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giovedì 15 agosto 2024

il “nemico”

 Si può essere, da antifascista, amico di un fascista? Me lo chiedeva un amico un po’ di tempo fa? – Se il fascista è intelligente sì, rispondevo. – E lui incalzava: Ma ci sono fascisti intelligenti? Io non credo. – Mi è tornato in mente stamattina, mentre leggevo dell’incredibile amicizia fra Piero Gobetti e Curzio Malaparte, che ha un doppio livello di lettura. Sul piano pubblico era pungente, severa e sarcastica, specie da parte di Gobetti, oppure assai prudente, specie da parte di Malaparte; su un piano privato era un’amicizia più intima, onesta ed affettuosa. Nelle loro lettere, lettere di due ventenni che guardano il mondo da punti di vista opposti, riescono a parlarsi in nome del talento che entrambi riconosco all’altro. Malaparte, acutamente, dice che quello che li separa è l’esperienza della guerra, che lui ha fatto, segnandolo nel profondo, e il poco più giovane Gobetti no, lasciando puro il suo idealismo. Gobetti predice a Malaparte che, con la sua intelligenza e col suo carattere così bizzarro, non gli ci vorrà molto prima di litigare coi fascisti, ma questo non potrà che fare bene alla sua scrittura, liberandola dalla brutta retorica del regime. Malaparte si preoccupa per lui, lo mette in guardia, implora di lasciar perdere l’editoria politica e dedicarsi esclusivamente all’arte e alla letteratura, prima che i fascisti lo facciano fuori. Gobetti invece sceglie di emigrare a Parigi per continuare da lì la sua lotta e viene ucciso nel 1926. Malaparte non commenta in alcun modo la sua morte e scriverà solo anni dopo, a guerra finita, quasi come un tributo postumo per quanto tardo, che “senza dubbio Piero Gobetti è l’uomo che, in senso antifascista, ha avuto maggiore influenza sulle giovani generazioni”, facendo di lui “il capo riconosciuto dell’intellettualismo antifascista”, più ancora di Gramsci, insomma. Nel 1925, a testimonianza della sua grandezza l’editore Gobetti pubblica due libri diversissimi fra loro. Uno di un giovane e riottoso poeta genovese alla sua prima pubblicazione, uno dei pochi intellettuali italiani che non aderì al fascismo, gli “Ossi di seppia” di Eugenio Montale; e l’altro di Curzio Malaparte, prima ancora che prendesse quel soprannome, una raccolta di saggi e articoli sul fascismo, chiamato “Italia barbara”. Gobetti lo presenta con una nota in copertina scritta di suo pugno, e degna di quella che vent’anni dopo Vittorini avrebbe riservato a Fenoglio per “La malora”. Scrive Gobetti: “Presento al mio pubblico il libro di un nemico. Coi nemici si vuole essere generosi: qui poi Curzio Suckert ci aiuta a combatterlo. Mi piace essere settario-intransigente, non settario-filisteo. Ho giurato di non rinunciare mai a capire né ad essere curioso. Curzio Suckert dunque è la più forte penna del fascismo: io non gli farò l’oltraggio di confutarlo. Completare immagini, opporre politica a variopinta fantasia e a stile pittoresco non è di mio gusto. Il mio antifascismo non combatte mulini a vento. Gli spiriti bizzarri amo lasciar sbizzarrire e anche della loro faziosa toscana letteratura, quando è letteratura, applaudirli. Sono oppositore; né melanconico, né pedante”. L’anno dopo Gobetti verrà ucciso. Nel 1928, Malaparte gli dedica un libro che Gobetti aveva letto in anteprima e che avrebbe voluto pubblicare, una raccolta di scritti satirici intitolata “Don Camaleo” dove si descrivono le malefatte di un fascista che, proprio come un camaleonte, riesce a cavarsela sempre in virtù della sua innata capacità di trasformismo. Da un verso è una presa per il culo di Mussolini, e a suo modo di Malaparte stesso, dall’altro è un sentito ‘mea culpa’ indirizzato alla coraggiosa intransigenza del “nemico” Gobetti.

sabato 16 dicembre 2023

l'arte della sopravvivenza

Apro a caso questo libro strano, Artisti della sopravvivenza (Einaudi, 2022) di Hans Magnus Enzensberger, che è una serie di caustici ritrattini di 60 scrittori del 900, molti dei quali assurti a miti con o loro malgrado, a cui Enzensberger spezza le gambe senza pietà. Prima ancora che scrittori, dice lui, sono stati uomini e donne, e in quanto uomini e donne soggetti alle leggi della sopravvivenza, e a volte della vanità, spesso e volentieri sono venuti a compromessi col potere, lo stesso potere a cui poi nei loro libri si opponevano. Apro a caso e trovo due ritrattini uno accanto all'altro, quello di Curzio Malaparte e quello di Bertolt Brecht. E mi fa sorridere leggere cosa ne scrive: che tanto ha imparato da Brecht di cui rispetta immensamente il talento, il genio poetico, la lungimiranza politica, per quanto fosse un uomo infame, uno sfruttatore sul lavoro, uno a cui il comunismo aveva messo i paraocchi verso lo stalinismo, e per di più uno che puzzava; quanto ritiene Malaparte uno scrittore sopravvalutato e politicamente senza capo né coda, un bugiardo senza vergogna e senza paura, un voltagabbana da romanzo d'appendice, eppure proprio per questo suo non appartenere ad altri che a se stesso, si vede (e si vede bene) che a Enzensberger Malaparte, il fascistissimo Malaparte, stava simpatico, assai più simpatico del maestro Brecht. Dove non arriva il genio artistico, arriva sempre l'arte della sopravvivenza.

mercoledì 19 ottobre 2022

tecnica

 "...le truppe dovevano entrare in Ucraina, in una settimana raggiungere Kiev, deporre il governo in carica, Zelensky eccetera, e mettere un governo già scelto dalla minoranza ucraina di persone per bene e di buon senso...". Curzio Malaparte ci ha scritto un libro su una cosa così, si chiamava Tecnica del colpo di stato, oggi ripubblicato da Adelphi. Lo consiglio, come si vede è ancora attuale e altamente instruttivo.

sabato 9 luglio 2022

un sogno allegro

Stanotte ho fatto un sogno allegro. C'erano Piero Ciampi e Curzio Malaparte che dovevano scrivere una canzone insieme. Nel sogno io avevo la faccia di Ugo Tognazzi e venivo chiamato dalla casa discografica per accompagnarli in giro in motorino, rigorosamente rubato a un bambino. Per cercare l'ispirazione, infatti, facevamo un lungo giro in tre sul motorino, ma in una campagna brullissima e su strade tutte in salita, dove si doveva fare la conta per capire chi dovesse scendere e farsela a piedi. Scendeva sempre Ciampi che poi pretendeva gli si offrisse da bere per riprendere fiato. Ogni due chilometri ci fermavano in un bar. Titoli proposti per la canzone: "Io con te sto parlando" e "Ma la testa non ci sta". Finiva coi due che litigavano sulle parole da usare nel testo e si davano grossi spintoni e si insultavano in toscano stretto. Ogni due insulti all'altro partiva una bestemmia gratuita verso Dio. Era così bello che mi sono svegliato ridendo.

lunedì 22 giugno 2020

toscanata

Ieri ho letto due articoli che ho trovato a loro modo stupidi. Il primo diceva (più o meno, vado a memoria): Contro Montanelli leggiamo piuttosto Malaparte, che fu suo avversario e scrittore coi fiocchi. Contro? Il secondo (cito sempre a memoria): perché Montanelli no e Pasolini sì? Risposta: Perché Pasolini in vita ha sofferto di più, pagando per le sue colpe. Che sono un po’ delle stronzate. Primo, perché Malaparte fu fascista tanto quanto Montanelli, al punto che partecipò alla marcia su Roma ed ebbe un ruolo attivo nell’omicidio Matteotti, nel senso che non uccise lui Matteotti ma, per mandato di Mussolini, coprì in tribunale gli assassini di Matteotti con una falsa testimonianza, quindi partecipando alla loro impunità e all’affermazione definitiva del fascismo che si poneva al di sopra della Legge dello Stato. Ci sono dei motivi per le sue azioni, ma il peccato rimane. E secondo perché, rispetto a Montanelli che violentò una bambina in Africa, Pasolini dall’agosto 1949, anno del primo processo per corruzione di minori, al giorno della sua morte, nel novembre del 1975, ogni singola notte della sua vita uscì a procacciarsi dei ragazzi (sono 26 anni circa, se calcoliamo uno a notte, per difetto sono circa 7000 incontri). Questi ragazzi erano spesso adolescenti, che adescava nelle borgate povere puntando, per sedurli, sulla sua auto fiammante e pagandone bene le prestazioni; mi pare che anche questo sia un rapporto di tipo padronale: non colonialista certo, ma economico, in cui ti compri le persone in virtù del tuo potere economico. Né mi pare si sia mai pentito, o meglio le uniche scuse che gli ho visto fare, in poesia, per il suo “equivoco amore” sono state verso sua madre, non verso i ragazzini. E va bene che molti di loro erano dei tagliagole, piccoli delinquenti o comunque ragazzi di vita, dei duri, cresciuti per la strada, ma se la pensiamo così che differenza passa, a questo punto, con usare l’espressione “ma lì le ragazze a quell’età sono già donne”? Non è lo stesso tipo di ragionamento? Quello che voglio dire è che leggo Malaparte con piacere immenso perché è scrittore immensamente più grande di Montanelli (e non solo), e questo lo sosterrò sempre indipendentemente dalle sue colpe, perché opero una scelta estetica, ma sulla bilancia dei peccati umani non è che uno sia migliore dell’altro e io questo nella mia testa lo so bene, e lo dico, né cerco giustificazioni morali attraverso la scrittura. E allo stesso modo faccio con Pasolini, di cui ho letto e visto (credo) quasi tutto, ma se dovessi metterli sulla bilancia dei peccati contro i minori non sono affatto sicuro che questa penderebbe dalla parte di Montanelli, anzi, direi l’opposto. Pasolini fu anche una vittima della nostra società, è vero, assai più di Montanelli, è vero. Ma tu, lettore, di fronte a uno dei tanti ragazzi violati da Pasolini, facendo una classica e volgarissima “toscanata” (per dirla come Malaparte), avresti mai il coraggio di dirgli: «Coraggio, poteva andarti peggio, poteva trombarti Montanelli».

martedì 2 giugno 2020

intorno al nulla


Stamattina, rileggendo questa sua poesia, pensavo a D’Annunzio, idolatrato in vita e poi rifiutato in morte, e persino come scrittore ritenuto tronfio, vuoto e illeggibile soprattutto da chi i suoi libri non li ha mai nemmeno aperti. Io nemmeno li ho mai letti per intero e di lui conosco solo le poche poesie scolastiche, La pioggia nel pineto ad esempio, che forse è la poesia più parodiata del ‘900, segno forse che è molto meno fatua di quanto si crede se poi non riesci più a dimenticartela. Ma tutto D’Annunzio è così, insinuante e nascosto, e te ne accorgi soprattutto negli indizi lasciati fra le pagine da chi più lo ha tenuto a distanza, Malaparte e Pasolini, persino Montale. E pensavo anche al miracolo di quell’ultima poesia, Qui giacciono i miei cani, scritta nel 1935 e ritrovata fra le sue carte come un appunto, riemersa oggi, poco prima che venisse definitivamente relegato nei manuali scolastici come un residuo bellico, e invece citata apertamente, in tutto il suo puro nichilismo, da tanti nuovi autori come Magrelli (che la inserisce in un suo canone) e Trevi (che le dedica un libro). Si potrebbe mai dire di questi versi – che sono il corrispettivo novecentesco del quattrocentesco Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani a Palermo – che sono tronfi e vuoti? All’improvviso D’Annunzio ritorna attuale e vivissimo proprio perché va fuori dal tempo e ancora di più, mi accorgo, c’è l’ironia di questo ex-poeta, a cui hanno tolto da tempo e con disprezzo lo status di vate, che viene salvato in extremis dal nulla, proprio da una sua poesia intorno al nulla che già si prefigurava.

martedì 26 maggio 2020

tre scrittori a cui ho pensato ieri

Ieri sera mi sono iscritto al canale di Rai 5 per vedere lo speciale su Malaparte tanto pubblicizzato. L’ho trovato carino anche se un po’ troppo spostato su La pelle e pochissimo invece su Viva Caporetto che è invece un libro centrale, o meglio ancora il libro centrale di Malaparte perché è quello che ci dice dove nasce non solo il suo fascismo ma anche il suo antifascismo. Perché va bene l’opportunismo – e Malaparte fu un vero opportunista – ma è anche vero che l’adesione al fascismo fu per lui, come per molti, il risultato della delusione maturata al fronte, nel primo conflitto mondiale, verso gli ambienti del potere italiani e il modo in cui sfruttavano i soldati considerati niente più che carne da macello: delusione che lo porterà prima ad aderire al fascismo, credendo potesse essere una cura per il malgoverno dei Savoia e poi ad allontanarsene quando invece di correggerlo il fascismo a quel potere aderì in pieno. In quella delusione subì anche un processo di disincanto e ammaliziamento per cui cominciò a pensare che se non puoi vincere il nemico (e lui non poteva vincere contro Mussolini) è sempre meglio sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio ed è lì che nacque l’opportunista che sappiamo. Tutto questo passaggio è saltato ed è venuto fuori un ritratto istrionico ma senza dramma e se a uno scrittore togli il dramma allora togli l’anima. 
Sempre sullo stesso canale Rai 5 però ho scoperto un’altra puntata di quel bel programma che è L’altro ‘900 dedicata a Parise, bella perché parte dalla casa di Parise a Salgaredo, una casa che lo scrittore amò molto e in cui nacquero i suoi Sillabari, senza la quale anzi i Sillabari avrebbero un diverso sapore perché lievitati in un altro forno, secondo una intuizione assai cara a Sergio Garufi. Ieri c’è stato il “compleanno” di Carver e tutti hanno tirato fuori i suoi libri e io mi chiedo sempre come mai i racconti dell’americano Carver sì e i tanti bei racconti di tanti italiani no, come se ci fosse un rifiuto inconscio. Quindi sarebbe un esercizio carino secondo me se ogni racconto di Carver che leggi, né leggi di contro uno di Parise o di qualsiasi altro italiano che preferisci, solo per ricordarti che ci sono altri paesaggi narrativi oltre a quegli alberghi pieni di cuochi divorziati che hanno problemi con l’alcol. Altri suoni, altre emozioni. Diciamo che Carver è come una pietra scagliata in un lago, c’è il tonfo del sasso che tocca l’acqua e poi affonda, il movimento delle onde concentriche. Parise invece è come una piuma che si posa sull’acqua leggera dopo un colpo di vento. Sono due modi diversi di toccare l’acqua ma hanno entrambi a che fare col liquido. 
Ancora Parise diceva questa cosa bellissima (la riporto a memoria): «Non si può essere completamente felici per scrivere, ma nemmeno completamente infelici». Questa cosa forse fa la differenza fra la grandezza drammatica di Carver e la leggerezza di Parise. Eppure, dovendo scegliere, non mi sento di invidiare Carver rispetto a Parise. Il primo era un uomo solo e fu salvato dall’amore di sua moglie Tess. Il secondo ebbe anche lui una moglie, ma ancora di più: «Menomale che ti ho conosciuto» gli dice un vecchio Raffaele La Capria (che di Parise fu amico) alla fine del documentario. E ho pensato, guardandolo, che bella una storia che comincia con la ricerca di una casa – Parise era orfano di padre e per questo passò buona parte della propria vita alla ricerca di una casa che fosse proprio sua, Salgaredo appunto – e finisce con un amico che ti ricorda con affetto. Mi sembra una vita riuscita, non completamente felice e nemmeno completamente infelice, e in mezzo scrittura e ancora scrittura e il colore verde dell’erba.

martedì 7 aprile 2020

la parola e la bestia


Qui è dove Giovanni Turi mi ha chiesto di scrivere per Vita da editor alcune mie considerazioni in merito a questo periodo e come poterlo raccontare, e io mi sono ricordato che da qualche parte, in un'altra vita, ero laureato in sociologia dell'arte. Dovrei ringraziarlo io solo per questo. Invece mi ha ringraziato lui. Siccome è un pezzo molto lungo spero che qualcuno lo leggerà, così Giovanni non si pente. E proprio perché è lungo è stato diviso in due parti, qui c'è la prima parte (che va da Bob Dylan a Carlo Bordini) e giovedì esce la seconda parte (che da Bordini arriva a Papa Francesco e spiega anche il titolo)... In mezzo ovviamente ci sta dell'altro.

Qui invece la seconda parte.

venerdì 16 novembre 2018

fame

«Felici?» esclamò Mrs. Flat guardandomi con occhi stupiti «come potete essere felici, quando i vostri bambini muoiono di fame e le vostre donne non si vergognano di prostituirsi per un pacchetto di sigarette? Voi non siete felici: siete immorali». 
«Con un pacchetto di sigarette» dissi a voce bassa «si comprano tre chili di pane». 
Mrs. Flat arrossì, e mi fece piacere vederla arrossire. 
«Le nostre donne son tutte degne di rispetto» dissi «anche quelle che si vendono per un pacchetto di sigarette. Tutte le donne oneste di tutto il mondo, anche le donne oneste d’America, dovrebbero imparare dalle povere donne d’Europa come si possa prostituirsi con dignità, per sfamarsi. Sapete che cosa è la fame, Mrs. Flat?» 
«No, grazie a Dio. E voi?» disse Mrs. Flat. […] 
«Quando tornerete in America» dissi «avrete almeno imparato questo fatto orribile e meraviglioso: che la fame, in Europa, si può comprare come un oggetto qualunque». 
«Che cosa intendete dire per comprare la fame?» mi domandò il Generale Cork. 
«Intendo dire comprar la fame» risposi «i soldati americani credono di comprare una donna, e comprano la sua fame. Credono di comprare l’amore, e comprano un pezzo di fame. Se fossi un soldato americano, comprerei un pezzo di fame, e lo porterei in America per farne un regalo a mia moglie, per mostrarle che cosa si può comprare in Europa con un pacchetto di sigarette. È un bel regalo un pezzo di fame». 

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2010, pag. 216

venerdì 26 ottobre 2018

i morti

Nel pomeriggio mi è salita la febbre, una febbriciattola stupidissima. E visto che mi sentivo stanco ho pensato bene di mettermi a letto e tanto per passare il tempo mi sono messo a leggere La pelle di Malaparte. Non l'avessi mai fatto, ho cominciato a sentirmi morto anche io come tutti i protagonisti delle sue pagine. A un certo punto ho preso sonno e nel dormiveglia mi sentivo i vermi che mi strisciavano addosso, sotto le coperte, ho cominciato ad avere paura, finché non ho sentito un gran bruciore alla gamba, ed era il gatto che si era infilato sotto la coperta, fra le mie gambe e unghiava perché ho cominciato a scalpitare e gli ho messo paura. Proprio come fanno i morti quando cominciano a muoversi.

venerdì 6 luglio 2018

la sedia

L’ultimo libro terminato in vita da Malaparte fu La pelle, pubblicato nel 1949. (Il successivo Maledetti Toscani fu in realtà scritto prima di Kaputt, 1944). Dopodiché Malaparte trascorse l’ultima parte della sua vita districandosi fra difficoltà economiche, ostracismo e vari progetti letterari – dal Ballo al Kremlino a Mamma marcia – senza tuttavia riuscire mai più a ritrovare la concentrazione necessaria a terminarli. Gli ultimi dieci anni di vita di Malaparte sono disseminati di progetti mancati, cartonacci di nuovi grandi affreschi europei e manoscritti pieni di idee ma tutti invariabilmente monchi. Stamattina, mentre concludevo di leggere la sua biografia, ho scoperto che nella sua casa a Capri, incentrata a una essenzialità quasi monastica o metafisica, non c’erano sedie. Ci si poteva sedere su due divani assai essenziali nella sala centrale oppure si utilizzavano i ruvidi letti nelle camere, o al massimo ci si sedeva per terra. L’unica sedia presente in tutta la casa era quella nel suo studio. Tre pareti piene di libri consunti e una libera, su cui si apriva una finestra che dava sul mare. Una scrivania al centro della stanza, rivolta verso la parete coi libri per non lasciarsi distrarre dal paesaggio, la macchina da scrivere e una sola sedia. Bukowski diceva che per scrivere erano necessarie solamente due cose: una macchina da scrivere e una sedia. Io mi sono immaginato gli ultimi terribili, tormentati anni di vita di Malaparte, seduto nel silenzio della sua casa in compagnia del suo cane, immobile su quella sedia o ascoltando il mare alle sue spalle, come sommerso in una bara d’acqua, continuando a elaborare storie o visioni senza pace, senza più la capacità o la fiducia di riuscire a raccontarne la fine.

domenica 24 giugno 2018

morto come me

Oggi pomeriggio mi sono appisolato e ho sognato di essere arrivato qui e di essere morto. C'era qualcuno con me, forse Malaparte stesso, che senza guardarmi mai in faccia mi informava della cosa. Sei morto, mi diceva, ma non ti preoccupare, non ti lasci niente alle spalle, e comunque nessuno si ricorderà di te. Davvero, chiedevo sconvolto, non lascerò proprio nulla? Sì, ma non è un problema, tanto moriranno tutti e nessuno lascerà niente allo stesso tuo modo. Nessuno verrà risparmiato.


mercoledì 20 giugno 2018

leggere qualcosa di buono

Leggevo ieri sera la biografia di Curzio Malaparte in cui lo stesso descrive come decisiva per la sua formazione umana e di conseguenza artistica l'esperienza nei Garibaldini durante la Prima guerra. Malaparte ne parla con gli stessi toni, le identiche parole accese e l'animo in rivolta che poi useranno scrittori più giovani di lui per la Resistenza. "Serve davvero una guerra, e che tipo di guerra, serve per forza un nemico", mi sono detto/chiesto in dormiveglia, "per fare uno scrittore?" E quale grande scrittore ci porterà Salvini? Che detta così sembra una battuta, ma intanto vedo di nuovo, pian piano, rinserrarsi le fila di una Sinistra che se c'è, ormai ho capito, c'è soltanto come negativo. La Sinistra, che non è buona nemmeno come nemico, di sicuro grandi scrittori non ce ne porterà. Per leggere qualcosa di buono confido più in Salvini.

lunedì 18 giugno 2018

antipatia e fascismo

Leggo la biografia di Curzio Malaparte scritta da Maurizio Serra per un editore francese. Serra pone un interrogativo interessante: perché la letteratura nostrana, così pronta a definirsi antifascista, perdona (o meglio rimuove) il fatto che, ad esempio, un autore come Céline fosse dichiaratamente antisemita indicandolo piuttosto come un genio a cui tutto si perdona, mentre a Malaparte, che fu di sicuro uno scrittore di talento, non riesce a perdonare il fatto di essere stato, più ancora che fascista, paraculo e voltagabbana (attititudine molto italiana) e per questo lo mette alla gogna indicandolo come fascista? Certo è che leggendola, la biografia, Malaparte ne viene fuori come una persona non molto simpatica, e forse è questo il problema: che l'italiano medio si vede paraculo e voltagabbana ma comunque simpatico (Alberto Sordi docet), mentre se sei antipatico allora sei fascista.

sabato 2 settembre 2017

potere e verità

Due immagini che si sovrappongono stamattina. La prima viene da Tecnica del colpo di Stato di Curzio Malaparte, dove Malaparte scrive che se prendessimo per buone le oleografie che si fanno a posteriori del Duce non si capirebbe come una simile macchietta abbia potuto prendere il potere in Italia a inizio ‘900. Avendolo conosciuto e seguito per un lungo periodo, Malaparte ci dice come il giovane Mussolini fosse in realtà un uomo nuovo (e assai ammirato) nel panorama europeo dell’epoca, moderno, spietato, opportunista e ben conscio dei meccanismi del potere, un uomo realmente pericoloso, insomma. E ciò che, fin dall’inizio, condannò il fascismo aggiunge Malaparte, furono le scorie di cultura cattolica inoculate dalla Chiesa e rimaste ad avvelenare quanto di nuovo Mussolini aveva portato nella politica italiana e per certi versi, per contagio, tedesca. La seconda viene da Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi che sto leggendo in questi giorni, dove Trevi scrive che fin dall’inizio tutti sapevano, avevano capito che Pasolini non poteva essere stato ucciso dal solo Pelosi. Bastava avere un po’ di sale in zucca per arrivarci. E allora perché negarono? Perché, al di là di qualsiasi teoria del complotto, gli ambienti giudiziari e politici negarono persino l’evidenza, quando era tutto così ovvio? Perché il potere, risponde Trevi, si esplica anche in questo modo, sul piano più alto della verità, dicendo che la verità è quella anche quando magari è esattamente il suo contrario. Perché il vero potere è l’affermazione di quella verità sopra tutte le altre, finché a furia di ripeterlo tu finirai per cedere e farti venire un dubbio. E anche questa storia del potere come possesso della verità, pensavo leggendo Trevi, è una bella scoria inoculata dalla Chiesa.

martedì 8 agosto 2017

lettera di un editore

C’è una lettera che gira un sacco in rete, quella di Cesare Pavese che difende i suoi diritti presso Einaudi. Visto che siamo sempre bravi a far fronte comune contro i padroni, fossero pure dei “poveri” editori, ne pubblico invece una opposta, di un editore a uno scrittore che amo, ma che come tanti scrittori sa far bene i capricci. La lettera, del 1948, è scritta da Valentino Bompiani a Curzio Malaparte quando questi, dopo un litigio, decide di passare a un altro editore: 

Tu hai continuato a intimidirmi e io, che sono timido, mi sono lasciato intimidire. Ho passato giorni di vera angustia perché dovevo far tacere entro di me una certa voce oscura che mi dissuadeva dal pubblicare la raccolta. Questo è stato l’errore. In tanti anni da che faccio l’editore non ho trovato punto di riferimento più costante sicuro per decidere se pubblicare o non pubblicare un libro, della reazione immediata e istintiva tanto più valida quanto meno razionale… Alla fine mi sono reso conto che dovevo dare retta a me stesso. Io non ho bisogno dell’IRI, non ho banche cattoliche che mi finanzino. In vent’anni non ho mai avuto il minimo sussidio o aiuto da nessuno… Io sono più che mai persuaso che il tuo libro rappresenta un errore. Potrà essere un brillantissimo, un generoso errore, ma è sempre un errore rispetto a te e rispetto al Paese. Non è questione di rischi ma di responsabilità… Più ampie prove di voler essere il tuo editore senza discriminare, senza esitare, non avrei potuto dartene fin qui. Stanno a documentarlo gli undici contratti mandati alla cieca. Ma tu non vuoi un coniuge: tu vuoi una schiava egizia. Tu vuoi uno di quei somarelli che con la testa dice sempre sì. Questo non è un rapporto… Credi tu che un altro libro, a cominciare dalla Pelle, sia più adatto per lo stesso editore, soltanto perché lui ha stampato le Satire? Non c'è “logica in questa pazzia”… Il contratto non ti consentirebbe di cedere ad altri La Pelle. Ti sei messo in testa di farlo e lo farai. A me non resta che subire il danno e l’amarezza, ma son certo che come già accadde tante volte, un giorno o l'altro tornerai…

lunedì 17 aprile 2017

la casa dei miei sogni


Villa Malaparte a Capri. La casa dei miei sogni. Come caspita si fa a non essere creativi quando dici che stai tornando a casa ma praticamente entri nel Nautilus?

domenica 24 maggio 2015

ricordanza

Il 24 maggio 1915, esattamente un secolo fa, l’Italia entrava in guerra. Una guerra per certi versi edulcorata dalla nostra memoria storica, o soppiantata nelle cronache dalla successiva, forse perché meno facile da addomesticare all’etichetta “buoni contro cattivi” che ha invece caratterizzato l’altra. Restano i libri a raccontarla, in tutto il suo tremendo splendore e la sua insensatezza. Guerra tutta di chiaroscuri, di cialtronerie e bassezze infinite, di politica infame e sorda alle voci straziate di tanti giovani sacrificati alla gloria degli altri, voci che chiedevano quale colpa avessero da venir gettati così nel tritacarne. I meno ingenui, i borghesi partiti volontari, provavano a dare un senso al loro destino e dopo i primi schiaffi di realtà si ritrovavano invecchiati prematuramente e pronti a lasciare al mondo il loro testamento. «Partiti sotto un diluvio di fiori, eravamo ebbri di rose e di sangue» scrive dalle linee nemiche un giovane ingannato dal romanticismo della guerra (Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale). Ma non era il solo. Altre opere bellissime, con cui siamo cresciuti, scritte in quel conflitto sono state il romanzo senza lieto fine di un ausiliario americano che diserta per amore di un’infermiera (Addio alle armi di Ernest Hemingway), e il reportage senza sconti di un giornalista che irride l’inadeguatezza del nostro comando militare (Viva Caporetto! di Curzio Malaparte). Ma soprattutto dobbiamo ricordare un libro piccolo scritto sul campo di battaglia, come un diario che celebrasse in poesia ogni nuovo giorno di sopravvivenza: Il Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti (diventato poi L’allegria). Pubblicato nel 1916 quel libro più di tutti perforò, proprio come fece la guerra con l’Europa ottocentesca, il petto gonfio della lirica ufficiale e reinventò il mondo a partire dal suo atomo, ovvero dalla semplice parola. 

PELLEGRINAGGIO

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

[Valloncello dell’Albero Isolato, 16 Agosto 1916]

domenica 22 marzo 2015

se dio esiste

«Io amo la Spagna» disse Westmann.
«Vi sono grato nel profondo del cuore dell'affetto che nutrite per il popolo spagnolo» disse de Foxà, curvandosi sulla tavola e sorridendo a Westmann attraverso il bagliore gelido dei cristalli. «Mais quelle Espagne, aimez-vous? Celle de Dieu, ou celle des hommes?».
«Celle des hommes, naturellement» rispose Westmann.
Il Conte de Foxà posò su Westmann uno sguardo profondamente deluso. «Anche voi?» disse. «Gli uomini del Nord non amano se non quello che la Spagna ha di umano. Eppure, tutto ciò che nella Spagna è giovane e immortale appartiene a Dio. Bisogna essere cattolici per capire e amare la Spagna, la vera Spagna, quella di Dio. Poiché Dio è cattolico e spagnolo».
«Io sono protestante,» disse Westmann «e sarei molto sorpreso che Dio fosse cattolico. Ma non ho nulla in contrario ad ammettere che Dio sia spagnolo».
«Se Dio esiste è spagnolo. Non è una bestemmia, è una professione di fede».

[Curzio Malaparte, Kaputt, 1944, Adelphi, pag. 212]

venerdì 6 marzo 2015

tre giorni

Sono tre giorni che non esco di casa. Leggo Pasolini, guardo film di Pasolini, leggo Malaparte, ascolto Nina Simone, leggo libri di oscuri poeti dialettali, scrivo recensioni, prendo appunti per nuovi progetti, riscrivo da capo cose già scritte, piove e con la scusa non esco più di casa. Morirei qui, se potessi. Mi aggiro come un fantasma in pigiama fra il pc e il letto. Faccio una vita piattissima, insomma, e non mi dispiace. Mia madre è convinta che sto perdendo la voglia di vivere, e se non l'ho già persa, la perderò a furia di guardare certi film. Mio padre invece sfotte: "Che se almeno ti guardavi Lino Banfi, te le facevi due risate! È anche pugliese Lino Banfi, con lui giochi in casa. Ma vuoi mettere Pasolini con Lino Banfi?" Intanto la vita mi guarda, da dietro la finestra, e ha gli occhi del gatto che brillano quando gli sorrido, poi si struscia contro il vetro cercando di raggiungermi. Io mi bevo un altro amaro.