sta scrivendo sulla macchina da scrivere, che potrebbe essere anche un pc. Lo so che manco di fantasia, e che qui vale un po’ il fenomeno del quadro di Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”: poiché io ti scrivo sotto che quello è Montanelli tu ci infili dentro tutta la vita di Montanelli, e se è un’altra cosa tu penserai che è un’altra cosa, ma io non ho tutta questa fantasia e quindi se mi metti davanti un uomo seduto che scrive, anche se sotto ci scrivi “Montanelli” oppure “Filippo” oppure “Elefante a pois in volo”, io vedo solo un uomo seduto come sul cesso che scrive. È un mio limite. Ed eccone un altro: poiché io faccio la stessa identica cosa ogni singolo giorno per dieci ore al giorno, stare seduto come sul cesso a scrivere, inevitabilmente mi identifico in quell’immagine, che diventa una metafora della mia vita. Gli altri, più furbi di me, hanno delle vite, dei lavori, una famiglia, una identità alternativa alla scrittura, scrivono nei ritagli di tempo e sperano in uno spazio di attenzione che li risollevi dalla quotidianità. Io faccio solo quello dalla mattina alla sera, sto seduto a scrivere, dedicando tutta la mia vita alla scrittura mia e degli altri, pieno di dubbi e circondato da gente che ogni singolo giorno mi chiede: “ma è possibile, è reale, riesci davvero a viverci?” perché in fondo sono tutti convinti, anche chi mi vuol bene, che sto sbagliando, che sto peccando di presunzione. Ogni volta che qualcuno mi fa quella domanda io sorrido, farfuglio una battuta per stemperare il fastidio, ma in fondo mi sento come quella statua che si prende una secchiata di vernice in faccia. Un po’ come Montanelli, in cui non mi riconosco, ma che bene o male ha dedicato tutta la sua vita al giornalismo e si era illuso che questo bastasse a cambiare il giudizio della storia su di lui; anche io mi sono illuso che a furia di fare soltanto una cosa, stare seduto come sul cesso a scrivere, ne avrei fatto un’arma utile, sarei stato in grado di cambiarmi la fedina di fallito, almeno a posteriori. Invece proprio Montanelli ci insegna che non funziona così, che quello è destino di pochi eletti, tutti gli altri verranno ricordati per ciò che hanno fatto quando non scrivevano e resteranno, chi più chi meno, soltanto degli stronzi. "Ma che dici, tu sei bravo, tu non hai mica stuprato una bambina" mi direte. Ma nemmeno quella statua lo ha fatto. Quello che ha stuprato la bambina ora sta in un cimitero. La statua sta seduta in un parco e scrive e si prende le secchiate per tutti, proprio come sto facendo io. E anche se lo so che forse sto dicendo un mucchio di fesserie e non capisco la gravità dei peccati di Montanelli, probabilmente mi ha fregato il mio amore per “Il principe felice” di Wilde, che è il primo libro che mi ricordo di aver letto, regalo di mio padre, e con cui ho imparato che anche le statue sentono dolore.

sabato 13 giugno 2020

muzio scevola

Stamattina ho letto il post di una casa editrice che prendeva pubblicamente le distanze dal post di un suo collaboratore su Montanelli, e ho pensato che siamo tornati ancora una volta a questo assurdo della gente che si scanna per un illustre sconosciuto in nome di quella cosa che è il revisionismo storico, che però in questo caso è ancora ben lontano. Chi era Montanelli? Chi si ricorda la sua storia? Chi ha letto i suoi libri? Io no, come credo la maggior parte di voi, ma ci sono i video su YouTube che fanno il sunto. Ovvero la maggior parte delle persone che dibattono da anni su di lui, pensa di fare un’azione di revisionismo storico andando a dire di uno che conosciamo vagamente, così come conosciamo vagamente il ‘900, che era uno stronzo, senza cambiare di una virgola né la storia né le abitudini degli italiani, visto che buona parte del turismo sessuale minorile nei paesi dell’Asia è alimentato da loro. E io continuo a pensare questo, che il revisionismo è un’altra cosa, è ammettere che questa abitudine era una consuetudine di guerra e non del solo di Montanelli, che c’erano interi squadroni di italiani incentivati a comprarsi o stuprare le bambine, e pochissimi di loro si sono pentiti; la colpa maggiore di Montanelli è di averne parlato in TV, lì dove se fosse rimasto tutto nel chiuso delle case dei nonni non sarebbe successo un bel nulla. E penso questo: vuoi dare un segno, allora fai un contro-monumento, come ha proposto Banksy per quello di Colton, e mettilo sì al posto di quello di Montanelli a Milano, un contro-monumento in cui scrivi uno per uno – così come si fa in tutte le piazze d’Italia per i caduti delle guerre – i nomi di tutti gli italiani che in guerra hanno comprato o stuprato delle bambine, magari cambi il nome alla piazza: PIAZZA DEI SOLDATI STUPRATORI ITALIANI; oppure fai un monumento con tutti i nomi delle bambine, di tutte le bambine violentate: PIAZZA DELLA BAMBINE VIOLATE IN GUERRA, e istituisci un giorno come il 25 aprile o il 2 giugno in cui commemori le vittime degli stupri dei soldati italiani, quello è revisionismo; e facci un film serio, duro, come si facevano negli anni ’70, dagli una distribuzione come si deve, uno in cui metti una serie di attori amati dal pubblico, in cui il pubblico si identifica, gente come Favino, Germano e Santamaria che invece di fare gli italiani brava gente, fanno solo i soldati italiani in guerra e comprano delle bambine, qualcosa da cui lo spettatore non può scappare e deve fare i conti con se stesso, quello è revisionismo. Un’assunzione di responsabilità collettiva di fronte alla storia, altrimenti uno può parlarmi di valore simbolico di Montanelli quanto vuole, ma a me resta sempre il sospetto che sia la solita vecchia storia del capro espiatorio che muore per tutti senza cambiare la vita di nessuno. Mio padre, che ha studiato alla vecchia scuola elementare, non sa nulla dell’Impero Romano e dei fenomeni che lo portarono alla caduta, però conosce a memoria la storia di Muzio Scevola che si bruciò la mano per un errore. Ecco, io penso che noi ora siamo più o meno a quel livello di pensiero e consapevolezza. Cosa sappiamo noi della nostra storia coloniale e di come quella storia ancora influenzi l’odierna, a cominciare dai flussi migratori nel Mediterraneo? Poco o nulla, così come poco o nulla sappiamo del nostro ‘900, o come chiosava Altan in una famosa vignetta: meno ne sapete e più siete al sicuro. Però sappiamo tutto di Montanelli e della bambina, ma come se fosse una canzone di Dalla, e pensiamo che sapere quello ci basti a risolvere i problemi di un secolo e andare avanti.

venerdì 22 maggio 2020

coerenza

Più o meno un anno fa ho perso l’amicizia di una persona che conoscevo da anni, né ci parliamo da allora, per la faccenda di Montanelli e della sposa bambina. Lei convinta che Montanelli fosse un porco fascista e andasse boicottato in toto, sia come uomo che come giornalista, insomma cancellato del tutto dalla storia e io che invece dicevo: no, l’uomo e lo scrittore sono cose diverse e una cosa va preclusa dall’altra, altrimenti rischiamo di perdere tantissimo se applichiamo il principio a tanti altri artisti dalle biografie poco etiche. Lei non era la sola a pensarla così, e da parte mia un articolo simile a quello che pensavo lo ha scritto anche Nicola Lagioia che sta un po’ più in alto di me, ma tutto questo invece di sanare le cose sul piano del dialogo le ha solo inasprite e così ho perso quell’amicizia. In questi giorni vedo timidamente riaffacciarsi una serie di articoli su David Bowie (successivi alla pubblicazione della sua biografia) comparsi la prima volta nel 2017, in cui si rivela come nei primi anni ’70 il Nostro era solito organizzare delle orge a base di coca con delle minorenni, per essere più precisi si scopava delle ragazzine che andavano dai 13 ai 15 anni, alcune delle quali erano fan di cui si approfittava (in alcuni pezzi vengono definite “groupie”), altre volte pagava perché allora come oggi andare con una 13enne significa essere al limite della pedofilia. Né pare che Bowie abbia mai chiesto scusa per questi suoi gusti sessuali. Ora, io da quando li ho letti sto aspettando, né demorderò e rimarrò qui ad aspettare a lungo, finché non vedrò i secchi di vernice rosa lanciati contro il monumento di Bowie ad Aylesbury (peraltro altrettanto brutto di quello di Montanelli a Milano) e il boicottaggio assoluto di tutta la sua musica da parte del movimento #metoo e di chi ha fatto il processo a Montanelli. Io ve lo chiedo di cuore: se avete coerenza e ritenete che Montanelli avesse sbagliato e in nome di quell’errore tutta la sua vita e la sua opera vadano cancellate, allora per coerenza smettete in questo stesso momento di ascoltare Heroes, Life on Mars, Changes e tutte le altre belle canzoni che ha scritto Bowie. O altrimenti dovrò pensare che ho perso un’amicizia per niente, nessun principio e nessuna idea.

martedì 19 marzo 2019

bambine

Nelle ultime due settimane, mi pare, protagoniste assolute delle discussioni social sono state due ragazzine, quasi coetanee, ma assai diverse fra loro per cultura, ragioni economiche, e possibilità di esprimere la propria voce: la prima è la moglie dodicenne “acquistata” da Montanelli in Africa, Milena, la seconda è la sedicenne (oggi, ma porta avanti la sua battaglia già da alcuni anni) Greta Thumberg. Per entrambe, mi pare, la categoria di “bambina”, così come la intendiamo in Europa, risulta inadeguata. Per Milena, la reazione a questa mia affermazione potrà essere fraintesa: Montanelli l’ha violentata, si dirà (si dice), dunque la sua innocenza è stata violata. Eppure, quello di Montanelli non fu uno stupro feroce attuato per strada (tipo quello di cui si parla nella Ciociara), fu una precisa compravendita col padre della ragazza, secondo un sistema ancora vigente in molte zone dell’Africa e nei paesi asiatici, dove lo sfruttamento sessuale dei minori è fonte cospicua di guadagno, dove dunque l’età dei minori non solo non è visto come un freno, ma anzi come un vantaggio o una necessità erotica per chi compra. A me pare, e continuo a pensarlo, che quello attuato con Montanelli sia stato un atto di revisionismo storico sul personaggio che ha toccato poco o nulla quello che sta succedendo su quei mercati adesso: è vero, il gesto mi ha ricordato che c’è un problema morale in Italia legato all’idea di “bambina”, ma intanto che stiamo facendo contro chi, dall’Italia, va a trombarsi le bambine in Asia? Ecco che, della storia di Milena, ci pensavo soltanto oggi, mi ha stupito il fatto che fra decine di articoli o di post, nessuno (nessuno, me compreso) si è posto la minima domanda su di lei: Chi era? Cosa le è successo? Cosa le è successo dopo? Come la pensava lei? Qualcuno l’ha mai intervistata? Tutta la storia è stata inquadrata dal punto di vista dell’uomo, persino da parte di chi lo condanna. Eravamo tutti così concentrati a dimostrare la colpevolezza morale o meno di Montanelli, che della vittima di quel commercio – al di là dello stupro, ancora legato a Montanelli – ce n’è fregato veramente poco a tutti. Anche questo, mi pare, è sintomatico che i bambini per noi contano più come categoria astratta in relazione a noi adulti che come persone vere e proprio (escludendo i “nostri figli”, si intende), ed è il motivo per cui un uguale atteggiamento, mi pare, si sta pian piano riversando su Greta. Prima l’ammirazione commossa, dopo l’ironia, il dubbio e infine il disprezzo. Già oggi, mettendo da parte il messaggio etico e ambientalista di venerdì scorso, la domanda generale è: ma è stata o non è stata pilotata? E ancora si dice: quella bambina è un mostro, perché una bambina non può pensare quelle cose. Come se i bambini non potessero avere una coscienza sociale o delle idee in merito alla vita, o del genio per esprimerle se occorre. Ed è la riprova che la categoria di bambino, per noi, è più una etichetta, o peggio una gabbia (ancora una volta una gabbietta morale), e non semplicemente una definizione legata all’età. Pilotata o meno che sia, mi pare che la domanda principale su Greta rimanga: Lei cosa pensa? Le idee e i sentimenti che esprime sono sinceri? E se lo sono, non bastano quelli a darle fiducia? E, ancora, se c’è chi la pilota, voi adulti che sapete e ritenete che, in quanto “bambina”, vada difesa, cosa state facendo per proteggerla? Per opporvi?

sabato 16 marzo 2019

la cultura, senza morale

Ho letto un articolo prima, sulla storia di Montanelli, che è una boiata immensa. In cui a partire dalla famigerata vicenda della moglie-bambina si fa a pezzi la sua vita per dimostrare che di fondo era una brutta persona. Non importa cosa abbia scritto e come, era tutto fasullo e meritevole di damnatio memoriae. Il pezzo si conclude così: "La cultura, senza morale, non merita alcuna statua." Ma chi determina cosa è morale? A me queste cose fanno paura, ma davvero, questo mischiare le carte in tavola con il piglio dell'oggettività critica che critica non è, ma giudizio morale determinato dagli umori di pancia, dalla febbre del momento. Perché è da queste forme di pensiero che nasce l'odio, e dall'odio quella cosa odiosa che la censura, che per quel che mi riguarda è la prima forma di integralismo, e integralismo fa rima con fascismo, non con militanza. Montanelli comprò la ragazzina, è vero. E Pascoli si faceva entrambe le sorelle (si chiama incesto). Pasolini si inculava i ragazzini. Sandro Penna era come Pasolini. E così Palazzeschi. Marinetti, D'Annunzio, Ungaretti, i futuristi, tutti simpatizzanti o amici di Mussolini. E Piovene era addirittura antisemita. Malaparte partecipò all'omicidio Matteotti. Gadda era antifascista ma pervertito. Saba si trombava le commesse della sua libreria che licenziava ogni pochi mesi per cambiare. Ma questi sono i primi che mi vengono in mente. E mi pare che se andiamo a scavare i fatti di tutti, resta ben poco di chiunque da salvare. Ma il fatto che Picasso (o Woody Allen, o Miles Davis, o Lou Reed) fosse un mostro, un pezzo di merda che distrusse psicologicamente ogni sua amante per renderla succube di sé, rende forse meno bella o valida la sua Guernica? O invece sarebbe meglio bruciare ogni suo quadro perché la sua morale come uomo vacillava?

martedì 12 marzo 2019

una causa più alta

Leggendo il (bel) pezzo di Zad El Bacha sul gesto dimostrativo contro il monumento di Montanelli da parte del collettivo femminista NUDM, ho capito le motivazioni profonde del gesto. Eppure, ammetto che vedere imbrattata la statua di uno scrittore, di un uomo che cioè scrive, che racconta il proprio tempo, continua a darmi fastidio e farmi pensare che scegliere proprio quella statua, invece di mettere a fuoco il problema lo abbia come banalizzato e spento. Perché, al di là di tutte le possibili interpretazioni simboliche, quello è e rimane il monumento a Montanelli giornalista e non a Montanelli colonialista. E l’idea che non si possa scindere la propria identità lavorativa da quella umana mi sembra in qualche depauperante. Così, utilizzare quel monumento come pietra dello scandalo per denunciare il trattamento verso le donne africane subito durante il colonialismo, mi pare un po’ come se si volesse annullare un percorso umano più complesso, per riassumere l’intera vita di Montanelli in un solo gesto infamante. Un po’come se si andasse a dimostrare sulla tomba di Céline per denunciare la deportazione degli ebrei francesi. O come se si censurasse l’ultimo film di Woody Allen per riparare ai danni delle molestie sessuali nel mondo cinematografico americano. Ancora si dice: quella messa in atto non è una presa di posizione contro Montanelli in se stesso, ma contro ciò che rappresenta come maschio italiano dell’epoca. Si chiama politica del capro espiatorio. Ne condanni uno per assolvere tutti gli altri. In questo caso quell’uno è il giornalista Montanelli. Uomo di destra, di cultura orgogliosamente borghese, spesso arrogante. Insomma, uno che sta poco simpatico. E Montanelli, in effetti, si comportò da stronzo nella storia di quella bambina, tanto più che, senza mai scusarsi, cercò sempre di giustificarsi. Eppure, a differenza di altri, Montanelli ne ha parlato pubblicamente. Di tutti gli italiani che con lui si vogliono riassumere ma non hanno mai parlato, che vogliamo fare? Dei vostri nonni, dei bisnonni, che ne facciamo? Li lasciamo in pace perché Montanelli paga pegno per tutti? Ecco allora che mi chiedo: non sarebbe stato più giusto, visto che il problema era il contesto, andare a gettare quel secchio di vernice su un qualsiasi monumento dedicato alle guerre coloniali, prenderli tutti insieme e non uno per tutti? Ce ne sono, in Italia, di monumenti collettivi, anche se la memoria storica li ha velocemente oscurati. No, perché Montanelli avrebbe causato più scalpore, proprio in virtù di quella vicenda di cui si è detto e su cui si è montato negli anni un caso mediatico. In altre parole, ancora una volta è vero che è il contesto a fare la differenza, ma il contesto televisivo che ci permea tutti, il contesto populista in cui viviamo e in cui servono persone, con nomi e cognomi, da mettere alla gogna, lo stesso contesto di massa, del più forte contro il più debole, che portò Montanelli (o Malaparte, per dire un altro) in Africa a fare quello che facevano tutti senza opporsi: prendersela con una persona che non può difendersi, in nome di una causa o di una giustizia più alta.