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martedì 18 febbraio 2025

pace?

A me pareva già una stronzata l’incontro per la pace dell’estate scorsa a Lucerna, fatto senza la Russia (e con Biden assente), e mi sembra una stronzata quello di oggi senza l’Ucraina. Per il semplice motivo che la pace, se davvero vuoi la pace, si fa tra i litiganti, non con il terzo che gode, non con l’arbitro che come da tradizione è sempre cornuto. Poi possiamo tirare fuori tutte le motivazioni geo-fanta-politiche sulle cause del conflitto, su come sono andate le cose, su chi ha ragione e chi ha torto, su chi fa gli interessi di chi, possiamo tirare in ballo i millemila motivi per cui quello è più vittima di questo, o più cattivo, o più fantoccio, ma se vuoi la pace fra due stati, si fa un tavolo coi due stati che stanno combattendo, per farli parlare alla pari, per mitigare l’odio, rivedere le posizioni e salvare il salvabile con un minino di dignità necessaria per entrambi. Almeno se, come si dice, quello che ci sta a cuore – ma da ciò che leggo non ne sono per nulla convinto – è salvare vite o risarcire le migliaia di vittime di questo conflitto.

venerdì 8 novembre 2024

proiezioni

Ho letto le proiezioni del Washigton Post sul voto americano diviso per razza e sesso e da ciò che vedo non è vera la notizia che girava ieri che la sinistra americana ha fallito ed è stata screditata dai più poveri che si sono rivoltati alla élite dem. Dalle analisi emerge che la maggior parte delle etnie "minori" (soprattutto neri e ispanici, e in particolar modo donne nere e donne ispaniche) che sono andate a votare hanno votato Harris. Semplicemente il voto dei bianchi americani (uomini e donne) che hanno votato e che rappresentano il 60% della popolazione ha schiacciato gli altri favorendo Trump. In sostanza, più che una sconfitta della élite bianca al potere, è stata l'ennesima vittoria della razza bianca sulle altre. Così stanno ancora in America.

sabato 1 giugno 2024

forza bruta

Straordinari gli Stati Uniti, in tutte le sue contraddizioni. Ieri hanno condannato Trump per essere quello che è, un puttaniere bugiardo e misogino, senza nessun rispetto per le regole perché si crede superiore alla legge, e lui, che è già di suo spudoratamente ricco, in un giorno solo ha raccolto 50 milioni di dollari per la prossima campagna elettorale (oltre a varie minacce di morte per il giudice che lo ha condannato), al grido di "fascisti al governo". Che detto da lui fa molto il bue che disse cornuto all'asino... Davvero, ormai la usano così tante persone a sproposito, questa parola, che non si capisce più cos'è di preciso il fascismo. A questo proposito, oggi pomeriggio ho visto un film con Mel Gibson di qualche anno fa, adattamento di una fiction televisiva di successo (Edge of Darkness), che realizza il sogno segreto del piccolo americano, sgominare da solo l'intero sistema di potere che li governa, marcio fino alle fondamenta, ma non attraverso la legge (che è palesemente corrotta o impotente) ma facendosi giustizia da sé, con la forza bruta, sparando e ammazzando o anche semplicemente colpendo a mani nude. Questo è il sogno, poi vai a vedere e a fare tutto questo, nei film, è sempre un ex poliziotto o un ex soldato, super addestrati per uccidere, alcolizzati e depressi, e con evidenti problemi di dissociazione emotiva. Quelli che poi nella realtà strangolano o sparano ai ragazzi di colore per strada, perché intimamente sono ancora convinti di vivere in un western o in un romanzo nero di Mickey Spillane.

martedì 26 dicembre 2023

cinema e fascismi

Ieri ho visto due film del regista Georg Pabst, Il vaso di Pandora e Diario di una donna perduta, entrambi del 1929 ed entrambi con protagonista Louise Brooks, e pensavo che Pabst è stato uno dei pochi registi “fortunati” a non essere nato ebreo, per quanto considerato un “bolscevico”, così da non essere costretto ad emigrare in America, ma soltanto a girovagare per l’Europa alla ricerca di lavoro con l’avvento del nazismo, realizzando per sopravvivere molti pessimi film che ne rovinarono in parte la carriera. Buona parte del cinema di Weimar, il cosiddetto cinema espressionista tedesco, durato appena una ventina d’anni, a cui si devono molti dei primi capolavori del Cinema del 900 (da Metropolis a Nosferatu) venne realizzato da artisti confluiti dall’Europa dell’est a Berlino (proprio come il ceco Pabst), i quali poi da Berlino furono costretti a scappare dal nazismo, o perché ebrei (Lang, Wilder, Lubitsch, ecc.) o perché omosessuali (Murnau) o perché comunisti (Brecht). La maggior parte di questi registi, spesso ebrei, si rifugiarono oltreoceano a lavorare per Hollywood, richiamati da produttori ebrei che crearono così un vero e proprio impero basato su uno stile cinematografico che attingeva a piena mani dall’espressionismo tedesco per esplorare una nuova serie di generi (dal noir all’horror, dalla commedia sofisticata alla fantascienza) che modificarono completamente l’immaginario americano, spalancandogli ad esempio gli orizzonti del desiderio e del sesso, lì dove la cultura americana era (e rimane) profondamente bigotta e sessuofobica, tanto che in seguito a tali stimoli si ritenne necessario istituire un codice Hays apposta per censure tutto il censurabile. Cosicché l’America, proprio come la Germania, sviluppò degli anticorpi alle proprie pulsioni sotterranee (quelle che smuovono il pensiero) e cominciò a perseguitare proprio quegli artisti sfuggiti al nazismo, attraverso il Maccartismo, che fu un complesso meccanismo di denuncia in puro stile fascista, basato sul ricatto e sulla delazione, creato apposta dalla lobby WASP per spezzare le gambe alla lobby sionista, colpevole di essere arrivata a controllare la più grande fonte di condizionamento sociale e suggestione delle masse (i pecoroni americani) allora in circolazione: il cinema. Il quale, ancora condizionato da questa ventata di novità portata dai profughi europei, ebbe la forza di reinventarsi e rendersi “indipendente” per una ventina di anni ancora, prima di venire del tutto spazzato via negli anni Ottanta dalla televisione, mentre i registi emigrati o comunque non inquadrati vennero pian piano, con le buone o con le cattive, rispediti al mittente alla fine del conflitto, ovvero esiliati in Europa (vedi, ad esempio, John Huston, Orson Welles e l’inglese Charlie Chaplin).

giovedì 16 novembre 2023

seduzione

Alcuni artisti, in genere i più indipendenti – quelli che oggi vengono definiti geni ribelli – alle prese con Hollywood ebbero più problemi che gratificazioni. Charlie Chaplin, ad esempio, venne cacciato dall’America per la sua vita scandalosa, e ancora di più Orson Welles o Erich Von Stroheim che nella terra della libertà finirono esattamente come Eisenstein sotto Stalin, incompresi, e per questo temuti, ostacolati e censurati a vita con la scusa che erano “inaffidabili”. Ma problemi ebbero anche tutti coloro che sulle prime erano stati accolti a braccia aperte. Per Fritz Lang l’America cominciò come una lunga vacanza e si chiuse nel disgusto per Hollywood. Jean Renoir, meno cinico e assai più poetico, quel disgusto lo avvertì da subito e non riuscì mai ad adeguarsi al sistema, fu anzi uno dei pochi a scappare da quella gabbia di matti, rimpatriando subito dopo la guerra. Mentre Murnau faceva di necessità virtù e compensava malumori artistici e cattiva fama personale con la frequentazione di bei ragazzi disponibili. L’unico regista europeo emigrato a Hollywood che in America si sentì liberato fu Ernst Lubitsch a cui tutta quell’ipocrisia americana piaceva da matti. Ci sguazzava dentro come un maiale nel fango, e infatti il decantato “Lubitsch touch”, come lo definivano i suoi ammiratori, Billy Wilder in testa, altro non era che l’insieme degli espedienti visivi e narrativi studiati da Lubitsch per aggirare la ferrea censura americana. E il più delle volte ci riusciva perché Lubitsch non solo era un genio, ma ci si divertiva. Tutto quel divertimento si avverte e rende le sue pellicole ancora deliziose. La cosa più bella, però, è stata scoprire come il primo film perfettamente compiuto da Lubitsch in America – e non scordiamo che L. era arrivato dall’Europa con la fama di regista di drammoni storici – il primo film realizzato nel nuovo stile “americano” in cui poi eccelse, quel tipo di commedia romantica, brillantissima, leggera, ma non frivola, sensuale, allusiva e agile, perfettamente caricata come un orologio austriaco, sia The Marriage Circle, film ancora muto che parla di seduzione, di desiderio come vero motore della vita, di scambi di coppia e di corna senza pentimento, e tutto questo nel 1924; la cosa più bella è stata scoprire come tale opera, e tutta la rivoluzione stilistica che si porta dietro, sia stata ispirata, o meglio ancora stimolata, dalla visione di A Woman of Paris di Charlie Chaplin, primo film drammatico, e delicatissimo, del regista inglese che nel 1923 sfidò il pubblico americano a seguirlo in una storia matura, senza il vagabondo e senza nemmeno un vero e proprio lieto fine. Infatti al pubblico non piacque e non lo premiò, ma la visione di quel film motivò l’arte di Lubitsch a fare un salto di stile. Perché una volta i film, e tutte le opere d’arte, avevano questo potere, almeno una volta ce lo avevano.

giovedì 5 ottobre 2023

che cultura siamo?

 Ci sono cose che mi lasciano sempre un filo perplesso, che non dico di non capire ma le cui sfumature certe volte mi sfuggono fra le dita. Tipo questa cosa del Nobel che è, lo sanno tutti, un premio “politico” almeno quanto è prestigioso, ma scatena tifoserie come poche, e in Italia in particolare molto forti sul fronte americano – tanto che se vince un italiano è sempre “peggio” che se lo vincesse un americano, che “lo merita di più”, ma anche se vince un qualsiasi altro nel mondo “chi lo conosce quello?” è la risposta, e meglio sarebbe stato lo vincesse uno dei grandi scrittori americani che sempre “lo meritano di più”. Ogni anno è così. Poi parlano di guerra, una qualsiasi guerra nel mondo per “esportare la pace”, e magari odiano la Nato e gli americani che ne sono il braccio armato. E allora non capisco come a un premio così “politico” com’è il Nobel, un premio dove dietro ogni scelta c’è sempre, anche, una scelta di campo, una indicazione di sistema – e la cultura è la massima espressione di un sistema politico o di pensiero, è la cultura che vince sugli imperi, più di ogni esercito – si riesca a fare il tifo, dissociandosi dalle proprie opinioni, per uno scrittore che è “anche” espressione di una cultura che non si ama, o non si approva, o si vorrebbe frenare. Dire l’America no, ma per l’America tifo. Poi uno certo mi dirà che il tot scrittore non è per forza espressione di un intero Paese, che è contro la tot cultura, ma non significa nulla. Essere contro la propria cultura è già essere un’espressione di quella cultura, perché la tua opposizione nasce al suo interno e ha ragione di essere soltanto se messa a confronto di quel contesto. E anche noi, che siamo contro il complesso industriale-militare americano, poi ci nutriamo della loro cultura che per noi vale più ancora della nostra, le diamo più valore, persino nella lingua, e la tifiamo ai premi più ancora della nostra, noi che cultura siamo?

domenica 5 marzo 2023

schizofrenia

La prova più evidente della schizofrenia politica americana per me resta Donald Trump che mentre aspetta di essere processato per vari reati contro il sistema democratico americano, non ultimo l'assalto dei barbari a Capitol Hill, va in campagna elettorale e dice di essere l'unico che può salvare il mondo. Gli elettori americani, stando ai sondaggi, da una parte sono consapevoli che è un bugiardo patentato, dall'altra rinconfermebbero il voto. Trump dice dal palco: Posso far finire questa guerra in un un giorno, perché Putin è amico mio. Lo ha detto lui. Applaudito. Quindi da una parte c'è la Nato che secondo alcuni sta fomentando la guerra contro la Russia per interessi americani in Europa, dall'altra c'è Trump che va "in direzione ostinata e contraria" perché è amico di Putin e può far finire la guerra in un paio d'ore: chiude il rubinetto delle armi (come ha già fatto in Afghanistan), consegna l'Ucraina alla Russia per mettere pace e da domani si pensa a fare lo sgambetto alla Cina. Lo ha detto lui. Applaudito. Ecco che il mondo ancora una volta è salvo, ma non in pace, soltanto ancora un po' svenduto e in attesa del prossimo capriccio del pazzo di turno.

venerdì 25 novembre 2022

umiliati e no

Ieri, non so come hanno fatto, in Russia, dove si fanno le cose in grande, sono stati capaci da una parte di bombardare Cherson, in Ucraina, uccidendo 4 persone e ferendone 10 perché l’Ucraina “non vuole la pace”, che detta così mi ricorda sempre quella scritta nei negozi “per colpa di qualcuno [Zelensky] non si fa credito a nessuno” e dall’altra di emettere una nuova legge interna, che puzza di estremismo religioso, che amplifica il campo punitivo contro la comunità LGBT vietando di fatto la “promozione di relazione sessuali non tradizionali” in qualsiasi ambito, dall’arte alla letteratura fino all’informazione, a internet e alla pubblicità, perché se non se ne parla l’omosessualità non esiste – ma se anche esistesse e decidessi di eliminare un problema di cui non si può parlare, allora non esisterebbe nemmeno un’opinione pubblica, né una punizione adeguata per chi lo elimina. Nessuna umiliazione, insomma, per usare una infelice espressione nata sempre ieri. Nello stesso giorno, dall’altra parte del mondo, Twitter ha ridato la parola a Donald Trump che rimane uno degli stronzi più pericolosi del pianeta, e intanto che il nostro ministro dell’istruzione rimarcava l’importanza di suddetta umiliazione nella scuola, in Iran un popolo umiliato dal potere dell’estremismo religioso fa la rivoluzione e fra le vittime (416 in tutto) si contano ben 51 minorenni. Non abbastanza umiliati.

venerdì 5 agosto 2022

caso

Brittney Griner, donna, nera, lesbica, condannata a nove anni di carcere in Russia perché si fa le canne (condanna equanime per gli standard russi). C’è quasi da stare allegri che sia intervenuta la politica. Perché se fosse intervenuto Kirill come minimo la lapidavano in piazza in quanto immonda. Mentre se le fosse capitato in America come minino la strangolava un poliziotto per strada durante un arresto pretestuoso. Invece l’hanno beccata all'areoporto, così il suo caso è diventato un affare internazionale, Biden si sta muovendo per salvarla e dunque, in cambio della sua liberazione offre il rilascio di un pericoloso mercante d’armi russo, che in un altro mondo dovrebbe marcire in carcere a vita, ma che invece così torna libero e contribuisce alla causa della guerra nel mondo.

lunedì 14 marzo 2022

ciò che non mi piace del discorso di orsini

Il prof. Orsini, che pure a molti piace, dice: “Io amo profondamente l’America, che mi ha dato tanto, dove mi sono formato, e vorrei che noi prendessimo il loro spirito pratico. Gli americani pensano prima di tutto a se stessi. Quando vogliono una cosa se la prendono. E se non riescono a prendersela si accordano con qualcun altro per mettertela in culo e prendersela lo stesso. Senza rimorso. Così come hanno fatto in Argentina, così come stanno facendo in Ucraina. Io vorrei davvero che noi prendessimo lo spirito pratico degli americani.” Questo dice Orsini. E a parte il fatto che gli italiani non sanno prendersi le cose perché fondamentalmente non si amano, ma non sono secondi a nessuno nel mettertela il culo – forse perché qui c’è nato Machiavelli, forse perché abbiamo il melodramma nel sangue e ci piacciono le trame complicate e le storie di corna – io nel discorso di Orsini mi sento scoperto nelle mie debolezze, e infatti mio fratello e molti miei amici, che sarebbero d’accordo con lui, è una vita che mi dicono, all’italiana, che dovrei amarmi di più, essere più pratico e imparare a metterla in culo agli altri, all’americana, visto che in fondo gli altri la mettono sempre in culo a me.

domenica 15 agosto 2021

dissoluzione

Vent'anni di occupazione americana in Afghanistan fatta non da liberatori ma da imperialisti (ovvero alla cazzo di cane) dissolti in pochissimi giorni da un nuovo regime fondamentalista. Migliaia di persone terrorizzate che presto si riverseranno in Europa per paura delle rappresaglie interne al nuovo regime. E noi come ci comporteremo allora verso questi profughi? Li accoglieremo cristianamente? Li ricacceremo indietro? Creeremo dei nuovi lager finanziando magari i talebani? Chiederemo "una mano" agli USA?

martedì 22 giugno 2021

negri in festa

Ho letto con grande interesse due interviste di Peter Bogdanovich a Fritz Lang e Orson Welles. Pare evidente che P.B. abbia particolare affetto per questi due outsider, registi antesignani di certo cinema indipendente, che avevano un rapporto di odio/amore con la produzione cinematografica americana. Uno dei motivi di questa tensione è a sfondo razziale. Ad esempio, quando Lang propose in “Bassa marea”, uno dei suoi film minori, che il protagonista uccidesse, nel tentativo di violentarla, una serva di colore, la produzione gli negò il permesso e impose che l’uomo facesse le stesse cose a una bianca. Il problema non era che l’uomo del film violentasse o uccidesse la donna, ma che provasse desiderio sessuale per una negra. Ancora, uno dei più grossi scandali che coinvolse la carriera di Welles – quasi gliela rovinò – fu il suo invio in Brasile nel 1942 per ragioni diplomatiche, incaricato dal Governo di realizzare un documentario in tre parti, la prima delle quasi sul carnevale di Rio. Durante la sua assenza gli studi RKO presero il film che aveva lasciato in fase di montaggio, “L’orgoglio degli Amberson” e, trovandolo troppo cupo, lo modificarono radicalmente per venire incontro ai gusti del pubblico. Quando Welles si oppose agli studi dicendo di non essere stato interpellato per tali cambiamenti, gli studi gli rinfacciarono di aver abbandonato il film a metà per correre in Brasile a girare un nuovo film per suo capriccio. Lui disse di esserci stato mandato su incarico del governo, e il governo negò, alimentando la leggenda del regista inaffidabile. Perché successe? Per due motivi, primo perché nel frattempo era cambiata la situazione politica internazionale e agli Stati Uniti premevano di meno i rapporti col Brasile, e secondo perché nessuno aveva ben capito cosa fosse il carnevale di Rio e quando Welles ritornò in patria col girato, il Governo si trovò con metri e metri di pellicola – finanziati con soldi pubblici dei bravi cittadini americani – in cui venivano riprese centinaia di negri in festa. Meglio insabbiare tutto e dare la colpa all’intemperanza del regista.

giovedì 21 gennaio 2021

e se domani mi chiamassero…

Amanda Gorman, 22 anni, legge una poesia durante l’insediamento di Biden alla Casa Bianca. È una donna, nera, è giovane, vincitrice di premi importanti realizzati ad hoc per chi scrive versi, e si prende il palco insieme a due star dello star system (Lady Gaga e Jennifer Lopez). Inconcepibile, o meglio ancora innaturale per il pubblico italiano, dove la poesia è roba da morti e per i giovani imperversano i talent show. Mi faceva particolarmente specie, stamattina, un commento che ho letto, di una signora che diceva che in Italia non succede mai che politica si commistioni con la poesia. Che è una cosa assolutamente falsa, ma diffusa nella percezione comune. Da sempre politica e poesia vanno a braccetto. E fino a tutti gli anni ’70 la poesia interveniva a gamba tesa negli affari politici. Poi è cambiato qualcosa, c’è stato un allontanamento, una resa (Le mie poesie non cambieranno il mondo) che ha impoverito entrambi i campi. Di recente gli unici tre interventi di poeti conosciuti in chiave politica sono stati la candidatura di Franco Arminio alle elezioni europee del 2014 con L’altra Europa di Tsipras; il processo a Erri De Luca, con assoluzione nel 2015 per le sue dichiarazioni “sovversive” anti-TAV; e più di recente (novembre 2019) il discorso di Rondoni a favore della Lega durante le scorse elezioni di Bologna. In tutti e tre i casi il mondo delle Lettere ha reagito, o dileggiandoli (Arminio), o astenendosi vigliaccamente e lasciandolo solo (De Luca); o delegittimandoli: quello non è un poeta (Rondoni). Che però, in tutti i casi e per ragioni diverse, sono già delle prese di posizione politica le quali, mi pare, non vada da nessuna parte oltre il no. E lo dico facendo parte, anche io, di quel no. Mi accorgo, guardandomi, come sono bravissimo a lamentarmi senza fare mai abbastanza, senza muovere un dito, talmente disgustato dall’idea di un’azione politica da rifiutarla in toto, senza assumermi la responsabilità di sporcarmi le mani per cambiarla, la politica, anche sbagliando posizione (come Pasolini o Fortini, come Sanguineti, persino come Pound). E questo perché nella mia ansia di purezza, ho preferito spesso una posizione passiva, ma che mi permettesse di mantenere la mia fedina penale immacolata in attesa che la storia riconoscesse il mio valore di poeta, dal puro impegno ideologico ma scritto sulla carta igienica. E forse per questo molti di noi si stupiscono piacevolmente di quanto successo in America, non perché loro hanno capito, più di noi, quanto può fare/dare la poesia, ma perché quello che abbiamo visto in atto lì, a cui ci piacerebbe ambire, è il riconoscimento del Potere come noi non lo viviamo più, ma come lo abbiamo appreso a scuola. L’ambizione a quel mecenatismo in cui sotto sotto ancora speriamo. Qualcuno che dall’alto ci chiami e ci dica: tu sei bravo, vieni! E così, per chiudere, solo per gioco mi chiedo: e se domani mi chiamassero davvero, se domani Conte mi telefonasse dal Parlamento e mi dicesse: devi fare una poesia per celebrare l’Italia e leggerla davanti a tutti noi, a Franceschini, a Renzi, a Salvini e Meloni, a Di Maio… Lo farei? Ci andrei, anche solo per leggere la mia poesia “contro” di loro (ben sapendo che dopo verrei dileggiato dai miei amici come dai miei nemici, insultato dai giornali, in TV, dagli haters di professione e ricoperto di merda per mesi)? Sarei degno della chiamata istituzionale, o rifiuterei apertamente l’istituzione dicendo che non è degna dei miei versi? O, più saggiamente, me ne tirerei fuori con una scusa di comodo, magari simulando un mal di pancia?

venerdì 8 gennaio 2021

caldo

Pare che il 2020 resterà alla storia, oltre che per il Covid, anche a livello ambientale, come l'anno più caldo di sempre, intendendo l'aumento della temperatura terrestre, che qualcuno giustamente interpreta come un primo segnale della fine. (Non a caso i dinosauri, che abitavano il pianeta prima di noi, furono sterminati da un cambiamento climatico, mica da fantascientifiche guerre nucleari). Intanto, parlando di anno caldo, ma più terra terra, a Washington è morto anche un poliziotto ferito durante l'assalto dell'altro ieri (le vittime salgono dunque a cinque). Fatto ancora più importante, Biden ha denunciato l'inefficienza della polizia che ha preso sottogamba l'assalto, o meglio ancora ha detto (il presidente americano ha proprio detto) che la polizia ci è andata leggera perché i manifestanti non erano né neri né antirazzisti. Anche il 2021 insomma promette bene.

giovedì 7 gennaio 2021

it

Oggi ho letto molti post ironici sui fatti di ieri a Washington, e soprattutto su come erano vestiti alcuni di loro, ma nella sostanza (e a dispetto di qualsiasi ottimismo basato sulla ragione e sulla giustizia) un manipolo di esaltati conciati come se fossero dei tifosi allo stadio, guidati da un pazzo filofascista che fino a ieri era il capo di uno dei paesi più importanti e meglio armati del mondo, ha messo in discussione la base democratica di quel paese, assaltando il Campidoglio col risultato di: 4 morti, 14 agenti feriti gravi e 52 persone arrestate, mentre il pazzo comandante in capo, ancora libero e illeso, si dichiara pronto a creare un nuovo partito per le prossime elezioni (col beneplacito internazionale di Putin): un partito che rischia di prendere, per giunta, un sacco di voti, soprattutto se nei prossimi anni la politica di Biden non migliorerà la situazione già disastrosa degli Stati Uniti, specie fra le classi sociali più povere e facilmente manipolabili. Non fa ridere per nulla, come prospettiva... Alla fin fine, in IT, il mostro assassino che fa da protagonista al romanzo è vestito da pagliaccio.

mercoledì 19 agosto 2020

talk radio

«Ho avuto fortuna ad avere una Bibbia con me.
Quando gli alieni mi hanno rapito…»

America, ho strillato alla radio,
anche alle due del mattino sei una gabbia di matti!

No, mi rimangio tutto!
Sei un angelo di pietra in un cimitero

che ascolta le oche nel cielo
con gli occhi accecati di neve.

(Charles Simic, My Noiseless Entourage, trad. mia)

domenica 21 giugno 2020

di rabbia, bastardi e omogeneizzato

Da ieri gira in rete questa notizia inesatta, di un gruppo di facinorosi, forse fascisti, che hanno deturpato una statua di Cervantes disegnandoci sopra, con del rosso, delle croci celtiche. È inesatta come notizia perché il gesto di vandalismo non è avvenuto in Europa, come si sarebbe portati a credere, ma a San Francisco, in un parco pubblico, il Golden Gate Park, in un assalto notturno che aveva sì il suo scopo in un attacco iconoclasta ai monumenti del parco, ma contro tutto e tutti e senza nessuna distinzione critica. In questo modo sono state attaccate, allo stesso modo, sia la statua di Junipero Serra, missionario spagnolo da poco proclamato santo ma accusato di genocidio degli indiani d’America (in nome di Dio), sia quella del generale Grant che pose fine alla guerra di Secessione, sancendo di fatto la fine della schiavitù dei neri, ma colpevole di essere nato e cresciuto in una famiglia che aveva avuto a sua volta degli schiavi. Con loro molti altri fra cui il buon Cervantes che probabilmente il gruppo non ha nemmeno riconosciuto, appellandolo come Bastard, avendolo magari scambiato per un qualche conquistador alla Cortez the killer, mentre le croci celtiche che lo imbrattano sembrano più il segno di una ignoranza diffusa di cosa quel segno rappresenta, che non una dichiarazione di fede politica. In questo modo si fa della storia un omogeneizzato senza capo né coda e l’assunto che capire il nostro passato ci serve a vedere il futuro finisce direttamente nello scarico del gabinetto. Infatti, se è vero che questo attacco, come altri, è probabilmente l’espressione di una rabbia sacrosanta e diffusa, determinata dai tanti problemi sociali che affliggono la società americana, il problema è che spesso tale rabbia viene canalizzata in persone che non hanno né i mezzi critici e culturali, né la voglia o il modo o l’interesse per informarsi e interpretare la complessa realtà in cui viviamo. Il problema è che in fatto di numeri loro sono la maggioranza, non più tanto silenziosa, e se c’è una cosa che la storia insegna è quanto sia facile strumentalizzare quella rabbia senza mezzi critici per chiudere una pessima democrazia e sostituirla con una più efficace dittatura. Basta avere il Bastardo giusto al posto giusto nel momento giusto e il gioco è fatto.



venerdì 27 marzo 2020

una canzone inedita

Stamattina, a poche ore dagli annunci in cui si diceva che gli USA avrebbero creato delle liste di proscrizione per le cure mediche dei cittadini in base a delle discriminanti odiose, mi sono risvegliato con questo nuovo brano di Bob Dylan che parla dell'assassinio di Kennedy, guarda caso il presidente americano "simbolo" di una più ampia apertura sociale e ucciso da un complotto di Stato (business is business and it's murder most foul). Scrive Dylan a proposito: "Questa è una canzone inedita che abbiamo registrato qualche tempo fa che potreste trovare interessante. State al sicuro, state attenti e che Dio sia con voi." Non è proprio una canzone in effetti, ma una spoken word, ovvero una canzone parlata o se si preferisce una poesia recitata con la musica in sottofondo. Dylan si accompagna al piano, come nel discorso musicato per il Nobel. Forse è troppo lunga per essere goduta appieno, almeno senza il testo, che però contiene alcuni bellissimi versi e una lunga coda in cui Dylan rievoca, con amarezza, affetto o malinconia, un'intera stagione della sua vita attraverso opere, canzoni e artisti che l'hanno segnata (play Love Me or Leave Me by the great Bud Powell, play the bloodstained banner, play murder most foul). 

domenica 26 gennaio 2020

piccolo dialogo notturno

Era il penultimo giorno di permanenza a Bogotà. Eravamo andati con degli amici a fare una gita fuori, a visitare la cattedrale di sale. Era sera, e rimanemmo a cenare in albergo, e dopo cena restammo a chiacchierare in sei, Guadalupe, Vince ed io, e inoltre c’erano Ariel Madrazo, poeta argentino, il poeta venezuelano Alexis Romero e il poeta colombiano Fernando Linero. Ariel Madrazo, pur essendo anziano, aveva ballato il tango il giorno prima per ore e ore con la poetessa messicana Thelma Nava, con movimenti aggraziatissimi. Alexis Romero leggeva le sue poesie inedite preparandole e correggendole continuamente, e sembrava quasi che le scrivesse prima di leggerle; Fernando Linero era uno dei tredici poeti che avevano partecipato alla prima sessione del festival di poesia di Medellin. Non partecipava al festival di Bogotà, ma veniva spesso a trovarci e qualche volta leggeva in pubblico le mie poesie nella traduzione spagnola alternandosi con Stella Ayala. Eravamo andati a fare questa gita con Marcela Salazar Posada, quel giorno, amica di Vince, e il marito psichiatra; al ritorno, in macchina, avevano messo un disco di poesie di Neruda. Eravamo rimasti molto colpiti del fatto che in macchina si pensasse di ascoltare una poesia, invece che un brano di musica; ma nello stesso tempo la recitazione di Neruda ci era parsa molto retorica. Quella sera dissi ad Alexis: ho capito quello che dicevi qualche giorno fa quando affermavi che la poesia latinoamericana deve liberarsi dell’autocommiserazione. 
Sì, disse lui. Credo che la poesia latinoamericana debba liberarsi di Neruda. È un grande poeta, ma bisogna liberarsene, così come voi avete dovuto liberarvi di D’Annunzio. 
Come ci si libera di un padre – dissi io. 
Sì. Tra l’altro, per esempio, proprio come antidoto a questa vena autocommiserativa, io, e anche qualche altro poeta che conosco, troviamo interessante la lettura di un poeta come Magrelli. 

Carlo Bordini, Non è un gioco. Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina (Luca Sossella editore, 2008)

sabato 23 marzo 2019

rivendicazioni

Stamattina ripensavo, a freddo, alla vicenda del bus dirottato. Al di là della dinamica che ricalca alla perfezione la sceneggiatura di un film d’azione americano – negli Stati Uniti starebbero già firmando il contratto per la cessione dei diritti sulla storia – l’attentato di Ousseynou Sy dimostra come la visione politica di Salvini e di chi lo segue sia del tutto fuori fuoco e incapace di capire come non solo la storia non si possa fermare, ma sia già andata oltre le sue aspettative. L’uomo, senegalese ma con cittadinanza italiana, squilibrato o meno che sia (come stanno cercando di provare), depresso o meno che sia, non ha agito in nome di rivendicazioni islamiche, quindi in nome di un terrorismo “straniero” che Salvini paventa da sempre ai suoi elettori, ma in quanto emigrato amareggiato e deluso dal “sogno italiano” – in altre parole, a scatenarlo è stata la presa di coscienza che l’Italia non è l’America di inizio ‘900, non porta lavoro né fortuna, cosa che molti nativi italiani sarebbero pronti a giurare con lui –, ma ancora più Ousseynou ha agito (dice) per vendicare i bambini africani morti nel Mediterraneo, estrema follia – questa sì di matrice terroristica, ma più vicina a quella palestinese che islamica – e denuncia dell’inadeguatezza delle politiche protezionistiche adottate dall’Italia e da tutta Europa contro lo sbarco dei migranti. Quella inadeguatezza nel gestire i flussi umani ha generato un tale odio e sentimento di vendetta da provocare una reazione esasperata, che non ha basi ideologiche ma emotive e che può quindi ripetersi in qualsiasi altra persona che ritenga di aver subito una ingiustizia sociale da parte di uno Stato più forte e vessatorio: basta un cedimento, una scintilla di follia. Proprio come succede negli Stati Uniti, che non a caso sdoganano e stemperano tali paure sociali attraverso la spettacolarizzazione cinematografica coi classici buoni e cattivi, ma in cui i buoni sono sempre americani. Questo perché, in simili dinamiche si genera un sentimento di colpa collettivo in cui la spunta chi rinuncia per primo alla propria umanità. Tu, a uno che va fuori di testa e si vendica su dei bambini per vendicare altri bambini morti in mare, cosa dici? Che è un bastardo perché i nostri bambini vengono prima di quelli neri morti in mare? Che è meglio non prendersela coi vivi, perché per i morti non c’è più niente da fare? E se sì, non stai anche tu rinunciando alla tua umanità? Non è già questo il segno di un cinismo senza pari? Ancora, per unire la beffa al danno, proprio il bambino che ha sventato l’attentato, Ramy Shehata (l’eroe del giorno) è figlio a sua volta di immigrati e ora, in virtù di quel gesto, suo padre rivendica per lui una cittadinanza che prima non aveva. Gli italiani, che avrebbero dovuto venire per primi in questa storia, come in ogni storia che accade sul sacro suolo italiano, sono relegati sullo sfondo, semplice coro in una vicenda che ha giù tutto il sapore speziato dell’internazionalità. In entrambe le storie, quella di Ousseynou e quella di Ramy, le rivendicazioni di un luogo a cui appartenere sono il succo (causa scatenante e premio) di una vicenda che un semplice spettatore come l’italiano medio che guarda la storia al Tg non può capire.