A ribadire che qualcosa non ha funzionato nella comunicazione del premio, un amico editore mi ha fatto leggere adesso una email che gli è arrivata dalla segreteria del premio Strega in cui la segreteria rammenta agli editori che i 135 titoli iscritti al premio non sono finalisti né un bel nulla, quindi intima a tutti gli editori di non usare il logo (registrato) del premio Strega a fini pubblicitari. Insomma, cari autori, vi hanno indicato sul loro sito con nome cognome e titolo dell'opera, ma se provate a fare un post in cui dite che state allo Strega aggiungendo il logo del premio, state facendo un abuso perseguibile a termini di legge, perché per il premio Strega non siete ancora nessuno che riconoscano. Contenti voi.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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giovedì 23 marzo 2023
giovedì 2 marzo 2023
comunicazione
Ragazza
carinissima che seguo su IG. Le faccio spudoratamente i complimenti per
provarci, ma dev’esserci qualche problema di comunicazione fra di noi.
Ad esempio oggi le scrivo, sbavando con eleganza su una sua posa in
lingerie, che mi piacciono le sue foto perché fa sempre bene un po’ di
sana bellezza. Lei mi risponde: Ti ringrazio, finora nessuno mi ha mai
detto che sono sana.
giovedì 17 maggio 2018
anche se capisco
Più vado avanti in questo mestiere e più mi convinco che l’autore e l’editore, anche quando parlano di libri, parlano due linguaggi diversi. Persino quando l’autore che è in me parla dei libri che vorrei fare con l’editore che dovrei essere, ci sono volte che faccio una gran fatica a capirmi. E anche se capisco mi arrabbio.
domenica 25 febbraio 2018
il male minore (lezione di comunicazione senza filtri da mio fratello)
Mio fratello mi rimprovera da giorni che metà dei miei problemi col prossimo derivano dalla mia incapacità di comunicare con sincerità e sana cattiveria, senza filtri, ciò che penso, e questo per il fatto che mi preoccupo troppo per gli altri; così finisce che, per non ferirli, non sono capace di dire loro quando non sono contento. La gentilezza col prossimo, mi dice mio fratello, è inutile e spesso dannosa. E può diventare una mezza ipocrisia se gestita con eccessivo tatto. Una persona sincera quando si trova di fronte a una merda ha il dovere morale di dirglielo in faccia: mi fai schifo, sei una merda!, senza mezze misure, perché le mezze misure spesso non vengono capite. Un NO è un NO mentre un forse è sempre interpretabile: se dici forse quando vorresti dire NO è colpa tua. Se ti trovi di fronte qualcuno che non è al livello dei tuoi standard non devi abbassarti ed aiutarlo, devi scacciarlo senza pietà perché ti rallenterà nella tua corsa. Oppure devi dirgli le cose come stanno: sei una merda inutile!, cercare lo scontro a viso aperto. A quel punto o la merda fa quello che vuoi tu come vuoi tu oppure si leva dalle palle. Se la merda si offende, gira i tacchi e si leva dalle palle. Comunque vada per te sarà una vittoria schiacciante. Gli dico: questo è un modo per farsi odiare. Mi risponde: la solitudine è il male minore.
sabato 25 gennaio 2014
non ti piaceva la poesia giapponese...
Non ti piaceva la poesia giapponese
l’utopia di esprimere
il tuo lasciarmi
senza mai dire “lasciarsi”
con tutto il pudore che hanno le parole
di spiegarsi più
della forma nel suono
come le pietre quando le sfreghi
ne nascono scintille.
Non ti piaceva la poesia giapponese
né altro di me che non so dire
l’estate macchiata di neve
la tua memoria persa in mare.
Non ti piaceva la forza di tanta verità
concentrata in un fiore
la notte ci sovrasta
e preme sul fianco morbido il palato
l’addio bellissimo e studiato
che mai ti ho scritto
e mai ti ha interessato.
l’utopia di esprimere
il tuo lasciarmi
senza mai dire “lasciarsi”
con tutto il pudore che hanno le parole
di spiegarsi più
della forma nel suono
come le pietre quando le sfreghi
ne nascono scintille.
Non ti piaceva la poesia giapponese
né altro di me che non so dire
l’estate macchiata di neve
la tua memoria persa in mare.
Non ti piaceva la forza di tanta verità
concentrata in un fiore
la notte ci sovrasta
e preme sul fianco morbido il palato
l’addio bellissimo e studiato
che mai ti ho scritto
e mai ti ha interessato.
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martedì 21 gennaio 2014
complicazioni
In treno incontra un uomo, le sta seduto accanto, le sembra un uomo mite. Ci scambia due parole di convenienza per far passare il tempo. Lui dice di preferire viaggiare da solo, di amare il silenzio quando si muove per nuove città, di odiare le complicazioni nate da chiacchiere inutili con vecchi e nuovi amici. E comunque, aggiunge quasi per scusarsi, sua moglie lo ha lasciato da poco e questo ha cambiato un po’ tutto. Lei nemmeno gli risponde. Non le piace più la sua voce bassa. Pensa che uno fa così quando non sta bene con se stesso, e che viaggia da solo, forse, per costringersi ad ascoltarsi. Le viene quasi dispiacere per lui, anche se non può farci nulla. In stazione lo saluta con un cenno della mano, lieve ma educato. Lui le risponde attraverso il vetro appannato.
martedì 22 novembre 2011
crave (brama)
Per A. che me lo ha fatto ascoltare.
Credo che sia il sogno di ogni artista quello di riuscire a creare un’opera che per certi versi lo superi e prenda vita propria, anche a costo di mostrare più di quanto l’artista stesso non aveva immaginato di dire, o di rivelare di sé. Se questo succede allora l’opera è più grande dell’artista che le ha dato forma e si può davvero affermare che, come per Dante o Shakespeare o anche i Beatles, l’opera diviene espressione assoluta di un tempo e di un popolo, di cui l’artista si è fatto voce.
Tutto questo pensiero in realtà mi è nato ascoltando un pezzo teatrale che forse non può paragonarsi a Shakespeare, ma che pure ha preso vita fino a diventare non solo uno dei preferiti dai giovani attori dell’ultima generazione ma anche dal pubblico, che sia più o meno affezionato al teatro. Mi riferisco al monologo di A, da Crave, spettacolo andato per la prima volta in scena nel 1998, della drammaturga inglese Sarah Kane. L’opera, la più celebre e la penultima della drammaturga, morta nel 1999, parla della disperata e fallimentare ricerca d’amore fra due coppie formate rispettivamente da una persona anziana e da una più giovane, che non riescono mai a comunicare i propri sentimenti. Lo stesso titolo, Crave, che si potrebbe tradurre con “brama” o “implora”, esemplifica bene il senso di tale ricerca, quasi patologica, da parte di queste persone che chiedono, pretendono, ma non sanno più dare. E al di là dei vari risvolti sociali il testo ha degli accenti tragici, talvolta romantici, che lentamente hanno conquistato il pubblico.
Di tutto il testo il monologo di A, come ormai viene definito un estratto dell’opera che ha assunto una sua autonomia poetica, rappresenta una sorta di drammatica dichiarazione d’amore (ma fatta a se stesso, mai comunicata) da parte di A, un uomo anziano, verso C, una ragazzina di cui si è innamorato e che paradossalmente ricambia i suoi sentimenti, pur a sua volta tacendoli. Lo stupore nasce dal fatto che il monologo è diventato in breve uno dei preferiti delle attrici e dei più sentiti da parte di un pubblico fondamentalmente femminile. Insomma, pur essendo stato scritto per un personaggio maschile (e pedofilo!), il testo ha catturato alla perfezione, per il proprio implicito e disperato romanticismo o perché tocca le corde più intime dell’animo femminile, l’immaginario di molte donne che lo hanno assunto come proprio manifesto poetico. Tanto è vero che se fate un giro in internet, dove sono caricati decine di video a tema, troverete davvero poche interpretazioni dello stesso realizzate da uomini e tantissime, alcune eccessivamente caricate di sentimentalismo (lì dove il sentimentalismo va assolutamente evitato), da parte di donne che lo recitano con tale naturalezza da farne addirittura dimenticare l’origine.
Certo, viene da pensare che ad spingere così tanto il monologo in tale direzione conti il fatto che a scriverlo sia stata una donna, per di più molto giovane. La Kane, suicidatasi a 28 anni, disse di aver scritto Crave quando ormai aveva perso “la fede nell’amore” e lo indicava come “il più disperato” dei suoi lavori. E mi pare indicativo che abbia messo quelle parole, parole così profondamente connaturate al desiderio femminile, in bocca a un personaggio maschile tanto più anziano di C (child) e che quindi verrebbe a confondersi con la figura paterna, amata follemente e allo stesso tempo ferocemente respinta. È una chiave di lettura non solo per tanto seguito appassionato ma anche dei risvolti psicologici vissuti della stessa autrice mentre scriveva.
Ma in fondo, al di là di tutte le analisi o divagazioni, resta come una piccola perla di poesia d’amore, questa lunga lettera per nessuno in cui maschile e femminile si fondono, vecchiezza e giovinezza, disperazione e gioia, in una sorta di vortice emozionale nel cui occhio sereno continueranno a riflettersi, volenti o no, l'ombra di Sarah Kane e di tutte le donne della sua epoca.
Tutto questo pensiero in realtà mi è nato ascoltando un pezzo teatrale che forse non può paragonarsi a Shakespeare, ma che pure ha preso vita fino a diventare non solo uno dei preferiti dai giovani attori dell’ultima generazione ma anche dal pubblico, che sia più o meno affezionato al teatro. Mi riferisco al monologo di A, da Crave, spettacolo andato per la prima volta in scena nel 1998, della drammaturga inglese Sarah Kane. L’opera, la più celebre e la penultima della drammaturga, morta nel 1999, parla della disperata e fallimentare ricerca d’amore fra due coppie formate rispettivamente da una persona anziana e da una più giovane, che non riescono mai a comunicare i propri sentimenti. Lo stesso titolo, Crave, che si potrebbe tradurre con “brama” o “implora”, esemplifica bene il senso di tale ricerca, quasi patologica, da parte di queste persone che chiedono, pretendono, ma non sanno più dare. E al di là dei vari risvolti sociali il testo ha degli accenti tragici, talvolta romantici, che lentamente hanno conquistato il pubblico.
Di tutto il testo il monologo di A, come ormai viene definito un estratto dell’opera che ha assunto una sua autonomia poetica, rappresenta una sorta di drammatica dichiarazione d’amore (ma fatta a se stesso, mai comunicata) da parte di A, un uomo anziano, verso C, una ragazzina di cui si è innamorato e che paradossalmente ricambia i suoi sentimenti, pur a sua volta tacendoli. Lo stupore nasce dal fatto che il monologo è diventato in breve uno dei preferiti delle attrici e dei più sentiti da parte di un pubblico fondamentalmente femminile. Insomma, pur essendo stato scritto per un personaggio maschile (e pedofilo!), il testo ha catturato alla perfezione, per il proprio implicito e disperato romanticismo o perché tocca le corde più intime dell’animo femminile, l’immaginario di molte donne che lo hanno assunto come proprio manifesto poetico. Tanto è vero che se fate un giro in internet, dove sono caricati decine di video a tema, troverete davvero poche interpretazioni dello stesso realizzate da uomini e tantissime, alcune eccessivamente caricate di sentimentalismo (lì dove il sentimentalismo va assolutamente evitato), da parte di donne che lo recitano con tale naturalezza da farne addirittura dimenticare l’origine.
Certo, viene da pensare che ad spingere così tanto il monologo in tale direzione conti il fatto che a scriverlo sia stata una donna, per di più molto giovane. La Kane, suicidatasi a 28 anni, disse di aver scritto Crave quando ormai aveva perso “la fede nell’amore” e lo indicava come “il più disperato” dei suoi lavori. E mi pare indicativo che abbia messo quelle parole, parole così profondamente connaturate al desiderio femminile, in bocca a un personaggio maschile tanto più anziano di C (child) e che quindi verrebbe a confondersi con la figura paterna, amata follemente e allo stesso tempo ferocemente respinta. È una chiave di lettura non solo per tanto seguito appassionato ma anche dei risvolti psicologici vissuti della stessa autrice mentre scriveva.
Ma in fondo, al di là di tutte le analisi o divagazioni, resta come una piccola perla di poesia d’amore, questa lunga lettera per nessuno in cui maschile e femminile si fondono, vecchiezza e giovinezza, disperazione e gioia, in una sorta di vortice emozionale nel cui occhio sereno continueranno a riflettersi, volenti o no, l'ombra di Sarah Kane e di tutte le donne della sua epoca.
In alto il monologo di A, recitato da Paola Minaccioni. Nella versione italiana il dramma della Kane è stato tradotto con Febbre.
In basso lo stesso, in lingua originale, e con voce maschile (anche se con molto meno pathos).
In basso lo stesso, in lingua originale, e con voce maschile (anche se con molto meno pathos).
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