Il caso letterario del giorno fra due amici che di sabato sera fanno discorsi noiosi. Io: Ma che Philip Roth lo pubblichi Adelphi invece di Einaudi di preciso cosa modifica nel nostro universo? Tanto per noi o che lo stampa uno o che lo stampa l'altro sempre davanti alle palle ce lo troveremo, e in tutte le librerie. E poi, va bene che è il colpaccio di Adelphi, ma a noi che non lavoriamo né per Adelphi né per Einuadi, fondamentalmente, che ci frega? Risposta del mio amico: A te non cambia nulla, a me rovina l'estetica dello scaffale che gli ho dedicato, vuoi mettere l'algila eleganza dei volumi Einuadi con pastelloni di Adelphi? Bleah!
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 16 marzo 2024
mercoledì 23 maggio 2018
senza infamia
Stamattina il mondo social che mi si è costruito intorni negli ultimi anni è diviso fra chi piange Roth, chi ricorda Falcone e chi beatamente non sa né del primo né del secondo. E, almeno per il primo, non è detto che sia poi una tale infamia.
giovedì 13 ottobre 2016
la lotta per l'osso
Mi fanno un po’ ridere quelli che si scandalizzano per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, e parlano di ingiustizia letteraria per il povero Philip Roth (che così povero secondo me non è). Sinceramente (ma lo dico come sfogo) se ci fosse una giustizia letteraria io, oggi, pubblicherei nella collana bianca di Einaudi. Così, per dirne una. E come me molti bravissimi scrittori che conosco. Invece Einaudi pubblica, da anni, molte più cagate in versi di quelle che ha composto Bob Dylan in 50 anni di canzonette. Ma non è solo Einaudi. Tante altre case editrici che si dicono libere pubblicano semplicemente (per far quadrare i conti, dicono) più merda di quanta se ne possa digerire, in cui fanno proliferare autori senza alcuno spessore, che pubblicano libri di cui nessuno ha bisogno non perché sono più bravi di altri, ma solo perché sono meglio intrallazzati, sempre al posto giusto al momento giusto, a dire la cosa giusta per essere simpatici. La letteratura è anche un lavoro relazionale, si sa. E così vanno in tv nei salotti giusti, fanno inchieste giornalistiche che non denunciano nulla, fanno satira insulsa, fanno politica ma si incazzano sempre senza arrivare mai a nulla, talvolta fanno utilissimi pompini, e cucinano e cantano e giocano a calcio, ma senza sfiorare mai (tranne rare eccezioni) la Letteratura, nemmeno per sbaglio.
Eppure, in tutto questo sistema diabolico, che non è l’eccezione ma la norma, invece di incazzarsi per la merda nauseabonda che circola nelle nostre librerie, imbellettata da marchi prestigiosi, quello che rode di più è che Bob Dylan (anche se pubblicato da Feltrinelli) non fa letteratura, non fa musica e non fa nemmeno arte. E visto che non fa nemmeno pompini, non si sa come giustificare questo errore. Forse dovrebbe giocare a calcio.
Parlando di errori, stamattina mi scriveva una mia amica sconsolata: “è morto Dario Fo, siamo più poveri”. E a me è venuto da pensare che sì, è vero, siamo poveri, ma Fo era anche anziano. Il problema, il problema vero, immenso, non è che si sente la sua assenza, ma che si sente l’assenza di un ricambio che non c'è stato, non perché manchino i talenti ma perché chi c’ha il Potere (come lo chiamava Fo) economico, editoriale, chi potrebbe dargli spazio, ampio, di azione e di pensiero, piuttosto che investire in quei giovani talenti, preferisce storcere il naso, guardare altrove, e non sempre al meglio o in buonafede. E ripetere a chi scalpita, come succede a me: “questo posto non va bene per te, col tuo talento forse dovresti andartene altrove”. Invertendo, di fatto, il celeberrimo: Questo non è un paese per vecchi, che Cormac McCarthy (anch’egli meritevole di Nobel) ha mutuato come titolo di un suo romanzo da una poesia di Yeats. (Sempre questa Poesia che torna fra le balle). E se qualcuno si lamenta del trattamento, al Potere piace ripetere che emergere, da sempre, è una lotta spietata. La lotta fra cani per l’osso.
giovedì 18 agosto 2016
fingere l'orgasmo intelligente
Stamattina ho cominciato a leggere Lamento di Portnoy di Philiph Roth. Al primo capitolo ho pensato che senza Roth forse non avremmo avuto un certo Woody Allen. Al secondo capitolo, invece, ho pensato che senza La coscienza di Zeno forse non avremmo avuto questo libro. Da bravo italiano con il senso di inferiorità tipico di tutti gli italiani in trasferta, dapprima mi sono chiesto: Possibile che Philiph Roth abbia letto Italo Svevo? Poi ho controllato, e in effetti Roth indica Svevo come suo modello. Ma guarda, mi sono detto ringalluzzito, quindi senza Svevo forse oggi non avremmo né un certo Philip Roth né, di conseguenza, un certo Woody Allen. E pensare che La coscienza di Zeno in molti forum di lettura passa – soprattutto fra i ragazzi, ma non è un libro per ventenni – come illeggibile, avvilente o sopravvalutato. Oppure peggio, è uno di quei libri che i più fanno finta di aver letto – perché si dovrebbe in qualche modo averlo letto per definirsi veri amanti della lettura – ma i più sono a tal punto annoiati dalla sua idea che – per non dispiacere la convenzione del piacere intelligente – preferiscono fingere l’orgasmo, prima ancora di aver cominciato.
giovedì 15 novembre 2012
giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza
“Non sempre giovinezza è verità” scriveva Vittorio Sereni in Stella Variabile, suo ultimo libro, memore della canzone che inneggiava alla guerra, all’azione mossa dall’istinto, dalla volontà di rinnovare. A questa affermazione si può contrapporre l’altra, terribile, di Philiph Roth: “Diventare vecchi è insopportabile e umiliante”, in Everyman.
Cos’è la giovinezza per Roth? Salute, vigore, desiderio. Di che si nutre? Rabbia, onestà, speranza, con una tale forza da negare l’utilità del sapere. Il sapere corrompe. Sapere non serve a vivere. Tutto viene azzerato dai giovani, sul piano delle possibilità, in virtù del loro anelito al godimento. A un vecchio, il cui corpo ormai è corrotto dal tempo, spezzato nella salute, umiliato nel sesso, tutto questo è negato, resta solo ciò che sa, o che sapeva, ciò a cui ha assistito. Un vecchio è un testimone ma, corruttore del mondo a sua volta, non ha nulla da insegnare.
In un suo pezzo su Repubblica, Marco Lodoli esprime riserve sulla possibilità che la cultura umanistica possa ancora offrire qualcosa ai giovani. Ma come si può negare che in una società edonistica com’è la nostra l’Uomo non sia più il centro dell’universo? Certo, si parla ormai di uomo con la minuscola, concetto meno eroico ma più vicino all’individuo, ai suoi bisogni, al suo controllo. Quella che viene meno, semmai, è una cultura della dignità dell’uomo, del poetico, del reale. La fame di poetico è fortissima, oggi come sempre, ma spesso lo si cerca in occasioni che escludono il reale, gli sfuggono con ansia. Perché?
Così, da una parte c’è chi rimprovera ai giovani una gravissima mancanza di attenzione per i problemi sociali, dall’altra li si spinge al disimpegno, connaturato all’idea di giovinezza, e in cui sono comunque colpevoli, perché non comprano abbastanza, deprimono il mercato, l’intera economia mondiale. I giovani sono carne da macello, l’età dell’oro una breve illusione.
Ci pensavo l’altra sera, guardando la registrazione di un vecchio concerto di Neil Young. Neil aveva venticinque anni e presentava dei nuovi pezzi che ora sono storia del rock, uno fra tutti Old Man, spietato confronto fra due generazioni che tanto ricorda Roth, dall’altra parte dello specchio. All’apice del suo talento, nel pieno della sua giovinezza, Neil Young era un artista inarrivabile, grandissimo e, per il principio che nulla è ripetibile neppure il talento, ascoltandolo viene quasi il rimpianto che non sia morto allora, mantenendo per sempre inalterato quel talento e la promessa di eternità e purezza insita nella sua musica.
Articolo uscito su Largo Belllavista n°64, novembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Kazuo Ohno in scena.
Cos’è la giovinezza per Roth? Salute, vigore, desiderio. Di che si nutre? Rabbia, onestà, speranza, con una tale forza da negare l’utilità del sapere. Il sapere corrompe. Sapere non serve a vivere. Tutto viene azzerato dai giovani, sul piano delle possibilità, in virtù del loro anelito al godimento. A un vecchio, il cui corpo ormai è corrotto dal tempo, spezzato nella salute, umiliato nel sesso, tutto questo è negato, resta solo ciò che sa, o che sapeva, ciò a cui ha assistito. Un vecchio è un testimone ma, corruttore del mondo a sua volta, non ha nulla da insegnare.
In un suo pezzo su Repubblica, Marco Lodoli esprime riserve sulla possibilità che la cultura umanistica possa ancora offrire qualcosa ai giovani. Ma come si può negare che in una società edonistica com’è la nostra l’Uomo non sia più il centro dell’universo? Certo, si parla ormai di uomo con la minuscola, concetto meno eroico ma più vicino all’individuo, ai suoi bisogni, al suo controllo. Quella che viene meno, semmai, è una cultura della dignità dell’uomo, del poetico, del reale. La fame di poetico è fortissima, oggi come sempre, ma spesso lo si cerca in occasioni che escludono il reale, gli sfuggono con ansia. Perché?
Così, da una parte c’è chi rimprovera ai giovani una gravissima mancanza di attenzione per i problemi sociali, dall’altra li si spinge al disimpegno, connaturato all’idea di giovinezza, e in cui sono comunque colpevoli, perché non comprano abbastanza, deprimono il mercato, l’intera economia mondiale. I giovani sono carne da macello, l’età dell’oro una breve illusione.
Ci pensavo l’altra sera, guardando la registrazione di un vecchio concerto di Neil Young. Neil aveva venticinque anni e presentava dei nuovi pezzi che ora sono storia del rock, uno fra tutti Old Man, spietato confronto fra due generazioni che tanto ricorda Roth, dall’altra parte dello specchio. All’apice del suo talento, nel pieno della sua giovinezza, Neil Young era un artista inarrivabile, grandissimo e, per il principio che nulla è ripetibile neppure il talento, ascoltandolo viene quasi il rimpianto che non sia morto allora, mantenendo per sempre inalterato quel talento e la promessa di eternità e purezza insita nella sua musica.
Articolo uscito su Largo Belllavista n°64, novembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Kazuo Ohno in scena.
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