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giovedì 5 ottobre 2023

ripiego

Io non ho mai letto un solo libro di Jon Fosse in vita mia, però ho visto che è/è stato pubblicato in Italia da 4 o 5 case editrici di cui le più importanti sono state Fandango (già più di dieci anni fa), soprattutto (visto che Fosse è soprattutto un drammaturgo) Cue Press, che è una (bella) casa editrice specializzata in teatro e cinema, e più di recente dalla Nave di Teseo. Il fatto che la maggior parte di coloro che esultano citino soltanto La Nave di Teseo come esempio di lungimiranza editoriale, la dice lunga sul fatto che tutti parlano di piccola editoria indipendente e di qualità, ma fondamentalmente sognino di arrivare e acquistino libri dalle grandi case editrici che dominano il mercato (anche in virtù del proprio fiuto). I piccoli editori per molti non sono una scelta, o una forma di resistenza, ma soltanto un ripiego.

che cultura siamo?

 Ci sono cose che mi lasciano sempre un filo perplesso, che non dico di non capire ma le cui sfumature certe volte mi sfuggono fra le dita. Tipo questa cosa del Nobel che è, lo sanno tutti, un premio “politico” almeno quanto è prestigioso, ma scatena tifoserie come poche, e in Italia in particolare molto forti sul fronte americano – tanto che se vince un italiano è sempre “peggio” che se lo vincesse un americano, che “lo merita di più”, ma anche se vince un qualsiasi altro nel mondo “chi lo conosce quello?” è la risposta, e meglio sarebbe stato lo vincesse uno dei grandi scrittori americani che sempre “lo meritano di più”. Ogni anno è così. Poi parlano di guerra, una qualsiasi guerra nel mondo per “esportare la pace”, e magari odiano la Nato e gli americani che ne sono il braccio armato. E allora non capisco come a un premio così “politico” com’è il Nobel, un premio dove dietro ogni scelta c’è sempre, anche, una scelta di campo, una indicazione di sistema – e la cultura è la massima espressione di un sistema politico o di pensiero, è la cultura che vince sugli imperi, più di ogni esercito – si riesca a fare il tifo, dissociandosi dalle proprie opinioni, per uno scrittore che è “anche” espressione di una cultura che non si ama, o non si approva, o si vorrebbe frenare. Dire l’America no, ma per l’America tifo. Poi uno certo mi dirà che il tot scrittore non è per forza espressione di un intero Paese, che è contro la tot cultura, ma non significa nulla. Essere contro la propria cultura è già essere un’espressione di quella cultura, perché la tua opposizione nasce al suo interno e ha ragione di essere soltanto se messa a confronto di quel contesto. E anche noi, che siamo contro il complesso industriale-militare americano, poi ci nutriamo della loro cultura che per noi vale più ancora della nostra, le diamo più valore, persino nella lingua, e la tifiamo ai premi più ancora della nostra, noi che cultura siamo?

martedì 18 maggio 2021

la polemica del fo

 Poco fa leggevo un post fra i tanti, in cui si riportava un aneddoto di Battiato che rispondeva male a Dario Fo, il quale gli diceva di non apprezzare i suoi testi. Sotto il post, fra i soliti commenti sprezzanti, ce n’era uno che scriveva che quello di Fo era un Nobel immeritato. È un pensiero che serpeggia questo. E, lo confesso, io non l’ho mai capita questa cosa del Nobel a Fo che offende tanto gli italiani. Penso che se fosse successo a un artista francese, in Francia sarebbero stati contenti di quel Nobel a un connazionale. Invece noi no, noi per pura onestà intellettuale diciamo che non se lo meritava, era meglio darlo a Philip Roth. Non parlo manco di Luzi, altro grande sconfitto, perché chi lo legge più Luzi? Una volta l’ho consigliato a un amico che mi fa: è bravo, ma puzza di cattolicesimo. Così è visto Luzi in Italia. E questi siamo noi, un popolo di stronzi (Monicelli). Ma tutti quanti appassionati di musica, cinema, opera e teatro, al punto che ci possiamo permettere di dire chi merita cosa oppure no, o quanto è giusto o meno il giudizio della commissione di Stoccolma, in base alla nostra vasta conoscenza dell’arte che però ci guardiamo bene dal sovvenzionare (anche semplicemente pagando il biglietto). Me ne capitano di continuo di persone così, che mi vengono a parlare del mio lavoro, dei miei libri, a dire quanto è bello o brutto quel libro e poi hanno letto solo poche cazzatine d’amore di Neruda o di Tagore. Hanno letto un solo libro e per questo credono di conoscerne altri mille. Sono sincero, io non lo conosco così bene il lavoro di Dario Fo, non abbastanza da potermi esprimere su di lui, non conosco nemmeno bene il contesto sociale e politico in cui si è espresso, che pure credo conti qualcosa, non c’ero e nessuno me lo ha detto, e a nessuno ha interessato raccontarmelo. Sarebbe stato bello capire meglio quel contesto anche attraverso Fo, ma non è successo. Posso solo dire, da appassionato di Enzo Jannacci, che piaceva tanto anche a Battiato (meno agli italiani: troppo triste), che senza Fo quelle canzoni sarebbero state diverse, e solo per quelle (Ho visto un re, La luna è una lampadina, Ohè sunt chi, Veronica, L’Armando, persino Vengo anch’io no tu no che Jannacci fece esattamente come Fo non la voleva, perché l’arte spesso succede per reazione a qualcosa e non soltanto per approvazione), solo per quelle magari il Nobel no, ma un minimo di rispetto in più a Fo potremmo anche darglielo.

giovedì 8 ottobre 2020

stella cometa

Louise Glück vince il Nobel per la Letteratura. Nessuno ci avrebbe scommesso, anche perché In Italia nessuno la conosce, visto che è poetessa ed è pubblicata da case editrice minuscole (Dante & Descartes), ma poco male, visto che è pubblicata da case editrici minuscole, non sarà disponibile nelle librerie finché qualche casa editrice più grossa non fiuterà l'affare di pubblicare in grande stile una poetessa che nessuno conosce, e ne redigerà in fretta e furia un'edizione di comodo che però, nel frattempo, vedrà sfumare il naturale battage pubblicitario derivato dal Nobel. Insomma, l'impresa non vale la spesa e proprio come una stella cometa, "la poetessa della solitudine" (come l'hanno prontamente ribattezzatta i giornali) se la fileranno solamente in tre.

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Che poi non è che se una persona scrive versi e voi non l'avete mai letta quella persona è per forza di cose una pezzente della letteratura e ce n'erano altri prima e meglio di lei, magari semplicemente siete voi che non ci siete arrivati, né lei ha fatto lo sforzo di raggiungervi. Ma perché avrebbe dovuto farlo?
Io pure conosco gente che se gli dico Pietro Gatti non sa chi è, eppure Pietro Gatti era un mostro, uno dei massimi scrittori italiani, solo che scriveva in versi nel suo povero dialetto di Ceglie Messapica e molti, a dove stava lui, fosse anche Ceglie Messapica, non ci sono mai arrivati.
 
 *
 
9 ottobre. Mi piace e un poco mi diverte la gente che fa i commenti pieni di tenerezza quando scopre che il libraio/editore che aveva pubblicato la vincitrice del Nobel per la Letteratura di quest'anno ha stampato "solo" 200 copie del suo libro. Che non è una cifra tenera, ma ragionevolissima per la traduzione italiana di un'autrice straniera che fino a ieri non conosceva quasi nessuno. Ma davvero, quante copie pensate che venda un poeta oggi in Italia? Più di 200? Quello è destino di pochissimi, gli altri stanno messi più o meno, a lettori, come nell'Italia di Leopardi. (O come saggiamente mi disse mio padre il giorno che gli comunicai che volevo pubblicare il mio primo libro, circa quindici anni fa: Vè zàppe).

giovedì 15 giugno 2017

sciatteria

Premessa: all’inizio non volevo mettermici, ma dopo aver letto il pezzo di Gramellini, che non amo troppo, dico la mia sull’argomento. Cosa è successo: è venuto fuori nelle ultime ore che alcuni passaggi citati nel discorso per il Nobel di Dylan siano presi da un bignami e non dai libri originali. Ovviamente non se n’è accorto nessuno, almeno finché un giornale non ha fatto una ricerca e allora si è sollevata la pietra dello scandalo. Quello che è sfuggito a molti, anche perché non credo lo abbiano letto, è che nel suo discorso Dylan non dice: Ho letto Moby Dick e mi è piaciuto un sacco. Dice che molti dei temi che affronta nelle sue canzoni discendono o hanno cose in comune con gli archetipi che si ritrovano in alcuni grandi classici come Moby Dick o l’Odissea che ha letto da bambino e che gli sono rimasti dentro tanto quanto le canzoni di Buddy Holly o di Leadbelly. Così, e chi ascolta Dylan lo sa, quando nel discorso descrive la fine di Achab, con le acque del mare che si richiudono sopra di lui, Dylan sta ancora parlando di House Carpenter, antica ballata anglosassone da cui discende la sua Man in the Long Black Coat del 1989. Di quei classici, di cui ripete due volte gli interessano i temi, gli archetipi, e mai una volta si ferma a parlare di come sono scritti, cita alcuni passaggi utili alla sua esposizione, riprendendoli probabilmente dal bignami – così come io li prenderei da Internet se dovessi scrivere un pezzo letterario senza volermi impelagare nella ricerca bibliografica – ma con la colpa, più o meno grave, di non aver poi controllato le fonti. È sciatteria, è vero, proprio come dice Gramellini. La stessa sciatteria che ha caratterizzato molta della sua opera, ed è una sciatteria, aggiungo, molto "americana". Ma è, aggiungo ancora all’indirizzo di Gramellini (ed è il motivo per cui scrivo questo post), la stessa sciatteria nei confronti delle fonti che ormai caratterizza tanta stampa italiana, e non solo, con maggiori colpe etiche e ben altre conseguenze sulla vita delle persone.

lunedì 12 dicembre 2016

è letteratura, questa?

La classe è anche quella cosa per cui afferri tutte le discussioni, articoli, apologie e critiche feroci da parte di scrittori e critici, fan e detrattori, gente che capisce o meno di scrittura, che si esprime su quello che fai, e mandi tutti a fanculo con il sorriso, senza scomporti un solo attimo. 

«...Ero fuori, per strada, quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e ci ho messo più di qualche minuto a elaborarla in maniera opportuna. Ho iniziato a pensare a William Shakespeare, la grande figura letteraria. Pensava a se stesso come a un drammaturgo. Il pensiero che stesse scrivendo della letteratura non avrebbe potuto entrare nella sua testa. Le sue parole furono scritte per il palco. Destinate ad essere recitate, non lette. Quando stava scrivendo l’Amleto, sono sicuro che stesse pensando a un sacco di cose differenti: “Chi sono gli attori più adatti per questi ruoli?” “Come dovrebbe essere messo in scena?” “Voglio veramente ambientarlo in Danimarca?”. La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in cima ai suoi pensieri, ma c’erano anche le questioni più banali da affrontare. “Il finanziamento è a posto?” “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?” Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era stata la domanda: “È letteratura, questa?”».

Dal discorso di Bob Dylan per la consegna del premio Nobel, che si può leggere intero QUI.

mercoledì 30 novembre 2016

il prossimo

«L’unico omicidio perfetto è quello farmacologico». Bellissimo! Se mai dovessi scrivere un noir comincerei così. Ieri Lapo e oggi Leonardo Cazzaniga e Laura Taroni. Siamo a livelli di letteratura altissima nel mondo reale. A che serve scrivere quando basta sintonizzarsi sul Tg e scegliere quello più affine ai propri gusti? Leggevo che oggi Michela Murgia commentava la decisione della giuria di Stoccolma dicendo che c'è comunque differenza fra scrivere un romanzo e scrivere una canzone, ma «il mondo sta cambiando, la musica cambia, anche le droghe cambiano», things have changed direbbe Bob Dylan, e io so già che il prossimo Nobel per la letteratura lo daranno a Enrico Mentana.

mercoledì 16 novembre 2016

di poeti e della libertà di dire no

Ho letto ora la notizia che Dylan sta snobbando con molta nonchalance la cerimonia del Nobel e a me viene in mente (da quando l'ho saputa) la storia che Luzi ci sperava così tanto nel Nobel che si era pure comprato l'abito buono, prima che il premio glielo soffiasse Fo, o quell'altra di Quasimodo che andò in giro elemosinando favori a destra e a manca per arrivarci, scatenando le ire di Ungaretti. E devo dire che, per quanto appartenga più alla seconda categoria (quella dei poeti alla Luzi o Quasimodo) che non alla prima (quella di Dylan ma anche di Zeichen o Bellezza, volendo fare altri nomi), vorrei avere ogni tanto maggiore libertà di scelta, come quella di Dylan: la possibilità di poter dire anche no, non mi va, ho mal di testa, oppure non sono d'accordo, oppure scusate ho un altro impegno quel giorno, per il solo fatto che la poesia per vivere ha bisogno solo di esserci e non di premi e riconoscimenti. Invece se mi dicessero che ho vinto il Nobel io ci andrei, spero non con l'abito di Luzi, ma ci andrei, per il premio e per la difesa della poesia, certo, ma soprattutto per i soldi. Proprio come ha fatto Montale, che poi la Spaziani diceva essere un gran tirchio nell'intimità.

giovedì 13 ottobre 2016

la lotta per l'osso


Mi fanno un po’ ridere quelli che si scandalizzano per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, e parlano di ingiustizia letteraria per il povero Philip Roth (che così povero secondo me non è). Sinceramente (ma lo dico come sfogo) se ci fosse una giustizia letteraria io, oggi, pubblicherei nella collana bianca di Einaudi. Così, per dirne una. E come me molti bravissimi scrittori che conosco. Invece Einaudi pubblica, da anni, molte più cagate in versi di quelle che ha composto Bob Dylan in 50 anni di canzonette. Ma non è solo Einaudi. Tante altre case editrici che si dicono libere pubblicano semplicemente (per far quadrare i conti, dicono) più merda di quanta se ne possa digerire, in cui fanno proliferare autori senza alcuno spessore, che pubblicano libri di cui nessuno ha bisogno non perché sono più bravi di altri, ma solo perché sono meglio intrallazzati, sempre al posto giusto al momento giusto, a dire la cosa giusta per essere simpatici. La letteratura è anche un lavoro relazionale, si sa. E così vanno in tv nei salotti giusti, fanno inchieste giornalistiche che non denunciano nulla, fanno satira insulsa, fanno politica ma si incazzano sempre senza arrivare mai a nulla, talvolta fanno utilissimi pompini, e cucinano e cantano e giocano a calcio, ma senza sfiorare mai (tranne rare eccezioni) la Letteratura, nemmeno per sbaglio. 
Eppure, in tutto questo sistema diabolico, che non è l’eccezione ma la norma, invece di incazzarsi per la merda nauseabonda che circola nelle nostre librerie, imbellettata da marchi prestigiosi, quello che rode di più è che Bob Dylan (anche se pubblicato da Feltrinelli) non fa letteratura, non fa musica e non fa nemmeno arte. E visto che non fa nemmeno pompini, non si sa come giustificare questo errore. Forse dovrebbe giocare a calcio. 
Parlando di errori, stamattina mi scriveva una mia amica sconsolata: “è morto Dario Fo, siamo più poveri”. E a me è venuto da pensare che sì, è vero, siamo poveri, ma Fo era anche anziano. Il problema, il problema vero, immenso, non è che si sente la sua assenza, ma che si sente l’assenza di un ricambio che non c'è stato, non perché manchino i talenti ma perché chi c’ha il Potere (come lo chiamava Fo) economico, editoriale, chi potrebbe dargli spazio, ampio, di azione e di pensiero, piuttosto che investire in quei giovani talenti, preferisce storcere il naso, guardare altrove, e non sempre al meglio o in buonafede. E ripetere a chi scalpita, come succede a me: “questo posto non va bene per te, col tuo talento forse dovresti andartene altrove”. Invertendo, di fatto, il celeberrimo: Questo non è un paese per vecchi, che Cormac McCarthy (anch’egli meritevole di Nobel) ha mutuato come titolo di un suo romanzo da una poesia di Yeats. (Sempre questa Poesia che torna fra le balle). E se qualcuno si lamenta del trattamento, al Potere piace ripetere che emergere, da sempre, è una lotta spietata. La lotta fra cani per l’osso.