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martedì 18 gennaio 2022

il successo (due tempi)

Condivido qui una fra le tante bellissime pagine di Un uomo pieno di gioia, biografia dello scrittore dimenticato Antonio Delfini a opera di Cesare Garboli, riedita da minimum fax nel 2021 con introduzione di Emanuele Trevi, a cavallo del suo successo allo Strega. Con quel premio è venuto fuori una sorta di cortocircuito in cui il riconoscimento di Trevi con Due vite, libro tutto sommato minore (almeno rispetto al precedente Sogni e favole che parlava proprio di Garboli) ha permesso la riscoperta del semidimenticato Garboli, che non solo tanta evidente influenza ha avuto su Trevi (e si vede), ma credo gli sia addirittura superiore; il quale Garboli a sua volta scrive un breve saggio su un altro dimenticato, Delfini, che in parte aveva la grave colpa di non scrivere romanzi ma frammenti e diari (alla maniera di Flaiano), in parte era un disadattato del successo, come ammette lo stesso Garboli. E io, che manco del tutto di umiltà, leggo questa pagina su Delfini e mi ci riconosco: sono io quest’Antonio qui sotto. E quindi spero che un giorno venga a salvarmi un Garboli – salvato a sua volta da un Trevi che vince uno Strega – dall’oblio a cui mi sono condannato per la mia incapacità a essere un Moravia.

Da Un uomo pieno di gioia, pag. 57: «Non credo che «scrivere» (e quindi l’esercizio della letteratura) sia classificabile fra i desideri infantili. Ma il bisogno di farsi largo, l’affermazione di sé? Delfini amava il successo, ma lo amava puerilmente, fuori da ogni realtà, come fonte inesauribile di sogni (facendo quindi pochissimo per ottenerlo). Fra il bisogno di realizzarsi e l’attività letteraria si era creata in lui un’identità negativa: non solo il desiderio di successo, ma lo stesso rapporto con la letteratura era vissuto e praticato, come un rapporto magico. Che il successo premii delle qualità professionali, o che si possa ottenere con le proprie forze, era un pensiero da cui Delfini non fu sfiorato mai. Il successo era per Delfini un rumore, un boato confuso e lontano, l’eco di applausi che non ci spettano; e se non era questo, non era il caso d’inseguirlo. Ma quello che vale per il successo, vale anche per la letteratura. Delfini non aveva alcuna idea professionale di se stesso; solo negli ultimi anni la cercò, ma per stanchezza, per darsi un’identità. E per la verità, come «scrittore», non era una bottega che sfornasse libri o racconti; la letteratura lo visitava e lo possedeva malgré soi, come un vizio o una malattia. «Credeva ch’io fossi Moravia», mi disse un giorno per spiegarmi la fatalità, e il fallimento, dell’amore con Luisa B.; e in queste parole (dove c’era una grande tristezza) non c’era nessuna invidia per Moravia, ma appunto la sincera sorpresa che si fosse potuto creare un simile equivoco».

venerdì 9 luglio 2021

contentezza

Sono contento, per una volta ha vinto lo Strega l'unico libro che avevo letto fra quelli proposti. Ora non devo correre a comprarlo per sentirmi alla pari.

martedì 2 giugno 2020

perché si scrive?

Perché si scrive? E che bisogno c'è di leggere quello che è stato scritto? Non è già abbastanza complicato mangiare, bere, cagare, lavarsi, trovare qualcuno con cui fare l'amore, guardare la tv, parcheggiare la macchina, addormentarsi? […] 
Ma allora, perché si raccontano delle storie? E soprattutto perché, volenti o nolenti, ne andiamo sempre in cerca? Con il passare del tempo mi sono reso conto di un fatto: è il punto di vista della depressione quello che permette di rispondere, in una certa misura, a domande del genere. Ascoltando una storia, l'orecchio depresso, chiamiamolo così, non sarà certo tanto ingenuo e frettoloso da attribuirle quel significato che, come la depressione non smette mai di insegnargli, manca a tutto il resto. Al centro della percezione, allora, non ci sarà più un significato, ma il fatto che quella storia, in ogni modo, è stata trasmessa: raccontata a voce, trascritta, tradotta, riassunta, fotocopiata, eventualmente ritrovata dopo anni di dimenticanza nelle pagine di un libro… Non nel suo significato, insomma, ma nel puro fatto della trasmissione è possibile riconoscere un residuo calore umano, la vibrazione di un'intimità reale che è passata tra due persone, che si sono incontrate e sono state amiche. E così, mi capita di iniziare a pensare che noi non siamo fatti per capire ciò che ci viene raccontato, ma per spingerlo avanti nel corso del tempo, come un fiume in piena spinge avanti i tronchi degli alberi caduti, o come gli scarabei stercorari spingono avanti, senza troppe domande, le loro palline di merda. 
E io continuo a spingere la mia. 

(Emanuele Trevi, Senza verso. Un'estate a Roma, Laterza 2004)

intorno al nulla


Stamattina, rileggendo questa sua poesia, pensavo a D’Annunzio, idolatrato in vita e poi rifiutato in morte, e persino come scrittore ritenuto tronfio, vuoto e illeggibile soprattutto da chi i suoi libri non li ha mai nemmeno aperti. Io nemmeno li ho mai letti per intero e di lui conosco solo le poche poesie scolastiche, La pioggia nel pineto ad esempio, che forse è la poesia più parodiata del ‘900, segno forse che è molto meno fatua di quanto si crede se poi non riesci più a dimenticartela. Ma tutto D’Annunzio è così, insinuante e nascosto, e te ne accorgi soprattutto negli indizi lasciati fra le pagine da chi più lo ha tenuto a distanza, Malaparte e Pasolini, persino Montale. E pensavo anche al miracolo di quell’ultima poesia, Qui giacciono i miei cani, scritta nel 1935 e ritrovata fra le sue carte come un appunto, riemersa oggi, poco prima che venisse definitivamente relegato nei manuali scolastici come un residuo bellico, e invece citata apertamente, in tutto il suo puro nichilismo, da tanti nuovi autori come Magrelli (che la inserisce in un suo canone) e Trevi (che le dedica un libro). Si potrebbe mai dire di questi versi – che sono il corrispettivo novecentesco del quattrocentesco Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani a Palermo – che sono tronfi e vuoti? All’improvviso D’Annunzio ritorna attuale e vivissimo proprio perché va fuori dal tempo e ancora di più, mi accorgo, c’è l’ironia di questo ex-poeta, a cui hanno tolto da tempo e con disprezzo lo status di vate, che viene salvato in extremis dal nulla, proprio da una sua poesia intorno al nulla che già si prefigurava.

domenica 24 febbraio 2019

di sogni e favole

Ho appena finito il libro di Trevi, un libro talmente profondo e trasversale, “assoluto”, che, se avessi avuto lo stesso talento, profondità e pazienza, avrei voluto scriverlo io. Siccome non li ho, sono contento di averlo visto prendere forma nel lavoro di Trevi, liberandomi così di fatto dal senso di colpa di non aver saputo scrivere il libro “assoluto” che mi sognavo. Ora, se anche ne fossi capace, a che servirebbe? Lo ha già scritto lui. Meglio, quindi, dedicarsi a progetti più leggeri. Fra i tanti meriti dell’opera di Trevi, l’averci ricordato un periodo non troppo lontano in cui c’era un pubblico, non necessariamente colto, che riempiva i cinema durante le proiezioni dei film di Tarkovskij, che leggeva i libri di critica letteraria di Garboli, perché credeva che lo sforzo necessario a comprendere opere anche difficili sarebbe stato ripagato da una rivelazione, da un nuovo punto di vista e di comprensione della loro realtà. Altri tempi, ovviamente, prima di arrendersi all’idea che di sforzarsi di capire il mondo non vale la pena. A tal proposito, ancora Trevi ci ricorda – dopo Senza verso e Qualcosa di scritto – la centralità dell’esperienza poetica nel panorama culturale italiano, non tanto per la capacità della poesia di farsi leggere – ché gli unici poeti che vendono, in Italia, sono quelli di cui si parla nei libri dei romanzieri, vedi Trevi stesso, vedi Bolaño dei Detective selvaggi e Limonov di Carrère – ma come approccio necessario a una diversa percezione della realtà.

venerdì 15 febbraio 2019

mortacci loro

Ieri ho comprato l'ultimo libro di Trevi (16 euro). Ma voglio ancora prendere quello di Di Ruscio (20 euro). Poi questo mese ci sono le offerte sul catalogo Adelphi (25% di sconto, vuoi non approfittarne?). E così mi dissanguo. Lo so che non dovrei essere io a dirlo, ma quanto cazzo costano i libri! Mortacci loro! Preso da questo sentimento, ieri, mentre tornavo a casa, ho cominciato a parlare col libro di Trevi: "Spero che, con quello che mi sei costato, sarai all'altezza delle aspettative, altrimenti altro che sogni e favole!, ti strappo foglio per foglio e ti metto sul fondo della lettiera del gatto! Statti attento, Trevi!".

martedì 5 settembre 2017

ci vuole la rabbia

La verità, ci disse Laura mentre la primavera greca, ai bordi della strada, faceva di tutto per mostrarci le sue bellezze e i suoi sogni di oblio, «la verità è che si invecchia sempre male, e se qualcuno vi dice il contrario mente, ma io a mentire non ce la faccio, non ho la vergogna di ammetterlo, possono avere un’aria più o meno decorosa, ma all’interno le persone della mia età sono tutte come me, i nonni felici sono solo alla tv». Mentre guidavo, questa stupefacente visione dell’umanità si impadronì della mia mente ammirata: ebbene sì, non ci sarebbe stato che da invecchiare per sentirla crescere dentro, la propria Pazza personale. Si poteva fare del moto, mangiare poco, smettere di fumare, trovarsi una persona con cui passare il resto della vita. Oppure no: semplicemente, fare come Laura. Far coincidere l’esterno con l’interno. E adesso tocca a voi, aggiunse: avete i vostri dieci, i vostri quindici anni di fronte. «Siete giovani, siete paraculi, potete farcela. Ma per farcela davvero, ci vuole la rabbia. Pier Paolo a un certo punto lo aveva capito, la rabbia è più importante del talento, il talento lo può avere qualunque borghesuccio, la rabbia no, la rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo, è come avere il cazzo grosso, o la testa fina, o tutti e due – che è sempre meglio, dico bene?» 

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alla Grazie

domenica 3 settembre 2017

questi benedetti amori infelici

E dunque questi benedetti amori infelici non sono che una tautologia, poiché tutti gli amori, non potendo conseguire il loro scopo nemmeno a prezzo della tortura e dell'omicidio, sono infelici. Ciò che possiamo augurarci, semmai, è di incontrare (senza nemmeno essercele meritate) persone che, invece di proprietà impossibili da esercitare, rappresentino, per noi, delle avventure

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie

sabato 2 settembre 2017

potere e verità

Due immagini che si sovrappongono stamattina. La prima viene da Tecnica del colpo di Stato di Curzio Malaparte, dove Malaparte scrive che se prendessimo per buone le oleografie che si fanno a posteriori del Duce non si capirebbe come una simile macchietta abbia potuto prendere il potere in Italia a inizio ‘900. Avendolo conosciuto e seguito per un lungo periodo, Malaparte ci dice come il giovane Mussolini fosse in realtà un uomo nuovo (e assai ammirato) nel panorama europeo dell’epoca, moderno, spietato, opportunista e ben conscio dei meccanismi del potere, un uomo realmente pericoloso, insomma. E ciò che, fin dall’inizio, condannò il fascismo aggiunge Malaparte, furono le scorie di cultura cattolica inoculate dalla Chiesa e rimaste ad avvelenare quanto di nuovo Mussolini aveva portato nella politica italiana e per certi versi, per contagio, tedesca. La seconda viene da Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi che sto leggendo in questi giorni, dove Trevi scrive che fin dall’inizio tutti sapevano, avevano capito che Pasolini non poteva essere stato ucciso dal solo Pelosi. Bastava avere un po’ di sale in zucca per arrivarci. E allora perché negarono? Perché, al di là di qualsiasi teoria del complotto, gli ambienti giudiziari e politici negarono persino l’evidenza, quando era tutto così ovvio? Perché il potere, risponde Trevi, si esplica anche in questo modo, sul piano più alto della verità, dicendo che la verità è quella anche quando magari è esattamente il suo contrario. Perché il vero potere è l’affermazione di quella verità sopra tutte le altre, finché a furia di ripeterlo tu finirai per cedere e farti venire un dubbio. E anche questa storia del potere come possesso della verità, pensavo leggendo Trevi, è una bella scoria inoculata dalla Chiesa.

venerdì 1 settembre 2017

trasformare la letteratura in narrativa

...Non è un caso, naturalmente, il fatto che Carver, più di ogni altra influenza letteraria e umana, subì quella del suo editor, il famigerato Gordon Lish. Lish, un bell’uomo dei lineamenti affilati da uccello da preda, è il capostipite di una nuova specie di tecnocrati della scrittura sparsi nei quattro angoli del mondo, ossessionati dall’efficacia, dal funzionare come supremo dovere del prodotto letterario. Il confronto tra ciò che Carver scriveva di testa sua e ciò che ne faceva Lish è una delle più terrificanti e distruttive testimonianze offerte dalla storia letteraria. Sarebbe superficiale sostenere che l’editor renda «vendibile» il materiale su cui lavora. Può anche accadere, ma non tutto ciò su cui l’editor mette le mani diventa oro. La sua vocazione segreta è incomparabilmente più metafisica, più luciferina di ogni ingenua brama commerciale. Ciò che l’editor intende fare, è trasformare tutta intera la letteratura in narrativa. […] E dunque: inizia un’epoca in cui l’eccellenza letteraria coincide sempre più con l’abilità a intrattenere. Lo scrittore: colui che, sorvegliato dal suo editor, che è la presenza umana più importante della sua vita, inventa delle trame. Ciò significa che l’emozione fondamentale che si cerca di suscitare nel lettore è quella del riconoscimento. Come è vero, come mi assomiglia tutto questo! È proprio così! Ma perché questo delicato e incerto prodigio psicologico abbia realmente luogo, lo scrittore deve pagare il suo dazio. Deve, a costo del sacrificio di notevoli aspetti della sua vita del suo carattere, assomigliare il più possibile ai suoi lettori. Essere fatto, come si suol dire, della stessa pasta. Reciproco sostegno, e reciproca corruzione (solo il simile corrompe il simile). L’editor: colui che senza sosta lavora allo scopo di rendere omogenei lo scrittore e il suo lettore. Ed ecco esattamente definita la rivoluzione copernicana che rende praticamente illeggibile, nel 1992 [ad appena 17 anni dalla morte del suo autore], quel mostro emerso dal passato che è Petrolio. Il presupposto della scrittura di Pasolini, infatti, e quasi si potrebbe dire di tutto il suo metodo fondamentale [e del sistema culturale in cui si è formato], è esattamente il fatto che lui, P.P.P., non assomiglia a nessun altro. 

da Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alla Grazie