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martedì 11 febbraio 2025

note e anteprime

Io poi mi chiedo quand’è stato il momento che abbiamo trasformato le note di lettura in anteprime editoriali dove tutto lo sforzo redazionale è copia-incollare qualche testo dal libro e dire eccoci qua. Che poi non parlo nemmeno di fare una recensione critica con tutti i crismi, che fra l’altro ormai, così come nessuno la scrive, nessuno la legge, o meglio ancora, spesso chi scrive non è capace a leggerla, gli mancano i mezzi. Ma mettere almeno in calce un commento, una frase, un giudizio. “Questo mi è piaciuto perché” oppure no, non sposta il mondo, ma un po’ di differenza secondo me la fa, come quella volta che un ragazzo mi disse “Mo, a leggere quel libro mi sono cacato sotto”, non vale più di tutte le anteprime editoriali?

martedì 2 luglio 2024

venire a patti col vuoto

Senza una vera ragione, da ieri continuo a pensare a Ernst Lubitsch. Lotte H. Eisner, massima autorità critica del cinema tedesco del 900, lo trovava sgradevole come uomo, sopravvalutato come regista e insignificante come artista. Non salvava dalla gogna neppure capolavori come “Ninotchka” o “Vogliamo vivere”, eppure non era certo una stupida, anzi. Billy Wilder invece lo indicava come suo maestro assoluto, al punto da avere la massima «How would Lubitsch do it?» appesa sul muro dell’ufficio. Eppure la maggior parte del pubblico oggi lo ignora, se non attraverso i mille remake dei suoi film, nessuno dei quali all’altezza degli originali. Straordinario, penso, come per quanto ti possa sforzare di esprimerti al tuo meglio non ci sarà mai unanimità sul tuo lavoro e passerai la vita cercando di arrivare al pubblico, nella speranza che ti capiscano, senza per questo riuscire a raggiungerli tutti. Venire a patti col vuoto.

venerdì 8 marzo 2024

meno di nulla

Non l'ho letto ma a una prima occhiata dell'indice questo libro pubblicato nel 2023 (che pure ha intuizioni interessanti come dedicare un capitolo al confronto di due autori romani come Zeichen e Bordini) mi dice che nella poesia del Novecento i meridionali hanno contato meno di un cazzo di nulla. Infatti rispetto ai pur pochi che aveva messo Mengaldo nella sua antologia, qui Berardinelli li elimina tutti, o meglio non li ha mai considerati (visto che mi pare di capire che il lavoro prende spunto da una serie di saggi). È vero che ne mancano tanti all'appello, ad esempio Magrelli o un qualsiasi dialettale, ed è vero che la storia poetica italiana (che è pure storia di potere editoriale) l'hanno fatta gli altri. Però in tutto il 900 nemmeno un nome nato a sud di Roma con esempio di tutto ciò che il nostro Meridione si porta dietro in termini di differenze e specificità culturali sociali e linguistiche, è come affermare che in Italia tutto è paese, tutto uguale, tutto omologato, e non è vero. Non lo è stato nell'intero 900 e non lo è nemmeno adesso.

martedì 9 gennaio 2024

farsi le seghe

 Dopo il post di ieri sul “pubblico della poesia” un amico mi scrive, sfottendomi: ma perché fai questi post in cui parti con un pensiero e poi giri a vuoto? A che servono? Non è un po’ come farsi le seghe? – Sì, assolutamente sì, gli rispondo. Il problema è che io sono meridionale, e i meridionali sono barocchi nel profondo e sono pregni di morte (Sciascia), e si fanno un sacco di seghe in barba alla morte, bellissime seghe barocche. Non è un caso che molti filosofi italiani abbiano origini meridionali. – Aggiungo però una cosa. Stanno tutti sempre a lamentarsi che manca la critica letteraria. Io non sono un critico così come non sono un filosofo, però un pensiero disinteressato sul mondo editoriale, con tutti i miei limiti, provo a costruirmelo. Invece mi pare, e non vale solo per me, che ciò che uno scrive, se è non indirizzato alla nota di lettura o recensione spicciola del singolo volume, venga spesso inteso come perdita di tempo, una sega mentale. Insomma, delle volte ho la sensazione che quando ci si lamenta della mancanza di critica letteraria, ciò che interessa non è tanto la critica letteraria in sé, ma la critica letteraria “a me”, non un pensiero su quanto ci sta accadendo intorno e ci coinvolge tutti, volenti o no, ma solo uno che si prende la briga di leggere il tuo libro ed emette un giudizio di valore su quello, meglio se col bollino blu, così possiamo condividerlo sui social e aggiungerlo in cartella stampa. Che è, mi permetto, un’altra forma di masturbazione, assai poco meridionale perché senza fantasia. Così, già se uno mette il tuo libro con altri libri generalizzandolo nel mucchio fa peccato, ma ancora peggio, se lo accantona proprio per fare un pensiero un pochino più alto che non entra nel merito specifico della recensione, ponendosi domande assai poco pratiche e senza risposta, sta già pisciando fuori dal vaso o, per alcuni, ha già ripreso a farsi le seghe.

lunedì 18 dicembre 2023

il minchiamorta

 Un amico che sa quanto amo questi pezzi di colore, mi ha appena segnalato un gustoso post di Antonio D’Orrico in cui D’Orrico prende a prestito la stroncatura di una sua amica all’ultimo libro di Trevi e lei, parlando dell’irresolutezza irritante dell’autore/personaggio Trevi nel romanzo, lo definisce, con un termine inelegante e credo desunto dal siciliano, un “minchiamorta”. Qui, confesso, ho cominciato a perdermi, perché io sono di formazione un postnovecentesco e quindi stando alla descrizione della ragazza Trevi l’avrei definivano semplicemente “inetto”. “Minchiamorta” però, è vero, è più colorito e D’Orrico prende a prestito la definizione per dire che ci sono in giro altri autori “minchiamorta” e così cita molti romani (quelli che sbavano sullo Strega), torinesi (quelli che sbavano per Einaudi, ad es. Paolo Giordano) e milanesi (quelli che sbavano su tutto il resto, ad es. Paolo Cognetti). E qui ho fatto ancora più confusione, perché non ho capito se D’Orrico usa la parola “minchiamorta” per definire quegli autori stanziali che gravitano parassitariamente intorno ai luoghi di potere editoriale, oppure quelli che a tali luoghi fanno il piedino in maniera finto disinteressata, come se fosse la versione maschile di “gattamorta”. Già quest’ultima definizione, però, non c’entra nulla con la stroncatura a Trevi. Insomma, detta così, se vivi fra Roma e Torino e sei uno scrittore di successo sei condannato di default a essere una “minchiamorta”, o mi sbaglio? Non ne parliamo se nel frattempo hai pure vinto lo Strega! Ma di “minchiamorta”, aggiunge D’Orrico, ce ne sono tante anche in provincia, mica solo in città, vedi ad esempio Franco Arminio… E qui però io mi sono perso definitivamente sul significato autentico della parola, perché che io sappia Arminio si lamenta tanto ma sta sempre in giro, come una trottola lanciata, il suo mi sembra il Neverending tour di Bob Dylan, altro che irresoluto! Ma anche Cognetti, gli puoi dire tante cose sui suoi libri, ma è uno che fa le escursioni in alta montagna, è stato in Tibet come Brad Pitt, e si beve da solo una bottiglia di whisky per fare a gara col fantasma di Hemingway! Io che a malapena esco di casa la domenica sono certo più “minchiamorta” di loro. Eppure, mi dico, visto che sto molto lontano dal potere editoriale, ignorato dallo stesso potere come l’ultimo scartino, potrei anche definirmi un “minchiaviva”, che ne so, o un “minchiatanta” per citare Frank Zappa. Ma poi, mi chiedo, e se fosse una donna l’oggetto del contendere, si può dire che quella scrittrice è una “minchiaviva” pure lei? O suona maschilista e inelegante? E se ci mettiamo la schwa? Insomma, cari amici siciliani, me la sapete dare voi una spiegazione? Che caspita significa “minchiamorta” in letteratura?

domenica 26 novembre 2023

longhi nella rivoluzione

Che cosa fosse l’arte moderna, in Italia, negli anni tra il 1910 e il 1915, al tempo degli articoli di Soffici sulla Voce, lo si può riassumere in una parola che non aveva ancora tutto il suo significato e i suoi sogni: era una rivoluzione – novità, giovinezza, scandalo, liquidazione del passato, negazione e rifiuto delle tradizioni, rovesciamento dei modi abituali di pensare. Longhi era vociano, futurista, avanguardista, e aveva sposato questa rivoluzione. «Courbet e Manet sono morti nel 1877 e nel 1884: Cézanne nel 1906: Renoir e Degas vivono ancora numi solitari e scontrosi spregiati come furono apprezzati e popolari Tiziano e Michelangelo», è questo rapporto solidale, entusiastico con un’arte di cui si può ancora sentire, nell’aria, la sopravvivenza e il messaggio di novità, a portare Longhi su posizioni appassionatamente formaliste; è la rivelazione cézaniana di «traiter la nature par le cylindre, la sphere, le cône» a fargli scoprire nei quadri di Caravaggio la «diagonale del cubo» e a fargli inseguire i triangoli di Antonello e gli «specchi lacuali» di forma e colore di Piero lungo tutta la penisola fino a Ferrara e Venezia. Sotto questo aspetto, la Breve storia [della pittura italiana] è un ago indicatore, l’indice di questa fusione tra principi metodologici idealisti e lettura dell’arte moderna. A volte, questa doppia sensibilità trascina la didattica longhiana verso intuizioni che si direbbero «creative», come nell’ekfrasis dello stile di Piero: «[…] intarsio variegato di zone placide e potenti che vivono della vita pullulante atomica sostanziata della memoria pittorica. Negli accordi di colore offre le più forti e delicate contrapposizioni di valore – in cui si manifesta il vero colorismo – dove un rosa pallido e un violaceo autunnale si accostano a qualche poderoso tono compositivo di rosso e marrone o di bruno», come si vede, un quadro di Morandi; ma, nel 1914, questi Morandi non esistevano ancora. Longhi ha visto con le parole là dove sarebbe andato il pennello.

Cesare Garboli, Breve vita del giovane Longhi (Scritti servili, minimum fax, 2023)

giovedì 16 novembre 2023

critica e dialetto in poesia

Poco fa mi è tornato in mente Tommaso Di Dio che nella sua nuova antologia della poesia italiana contemporanea non inserisce nemmeno un dialettale, giustificandosi dicendo che avrebbero preso troppo spazio nel piano dell’opera – ma se ne puoi fare a meno vuol dire che li ritieni comunque accessori, inessenziali al discorso – mentre rileggevo uno studio (di Daniele Maria Pegorari) sulle varie storie della letteratura italiana del ‘900 in cui si annotava che alcuni fra i più strenui oppositori della stessa poesia dialettale sono proprio i poeti, ancora meglio se di una certa sinistra storica. La diatriba, insomma, è vecchia. Sanguineti, ad esempio, li ignorava tutti in toto, considerandoli nel quadro sperimentale della nuova poesia italiana che auspicava, portatori di un retaggio ideologico passatista e al massimo interessante sul piano antropologico; così Fortini, che addirittura per i dialettali provava quasi un’avversione viscerale (scrivere in dialetto era come votare per la Lega, scriveva nei primi anni ’90). In particolare sono gustose alcune sue impressioni critiche sui dialettali, che sembrano particolarmente calzanti a contestare in particolar modo le scelte estetiche dell’amico-nemico Pasolini, che manco a dirlo è stato il primo a fare una vera e propria ricognizione della poesia dialettale in Italia, regione per regione, oltre a essere egli stesso poeta in friulano. Così Fortini nei suoi scritti paragona l’atto del poeta dialettale a un “rifiuto alla partecipazione politica”, dove il poeta che ricorre a una lingua che non è più parlata “si esclude dalla comunicazione e dalla stessa modernità”, svuotando la sua scrittura del principio di realtà e rifugiandosi così in un “antagonismo neo-decadente”, del tutto inattuale in “un sistema più simile a quello dell’età barocca” per via della convivenza pressoché pacifica di convenzione e anticonformismo. Scrivere in dialetto equivarrebbe, allora, a una sorta di “suicidio culturale” dell'autore o, per restare nello stesso ambito metaforico funebre, “una comunicazione cum mortuis in lingua mortua”. E qui davvero non si capisce più a chi sta parlando, se a uno solo in particolare, o se ai molti che gli sono seguiti.

martedì 14 novembre 2023

a cosa serve la critica?

L’artista rimprovera innanzitutto alla critica di non poter insegnare nulla al [pubblico] borghese, che non vuole né dipingere né fare rime – né all’arte, visto che è proprio dalle sue viscere che la critica è nata.
Eppure, tanti artisti del nostro tempo devono a essa soltanto la loro povera reputazione! Questo è forse il vero rimprovero da rivolgerle.
[…] Credo sinceramente che la critica migliore sia quella divertente e poetica; non quella fredda e algebrica che, con il pretesto di spiegare tutto, non ha né odio né amore, e si spoglia deliberatamente di qualsiasi tipo di temperamento; ma – essendo un bel quadro la natura riflessa da un artista – quella che sarà questo quadro riflesso da una mente intelligente e sensibile. Così il miglior resoconto di un dipinto può essere un sonetto o un'elegia.
Ma questo tipo di critica è per le raccolte di poesia e per i lettori di poesia. Per quanto riguarda la critica vera e propria, spero che i filosofi capiscano quello che sto per dire: per essere giusta, cioè per avere la sua ragion d’essere, la critica deve essere parziale, appassionata, politica, cioè fatta da un punto di vista esclusivo, ma da un punto di vista che apra più orizzonti. 

Charles Baudelaire, da Salon del 1846

domenica 5 marzo 2023

firmato mario

È bello pubblicare anche per vedere cosa pensa la gente del tuo libro. Leggo i commenti a un post dove si rilancia una recensione a “Mal di maggio”. Uno condivide le foto delle poesie del suo libro. Un’altra, “poeta, scrittrice, critica letteraria” (dal suo profilo) fa una battuta ironica sul titolo della mia raccolta, che non ha letto. Un terzo fa un commento lunghissimo e di difficile comprensione per dire che, anche se non sa di che parla il libro, da ciò che ha captato dall’articolo deve essere molto bello. È sottinteso che non lo comprerà. Il quarto mi dice che le mie sono un sacco di stronzate, che dovrei tornare a studiare e leggere i libri invece di scriverli, perché presto diventerò cenere e qui o sei Dante oppure è meglio se taci. Firmato Mario.

mercoledì 26 maggio 2021

la corsa

Tutti che scriviamo note recensioni appunti osservazioni a futura memoria dei libri che ormai leggiamo in pochi. La regola è quella: tu scrivi del mio ed io in cambio scriverò del tuo. Così forse un giorno, se mi salvo, ti salvi pure tu con me, in bibliografia. E viceversa. Unica salvezza dalla catastrofe del tempo, del nulla che ci aspetta, dalla dimenticanza dei posteri, non è sperare nel successo personale, ma puntare, contemporaneamente, su tutti i cavalli in gara; sapendo che uno solo vincerà la corsa e tu, fantino o brocco, bene o male ci sarai. Sperando che qualcuno, prima o poi, ne legga almeno uno, di noi.

domenica 20 dicembre 2020

finzione

Identificazione di una donna di Michelangelo Antonioni è probabilmente il suo film meno riuscito. Ho letto in rete delle recensioni tremende. Io personalmente non l'ho trovato così brutto. Per quanto sia discontinuo, lì dove il regista ritrova il suo smalto poetico, diventa un film assai malinconico e di un certo fascino sull'impossibilità di rinunciare al desiderio (inteso come anelito alla vita) anche di fronte all'evidenza della sua fugacità, che mi ha fatto pensare, per sentimento ed esiti, a Di là dal fiume e tra gli alberi di Hemingway.

Una delle critiche più forti che – ho letto – gli viene mossa dai critici, riguarda la sciatteria intrisa di retorica di certi dialoghi, la sua vicinanza all’estetica televisiva del melodramma e persino l’accento di Tomas Milian che non viene doppiato e quindi risulta stonato, assai poco “in parte”. Tutto vi suona insopportabilmente falso. Ecco, ricordando i miei studi d’arte, mi è venuto da pensare a Tiepolo i cui cieli erano di un azzurro talmente azzurro da risultare a volte stucchevoli, da svelare immediatamente la propria finzione. E così mi è venuto da pensare: e se Antonioni, dunque, lo avesse fatto apposta? Se avesse creato, cioè, un film che nemmeno provasse ad essere mimetico – caratteristica che sempre più diventa imprescindibile oggi: l’aderenza al vero, la prossimità al plausibile – ma al contrario svelasse immediatamente il meccanismo della propria finzione, ma non finzione consolatoria, piuttosto una finzione talmente finta da non consolare affatto, da mostrare – poiché il cinema è riflesso della vita e la vita è riflesso della televisione (Woody Allen) – come spesso sia proprio la nostra stessa vita a essere antiestetica, sciatta, costruita persino nei sentimenti, intrisa di retorica e a tratti ignobilmente sbagliata.

domenica 13 dicembre 2020

doppia morale

Ieri ho letto La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… di Cesare Viviani (Il Nuovo Melangolo, 2018), libricino tutto sommato superfluo che parla dello svilimento odierno della poesia, ma con un piglio offeso, a metà fra l’elitario e il paternalistico, e ribadendo concetti abbastanza scontati: se la poesia si muove sul limite allora non si può definire (ma va). E però Viviani non è un fesso e il libretto ha degli elementi di interesse. In particolare, mi ha colpito questo passaggio: «Io, testimone degli ultimi quarantacinque anni (1973-2017), posso dire che allora la poesia aveva uno spazio marginale ma di grande valore, nella considerazione sociale. Oggi, invece, lo spazio è marginale e svalutato: il mondo dell’utilità l’ha seppellita considerandola un esercizio narcisistico di altri tempi. Allora non sarebbe meglio consegnare a mano 10-20-30-40 copie (tante quante le persone che stimiamo, non più di quaranta) del libro stampato a nostre spese, facendone 10-20-30-40 doni?». Viviani qui tocca un nodo fondamentale. Perché la maggior parte dei poeti che conosco – a cominciare da Viviani stesso, che predica bene e poi pubblica con Einaudi – ribadisce esattamente, E CON FORZA, le stesse cose: che la poesia non si può definire nella sua vera essenza; che si spinge sempre verso un limite; che è sempre poesia civile, anche se non di lotta, perché si rimescola nell’umano; e che nella sua pura essenza è assolutamente fuori dai meccanismi (e servilismi) del mercato. Ma allora perché, pur essendo tutti d’accordo che la poesia è fuori dal mercato, dalle sue possibilità e dalle sue ambizioni, ci ostiniamo testardamente a misurarla coi criteri del mercato? «Quante copie stampi, dove le mandi, dove sono le mie percentuali? Il libro è in libreria o no? Andiamo al festival o no? Mi puoi recensire il libro, sì o no?». Questa doppia morale, di dirsi assolutamente liberi e fuori da un sistema aborrito, disprezzato, spesso definito corrotto, pur volendoci rientrare a tutti i costi e da paria – o con la pretesa assurda di voler fare una rivoluzione dall’interno – non è un po’ una falsa morale, sia pure stupida, sia pure ingenua, o più semplicemente indotta dalla realtà che dovremmo trascendere, dice Viviani, proprio in virtù della poesia, e che non trascendiamo perché la nostra sbandierata fede nella poesia non è abbastanza?

lunedì 14 settembre 2020

immaginazione binaria

Ho rivisto, moltissimi anni dopo i miei anni universitari, Zabriskie Point, questo film che descrive una società americana (ma avrebbe potuto essere ambientato ovunque secondo me, a Taiwan come a Parigi) violenta, fatua, edonistica, i cui due protagonisti – nemmeno simpatici – finiscono per piegarsi o assuefarsi alla stessa violenza che la caratterizza, che caratterizza persino i bambini che proprio dalla violenza avrebbero dovuto essere salvati. Il primo dei due eroi, un po’ testa di cazzo, viene ammazzato per errore da un poliziotto che spara a caso per spaventarlo; la seconda, che invece ha “immaginazione”, nell’immaginazione finisce col distruggere tutto con una esplosione tremenda, adottando cioè lo stesso linguaggio dei carnefici della società, che di fronte a una realtà incomprensibile non creano alternative, ma la annientano, la cancellano senza pietà. Non c’è più alternativa, nemmeno nella fantasia, alla morte, e l’unica alternativa offerta dalla morte a se stessa è puramente estetica: una gran bella morte, una morte grandiosa e finemente diretta: nella musica, nei colori, nel montaggio. All’epoca, con tutti i suoi difetti, non ultimo la mancanza di empatia che si prova verso i suoi protagonisti, il film fu rifiutato dal pubblico come dalla critica. Oggi, dopo quanto sta accadendo nel mondo, mi sembra profondamente attuale, forse più attuale di allora. E mi sono chiesto se era Antonioni – il quale aveva dalla sua l’arma di un profondo pessimismo a filtrarne la poetica – ad essere già avanti (o alieno) nel 1970, oppure semplicemente noi che stiamo pian piano regredendo verso quel particolare tipo di immaginazione binaria, quella che già Moravia aveva definito come oppositiva di Eros e Thanatos, con la vittoria schiacciante di Thanatos che piano piano ci sta fagocitando tutti.

mercoledì 12 agosto 2020

risposta ai criticoni del mondo

La verità netta e brutale
è che se foste al posto loro
voi fareste uguale: stesso male.
Stessa carne di maiale.
E i pochi che si salvano dal rogo
li odiate più degli altri,
ché non riconoscendoli dei vostri
vi sembrano i più falsi.

venerdì 26 giugno 2020

il punto sui giovani (poeti)

Negli ultimi due o tre anni ho come l’impressione ci sia stato un profluvio smodato e a tratti isterico (con persone che se la legano al dito di non esserci rientrate) di libri, saggi e articoli in cui si cerca di fare il punto sui giovani poeti italiani sotto i trent’anni, cercando di analizzare cosa hanno scritto (spesso un solo libro, e non certo il libro, non L’allegria, non Una stagione all’inferno, ma un semplice buon libro) e come scrivono (con le mani con la testa e col cuore, più o meno come tutti gli altri). A tutti loro vorrei dire, dall’alto della mia umile esperienza di terrone: Rilassatevi, lo so anche io che a quell’età il senso della morte incombe e si ha un’ansia tremenda di far presto, di affermarsi prima che sia troppo tardi, ma state tranquilli che nella maggior parte dei casi si arriva in salute anche ai quaranta e, in qualche caso ancora, pure oltre.

mercoledì 24 giugno 2020

pandemia critica

Io ho una mia teoria, che i primi 4 dischi di McCartney (da McCarntey del 1970 alla prima versione in doppio vinile di Red Rose Speedway del 1973 che poi venne tagliata e ridotta a disco singolo per imposizione della casa discografica), sono i suoi più belli perché ricchi di una leggerezza e di una grazia senza pari, l'equivalente in musica delle Songs of Innocence and of Experience di William Blake, ma soprattutto quelli dove McCartney ha provato realmente a fare qualcosa di nuovo rispetto ai Beatles, nel segno del minimalismo (oggi Indie) e di un certo dadaismo creativo (col ricorso, ad esempio, al linguaggio allusivo della filastrocca) che non solo non venne compreso, ma anzi venne ferocemente osteggiato e letteralmente affondato dalla critica che non gli perdonava lo scioglimento dei Beatles e fece fronte contro di lui. Per quasi cinque o sei anni questo fronte critico, foraggiato dall’astio con l’ex amico/rivale Lennon gli buttò addosso tanta di quella merda da seppellirlo: articoli che con tono di sufficienza dicevano che la sua musica era pessima, inutile, insignificante, che lui era un musicista finito se non proprio morto, che oltre McCartney c'era il nulla, finché alla fine McCartney (secondo me) si è rotto le palle per davvero, ha smesso di provarci, o forse ha solo perso la bussola e ha finito per dare alla critica esattamente quello che gli chiedevano: dei dischi carini, a volte spudoratamente commerciali, altre volte pregevoli, ma il più delle volte complessivamente insignificanti. Ci sono delle eccezioni ovviamente (io ad esempio ho molto affetto per London Town del 1978), ma è significativo che i dischi prodotti dal Macca da Flaming Pie in poi, anno 1997 (quando sull’onda della commozione per il progetto Anthology, riprese in mano la propria creatività sopita), sono tutti infinitamente superiori a quelli prodotti nei vent'anni prima. Ironia della sorte, oggi la critica, che ovviamente non si rilegge a dovere, sostiene che è un vero peccato che McCartney non abbia più ritrovato la grazia di quei primi dischi che sono stati certamente i suoi più belli (vedi RAM), come chiunque ha orecchie per intendere facilmente intende.

giovedì 7 maggio 2020

divagazioni su un pezzo di paolo ferrucci

Ho letto oggi su Pangea un bel pezzo di Paolo Ferrucci in cui si fanno le pulci a Erri De Luca, uomo con le palle, discreto poeta (secondo me), ma scrittore in buona parte sopravvalutato.
Mentre lo leggevo, però, ho pensato questo: fermo restando che è giustissimo, che compito della critica è anche mettere in discussione dei modelli e Paolo lo fa molto bene, certe volte mi viene da chiedere a chi serve. Nel senso che lo spazio dedicato alla critica è quello che è, e se io lo uso per parlare bene di De Luca o per parlare male di De Luca, alla fine sempre di De Luca sto parlando, quindi ancora una volta si regala spazio a uno che non ha bisogno di pubblicità per toglierlo ad altri. E lo si fa, credo, perché è più facile leggere i libri di uno come De Luca che nel bene o nel male sono in giro, che non i libri di un autore misconosciuto, dove procurarseli, leggerli e farsene un’idea, comporta una fatica in più per un pezzo che probabilmente verrà letto da meno lettori, in quanto se recensisco Pinco Pallo a chi frega? Mentre De Luca, anche solo per dirne male, un pubblico se lo porta dietro.
Non è ovviamente un rimprovero al pezzo di Paolo, ci tengo a sottolinearlo. È solo che ultimamente mi pare che la critica “extraparlamentare” o fuori dal coro, che spesso si dice al servizio della vera letteratura, faccia per contro sempre più queste due cose: o 1) fa opposizione dura, politica o anche semplicemente stronza, contro un certo tipo di autore che o ha già potere editoriale oppure sex appeal nelle vendite, o fa il guru nazional-popolare, o mi sta sul cazzo per partito preso; o 2) mette in discussione i gusti del pubblico dicendo: voi lettori non capite un cazzo, perché invece di De Luca avreste dovuto leggere l’immenso [*nome d’autore sconosciuto ma comunque “amico mio”*] oppure [*nome d’autore di nicchia morto da almeno vent’anni*] senza quasi mai cambiare di una virgola il corso della letteratura, perché un autore di nicchia lo è spesso in quanto, pur sognando il successo, lui per primo scriveva per pochi.
Raramente si recensisce un libro solo perché è bello e ben scritto, e senza una storia o un certo autore o un ufficio stampa dietro. Forse perché per quelli che sono i gusti oggi, un libro senza un autore o una storia (una storia extra letteraria da aggiungere a quella letteraria per darle peso) non ci basta quasi più. È come se più entrassimo nel mondo digitale e meno fossimo capaci di perderci nella fantasia di un’opera: e credo dipenda dal fatto che il mondo digitale ci sta educando male, non a spaziare fra infinte possibilità ma a scegliere fra opzioni già date, non a spaziare nel testo ma a nutrirci di scandali e fake news, appena un titolo a sensazione e una foto ammiccante. Insomma, di parole se ne scrivono anche troppe, così ci serve il gossip per dargli vita. Da cui deriva a volte un punto 3), il più insidioso di tutti proprio perché scaturisce in un ambiente che si dice “puro e duro”: quando qualcuno scopre finalmente un autore piccolo ma bravo e ne sposa non i libri, ma “la causa” di affermarsi. Da allora è tutto un pullulare entusiastico, ancora una volta “politico” e spesso acritico di recensioni che presto lo porteranno nelle hit “blasonate”, lì dove ogni autore vuole stare, ma senza più riguardo né per l’opera né per la sua crescita artistica, che richiede più tempo di quello che siamo disposti a concedere al successo.
Quindi, prima sono guai se qualcuno esprime un dubbio, diventa subito il nemico numero uno dell’artista! E poi, se l’artista non sforna almeno un capolavoro all’anno da consumare diventa subito un falso mito o ricade direttamente nel punto 1. Ed ecco che senza accorgermene, sto ancora girando intorno al sistema De Luca (ma potrebbe essere anche il sistema Merini o Vivinetto o ecc.) descritto da Paolo nel suo pezzo, e forse aveva ragione lui, c’era proprio bisogno di parlarne.

domenica 19 gennaio 2020

la risposta di uno scrittore respinto

La vanità intellettuale che si mischia ai fatti di cuore è sempre stata una bella gatta da pelare, specie se dall’altra parte c’è qualcuno che ti interessa più sul piano artistico che amoroso, ma non sai bene come dirlo o, peggio, confondi tu stesso/a le acque fino al punto che si intorbidano. Successe, ad esempio, alla contessa bolognese Teresa Carniani Malvezzi, colta e bellissima quarantenne, appassionata lettrice e autrice di un poemetto di cui oggi non ricorda più nessuno, di cui si era invaghito nell’estate del 1826 il nostro Giacomino Leopardi, che all’epoca aveva circa dodici anni meno di lei e lavorava per l’editore Stella di Milano. Leopardi, dopo una iniziale profonda complicità – la quale scatenò le gelosie del marito di lei – venne rifiutato con severità: le sue visite la annoiavano, gli disse. La storia venne presto trascinata nel pettegolezzo (con lui che al solito ci faceva la figura del fesso), tanto che la contessa tagliò tutti i ponti, persino epistolari. Il silenzio durò più di sei mesi. Poi, però, la contessa pubblica, nel 1827, il libro a cui stava lavorando e ne invia una copia a Leopardi, al cui giudizio critico tiene moltissimo; ma, per evitare fraintendimenti, gli manda il libro senza un biglietto, né una dedica, nulla, tanto da fargli pensare che l’unica cosa rimasta a lei, di lui, è l’indirizzo. Leopardi allora che fa? Risponde. Risponde, con ironia e garbo, quello che qualsiasi scrittore respinto vorrebbe dire quando gli capitano storie così, ma non sempre trova la giusta nota per farlo, e le scrive, pungendola nell’orgoglio: «…Perciò non vi dirò nulla del vostro libro, dove io ammiro la sobrietà e il buon giudizio della prefazione…» e chiude il biglietto con una modernissima frasetta inglese che a me, personalmente, ha ricordato l’ultima riga dell’ultima lettera che Montale scriverà a Irma Brandeis un secolo più tardi: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi your most faithful friend, or servant, or both, or what you like». Ciao.


Nota. Il corsivo utilizzato per evidenziare le frasi dello scritto di Leopardi è opera mia.

venerdì 17 gennaio 2020

buongustai

Delle volte penso a quelli che, quando in rete scoppia la notizia del giorno, se la ridono sotto i baffi e gongolano come avvoltoi per tutto il tempo che ne se parla, nell’attesa spasmodica di poter dire agli altri, il giorno dopo: “Oh, avete rotto il cazzo con tutte le vostre opinioni sul fatto del giorno”. Ecco, quelli sono i veri buongustai, gente dal palato raffinato, per cui il piatto va mangiato sempre freddo, un po’ come la vendetta, per sentirne meglio il sapore sotto i denti.

mercoledì 7 agosto 2019

linea antropologica

Oggi Lino Angiuli mi parlava di una antologia critica in cui è stato inserito, se non sbaglio insieme a Piersanti, nel gruppo della Linea Antropologica. Io che, sono sincero, di Linea conoscevo solo quella Lombarda, ne sono rimasto affascinato. Perché non si tratta, per chi vi rientra, di scrivere poesie liriche o di ricerca, o di cercare nuove forme di introspezione o di azione, ma la poesia è solo un mezzo per entrare in un mondo e mettersi a dialogo con esso. In questo senso, lì dove la Linea Lombarda aveva una connotazione radicata e limitata a un luogo e un tempo, persino a un sentimento, quella antropologica si apre a ogni luogo, a ogni uomo, a ogni sentimento, persino il più improbabile. Vi rientrano, per quello che ne penso, molti altri poeti non antologizzati. Uno, più eclatante, è Franco Arminio con la sua Paesologia. Un altro sono io col mio paesino macondiano. Lì mi piace, e lì mi piacerebbe stare.