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giovedì 29 settembre 2022

l'amore deluso

Giovanissimo mi scrive per propormi una raccolta in cui parla con "crudezza" e "rabbiosa sincerità" di un amore che lo ha deluso e per cui forse non amerà mai più. Questo libro gli serve per fare i conti col suo passato. Apro la raccolta con una certa paterna benevolenza (chi non ha vissuto una delusione d'amore a quell'età?) e leggo il titolo di una poesia a caso: Bocchinara. Viva l'amore, anche quando fa più male.

giovedì 11 agosto 2022

corri ragazzo laggiù

C’è un ragazzo di 19 anni che, traviato da certa politica e da certi discorsi, decide di partire per la guerra, senza nessun motivo o preparazione, si arruola volontario. La notizia crea imbarazzo perché lui va in guerra convinto di stare dalla parte giusta, ma poiché è di estrema destra quello sbagliato è lui, dovrebbe solo nascondersi. Fascista di merda speriamo che muori, ho letto. Scritto a un ragazzino di 19 anni che andrebbe solo preso a schiaffi. Mi ricorda un po’ quelle ragazze che partono coi talebani, si cacciano nei guai poi vengono salvate e per la gente restano marchiate a vita come puttane. Lui si descrive nei suoi post come triste e arrabbiato ma qualcuno scrive sei solo viziato, poi c’è da chiedersi dove nasce tutta questa rabbia che lo riempie. C’è chi lo addita come eroe, come se ci fosse qualcosa di eroico nel partir soldato. Io quando leggo storie così mi chiedo sempre dove hanno sbagliato tutti, perché c’è troppa violenza nell’aria, mai finita, che non è più fascismo, è proprio rabbia e voglia di menar le mani, ma senza un ideale, così quando ne trovi uno che ti pare buono ti ci aggrappi come ha fatto lui, è la stessa rabbia che sento pure io, ma se un ragazzo di 19 anni ha bisogno per stare bene di andare in una guerra, forse non è il paese in guerra ad averlo guastato ma quello in pace dove è nato e che intanto legge la notizia e gli augura di non tornare.

lunedì 14 settembre 2020

immaginazione binaria

Ho rivisto, moltissimi anni dopo i miei anni universitari, Zabriskie Point, questo film che descrive una società americana (ma avrebbe potuto essere ambientato ovunque secondo me, a Taiwan come a Parigi) violenta, fatua, edonistica, i cui due protagonisti – nemmeno simpatici – finiscono per piegarsi o assuefarsi alla stessa violenza che la caratterizza, che caratterizza persino i bambini che proprio dalla violenza avrebbero dovuto essere salvati. Il primo dei due eroi, un po’ testa di cazzo, viene ammazzato per errore da un poliziotto che spara a caso per spaventarlo; la seconda, che invece ha “immaginazione”, nell’immaginazione finisce col distruggere tutto con una esplosione tremenda, adottando cioè lo stesso linguaggio dei carnefici della società, che di fronte a una realtà incomprensibile non creano alternative, ma la annientano, la cancellano senza pietà. Non c’è più alternativa, nemmeno nella fantasia, alla morte, e l’unica alternativa offerta dalla morte a se stessa è puramente estetica: una gran bella morte, una morte grandiosa e finemente diretta: nella musica, nei colori, nel montaggio. All’epoca, con tutti i suoi difetti, non ultimo la mancanza di empatia che si prova verso i suoi protagonisti, il film fu rifiutato dal pubblico come dalla critica. Oggi, dopo quanto sta accadendo nel mondo, mi sembra profondamente attuale, forse più attuale di allora. E mi sono chiesto se era Antonioni – il quale aveva dalla sua l’arma di un profondo pessimismo a filtrarne la poetica – ad essere già avanti (o alieno) nel 1970, oppure semplicemente noi che stiamo pian piano regredendo verso quel particolare tipo di immaginazione binaria, quella che già Moravia aveva definito come oppositiva di Eros e Thanatos, con la vittoria schiacciante di Thanatos che piano piano ci sta fagocitando tutti.

domenica 10 giugno 2018

lo scannacavallo

Non riuscendo a deglutire quel disgusto
che in certe domeniche di vita gli si conficca in gola
avvelenando il bello che rimane
se ne va bestemmiando fra i denti ma senza più cortesia
chi legge i suoi lamenti di poeta e dice
(non capendo il dramma di una spina in gola)
ma che bello è l’essere poeti e quanta grazia
quanta leggerezza esprimi quanto amore.

domenica 8 gennaio 2017

una poesia del 2013

Recupero qui una poesia scritta nel 2013 che mi pare avere ancora tanta attinenza col presente, anche se nel frattempo è successo un po' di tutto (a cominciare dal passaggio da Ratzinger a Francesco). L'avevo sistemata per Bestiario Fiorito e poi all'ultimo minuto è stata esclusa dalla pur lunga scaletta di quel libro, non mi ricordo nemmeno perché. Mi accorgo adesso, ripubblicandola, di quanto mi venisse più facile scrivere in versi solo pochi anni fa, e di come adesso mi venga sempre più difficile. Come tanti mi chiedo se il mondo abbia bisogno ancora di poesie (non di Poesia, ché di quella c'è sempre bisogno, ma proprio di poesie) e devo dire che la risposta che riesco a darmi non è poi così confortante.

Nevica anche qui dove a sorpresa
s’aspetta ancora primavera.
Nevica per chi s’indigna
della mancanza d’una guida degna
al governo del Banano. Nevica
per l’idiozia del popolo
l’ipocrisia del Vaticano. Nevica su chi
nella sua offesa militanza
sta chiuso in casa e ascolta
Gaber Lolli De Gregori l’inno
del suo sogno di ragazzo
la tempesta ormonale che sgretolava
dal bianco i muri rosicandoli
per forza di rabbia e di disperazione.

venerdì 1 maggio 2015

basta! basta!


Linko qui sotto, a cura di Paolo Vites, una (brutta) storia del Concerto del Primo Maggio che non conoscevo. La storia di come 10 anni fa Enzo Jannacci, ospite del concerto, venne fischiato dopo aver cantato 'Sei minuti all'alba', canzone sulla lotta partigiana, probabilmente ritenuta noiosa (si basava su una melodia tradizionale a cui non siamo più abituati). Ho visto i video, e nel pubblico c'erano tanti ragazzi che gridavano "Basta! Basta!" come se non ne potessero più. Molti indossavano la maglietta con la Falce&Martello, e mi sono venuti i brividi pensando che per molti di loro tutti quei simboli non significavano nulla, non dicevano nulla, non raccontavano la loro storia, se non come scusa per sfogare la propria rabbia o gli ormoni. Come rispose loro Jannacci, innervosito: "Sembra che per molti la vita sia un modo per morire, ma la vita non è una cosa, non è un viaggio sperimentale fatto involontariamente, e neanche una selva di piaceri, un orgasmo sparso".

Potete leggerla QUI.

mercoledì 25 febbraio 2015

good!

A G.L. RONDI

Sei così ipocrita, che come l'ipocrisia ti avrà ucciso,
sarai all'inferno, e ti crederai in paradiso.

[Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, 1961, Garzanti, pag. 137]

Ieri l'ho letta in classe e un ragazzo pakistano mi ha detto: "Good! Come si chiama questo?" poi si è segnato il nome sul quaderno. Pasolini è ancora giovane, parla ai giovani, e gira per il mondo.

giovedì 20 dicembre 2012

non scalfirai i miei sogni...

Non scalfirai i miei sogni
neppure quando dici:

“Non vedi più bellezza nelle cose
e scrivi versi solo per nasconderlo:
i tuoi versi bastardi e sensibili
che ami più delle stesse cose.”

Nei miei sogni cavalli di vetro
si muovono per città fatte d’aria
e di foglie
dietro i palazzi universitari
si celebra
l’incerto egoismo della tua giovinezza.

Io sono libero come vedi
tu non puoi toccarmi.

sabato 3 novembre 2012

martedì 22 novembre 2011

crave (brama)

Per A. che me lo ha fatto ascoltare.



Credo che sia il sogno di ogni artista quello di riuscire a creare un’opera che per certi versi lo superi e prenda vita propria, anche a costo di mostrare più di quanto l’artista stesso non aveva immaginato di dire, o di rivelare di sé. Se questo succede allora l’opera è più grande dell’artista che le ha dato forma e si può davvero affermare che, come per Dante o Shakespeare o anche i Beatles, l’opera diviene espressione assoluta di un tempo e di un popolo, di cui l’artista si è fatto voce.
Tutto questo pensiero in realtà mi è nato ascoltando un pezzo teatrale che forse non può paragonarsi a Shakespeare, ma che pure ha preso vita fino a diventare non solo uno dei preferiti dai giovani attori dell’ultima generazione ma anche dal pubblico, che sia più o meno affezionato al teatro. Mi riferisco al monologo di A, da Crave, spettacolo andato per la prima volta in scena nel 1998, della drammaturga inglese Sarah Kane. L’opera, la più celebre e la penultima della drammaturga, morta nel 1999, parla della disperata e fallimentare ricerca d’amore fra due coppie formate rispettivamente da una persona anziana e da una più giovane, che non riescono mai a comunicare i propri sentimenti. Lo stesso titolo, Crave, che si potrebbe tradurre con “brama” o “implora”, esemplifica bene il senso di tale ricerca, quasi patologica, da parte di queste persone che chiedono, pretendono, ma non sanno più dare. E al di là dei vari risvolti sociali il testo ha degli accenti tragici, talvolta romantici, che lentamente hanno conquistato il pubblico.
Di tutto il testo il monologo di A, come ormai viene definito un estratto dell’opera che ha assunto una sua autonomia poetica, rappresenta una sorta di drammatica dichiarazione d’amore (ma fatta a se stesso, mai comunicata) da parte di A, un uomo anziano, verso C, una ragazzina di cui si è innamorato e che paradossalmente ricambia i suoi sentimenti, pur a sua volta tacendoli. Lo stupore nasce dal fatto che il monologo è diventato in breve uno dei preferiti delle attrici e dei più sentiti da parte di un pubblico fondamentalmente femminile. Insomma, pur essendo stato scritto per un personaggio maschile (e pedofilo!), il testo ha catturato alla perfezione, per il proprio implicito e disperato romanticismo o perché tocca le corde più intime dell’animo femminile, l’immaginario di molte donne che lo hanno assunto come proprio manifesto poetico. Tanto è vero che se fate un giro in internet, dove sono caricati decine di video a tema, troverete davvero poche interpretazioni dello stesso realizzate da uomini e tantissime, alcune eccessivamente caricate di sentimentalismo (lì dove il sentimentalismo va assolutamente evitato), da parte di donne che lo recitano con tale naturalezza da farne addirittura dimenticare l’origine.
Certo, viene da pensare che ad spingere così tanto il monologo in tale direzione conti il fatto che a scriverlo sia stata una donna, per di più molto giovane. La Kane, suicidatasi a 28 anni, disse di aver scritto Crave quando ormai aveva perso “la fede nell’amore” e lo indicava come “il più disperato” dei suoi lavori. E mi pare indicativo che abbia messo quelle parole, parole così profondamente connaturate al desiderio femminile, in bocca a un personaggio maschile tanto più anziano di C (child) e che quindi verrebbe a confondersi con la figura paterna, amata follemente e allo stesso tempo ferocemente respinta. È una chiave di lettura non solo per tanto seguito appassionato ma anche dei risvolti psicologici vissuti della stessa autrice mentre scriveva.
Ma in fondo, al di là di tutte le analisi o divagazioni, resta come una piccola perla di poesia d’amore, questa lunga lettera per nessuno in cui maschile e femminile si fondono, vecchiezza e giovinezza, disperazione e gioia, in una sorta di vortice emozionale nel cui occhio sereno continueranno a riflettersi, volenti o no, l'ombra di Sarah Kane e di tutte le donne della sua epoca.



In alto il monologo di A, recitato da Paola Minaccioni. Nella versione italiana il dramma della Kane è stato tradotto con Febbre.
In basso lo stesso, in lingua originale, e con voce maschile (anche se con molto meno pathos).