Ieri
leggevo un’inchiesta pubblicata sul Sole 24ore: la natalità degli
italiani è al suo minimo storico, in compenso siamo il primo paese
europeo per arrivo di immigrati. Allo stesso tempo siamo uno dei paesi
più ignoranti della propria cultura, ce ne gloriamo senza sapere perché.
A rincarare la dose, un’altra inchiesta uscita in contemporanea – l’ho
letta su Repubblica, ma l’hanno condivisa in tanti – dice che quest’anno
rispetto al 2023 ci sono 900.000 lettori in meno, o per
povertà o per estinzione. Tutto questo mi rattrista enormemente. Hai
voglia a seguire le panzane allarmistiche del governo sulla
regolamentazione degli immigrati, ma se tutto questo non è accompagnato
da una adeguata politica culturale, io penso solo che non si può
arrestare un flusso naturale di persone giovani e vitali in un paese
vecchio e prossimo al suo collasso. Forse altrove si chiederebbe a
queste persone di imparare la nostra lingua e la nostra storia per
preservarle insieme alla loro. Ma io ho amici insegnanti che mi
raccontato di classi con stranieri abbandonati a se stessi
nell’incapacità di comunicare. Molto presto la nostra lingua, che è
nulla più di un dialetto su scala globale, per quanto nobile sia, priva
com’è di cura da parte dei suoi stessi parlanti, sarà completamente
abbandonata e dimenticata senza troppi patemi. Io la vedo come la mia
sconfitta, come la prova ultima che il meglio che ho da offrire a questo
mio paese in termini di linguaggio, di poesia e letteratura non solo
non è capito né gradito, ma è perfettamente inutile e presto diventerà
incomprensibile come il latino e il greco. Una lingua morta.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
sabato 7 dicembre 2024
lingua morta
giovedì 25 luglio 2024
io non conosco nessuno
Ieri, dopo la presentazione, si parlava con Ezio Sinigaglia di alcuni scrittori. Io continuavo a chiedergli, lo conosci quello? La conosci quella? Ezio mi ha risposto con una franchezza disarmante: Io non conosco nessuno. E non era falsa modestia, bastano cinque minuti con Ezio per accorgersene, gli manca proprio quel tipo di appetito. L'ho presa come ulteriore riprova della sua grandezza. Voglio dire, non stiamo parlando di un esordiente, ma di uno scrittore riconosciuto che è arrivato in finale anche a grossi premi. Eppure non conosce nessuno. Fa la sua vita molto ritirata fra Milano e la Sardegna. Scrive. Traduce. Accudisce il suo zoo. Che è il suo modo di fare letteratura. Dalla parte opposta, ci sono scrittori che conoscono e mettono in rete così tante persone che alla fine l'unico vero capolavoro che hanno scritto è il loro indirizzario. E quello è un altro modo di fare letteratura. In mezzo ci sono quelli che ondeggiano fra i due poli, come me, e vivono di continuo nel dubbio che stiamo sbagliando qualcosa.
venerdì 29 marzo 2024
sogno della valigia
Nel sogno devo partire per il prossimo viaggio e per questo tutti i miei amici vengono a trovarmi a casa per salutarmi. Le sedie non bastano per tutti, così le cedo a loro e resto seduto per terra, a gambe incrociate, accanto alla mia valigia che è talmente grande e appariscente da sembrarmi volgare. Parlo con tutti con piacere sincero e dedico a ciascuno un sorriso, persino a chi mi rinfaccia di trovarmi eccessivamente dimagrito e stanco provando a passarmi un piatto di minestra. Soltanto dopo, quando arriva l’ora di andare mi accorgo che le mie gambe non si muovono, si sono addormentate. Così i miei amici che sembrano già sapere tutto mi aiutano. Aprono la valigia, che è vuota, mi prendono con cura per non farmi male e mi depositano al suo interno, accomodandomi gambe e braccia e richiudendola con la sicura. A questo punto non vedo più nulla, sento le scosse e i rumori del trasporto mentre vengo accompagnato verso non so dove, e mi rendo finalmente conto che se è vero che dovevo partire non conoscevo ancora la meta. Sono lucido nella valigia e questo mi spaventa. Sospetto addirittura di essere morto. E se la morte fosse questa perenne vigilanza anche dopo che ti hanno rinchiuso al buio, sarebbe orribile. Per fortuna si sentono molti rumori di strada e questo mi fa compagnia. Ma la valigia viene riaperta e mi ritrovo in una nuova stanza piena di gente che non conosco, seduta o in piedi, che parlotta distratta di fronte a me. Qualcuno mi tira fuori dalla valigia e poiché non ho più forza negli arti, che ricadono giù come se fossero disarticolati, come se io stesso fossi ormai trasformato in un burattino, mi depositano per terra, con le spalle appoggiate contro la valigia, e mi richiedono di descrivere la mia storia e parlare di come sono arrivato fin lì. Io lo faccio al meglio che posso, o perlomeno ci provo, ma la gente non mi ascolta, eppure ogni volta che ho finito qualcuno dal pubblico si volta a guardarmi e mi chiede: Scusa, non abbiamo capito, puoi ripetere? E a me, anche se sono intimidito, per una sorta di meccanismo interno o forse soltanto perché non mi sento pronto a tornare nella valigia, prende la voglia di fare meglio e ricomincio a raccontare da capo.
martedì 26 marzo 2024
quando sarai libro
"Quando sarai libro" mi scrive un amico per un lapsus. Intendeva "libero", ma essere libro, diventarlo, potrebbe significare anche una certa forma di libertà. Questo pensavo ieri, finché mio cugino non mi ha chiesto di scrivere un libro della sua vita, quello che sognano di fare tutti e che ormai non puoi più negare a nessuno perché gli unici libri di narrativa che vanno sono quelli di autofiction. Se non hai raccontato i fatti tuoi in un libro allora non sei nessuno come narratore, non ti vuole nessuno. Mi diverte perché questa è la cosa che più spesso si rimprovera alla poesia, di essere diventata eccessivamente autoreferenziale. Il romanzo vende qualcosa di più ma non si stacca dall'adagio comune che per "essere libro" bisogna prima di tutto essere libro aperto, e calarsi le mutande con stile. Solo lo stile fa la differenza. Poi qualcuno che sbircia dal buco della serratura lo trovi sempre.
sabato 23 marzo 2024
post strega
Stamattina volevo scrivere un post sul Premio Strega Poesia. Questo perché una ragazza mi ha scritto di aver letto uno dei libri proposti e avendolo trovato brutto e insignificante non si capacitava della cosa, com’è possibile che un libro così brutto sia finito allo Strega? Mi piaceva l’idea di spiegarglielo per bene, perché non pensasse che anche gli altri libri potessero essere altrettanto brutti e insignificanti, alimentando un’idea fin troppo diffusa che non ci sono più buoni libri di poesia in Italia, cosa ASSOLUTAMENTE NON VERA anche se i primi detrattori del genere sono proprio i poeti che comprano poco, leggono meno ma parlano male di tutti; poi mi è passata la voglia di giustificare meccanismi che nemmeno io capisco, né approvo, non il premio in sé che è un premio come tutti gli altri per quanto imbellettato, ma più vicino alla patacca che al prezioso, ma proprio per come viene fatto, con una serie di difetti alla base che non sto a elencare perché tanto è inutile, nel mondo della poesia tutti sanno tutto ma fanno finta di niente come la folla che applaude il re nudo, poi ogni tanto qualcuno dice qualcosa di un poco scomodo e tutti esultano “oh finalmente qualcuno lo ha detto!”, e tu mio caro esultante non lo sapevi già che avevi bisogno di qualcuno che facesse la voce per te? Quindi preso dallo sconforto, tanto più che ero in fila in farmacia, le ho detto per sommi capi la verità, che per me il Premio Strega Poesia è un premio di serie B al punto che non ha nemmeno amici della domenica bensì editori della domenica che presentano i libri al ribasso, tanto per dire che ci siamo, e l’ho chiusa lì con un lieve senso di colpa perché le cose andrebbero spiegate meglio di come ho fatto io, altrimenti diventano lamentazioni e giudizi sommari, ovvero “chiacchiere e distintivi” da poeti della domenica come ce ne sono anche troppi in giro.
sabato 16 marzo 2024
caso
Il caso letterario del giorno fra due amici che di sabato sera fanno discorsi noiosi. Io: Ma che Philip Roth lo pubblichi Adelphi invece di Einaudi di preciso cosa modifica nel nostro universo? Tanto per noi o che lo stampa uno o che lo stampa l'altro sempre davanti alle palle ce lo troveremo, e in tutte le librerie. E poi, va bene che è il colpaccio di Adelphi, ma a noi che non lavoriamo né per Adelphi né per Einuadi, fondamentalmente, che ci frega? Risposta del mio amico: A te non cambia nulla, a me rovina l'estetica dello scaffale che gli ho dedicato, vuoi mettere l'algila eleganza dei volumi Einuadi con pastelloni di Adelphi? Bleah!
domenica 10 marzo 2024
l'ultimo uscito
Ci pensavo ieri, dopo un post in cui parlavo del regista Antonio Pietrangeli. Quasi nessuno fra quelli hanno letto il post conosceva il regista. Ho pensato che nel cinema funziona esattamente all’opposto che in letteratura, dove si conoscono e leggono più facilmente autori e opere di sessant’anni fa che non i contemporanei. Nel cinema spesso si conosce l’ultimo uscito, ma non è detto che si sia mai visto un classico.
mercoledì 21 febbraio 2024
merdacce
Poco fa sono usciti i finalisti di un premio di poesia. Come quasi ogni anno da più o meno dieci anni che esiste quel premio ho partecipato con alcuni titoli della casa editrice e come ogni anno nessuno ha passato la prima selezione. Mi pare ovvio che se per dieci anni nemmeno uno dei vari titoli proposti da vari autori passa le finali non è colpa degli autori ma mia, come editore, perché quella che non piace è evidentemente la mia linea editoriale. Fosse solo questo andrebbe anche bene, magari devo solo ripensare qualcosa, ma se cominci a sommare tutti i premi dove non passi, i giornali o le rassegne che non ti cacano nemmeno di striscio, la gente che non ti paga, tutto ciò che non riesci a dare o perché non ci arrivi col fisico o perché non ce la fai con lo spirito, oltre al fatto che stando dall’altra parte della barricata ciò che altri immaginano soltanto del maleodorante mondo della letteratura io lo vedo coi miei occhi, tutto questo mi toglie ogni entusiasmo e ogni voglia di esserci e di fare. Certi giorni mi manca il passato, quando ero un semplice autore che non sapeva nulla di tutto questo e si faceva bastare di scrivere qualcosa di buono per essere contento di sé. Diventare editore in questo senso è stato il più grosso errore della mia vita, e non perché non mi piaccia fare libri, ma perché fare libri non basta a farmi passare il disgusto per tutto il resto che c'è dietro, tutti che si smerdano addosso e intanto spingono per entrare. Io li osservo e mi chiedo come fanno a non sentirsi stanchi. Prima ho mandato un messaggio ai miei autori per dire che col premio era andata male. Come i tre porcellini delle fiabe, mi hanno risposto uno dietro l’altro. Il primo ha detto: Mafia. Il secondo ha detto: Pace. Il terzo ha detto: Antonio mi raccomando non ti arrendere, tu sei speciale. Sarà. Ma io più che speciale mi sento uno molto normale in un mondo di merdacce.
mercoledì 17 gennaio 2024
la geografia silvestre
Sto leggendo in questi giorni FUOCO E GHIACCIO di Robert Frost nella traduzione di Silvia Bre (Adelphi, 2022), che è oggettivamente un’opera bellissima, oltre a essermi cara per motivi del tutto personali. La leggo, però, e considerato come sia stata una delle uscite più osannate degli ultimi due anni, continuo a chiedermi come ha fatto un librone di versi (550 pagine) completamente dedicato al rapporto con la natura e alla vita in bosco intesa come metafora esistenziale a piacere così tanto in un Paese come il nostro dove questo particolare genere lirico, che un tempo aveva una tradizione ed è ancora assai praticato all’estero, oggi manca quasi del tutto. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma io perlomeno, in dieci anni e passa che faccio l’editore, avrò incontrato sì e no una decina di autori che esplorano le stesse tematiche puramente ambientali, dove per ambiente si intende il bosco, o la montagna. Qualcuno parla ancora di mare, ma è come se la geografia silvestre o rurale dell’Italia interna fosse stata del tutto rimossa dal nostro immaginario o dalla nostra vena poetica. Vedere adesso tutti questi poeti commossi per i paesaggi naturali americani espressi da Frost mi fa un po’ strano. Poi certo, il potere della letteratura è anche questo, di farti sognare luoghi in cui normalmente non andresti mai.
lunedì 18 dicembre 2023
il minchiamorta
Un amico che sa quanto amo questi pezzi di colore, mi ha appena segnalato un gustoso post di Antonio D’Orrico in cui D’Orrico prende a prestito la stroncatura di una sua amica all’ultimo libro di Trevi e lei, parlando dell’irresolutezza irritante dell’autore/personaggio Trevi nel romanzo, lo definisce, con un termine inelegante e credo desunto dal siciliano, un “minchiamorta”. Qui, confesso, ho cominciato a perdermi, perché io sono di formazione un postnovecentesco e quindi stando alla descrizione della ragazza Trevi l’avrei definivano semplicemente “inetto”. “Minchiamorta” però, è vero, è più colorito e D’Orrico prende a prestito la definizione per dire che ci sono in giro altri autori “minchiamorta” e così cita molti romani (quelli che sbavano sullo Strega), torinesi (quelli che sbavano per Einaudi, ad es. Paolo Giordano) e milanesi (quelli che sbavano su tutto il resto, ad es. Paolo Cognetti). E qui ho fatto ancora più confusione, perché non ho capito se D’Orrico usa la parola “minchiamorta” per definire quegli autori stanziali che gravitano parassitariamente intorno ai luoghi di potere editoriale, oppure quelli che a tali luoghi fanno il piedino in maniera finto disinteressata, come se fosse la versione maschile di “gattamorta”. Già quest’ultima definizione, però, non c’entra nulla con la stroncatura a Trevi. Insomma, detta così, se vivi fra Roma e Torino e sei uno scrittore di successo sei condannato di default a essere una “minchiamorta”, o mi sbaglio? Non ne parliamo se nel frattempo hai pure vinto lo Strega! Ma di “minchiamorta”, aggiunge D’Orrico, ce ne sono tante anche in provincia, mica solo in città, vedi ad esempio Franco Arminio… E qui però io mi sono perso definitivamente sul significato autentico della parola, perché che io sappia Arminio si lamenta tanto ma sta sempre in giro, come una trottola lanciata, il suo mi sembra il Neverending tour di Bob Dylan, altro che irresoluto! Ma anche Cognetti, gli puoi dire tante cose sui suoi libri, ma è uno che fa le escursioni in alta montagna, è stato in Tibet come Brad Pitt, e si beve da solo una bottiglia di whisky per fare a gara col fantasma di Hemingway! Io che a malapena esco di casa la domenica sono certo più “minchiamorta” di loro. Eppure, mi dico, visto che sto molto lontano dal potere editoriale, ignorato dallo stesso potere come l’ultimo scartino, potrei anche definirmi un “minchiaviva”, che ne so, o un “minchiatanta” per citare Frank Zappa. Ma poi, mi chiedo, e se fosse una donna l’oggetto del contendere, si può dire che quella scrittrice è una “minchiaviva” pure lei? O suona maschilista e inelegante? E se ci mettiamo la schwa? Insomma, cari amici siciliani, me la sapete dare voi una spiegazione? Che caspita significa “minchiamorta” in letteratura?
venerdì 8 dicembre 2023
ricordiamo ai nostri amici scrittori
Il Presidente porge il saluto, legge alcuni telegrammi, ricorda il convegno sui rapporti tra Letteratura e Cinema, tenuto anni fa dagli scrittori per risolvere la crisi del film. Applausi di riconoscenza. Poi si leva a parlare un produttore, tale Masacciuccoli. Uomo enorme, cordiale e vivace. Comincia col dire che la crisi del libro è innegabilmente grave, ma non disperata, e che lascia ad altri discuterne gli aspetti tecnici, egli si limita a considerare che l’industria libraria è in crisi «perché non sa approfondire i suoi successi».
Gli chiedono che cosa intende dire e allora passa a fare un esempio: un mese fa, costretto al riposo per una slogatura alla caviglia, ha letto un libro. «Sissignori,» precisa subito al moto di sgomento della platea «ho letto un libro e ve ne posso dire anche il titolo: I Promessi Sposi». Il pubblico applaude e Masacciuccoli aggiunge: «Vedete dunque che non sto inventando». Poi si diffonde in una disanima del libro, con elogi all’autore che, a suo giudizio, dimostra di possedere molto talento. Egli sarebbe lieto di conoscere questo Manzoni e di potergli stringere la mano. Qualcuno, dal fondo della platea grida: «È morto!», ma l’oratore sta allo scherzo, sorride e continua: «Vorrei stringergli la mano, ma anche domandargli perché non ha approfondito il successo, che mi dicono enorme, del suo libro. Questo solo vorrei domandargli. E sapete perché?».
La platea tace aspetta. Masacciuccoli prosegue: «Perché io, signori, dopo aver letto questo libro, sono entrato in una libreria (mormorii) e ho chiesto a libraio: “Mi dia il seguito”. Bene, che credete che abbia fatto il libraio? Mi ha forse dato il seguito? No, mi ha detto che il romanzo non ha seguito. Gli ho chiesto perché. Mi ha risposto: “Lo chieda al Manzoni”».
Masacciuccoli tace, fissa il soffitto e prosegue sornione: «Dunque, ditemi voi, si scrive un libro, lo si stampa, ci si accorge che incontra, che piace, che ha successo, e tutto finisce qui? Ma questo è suicidio… Io non mi meraviglio più della crisi del libro, la trovo anzi sacrosanta. Sono infatti sicuro che di tanti altri libri, se li avessi letti, ora chiederei invano il seguito a libraio. Sono sicuro che migliaia e migliaia di libri dormono ancora sui loro primi allori, improducenti, inattivi, chiusi e senza seguito».
Masacciuccoli sembra calmo; di colpo batte un pugno sul tavolo, e grida: «Ma che cosa abbiamo fatto noi quando la crisi del film ci dilaniava? Non abbiamo forse fatto il seguito ai nostri film di successo per dieci, venti, cento volte?».
Qui è scoppiato un applauso. Masacciuccoli l’ha lasciato sfogare e ha aggiunto: «In qualche caso abbiamo persino esagerato». (Voci: «No! No!»). «Sì, abbiamo esagerato, ma bisognava salvare il principio della ripetizione e dell’approfondimento».
Altri applausi, Masaciuccoli è calmo, vuol stravincere. Dice: «Torniamo ai nostri Promessi Sposi. Io dico al libraio: “Dunque niente seguito?”. E libraio mi guarda e dice: “No, niente seguito”. Sembrava anche sorpreso che insistessi. “Cosicché” dico io “abbiamo magnifici personaggi uno più bello dell’altro e niente seguito? Abbiamo le indimenticabili figure del prepotente, di… Don Rodriguez, abbiamo il prete, il frate, il cardinale, l’Innominabile e la monaca; e niente seguito? Ma se solo sulla monaca, io, se avessi tempo, scriverei un libro e voi mi dite: niente seguito?”».
Altri applausi. Masaciuccoli allarga le braccia e conclude commosso. «Non insisto. Ricordiamo però ai nostri amici scrittori che non basta il successo singolo, magico fiore nel deserto, bisogna sempre approfondire le idee e fare del deserto un giardino; un giardino di speranza».
Si scatena un diluvio di applausi.
ENNIO FLAIANO, 1957, da La solitudine del satiro (Adelphi, 1996)
lunedì 4 dicembre 2023
vanità
Faccio peccato di vanità, certe volte penso di essere troppo colto per fare l'editore, che se lo fossi un pochino di meno vivrei meglio, senza tutte le mie fisime sulla letteratura che ha due facce: come forma d'arte raffinatissima di cui mi sento in parte responsabile, e come sistema di mercato basato sul vuoto (anche morale) di chi scrive e vende che ripudio, e lo dico nonostante io non sia proprio nessuno sul carrozzone della festa dove tutti hanno diritto a essere scrittori per un giorno e vivere il loro quarto d'ora di celebrità. Prima riuscivo anche a interessarmi al fenomeno, adesso mi manca proprio lo spirito (lo stomaco) e me ne tengo a debita distanza con, lo riconosco, eccessivo snobismo che non fa sempre bene ai libri. Ma dovunque vado mi accorgo che quelli che si fanno meno problemi di me vivono meglio e vendono di più, forse perché il loro è il sorriso sincero di chi non ci ha capito nulla e si è arreso, e proprio per questo è felice.
martedì 21 novembre 2023
i sogni degli altri
“Einaudi – scrive Pavese a Lalla Romano l’11 marzo 1948 – è irremovibile sulle poesie”. Ecco che Lalla Romano, pittrice quarantacinquenne in cui la passione per la pittura si è raffreddata a contatto con la mondanità di quel mondo, propone a Einaudi per aggirare la sua avversione per le poesie un suo libro di “poesie non in versi” e, con ancora più audacia, un libro in cui si raccontano dei sogni. A chi interessano i sogni degli altri? Ma i sogni sono soltanto un pretesto per la scrittura che vive sempre in se stessa. Il libro, ironico e delicato, comincia così: “La solitudine dell’adolescente è raffigurata nelle civiltà arcaiche come un soggiorno nel paese dei morti”. E anche per questo, credo, piace moltissimo a Pavese e persino a Vittorini che lo fa uscire come primo numero della sua collana I gettoni (la stessa in cui debutteranno poi Fenoglio e Sciascia con due libri di racconti), ma viene meno apprezzato dagli altri, e Le metamorfosi non ha successo perché non viene capito, viene preso come un divertissement invece che un’opera a suo modo innovativa per stile e significato. A tal punto originale che fu un unicum anche nella produzione della stessa Romano. Io personalmente ho sempre pensato che il libro, una raccolta di racconti surreali brevissimi, abbia in qualche modo influenzato la Centuria di Manganelli, che ne replica la misura e il respiro oltre che lo spirito. Dopo di loro l’unico altro che mi viene in mente ad aver realizzato un’opera simile è il tardo Tiziano Rossi (in particolare quello di Spigoli del sonno), quando il poeta trova una sua seconda e vigorosa giovinezza, a settant’anni suonati, e abbandona il verso per cimentarsi coi suoi stralunati quadretti in prosa. Io almeno ci sono arrivato seguendo questo percorso a ritroso, da Rossi a Manganelli e da Manganelli a Romano per ritrovarmi qui, alla stessa età in cui la Romano abbandonava la pittura per la poesia e la poesia per la prosa, a fare gli stessi sogni che faceva lei mentre era alla ricerca di una nuova direzione, ma non nella speranza che fossero quelli a mostrarle dove stava andando, quanto come testimonianza che nella sua visione della vita tutto, persino quel groviglio di immagini, aveva senso. Perché anche se non si avverano così come li hai immaginati durante il sonno e se dopo non hanno nulla da insegnarti e da insegnare, perché i sogni hanno questa meravigliosa libertà di essere amorali, nell’attimo stesso in cui li racconti, i sogni esistono, con o senza di te. Quelli con le zampe più forti ti lasciano indietro.
domenica 5 novembre 2023
rimbaud in africa
Come tutta la sua vita da poeta è particolarmente avvincente, è sorprendente e a suo modo ironica, o ridicola, la vicenda africana di Rimbaud, che potrebbe tranquillamente finire – com’è in effetti successo, credo – come avventuriero senza scrupoli in una storia di Corto Maltese. Rimbaud arriva ad Aden in puro stile caravaggesco: a Cipro ha ucciso un uomo per futili motivi, un povero operaio con cui aveva avuto una lite e accecato dalla rabbia gli ha spaccato la testa con una pietra, quindi scappa per evitare il carcere. Riparato lì si impiega in una ditta di commercio con l’idea di fermarsi un po’ di tempo, ma non certo 11 anni. Viene considerato un impiegato modello, affidabile e intelligente, eppure nelle lettere alla madre ultracattolica (da cui era scappato da ragazzo) non fa che lamentarsi di tutto e tutti, del clima, dei colleghi, dei capi, le chiede soldi per avviare assurdi progetti che in breve tempo lo faranno diventare ricco, così potrà presto sposarsi, far figli e formare una vera famiglia, non come suo fratello che conduce vita dissipata e di cui non perde occasione per parlar male: in queste lettere assomiglia, insomma, a un personaggio di Alberto Sordi. Tanto la sogna la famiglia che alla prima occasione molla la compagnia in cui è impiegato e si mette in commerci lucrosi come mercante d’armi con gli eserciti africani che preparano varie guerriglie. Lo fregano tutti, ma in questo modo ha l’occasione di essere uno dei primi europei a entrare in territori africani inesplorati, descritti in un paio di guide che non c’entrano nulla con la poesia ma favoriscono la geografia. Anche qui le opinioni su di lui divergono comicamente: per il consolato italiano è un pericoloso agente segreto francese e allo stesso tempo un efferato mercante di schiavi; per i mercanti inglesi è un imbroglione insolente e bugiardo, molesto e senza scrupoli: a un certo punto viene rimproverato perché sta provando a smerciare con insistenza un lotto di block notes che nessuno vuole, perché lo sanno tutti che gli africani sono analfabeti; per i francesi è ufficialmente un disertore (era arrivato a Cipro proprio per evitare il servizio di leva) e un voltagabbana la cui parola vale poco o nulla, salvo che probabilmente lavorava davvero come spia e agente segreto. L’unico punto su cui convergono tutti è quando lo descrivono come un tirchio della peggior specie, uno che non mangia e non si lava per risparmiare, non va nemmeno a puttane o nei casinò per non buttar soldi, ha un solo vestito che usa con qualsiasi clima, quando può dorme per strada per non pagare una camera, e non perde occasione di litigare per ricontrattare a suo vantaggio i compensi pattuiti. Il denaro, il desiderio di farlo e la paura di perderlo lo ossessionano per tutti i suoi anni africani. E proprio per questo, non fidandosi assolutamente di nessuno, porta legata addosso una cintura piena d’oro da cui non si separa mai, tutta la sua ricchezza che non usa, preferendo fare vita da pezzente, e qui siamo dalle parti di Molière: la cintura, infatti, pesa una decina di chili. Portarsi dieci chili d’oro addosso ogni singolo giorno per più di dieci anni in Africa. Ve lo immaginate? Allo stesso tempo questo ex poeta così ridicolo, malinconico, amareggiato e pieno di lamentele e di rimpianti, è anche, realmente, un avventuriero senza paura. Quando si ammala alla gamba, malattia che lo porterà presto alla morte, costruisce una lettiga su cui si lascia cadere e ingaggia quattro portantini neri per trasportarlo, con un dolore lancinante al ginocchio che non lo abbandona mai, per 300 km attraverso il deserto fino al porto più vicino da cui salpare per la Francia. Durante la traversata uno dei portantini esausto inciampa e lo fanno cadere per terra. Rimbaud, nonostante abbia la gamba già quasi in cancrena, la usa come scusa per trattenere una parte dei soldi dal compenso promesso.
giovedì 2 novembre 2023
cinema e letteratura
Non credevo alla crisi del cinema, comincio a crederci da qualche giorno: da quando hanno «indetto» un convegno sui rapporti tra Cinema e Letteratura. In genere, da noi – non rivelo un segreto – un convegno a cui partecipano i letterati è già il segno della fine. Non saprei dire il perché: forse per la pigrizia che spinge i letterati a occuparsi delle questioni letterariamente. Un convegno sui rapporti tra i Buoi e la Letteratura si fa di solito quando i buoi sono scappati. A questo convegno sul Cinema hanno partecipato vari e ottimi scrittori, un solo produttore, qualche personaggio ufficiale. Si è molto discusso sul sesso degli angeli. Qualcuno ha anche parlato sui rapporti tra Letteratura e Fisco. I produttori sono stati generalmente incolpati di essere avidi e faciloni: e questo è talmente noto che non c’era bisogno di riunirsi per scoprirlo. Il produttore – per quanto strano possa sembrare – è un tale che mira a far soldi. Incredibile. Qualche volta ha provato a sue spese che le idee nobili non vanno, il pubblico preferisce le idee ignobili, ci si sente più a suo agio. Il produttore è quasi sempre lo specchio del pubblico.
lunedì 7 agosto 2023
società
Su una bacheca leggevo della società letteraria, di cui si dibatteva se esiste o no. Secondo me sì, ed è come l'ancien régime francese, cioè tutti la odiano perché è ingiusta ed è basata su un sistema che non funziona causando sperperi inimmaginabili e viscide corti di adulatori o vere e proprie bande, ma nessuno la vuole abbattere sul serio, anche se ne parlano male, perché in fondo al cuore sperano un giorno di entrarci per godere degli stessi privilegi dei pochi incoronati. Così, per passare il tempo, si parla di rivoluzione, ma rimandandola ogni volta a domani. Io stesso lo scrivo qui e non sotto la bacheca suddetta perché non facendo parte di quella particolare corte probabilmente non sarei considerato degno di risposta.
mercoledì 26 luglio 2023
qualunquismo
Va detto che buona parte dei piccoli festival letterari che si vedono in giro (e a cui il più delle volte mi rifiuto di partecipare) denunciano in primo luogo il qualunquismo di chi li organizza. Gente che illudendosi di fare il bene opera in nome del Nulla e della Vanità, aiutando a diffonderli meglio come vivo esempio di pensiero vincente.
lunedì 12 giugno 2023
sui premi
Sui premi letterari, oggi mi sono svegliato pensando a San Paolo: Tutto è puro per i puri e tutto è marcio agli occhi di chi fondamentalmente è marcio, ma per ciò che ho visto i veri puri non li vincono mai, se non i premi alla carriera o quelli postumi.
sabato 4 marzo 2023
lavanderia a gettoni
Non potendosi permettere di meglio, mio cugino Berto ha preso un monolocale in cui è andato a vivere con la sua compagna e la loro bambina, infilandosi senza troppi rimpianti in una nuova vita, tutta lavoro e famiglia che lo stordisce e lo riempie di una leggera euforia alla quale non sa abituarsi, ma nemmeno rinunciare. Ne esce ogni tanto di sera, quando va a fare il bucato nella lavanderia a gettoni lì vicino, rifugiandosi nel confortevole frastuono delle lavatrici che lo isola dai rumori del mondo. Ci va sempre da solo, dopo cena, quando dalle finestre arriva attutito il ronzio delle tv accese e c’è meno possibilità di incontrare qualcuno con cui fermarsi a parlare. Carica i panni nel cestello, e mentre aspetta che il lavaggio finisca si mette in un angolo illuminato dal neon, tira fuori dalla memoria uno dei libri ingialliti lasciati nella casa dei suoi, e ne legge lentamente qualche pagina, pochi versi, che riassapora come se fosse la prima volta.