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sabato 1 marzo 2025

due espressioni

Ieri, in una giornata così particolare per gli Stati Uniti, ho visto finalmente A complete Unknown che sicuramente non poteva venire fuori in un periodo migliore per ricordare agli americani stessi che c'è stato un tempo in cui si faceva "controcultura", parola bellissima di chi usa l'arte per dire qualcosa sul mondo e con un pubblico disposto a crederci, non solo comprare i dischi, ma proprio credere a quella cultura come fonte di verità e integrità. Quanto al film l’ho trovato carino, ma nulla di più, forse sono troppo fan per apprezzare a dovere qualcosa di così riassuntivo. Le figure femminili, per quanto vivaci, ne escono impoverite, anche se i duetti con la Baez riescano a trasmettere la perfetta alchimia artistico/erotica che i due riuscivano a scatenare sul palco. Ma è soprattutto il personaggio di Dylan così osannato dell'interpretazione di Chalamet che non mi ha convinto. Lui bravissimo interprete certo, ma non ride mai, ha sempre quell’aria sbattuta e vagamente fuori che dopo un po' ti viene a noia, soprattutto nella prima parte. Da come viene descritto nelle sue biografie, il primo Dylan era il classico ragazzetto di provincia scroccone e sbruffone, fondamentalmente allegro e innamorato della vita, che poi, nei vari scontri/traumi per arrivare al successo, si indurisce e si fa crescere un'armatura impenetrabile intorno che diventerà il suo marchio di fabbrica a metà anni Sessanta. In questo senso il personaggio Dylan non mi è sembrato subire nessuna vera maturazione, non così marcata, anzi fin da quando arriva a New York è sempre introverso, imbronciato, chiuso, musone, stronzo, e così via per tutto il resto del film. Nella seconda parte, è vero, mette gli occhiali da sole, tanto che viene in mente quella famosa battuta di Sergio Leone su Clint Eastwood, il quale avrebbe soltanto due espressioni: col cappello e senza.

lunedì 4 dicembre 2023

vanità

Faccio peccato di vanità, certe volte penso di essere troppo colto per fare l'editore, che se lo fossi un pochino di meno vivrei meglio, senza tutte le mie fisime sulla letteratura che ha due facce: come forma d'arte raffinatissima di cui mi sento in parte responsabile, e come sistema di mercato basato sul vuoto (anche morale) di chi scrive e vende che ripudio, e lo dico nonostante io non sia proprio nessuno sul carrozzone della festa dove tutti hanno diritto a essere scrittori per un giorno e vivere il loro quarto d'ora di celebrità. Prima riuscivo anche a interessarmi al fenomeno, adesso mi manca proprio lo spirito (lo stomaco) e me ne tengo a debita distanza con, lo riconosco, eccessivo snobismo che non fa sempre bene ai libri. Ma dovunque vado mi accorgo che quelli che si fanno meno problemi di me vivono meglio e vendono di più, forse perché il loro è il sorriso sincero di chi non ci ha capito nulla e si è arreso, e proprio per questo è felice.

domenica 26 novembre 2023

pensierino sulla rimozione di certa memoria storica

 Ho visto la registrazione di un intervento di Barbero all’università di Bologna dove parlando dei vari conflitti fra israeliani e palestinesi o fra russi e ucraini dice che spesso ci riesce così facile parlare di “pace” rispetto a loro perché fondamentalmente non ci ricordiamo che fino al secolo scorso avevamo in Europa situazioni molto simili per intensità di risentimenti fra paesi e popoli che scatenavano guerre sanguinose e narrazioni interne votate alla divisione e all’odio dello “straniero” (dove per straniero si intendeva l’austriaco, il francese, il tedesco, l’inglese, lo spagnolo, il musulmano, l’ebreo, ecc.). La seconda guerra mondiale e ciò che ne è seguito hanno innescato in noi un processo congiunto di “rimozione della memoria” o “del conflitto” che ci ha portato un lungo periodo di pace e per il quale non riusciamo più a concepire che simili “narrazioni” possano determinare delle guerre fra popoli. Se succede, anzi diciamo, è sempre perché qualcuno – il cattivo di turno – ci mette lo zampino, altrimenti tutti i popoli per loro natura vogliono vivere in pace. Non è proprio così (vedi serbi e croati). O non per tutti è così. Prova ne sia anche ancora in Russia e Ucraina si rivanghino oggi, come motivi d’odio bruciante, dei fatti che almeno ai miei occhi, ma evidentemente non ai loro, sembrano storia vecchissima. Mi fa sempre specie, ad esempio, vedere Zelensky, che ha la mia età e quindi non ha realmente vissuto quella storia, appellarsi alla sua nazione parlando di lotta al nazismo: eppure nel suo paese quel racconto non è solo retorica, ha un senso, ha un peso determinante. Esattamente come per i miei nonni o per mio padre poteva averlo parlare di Risorgimento, di Garibaldi o di Cavour, quando ormai per buona parte di noi la storia del Risorgimento non solo è acqua passata, inutile a raccontare un’unità italiana ancora aperta, al massimo viene ridiscussa per svalutarne l’importanza (come ben si sa all’epoca ci hanno messo lo zampino gli inglesi, che erano "gli americani" dell’epoca). Non parlo nemmeno delle lotte sociali di ieri i cui temi tornano oggi alla ribalta perché nel frattempo ce ne siamo dimenticati le conquiste. Ancora il discorso di Barbero implica un altro scorcio interessante, quando dice che le nazioni europee di oggi “apparentemente” sono in pace. Questo perché la rimozione della memoria ha una contropartita a cui non vogliamo pensare. Così come il Risorgimento, anche la Resistenza, che per la mia generazione ancora significa qualcosa, per quello stesso processo di “rimozione della memoria” o “del conflitto” a breve verrà inevitabilmente messa da parte, dimenticata, o accantonata, dai più giovani. Questo, mi si dirà, è un processo inevitabile del tempo; invece, ci insegnano proprio i conflitti in corso che vivono su retoriche vecchie di ottant’anni, è un problema di trasmissione culturale di determinate narrazioni. Così come le storie che si tramandavano oralmente i nostri nonni analfabeti per secoli anche noi avremmo il potere di trasmetterle, ma abbiamo abdicato quel tipo di trasmissione della memoria ad altri mezzi più veloci, rapidi, inoffensivi, che passano senza lasciare traccia. A questo punto tutta la retorica del “per non dimenticare” su cui da anni le uniche a far fortuna sono le case di produzione cinematografiche che ne traggono dei film tanto istruttivi e commoventi quanto inapplicati nel concreto (vedi il trattamento dei migranti), non avrà più senso, non uno agganciato alla nostra comprensione della realtà. Il rischio è ovviamente uno e uno soltanto: se, al riparo nel tuo angolo di confort, ti scordi cosa è stato il fascismo quando era ferocemente presente, cosa ti fa pensare che un giorno non si possa ripresentare alla tua porta per ricominciare tutto da capo?

sabato 29 luglio 2023

ai piani alti del pensiero occidentale

Ieri leggevo il post di un giovane giornalista infervorato che analizzando la situazione in merito al surriscaldamento globale arrivava alla conclusione che modificare i comportamenti individuali per cambiare le cose non serve a nulla, occorre abbattere il capitalismo e i poteri forti opponendogli una forma di socialismo che sistemi le cose imponendo delle regole e dei sacrifici necessari a tutti, ma dunque, visto che non parte dal basso, dalla base, ma è calato dall’alto sulla stessa, è come dire: auspicare il ritorno dello stalinismo, con tutto ciò che si è già sperimentato. Mi ritrovo così schiacciato, ai piani alti del pensiero occidentale, da una parte da questa forma di nostalgia socialista che è una stronzata, dall’altro da questa forma di negazionismo diffuso che quasi nega ci sia un problema ambientale – tutto questo mentre l’Amazzonia viene disboscata, in Cina costruiscono allevamenti intensivi grandi come città, l’Africa va verso la desertificazione generando masse di profughi, la Grecia e la Sicilia sono periodicamente date in pasto alle fiamme e i ghiacciai si sciolgono alzando il livello del mare ecc. "ma quando ero ragazzino io l’estate al mare al campetto estivo era calda uguale"! Ecco che in questo modo, in nome di una onnipresente teoria del complotto, i complottisti danno più valore e voce a chi complotta nell’ombra – il nemico che mi sono scelto di combattere – che alla sostanza delle cose – il mondo in cui non mi sono scelto di vivere – così di fatto rifiutano di fare la lotta “ambientale” ma restano chiusi in questa sorta di bolla che è a suo modo un ambiente comodo (anche se dicono di essere scomodi) dove cambia soltanto il nome che di volta in volta si danno nell’espressione creativa della loro accidia. Siamo al 29 luglio 2023 e fra neosocialisti e cinici sovversivi stiamo ancora ostinatamente fermi ai primi del Novecento. Siamo orribili residui del passato. Per fortuna che ci sono anche i “lanzichenecchi” che di quelli come noi faranno polpette un giorno. Ci pisceranno in testa.

venerdì 30 giugno 2023

la metafora

Ieri ho visto, come molti, l’intervista di Otto e mezzo al ministro ucraino Kuleba. I commenti sotto i video in rete sono stati tantissimi e quelli più contrariati vanno da “era penosamente in difficoltà” a “era in malafede” a “era completamente fuori a paragonare la guerra a una partita di calcio”. La tocco con leggerezza, visto che presumo che Kuleba sia una persona preparata per il ruolo che ricopre: io ho avuto la sensazione che abbia tirato fuori la metafora del calcio proprio perché sapeva di parlare a una tv italiana, quindi ha tarato i suoi argomenti di persuasione (per due volte) in base a quelle che credeva fossero le competenze e i gusti del suo pubblico. Escludendo la mafia, poteva scegliere fra la cucina e il calcio e si è lanciato sul calcio. Così l’ho vista io. E mi sono chiesto se ce lo meritiamo. E mi sono anche chiesto che sarebbe successo se invece di parlare del Milan avesse citato qualche massima che ne so dalla Gerusalemme Liberata o da Svetonio, come pure fanno all’estero quando condiscono i discorsi pubblici per dargli anche un peso retorico, o come quando Renzi citò Borges ma sbagliò la citazione copia-incollando i versi di un altro dalla rete, perché probabilmente né lui né il suo ufficio stampa lo avevano mai letto. Qualsiasi possibile metafora, in quel caso, mi sa che sarebbe finita nel vuoto.

venerdì 14 aprile 2023

ombre bianche

Tutta la storia sul Dalai Lama di cui si legge in questi giorni mi ha fatto venire in mente un film minore di Nicholas Ray, Ombre bianche, del 1960, con Anthony Quinn, dove c’è un eschimese che riceve la visita di un prete europeo. L’eschimese cerca di accoglierlo al meglio e gli offre il piatto più prelibato che ha in casa, una bella ciotola di vermi vivi e assai vivaci che nella sua cultura sono una vera prelibatezza, il prete però li schifa e rifiuta di mangiarli offendendo l’eschimese, il quale però non si arrende e allora, seguendo la sua cultura, offre al prete di fare sesso con sua moglie. Il prete, inorridito, allontana la donna offendendo pesantemente sia l’eschimese che sua moglie. A questo punto la cultura dell’eschimese impone che lo stesso afferri il prete cattolico per le spalle e gli sbatta un po’ la testa contro il muro così da chiarirgli le idee. Solo che il prete ha la testa molto meno dura di quella di un qualsiasi eschimese, così la testa gli si rompe sul colpo e muore. L’eschimese allora, senza rancore, pensa bene di seppellire il corpo del prete e per fare in modo che la sua anima riposi in pace, secondo la sua tradizione, gli taglia le mani (o forse erano i piedi, non ricordo), poi riparte sereno con sua moglie. Alcuni mesi dopo, ormai padre felice, viene raggiunto e arrestato da due europei che vogliono portarlo in città per processarlo per l'omicidio del prete. L’eschimese non capisce i motivi che muovono i due uomini ad avercela tanto con lui e trattarlo con brutalità, perché se per loro è un assassino, dal suo punto di vista quello offeso dai comportamenti irriguardosi del prete dovrebbe essere lui.

martedì 14 marzo 2023

il soft power

Ho visto adesso al Tg che l’Italia è al 9° posto nel mondo per soft power, cioè per potere di condizionare il pensiero degli altri non attraverso la forza politica o militare ma attraverso il peso della cultura e della creatività. Dieci anni fa, per dire, eravamo al 10° posto, quindi è una cosa di cui essere orgogliosi. Ma rimane il mistero di capire dove questo meccanismo si inceppa in casa nostra: in che modo, con una tale cultura che ci rende noni nel mondo, poi non siamo capaci di esprimere una classe politica che sappia rappresentare questo potere. Invece non solo se ne vergognano come a scuola (volesse mai il cielo che li chiamassero “secchioni”), ma se glielo chiedi qualcuno ti risponde pure che il soft power ce l’ha nascosto nei pantaloni.

lunedì 30 gennaio 2023

vergogna

Ieri ho visto un’intervista a Carlo Verdone in cui raccontava di quando, mentre studiava cinema con Rossellini, un tipo in classe che voleva fare il cinema di lotta e non sopportava più le lezioni molto tecniche di Rossellini sull’uso degli obiettivi, si alzò in piedi e scorreggiò in classe, in faccia a Rossellini. Il pubblico che ascolta Verdone ride, ma non è un aneddoto divertente, è un aneddoto fascista. Ascoltandolo, mi è venuto da ripensare al raduno "poetico" di Castelporziano del 1979, indicato oggi da molti critici come punto di svolta in cui la poesia perse la sua aura di intangibile nobiltà per venire divorata dalla cultura massmediatica e neo-consumistica del pubblico, che impose di poter decretare cosa è o non è poesia arrivando a contestare e sabotando gli stessi poeti come se fossero l’espressione da abbattere di chissà quale potere o egemonia culturale. Lì dove la vera egemonia culturale era già televisiva e non ancora contestata. Ieri, riguardando quelle immagini, mi chiedevo chissà che fine hanno fatto il tipo del peto a Rossellini, o la ragazza Cioè, o il tipo che mostra fiero l’uccello a Dario Bellezza, o quello che dal palco di Castelporziano annuncia l’arrivo del minestrone e poi, visto che ha il microfono in mano, si sfoga: “Io son venuto qua perché c’era Patti Smith e non l’ho trovata, e vengo qua e trovo i poeti che mi dicono le poesie, ma io della poesia non me ne fr… Andate a fanculo tutti! M’avete rotto il cazzo! Smettetela! Finitela! Stronzi! Non capite un cazzo voi!”. Chissà se ogni tanto si rivedono, ripensano a se stessi in quegli anni, e col senno di poi si vergognano un poco di sé.

domenica 6 novembre 2022

perché si scende in piazza?

Ho letto poco fa il commento di una donna a un post sull’Ucraina il cui la donna, a favore della pace, diceva sostanzialmente che noi occidentali siamo talmente imbevuti di propaganda da credere, fra le altre, alle storie di stupri delle truppe russe sui civili ucraini, e che “non ci sono prove degli stupri” diceva. Ci sono rimasto. Primo perché, da che mondo è mondo, la prima cosa che fa qualsiasi esercito in una guerra è stuprare i civili; lo fanno tutti, non solo i russi (che conoscono bene questa pratica: basta informarsi su cosa hanno fatto in Germania durante la seconda guerra mondiale), ma anche gli italiani in Grecia e in Africa (Montanelli non era l’eccezione, era la regola), gli americani in Asia, i francesi di Napoleone, gli spagnoli in America, lo facevano gli antichi romani e i greci alla base della nostra cultura, e andando a ritroso nel tempo dubito si possa trovare una qualsiasi civiltà che non abbia avvalorato “l’efficacia” dello stupro in guerra. E mi fa specie, in secondo luogo, che lo dica proprio una donna e proprio in nome della pace, con tutta la cultura dello stupro che si respira oggi nel mondo e con tutte le lotte in corso per la difesa di diritti fondamentali legati alla dignità della donna (vedi l’Iran). Una donna che scrive “non ci sono prove degli stupri” di soldati ecco, a pelle mi sembra quasi un controsenso. Tutto si può dire su Russia e Ucraina secondo me, e io non pretendo di avere ragione in merito, tranne che in una guerra non ci sono stupri a decine, ed è innanzitutto per questo che si dovrebbe lavorare per la pace, non pro questo o contro quello, ma per evitare che un qualsiasi soldato si senta in diritto di stuprare, rapinare o uccidere un altro essere umano. Se non lo si fa per questo, perché si dovrebbe scendere in piazza? A volte, invece, da certe cose che leggo, mi sembra davvero che si vada a dimostrare per idee di civiltà così alte che ci si scorda proprio le persone.

domenica 24 luglio 2022

traditori

Io non lo avevo letto, ma ho visto ora la battuta che Marta Fascina ha rivolto a Brunetta che abbandona Forza Italia: «Roma non premia i traditori», che è una frase in tutto è per tutto, nel rimando storico, nell'ironia livorosa e nel linguaggio, fascista. Roma non perdona i nani. Che è tutto dire, non tanto della bassezza dei toni raggiunta da certa politica, ma del clima culturale tutto in cui quella politica si muove e che alimenta. Come diceva ieri un mio amico, la paura vera non è che la Meloni prenda il potere e restauri il regime, le adunate e il saluto romano, ma che un'accelerazione verso un certo tipo di linguaggio possa definitivamente avallare una certa cultura del paese, che già c'era ma che almeno passava per scorretta. Perché il linguaggio politico non è innocuo e in un paese in cui prospera al ribasso, in quello mette fondamenta un certo tipo di società, di cui gli ultimi esemplari, per fare un esempio noto, sono i fratelli Bianchi, che non sono un caso isolato come qualcuno spera, ma sono il risultato emerso di una certa sottocultura, quella che da una parte fa i raduni per strada col saluto romano (folclore), ma quando c'è da picchiare picchia duro. Poi certo, è vero, se la democrazia decreterà che vinca un certo tipo di cultura, allora forse sarà giusto dare spazio anche a quella cultura, se non altro per farci finalmente i conti.

sabato 19 febbraio 2022

vanità

Ho sempre pensato – da bravo illuso – che una crisi fosse comunque necessaria, perché forzando i punti critici di un sistema poteva spingere a dei cambiamenti importanti. Soprattutto in un settore imbalsamato e mefitico com’è quello culturale italiano. Non pensavo che ne saremmo usciti migliori, ma perlomeno più consapevoli e pronti a rinunciare a qualcosa per cambiarne un’altra. Invece non mi pare che questo stia succedendo, anzi l’ansia di tornare tutti a una normalità posticcia e che non c’è mai stata mi pare renda ancora più ciechi i ciechi, più sordi i sordi. Ma davvero tutto andrà a posto facendo finta che non ci siano delle crepe? Inorgogliendoci per la prossima fiera dove saremo tutti bellissimi nella nostra bolla di promotori culturali? Ho amici editori che si lamentano perché le librerie non pagano le fatture, ho amici librai che piangono perché non ce la fanno a pagare l’affitto con le vendite. La distribuzione comincia a fare acqua e persino i corrieri cominciano a perdere colpi nelle consegne, anche se i costi dei libri sono sempre più alti. Organizzare una presentazione è sempre abbastanza complicato ma a voler essere sinceri molti, moltissimi scrittori sono contro il green pass. Del resto fra quei 5 milioni di italiani non ancora vaccinati si nascondono tantissimi artisti. In tutto questo, anche se le analisi economiche sostengono il contrario, gli unici ad avere un reale vantaggio oggi sono “i padroni della festa”, quelli che stanno più in alto, che controllano i grandi marchi editoriali, che vendono più libri, che controllano la distribuzione. È un sistema che scricchiola? In questo senso non è cambiato nulla. E chi dovrebbe parlare sta quasi sempre zitto perché se pubblica coi grandi non gli conviene esprimere dissenso, e se pubblica coi piccoli può anche sgolarsi fino a morire, tanto non lo ascolterà nessuno a meno che non vinca un premio. Perché la vanità degli scrittori è brutta, ma anche la vanità dei lettori fa abbastanza paura.

domenica 6 febbraio 2022

le mucche

Ieri sera, incuriosito dalla sua storia, ho visto L’orgoglio degli Amberson, secondo film di Orson Welles, del 1942, che molti definiscono il suo più bello insieme a Quarto potere (io preferisco Il processo del 1962). Stamattina, invece, ho letto il testo con la sceneggiatura originale che mette in luce i tanti tagli apportati al film dalla RKO, la casa di produzione (lo ha pubblicato “Il Saggiatore” come appendice al libro intervista di Peter Bogdanovich a Welles). La storia del film è nota: approfittando dell’assenza del regista a causa della guerra, la casa di produzione che aveva paura di un film troppo “colto” che avrebbe venduto poco al botteghino, fece una proiezione di prova in un cinemino di provincia, e visto che al pubblico di quel cinemino non piacque, mise mani al film senza il permesso del regista, tagliando circa un terzo del film (40 minuti su circa 2 ore) rimontando molte scene e, soprattutto, facendo girare un nuovo finale a un oscuro aiuto regista. Welles quando vide il “massacro” fatto al suo film rescisse il contratto con la RKO, con cui cominciò un lungo contenzioso legale, e abbandonò Hollywood. Mentre la RKO, dovendo liberare spazio in magazzino, e forse per dispetto, fece distruggere i rulli originali rendendo impossibile il restauro del film. Va detto che all’epoca nessuno pensava che il cinema potesse considerarsi una forma d’arte, ma la storia è tremenda perché, leggendo la sceneggiatura originale dopo aver visto la pellicola, ti accorgi di come abbiano tagliato con l’accetta tutte le scene che offrivano delle sfumature di significato in più o che arricchivano i piani emotivi della narrazione; e così suggerisce il senso di superiorità padronale di chi dirigeva la casa di produzione che riteneva il suo pubblico troppo stupido per capire la differenza fra un riempitivo e un film d’autore, fra la sabbia e l’oro. Ecco che gli spettatori, che tanto quelli della RKO ci tenevano a difendere dal “colto”, erano per loro al livello delle mucche nella stalla, a cui dai il fieno e da cui mungi il latte, e infatti quelle scelte si vedono tutte tradotte, oggi, nel livello culturale dell’americano medio che vota Trump e non ha nemmeno un dubbio.

 

domenica 17 ottobre 2021

gli scrittori che non sospetti

Oggi mi è capitato di pensare questa cosa, che molti dei non vaccinati che conosco io personalmente, anche se certo si attestano in varie categorie lavorative (dai camionisti ai portuali ai carabinieri), ma molti di quelli che conosco io sono scrittori, alcuni anche importanti, di quelli che magari non sospetti perché non sentono il bisogno di esporsi e mi capita anche, tutti i giorni ormai, di leggere post insofferenti di gente che si chiede di continuo chi sono questi mentecatti ed imbecilli che non si vaccinano, poi comprano i loro libri estasiati e scrivono lunghi post per dire che quel libro lì era pieno di poesia e di pensieri intelligenti.

mercoledì 3 marzo 2021

il solito pezzo pieno di domande senza risposta

L’editoriale pubblicato oggi su Poesia del nostro tempo mi ha scatenato, come sempre riescono a fare, una serie di pensieri assai poco rasserenati. La redazione ha contattato una settantina di librerie per inserirle in una mappatura delle librerie che vendono poesia in Italia e nessuna ha risposto all’appello. Cosa significa? Che le librerie italiane – si parla sempre per grandi numeri qui, e non per singoli casi – non sono interessate alla pubblicità derivata dalla poesia, sia pure promossa da un sito che ha una certa visibilità, perché non la vendono o ne vendono talmente poca di poesia, ai loro lettori abituali (persone in carne ed ossa che comprano libri) che non hanno interesse a promuovere e promuoversi, perché anche promuoversi richiede tempo, e il tempo è denaro. Aggiungo una cosa a riprova di questo dato: di recente mi è arrivato, dal mio distributore, il bollettino coi libri più richiesti (che serve a orientarsi sui generi che vanno per la maggiore): nel bollettino non c’è un solo titolo di poesia. Poi vedi le classifiche e ti accorgi che il pubblico compra sì dei libri di poesia, ma sono appunto, nella maggior parte dei casi, autori “di cassetta”, che non piacciono o non convincono quasi mai gli addetti ai lavori (e non sempre per invidia). A me pare ci sia un grosso scollamento, nel settore, fra autori, editori e librai, su cosa vogliono, su cosa è realmente e dovrebbe essere la poesia oggi, e su chi sia il pubblico della poesia. E soprattutto sulle spalle di chi dovrebbero ricadere, senza falsi moralismi, il peso di questa crisi. Mi chiedo: perché gli autori, pur ammettendo candidamente che i libri di poesia non si vendono (né spesso loro per primi li comprano) poi invocano di continuo che la poesia rientri e si giustifichi in un sistema di mercato, dichiarando che un intero comparto editoriale debba sostenersi sulla vendita ai lettori, che non ci sono, e incolpando gli editori della loro incapacità di attrarli? Perché io editore mi ostino a pubblicare autori che ritengo all’altezza di un certo discorso culturale, spesso per semplice “posa” (se intanto ho le pezze al culo) quando poi lo stesso sistema culturale con cui mi confronto mi ignora bellamente, facendo leva proprio su meccanismi del mercato: “quanto vendi? di chi sei figlio/amico? chi ti hai recensito? E cosa mi puoi dare in cambio di una recensione?”. E perché i librai, in nome dei più alti valori della cultura, invocano dallo Stato maggiori attenzioni e garanzie rispetto alle prepotenze del mercato (vedi la questione della scontistica bloccata) quando poi applicano rispetto a libri, generi e case editrici, l’identico sistema mentale di utilità del mercato? In un sistema di mercato, visto che parliamo di cultura ma la cultura è anche egemonia, la cultura la fanno gli autori meglio diffusi e pubblicizzati, quelli che arrivano a un pubblico più vasto, il quale solo al raggiungimento di una certa fama dell’autore darà ascolto e credito a quella voce: i discussi casi della Merini o di Arminio, che i colleghi poeti guardano storcendo il naso, fanno oggettivamente più cultura di un bravo poeta recensito su un blog. Se la poesia di Arminio non piace ma scatena discussioni, anche in negativo, da parte di chi lo denigra, per definire il luogo dove dovrebbe invece essere la cultura, già in quello Arminio sta scatenando un discorso culturale che è doveroso affrontare, ma lo fa in virtù della sua visibilità raggiunta. Con me non capiterebbe mai, perché il mio limite culturale è nella mia insignificanza sul mercato. E dunque, in assenza di un mercato e di una cultura che mi consideri necessario (e degno) al suo discorso, in nome di chi o che cosa dovrei vivere/campare? Del mio ideale? Della mia dignità? Dei miei libri presi per se stessi, come puri oggetti estetici (e non a caso mi definisco, preferibilmente, un artigiano)? Per la poesia, è risaputo, ogni regola è sovvertita, e nella maggior parte dei casi il fruitore ultimo del libro non è più il lettore, ma l’autore stesso (che pure lo nega per orgoglio). Già da molto tempo, mi chiedo, ma me lo chiederò sempre: ma io per chi realizzo i miei libri? Per il pubblico dei lettori, talmente ridotto che le librerie ritengono sia una perdita di tempo pubblicizzarli? Per i siti di settore che li recensiscono e sono oramai, nella loro gratuità amatoriale, l’unica piazza di circolazione-discussione di un libro, specie se l’autore è ancora in vita (altro discrimine: morto un poeta ‘non’ se ne fa un altro, perché da morto il poeta vale doppio sul mercato)? O per gli autori stessi che, più o meno indirizzati dagli editori, comprano un tot di copie e le regalano ad amici e colleghi in un discorso che sempre più si fa autoreferenziale e solipsistico, per iniziati (ci manca solo un segno di riconoscimento come i massoni e siamo a posto)? Ma davvero è questa la “cultura” a cui ambivo partecipare? Non lo so, a parole non ci credo, ma a fatti è tutto ciò che abbiamo e a cui pare siamo destinati.

domenica 23 agosto 2020

la cultura non salverà un bel niente

Inizio a non sopportare più quelli che dicono che la cultura salverà questo paese. Siamo tutti moralmente convinti che la cultura salverà questo paese, ma non si capisce come, forse scendendo dal cielo come una fiammella sulle nostre teste, come fa lo spirito santo. Forse ci crediamo anche, ma è appunto una convinzione ottimistica, un dovere morale più che una gioia del cuore, quasi un impegno, come una volta era un dovere andare a messa la domenica mattina. E gli impegni pesano, tanto più che, fondamentalmente, a noi della cultura non ce ne frega nulla, siamo onesti. Così la deleghiamo ad altri, in modo da sentirci la coscienza a posto perché qualcuno ci deve pensare e ci pensa anche per noi; e ogni tanto ricordandoci, con piglio affaristico, di chiedere un rendiconto dei risultati, anche economici, con tanto di premialità aziendale per i generi più redditizi: la cultura del cibo ad esempio è sul podio, enormemente più prestigiosa di quella del libro, che non è nemmeno l’ultima della lista; il cinema se la passa male, la musica così così, come la poesia, ma sempre meglio del teatro, che è quasi morto; il teatro d’opera è morto del tutto ma resta lì come un santino; quella paesaggistico/architettonica non è più nemmeno considerata cultura: tanto è vero che è soggetta senza vergogna da più di settant’anni a scempi di ogni tipo, dall’abusivismo edilizio delle periferie, alla distruzione di massa di opere già esistenti ma che “non vediamo più” in questo paese che un po’ è un cantiere a cielo aperto e un po’ un porcile senza muri di contenimento. Cantiere e porcile ogni tanto si incontrano e lì periodicamente succede qualche disastro che ci ricorda come l’etica non sia soltanto una parola da cercare sul vocabolario, prima di tornare nel dimenticatoio della cultura. Ma tutto questo succede sempre e soltanto per causa nostra, perché a furia di delegare gli altri di cose che dovrebbero starci a cuore, dimenticandoci di preciso cosa abbiamo intorno, ci siamo fatti tutti ciechi, e allora abbiamo cominciato ad affidarci alla santa provvidenza che prima o poi scenderà dal cielo e risolverà ogni cosa, ogni bruttura. Se questa nostra povera cultura è ridotta ormai a un commercio della fede – una cosa indegna perché la riduce, la depotenzia –, se è ridotta all’osso, all’elemosina, alla pietà dei poveri, è perché a parole sì, ma non l’amiamo, ci sta sul culo più che nel cuore, ci pesa pure il nome. Uno dice cultura e l’altro sbuffa! E non lo dico ai politici, non lo dico ai potenti, lo dico a mio padre, al mio vicino, al mio migliore amico, al mio futuro sindaco, al fruttivendolo, a quello che mi commenterà questo post (se arriverà a leggerlo tutto), perché io la vedo ogni giorno, sulla mia pelle, la differenza che passa fra chi dice di amare i libri e chi li legge davvero. L’amore fatto a parole è tanto bello ma è una finzione. La cultura non salverà un bel niente, fidatevi, è già tanto che si salvi Lei da noi.