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venerdì 5 luglio 2024

tischreden welles


Ho appena terminato “A pranzo con Orson” libro a cura di Peter Biskind che recupera l’ultima serie di chiacchierate/interviste di Orson Welles poco prima della morte, col regista indipendente Henry Jaglom, che fanno un po’ da seguito a “Il cinema secondo Orson Welles” di Peter Bogdanovich, altro regista indipendente a lui molto vicino. Bogdanovich presenta Welles a Jaglom che lo assume come attore nei suoi ultimi film e prova a fargli da agente senza successo. Così il libro di B. raccoglieva una serie di interviste in giro per gli alberghi di mezzo mondo in un periodo convulso di progetti in cui Orson emerge ancora come un grande maledetto ma vitale, mentre quello con J., assai più malinconico e a tratti rancoroso, registra una serie di discorsi fatti a tavola (Tischreden) in un ristorante di Hollywood dove spesso pranzavano da parte di un Welles ormai stanco, amareggiato e terribilmente sovrappeso che per buona metà del libro non fa che sparlare con perfidia di colleghi registi e attori che gli hanno voltato le spalle o di critici in cattiva fede (“ebreo” è uno degli aggettivi che usa più spesso), o rivangare più o meno acidamente alcune pagine del proprio passato, e per l’altra metà continua a rimaneggiare preventivi insoddisfacenti per dei film che non verranno mai realizzati, finché, nelle ultime pagine, ammette di avere un disperato bisogno di soldi e di essere invidioso di un suo vecchio socio meno talentuoso che fa soldi a palate con la pubblicità mentre lui non riesce a trovare uno straccio di produttore che voglia investire nella sua versione cinematografica del Re Lear. Eppure, anche alla fine, Orson Welles sembra un grande perdente shakespeariano: “Noi registi siamo dei poveracci. Arriviamo con una borsa per la notte e ce ne andiamo a mani vuote.” Oppure: “Per me la posterità è volgare come il successo. Non mi fido della posterità. Il bello non viene necessariamente riconosciuto a distanza di tempo. Troppi ottimi scrittori sono scomparsi.” Ma quella che preferisco perché mi sento rappresentato in pieno è: “Miro all’impossibile: far soldi con un genere di film che non fa soldi”.

domenica 6 febbraio 2022

le mucche

Ieri sera, incuriosito dalla sua storia, ho visto L’orgoglio degli Amberson, secondo film di Orson Welles, del 1942, che molti definiscono il suo più bello insieme a Quarto potere (io preferisco Il processo del 1962). Stamattina, invece, ho letto il testo con la sceneggiatura originale che mette in luce i tanti tagli apportati al film dalla RKO, la casa di produzione (lo ha pubblicato “Il Saggiatore” come appendice al libro intervista di Peter Bogdanovich a Welles). La storia del film è nota: approfittando dell’assenza del regista a causa della guerra, la casa di produzione che aveva paura di un film troppo “colto” che avrebbe venduto poco al botteghino, fece una proiezione di prova in un cinemino di provincia, e visto che al pubblico di quel cinemino non piacque, mise mani al film senza il permesso del regista, tagliando circa un terzo del film (40 minuti su circa 2 ore) rimontando molte scene e, soprattutto, facendo girare un nuovo finale a un oscuro aiuto regista. Welles quando vide il “massacro” fatto al suo film rescisse il contratto con la RKO, con cui cominciò un lungo contenzioso legale, e abbandonò Hollywood. Mentre la RKO, dovendo liberare spazio in magazzino, e forse per dispetto, fece distruggere i rulli originali rendendo impossibile il restauro del film. Va detto che all’epoca nessuno pensava che il cinema potesse considerarsi una forma d’arte, ma la storia è tremenda perché, leggendo la sceneggiatura originale dopo aver visto la pellicola, ti accorgi di come abbiano tagliato con l’accetta tutte le scene che offrivano delle sfumature di significato in più o che arricchivano i piani emotivi della narrazione; e così suggerisce il senso di superiorità padronale di chi dirigeva la casa di produzione che riteneva il suo pubblico troppo stupido per capire la differenza fra un riempitivo e un film d’autore, fra la sabbia e l’oro. Ecco che gli spettatori, che tanto quelli della RKO ci tenevano a difendere dal “colto”, erano per loro al livello delle mucche nella stalla, a cui dai il fieno e da cui mungi il latte, e infatti quelle scelte si vedono tutte tradotte, oggi, nel livello culturale dell’americano medio che vota Trump e non ha nemmeno un dubbio.

 

martedì 22 giugno 2021

negri in festa

Ho letto con grande interesse due interviste di Peter Bogdanovich a Fritz Lang e Orson Welles. Pare evidente che P.B. abbia particolare affetto per questi due outsider, registi antesignani di certo cinema indipendente, che avevano un rapporto di odio/amore con la produzione cinematografica americana. Uno dei motivi di questa tensione è a sfondo razziale. Ad esempio, quando Lang propose in “Bassa marea”, uno dei suoi film minori, che il protagonista uccidesse, nel tentativo di violentarla, una serva di colore, la produzione gli negò il permesso e impose che l’uomo facesse le stesse cose a una bianca. Il problema non era che l’uomo del film violentasse o uccidesse la donna, ma che provasse desiderio sessuale per una negra. Ancora, uno dei più grossi scandali che coinvolse la carriera di Welles – quasi gliela rovinò – fu il suo invio in Brasile nel 1942 per ragioni diplomatiche, incaricato dal Governo di realizzare un documentario in tre parti, la prima delle quasi sul carnevale di Rio. Durante la sua assenza gli studi RKO presero il film che aveva lasciato in fase di montaggio, “L’orgoglio degli Amberson” e, trovandolo troppo cupo, lo modificarono radicalmente per venire incontro ai gusti del pubblico. Quando Welles si oppose agli studi dicendo di non essere stato interpellato per tali cambiamenti, gli studi gli rinfacciarono di aver abbandonato il film a metà per correre in Brasile a girare un nuovo film per suo capriccio. Lui disse di esserci stato mandato su incarico del governo, e il governo negò, alimentando la leggenda del regista inaffidabile. Perché successe? Per due motivi, primo perché nel frattempo era cambiata la situazione politica internazionale e agli Stati Uniti premevano di meno i rapporti col Brasile, e secondo perché nessuno aveva ben capito cosa fosse il carnevale di Rio e quando Welles ritornò in patria col girato, il Governo si trovò con metri e metri di pellicola – finanziati con soldi pubblici dei bravi cittadini americani – in cui venivano riprese centinaia di negri in festa. Meglio insabbiare tutto e dare la colpa all’intemperanza del regista.

sabato 12 giugno 2021

democrazia

Sto leggendo “Il cinema di Orson Welles” di Peter Bogdanovich (Il Saggiatore, 2016), una sorta di lunga intervista a puntate, registrate anche a molti anni di distanza l’una dall'altra, che offrono la più completa autobiografia del regista. Questa struttura, che per certi versi segue l’andamento rapsodico ed estemporaneo dell’ultima fase produttiva di Welles, ha la capacità di mostrare le tante contraddizioni dell’uomo, o come possa cambiare nel tempo il suo punto di vista su fatti e persone. Si sprecano le battute fulminanti e gli aneddoti di Welles che era letteralmente due cose: un genio e un grandissimo affabulatore. La cosa ancora più straordinaria, però, deriva dal rendersi conto, leggendo, come negli Stati Uniti il primo aspetto non sia quasi stato percepito, anzi è stato spesso minimizzato, rimosso, o addirittura negato a più riprese fino al punto di ridurre Welles al suo opposto, a un ladro di idee altrui o a una fortunata macchietta. Lo stesso Welles con le sue risposte prova a dare varie motivazioni per questo trattamento, dalla persecuzione maccartista alle invidie o inimicizie dell’ambiente cinematografico, fino a tirar fuori le proprie pantagrueliche intemperanze umane. Poi, a un certo punto, si toglie la maschera da uomo di mondo, e la mette sul piatto in maniera molto pratica: probabilmente è vero che sono un genio, ma un genio che non sbanca il botteghino, il che a Hollywood è come dire che sei un signor nessuno proprio come tutti gli altri. Ecco esplicitata, in tutta la sua pienezza, la celebrata democrazia americana.

venerdì 30 aprile 2021

botteghino

Scriveva un dirigente della RKO a Orson Welles nei primi anni Quaranta: «Orson Welles deve fare qualcosa di commerciale. Dobbiamo abbandonare i film “d’arte” e tornare con i piedi per terra. Educare il pubblico è costoso, e il tuo prossimo film dovrà essere pensato per il botteghino». 
Sono cresciuto nella (errata) convinzione che spesso non fosse cattiveria, ma miopia, che di alcuni semplicemente non si riconoscesse il genio e per questo lo si sottostimasse, gli si impedisse di dare il meglio di sé. L'esperienza di Orson Welles insegna che invece spesso il talento lo si vede eccome, e proprio per questo lo si ostracizza, non perché lo si rienga "pericoloso" per il potere, come spesso ancora ci illudiamo che sia*, in un misto di vanità, orgoglio e autodifesa, ma semplicemente perché poco remunerativo. Nulla è più pericolo per il potere che un genio che non vende abbastanza al botteghino.

*Per certi versi (e paradossalmente) è un retaggio di sapore post-comunista, come diceva Ludovica Ripa di Meana in una sua poesia: io odio il comunismo per quello che ha fatto ai suoi intellettuali: non potendoli appiattire a un pensiero unico li ha eliminati tutti.