Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 5 luglio 2024
tischreden welles
domenica 6 febbraio 2022
le mucche
Ieri sera, incuriosito dalla sua storia, ho visto L’orgoglio degli Amberson, secondo film di Orson Welles, del 1942, che molti definiscono il suo più bello insieme a Quarto potere (io preferisco Il processo del 1962). Stamattina, invece, ho letto il testo con la sceneggiatura originale che mette in luce i tanti tagli apportati al film dalla RKO, la casa di produzione (lo ha pubblicato “Il Saggiatore” come appendice al libro intervista di Peter Bogdanovich a Welles). La storia del film è nota: approfittando dell’assenza del regista a causa della guerra, la casa di produzione che aveva paura di un film troppo “colto” che avrebbe venduto poco al botteghino, fece una proiezione di prova in un cinemino di provincia, e visto che al pubblico di quel cinemino non piacque, mise mani al film senza il permesso del regista, tagliando circa un terzo del film (40 minuti su circa 2 ore) rimontando molte scene e, soprattutto, facendo girare un nuovo finale a un oscuro aiuto regista. Welles quando vide il “massacro” fatto al suo film rescisse il contratto con la RKO, con cui cominciò un lungo contenzioso legale, e abbandonò Hollywood. Mentre la RKO, dovendo liberare spazio in magazzino, e forse per dispetto, fece distruggere i rulli originali rendendo impossibile il restauro del film. Va detto che all’epoca nessuno pensava che il cinema potesse considerarsi una forma d’arte, ma la storia è tremenda perché, leggendo la sceneggiatura originale dopo aver visto la pellicola, ti accorgi di come abbiano tagliato con l’accetta tutte le scene che offrivano delle sfumature di significato in più o che arricchivano i piani emotivi della narrazione; e così suggerisce il senso di superiorità padronale di chi dirigeva la casa di produzione che riteneva il suo pubblico troppo stupido per capire la differenza fra un riempitivo e un film d’autore, fra la sabbia e l’oro. Ecco che gli spettatori, che tanto quelli della RKO ci tenevano a difendere dal “colto”, erano per loro al livello delle mucche nella stalla, a cui dai il fieno e da cui mungi il latte, e infatti quelle scelte si vedono tutte tradotte, oggi, nel livello culturale dell’americano medio che vota Trump e non ha nemmeno un dubbio.
martedì 22 giugno 2021
negri in festa
sabato 12 giugno 2021
democrazia
Sto leggendo “Il cinema di Orson Welles” di Peter Bogdanovich (Il Saggiatore, 2016), una sorta di lunga intervista a puntate, registrate anche a molti anni di distanza l’una dall'altra, che offrono la più completa autobiografia del regista. Questa struttura, che per certi versi segue l’andamento rapsodico ed estemporaneo dell’ultima fase produttiva di Welles, ha la capacità di mostrare le tante contraddizioni dell’uomo, o come possa cambiare nel tempo il suo punto di vista su fatti e persone. Si sprecano le battute fulminanti e gli aneddoti di Welles che era letteralmente due cose: un genio e un grandissimo affabulatore. La cosa ancora più straordinaria, però, deriva dal rendersi conto, leggendo, come negli Stati Uniti il primo aspetto non sia quasi stato percepito, anzi è stato spesso minimizzato, rimosso, o addirittura negato a più riprese fino al punto di ridurre Welles al suo opposto, a un ladro di idee altrui o a una fortunata macchietta. Lo stesso Welles con le sue risposte prova a dare varie motivazioni per questo trattamento, dalla persecuzione maccartista alle invidie o inimicizie dell’ambiente cinematografico, fino a tirar fuori le proprie pantagrueliche intemperanze umane. Poi, a un certo punto, si toglie la maschera da uomo di mondo, e la mette sul piatto in maniera molto pratica: probabilmente è vero che sono un genio, ma un genio che non sbanca il botteghino, il che a Hollywood è come dire che sei un signor nessuno proprio come tutti gli altri. Ecco esplicitata, in tutta la sua pienezza, la celebrata democrazia americana.
