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domenica 23 febbraio 2025

ma è vero che non chiedete soldi?

Capita, nell'80%, forse 90% dei casi, che quando chiedo a un autore che mi propone un suo libro come è arrivato fino a me, l'autore non mi risponde "Vi seguo e mi piace la vostra linea editoriale" oppure "Vi conosco poco, ma mi sembrate adatti al tipo di libro che voglio fare", ma piuttosto "Ho cercato su internet quali sono gli editori che non chiedono un contributo e ho scritto a tutti quelli che ho trovato". Un po' come si fa con l'indifferenziata. – Quindi non ci conosce? – No. – Quindi non sa nulla di cosa facciamo? Ha visto il nostro sito? – No. Ma è vero che non chiedete soldi? domandano sempre tutti una seconda volta per stare sicuri. – L'altro giorno una ragazza mi ha chiamato perché cercava un editore senza contributo che le pubblicasse il libro, ma per il 15 marzo, perché per lei quella data è molto importante. Quando le ho spiegato che la cosa era impossibile, mi ha risposto "Va bene, ho capito, e se ti pago?" come se ciò che le avevo detto prima fosse una tattica per contrattare un prezzo più alto. – Ma è questa l'immagine che do? – Io mi chiedo chi me lo fa fare di perdere tanto tempo a barcamenarmi, quando potrei semplicemente chiedere 1000 euro a libro per chiunque mi chiami e se non ti sta bene quella è la porta. Mi toglierei di torno un sacco di scocciatori, pubblicherei qualche titolo in più, e sarebbe anche la volta che posso assumere qualcuna delle decine di ragazz* che mi scrivono in cerca di lavoro, e io non so mai come rispondergli che vorrei, di una mano avrei bisogno, ma non so come pagarli. Di loro mi dispiace più di tutti.

giovedì 20 giugno 2024

il 10%

Autore mi chiama al telefono. – Senta, ho pronto un libro di 15 poesie, glielo mando? – 15 poesie? – Sì, per ora 15, poi se ingrana ne facciamo un altro. Senta, come funziona con voi? – In che senso? – Chi paga? Pago io o pagate voi? – Per un libro di 15 poesie? Non lo so, sinceramente, non ne ho mai fatti di così piccoli. Dovrei leggerlo per capire come comportarmi. – Senta, che prezzo di copertina può fare un libro di 15 poesie? – Non lo so, non ho mai fatto plaquette, dipende da quanto sono lunghe le poesie. – Non sono lunghe, sono brevissime, le cose troppo lunghe non mi piacciono. Lei che prezzo farebbe? –Verrebbe un libro di 15 paginette scarse. 3-4 euro? – Ma c’è qualcuno che lo comprerebbe secondo lei? – Guardi, non so che dirle, prima le dovrei leggere. – Senta, non so se le posso mandare le poesie, non le ho ancora registrate. – E perché mi ha chiamato allora? – Perché voglio capire come funziona. Senta, ma le vendete voi le poesie? O le devo vendere io? – O madonna! – E le se le vendete voi, quanto me ne viene? – In genere una percentuale sul prezzo di copertina che varia dal 7 al 10 per certo. – Ah, ma è proprio poco il 10% a libro! Lei così non mi incoraggia a pubblicare con voi. – Guardi, non so proprio che farci. – Senta, non potremmo fare che mi dà il 10% a poesia? – Chiudo il telefono.

venerdì 14 aprile 2023

presenza scenica

Quando ciò che resta a uno scrittore per vendere due copie non è più la sua scrittura (in un paese che legge sempre meno) ma la presenza scenica, il carisma, quella cosa è ancora scrittura oppure è già qualcos’altro che per carità magari serve, ma non è detto che sia tutto? Il pubblico chiede il personaggio, ma il personaggio non è detto che sia il libro, e non è nemmeno detto che sia vero, come mi diceva ieri una mia amica attrice: "la cosa terribile è che siamo molto peggio delle nostre falsificazioni, quindi non possiamo che continuare così". Me lo chiedevo oggi pensando ad Anna Correale, che è una nostra autrice, e che in pubblico è spesso molto timida, non rende al 100% tutto il suo potenziale (ma solo in pubblico, se poi ti fa i discorsi al bar è un'altra cosa, infatti con lei le presentazioni andrebbero fatte da Poldo). Poi Anna la leggi e per talento, profondità e cultura si mangerebbe tranquillamente col pane metà di quelli che oggi vedi in giro per festival letterari. Solo che per accorgertene davvero, per farti toccare da lei, devi leggere i suoi libri, come si faceva una volta quando tutto girava intorno all'opera. E penso che come Anna ce ne sono di scrittori bravissimi che magari non hanno la faccia di culo che ho io, che in pubblico non mi vergogno quasi mai, al massimo mi scoccio di starci, ma non è che per forza questo è un demerito o una discriminante dello scrittore. O almeno non dovrebbe esserlo.

sabato 8 aprile 2023

un complimento

Autore che mi scrive: “Tu non sei perfetto né come editore né come persona, però uno che ha pubblicato con te lo può dire a tutti senza vergognarsi.” A modo suo è un complimento.

lunedì 27 marzo 2023

messaggio da un autore

«Buonasera, vorrei proporvi la mia raccolta poetica, selezionata come finalista in diversi premi senza mai vincerne uno, sono un autore isolano e isolato, abbastanza fallito da avere zero case editrici interessate ai miei progetti e abbastanza solo da inviare questo messaggio di sabato sera».

lunedì 20 marzo 2023

ambizione

Oggi durante un corso in una scuola un professore pieno di entusiasmo mi si avvicina e mi dice: Dr. Lillo, approfitto di lei, io sono tanto ambizioso e sogno di diventare il nuovo Stephen King italiano, mi dica lei che è del mestiere, come posso fare? Da dove comincio? — Ti capisco, trovare un editore non è mai facile all'inizio, però non ti arrendere. Cos'hai scritto, un romanzo, dei racconti? — Ancora nulla. Però sono pieno di idee! — Ecco, io magari al posto tuo comincerei a scrivere...

mercoledì 8 marzo 2023

cernita

Autore che mi manda una email di proposta con allegati 115 file con 115 poesie, una per file, e mi scrive: Gentile editore, voglio fare un libro perfetto composto da 100 poesie, ma come tanti prima di me non sono capace di scegliere fra le mie creature. Ho bisogno dello sguardo imparziale di un altro che legga e scarti le 15 poesie meno valide. – Va bene, gli dico, ma non poteva metterle tutte su un unico file? – Risposta: Ma poi come avrebbe fatto a separare le meno valide dalle altre?

martedì 22 febbraio 2022

nomen omen

AUTORE: Allora non mi vuoi proprio pubblicare? Hai deciso? Lo sai che ora lo pubblico con **** (e dice il nome di altro editore che secondo lui dovrebbe farmi invidia).
IO: Va bene.
AUTORE: Ma niente niente ti fa?
IO: L'importante è che lo pubblichi... ti comprerò una copia!
AUTORE: Ma che cos'hai al posto del cuore, le pietre?!

lunedì 26 ottobre 2020

chi si ferma è perduto

Gentile editore, ho letto che non accettate più manoscritti, quindi questa email è perfettamente inutile, ma io ve la mando lo stesso.
Penso anche che non solo non darete una sola occhiata alle mie poesie, ma non leggerete nemmeno questa email, ma io ve la mando lo stesso.
Perché chi si ferma è perduto.
Gentile autore, mi sei piaciuto e quindi ti leggerò.

sabato 3 ottobre 2020

suggerimenti

Salvo poche eccezioni in Italia non abbiamo una tradizione di grandi romanzieri perché i nostri narratori “in potenza” sono passati direttamente dalla novella, racconto o prosa d’arte (genere prettamente italiano, diceva Calvino) alla macchina da presa, trasponendo nel cinema tutte le istanze estetiche e sociali che il romanzo aveva già espresso all’estero a partire dal ‘600 (Don Chisciotte). Tutto questo è successo un po’ per un ritardo nostro nel processo di scolarizzazione, nell’apprendimento della lettura e della scrittura, e quindi nella diffusione di libri e giornali; un po’ per una diversa tradizione che prediligeva (proprio perché non si sapeva leggere!) altre forme espressive a diffusione orale e visiva: la poesia (quando ancora si recitava a memoria), il teatro, l’opera. Fatto sta che, per quell’appuntamento mancato, sono pochissimi i romanzieri e romanzi italiani del secolo scorso che possano rivaleggiare, per fascino e potenza espressiva o affabulatoria, con quanto prodotto dal cinema: Rossellini e tutto quanto il neorealismo, Visconti, De Sica, Antonioni, Fellini, Petri, Germi, Scola, Pasolini, che è sempre meglio come regista che come romanziere, ecc. ecc. Mengaldo, addirittura, dice che in tutto il ‘900 non c’è un solo romanziere all’altezza della coeva letteratura europea, nemmeno Svevo, Gadda, Moravia o Fenoglio. Io, come Kundera, salvo almeno Malaparte, e forse la Morante. Ma anche oggi, che è in crisi persino il cinema (superato nei gusti dalla fiction), non ne vedo tanti di romanzieri e romanzi italiani che possano dirsi belli o potenti o spregiudicati o semplicemente ambiziosi “quanto” un film d’autore del ‘900. In verità, e so di far peccato, non me ne viene in mente nessuno/a. E allora chiedo, avete suggerimenti?

giovedì 3 settembre 2020

telegramma d'autore

Autore mi scrive (via mail): Saputo che siete editore non a pagamento. Prego confermarmi veridicità della notizia. Se realmente così, farò presto invio di mia proposta editoriale. Vi saluto cordialmente,

Gli rispondo che abbiamo la programmazione stabilita fino al 2023. Mi ha scritto: Prego ricontattarmi appena liberati. Cordialmente,

domenica 12 gennaio 2020

morte per mano dell’autore

Con Un giorno perfetto per i pescibanana J.D. Salinger crea il personaggio di Seymour Glass, uno degli eroi del ‘900 letterario ma, ancor più, un eroe in assenza, protagonista di una saga famigliare di cui è il fulcro proprio in virtù del vuoto che vi lascia, elemento perturbante, non rimosso, lutto non elaborato, ombra di volta in volta consolatoria o ingombrante proprio in virtù della sua aura superumana. Il reduce Seymour Glass che, per certi versi, è un po’ l’alter ego dello stesso Salinger, muore suicida in questo che apre i Nove racconti, sparandosi un colpo alla testa dopo aver passato una tranquilla giornata al mare. Nella storia vi sono delle allusioni, ma di fatto non vengono spiegate le vere ragioni del gesto e il boato di quello sparo viene amplificato proprio dall’apparente serenità che lo precede. Perché scrivo di questo celebre racconto che non ha affatto bisogno delle mie note? Perché Un giorno perfetto per i pescibanana viene scritto nel 1947, pubblicato nel 1948 e poi raccolto nei Nove racconti nel 1953. All’epoca Salinger è già uno scrittore di fama mondiale, pertanto del volume viene subito approntata una traduzione italiana, pubblicata da Einaudi, a cura di Carlo Fruttero. Ecco che nove anni dopo, nel 1962, esce per Vallecchi la raccolta di racconti In società, opera di uno scrittore assai meno celebre ma altrettanto talentuoso, tormentato e isolato, Tommaso Landolfi. Al suo interno vi è pubblicato un racconto di chiara matrice dostoevskijana, La mattinata dello scrittore, in cui si parla, con evidenti agganci autobiografici, delle ultime vacue ore di vita di uno scrittore di provincia, che prima si arrovella per un verso mancato, poi per una relazione mancata, ma la cui punta massima di disperazione si registra quando si accorge di non trovare più il suo pacchetto di sigarette. Alla fine però succede qualcosa che modifica il quadro. Quasi per caso, per una decisione estemporanea ma allo stesso tempo “semplice e definitiva”, lo scrittore raccoglie la pistola che tiene nel cassetto e si spara. L’atmosfera nebbiosa e vagamente annoiata è la stessa del racconto dell’americano. E anche qui, pur nell’accennarsi dei motivi, manca del tutto un movente al suicidio del proprio alter ego. Per la prima volta Landolfi affronta, dietro lo schermo narrativo, la propria “volontà di morte”, e la critica vi legge un risvolto nichilista consono allo scrittore. Eppure, mi sono sempre chiesto se a far scattare quella particolare molla in Landolfi – magari complice Calvino consulente Einaudi – fossero stati i Pescibanana di Salinger. Se Landolfi, leggendolo, vi si fosse riconosciuto, avrebbe ritrovato in quell’americano “spostato” per i disastri della guerra, l’identico vuoto di sé che anche lui si sentiva dentro, fino al punto da replicarne le pulsioni che già lo animavano, per cercare di liberarsi, almeno in letteratura, del suo male di vivere. Inscenando, quindi, il delitto perfetto: la propria morte per mano dell’autore.

venerdì 21 dicembre 2018

l'autore e il suo doppio

Il mio amico Toni mi dice che secondo lui il mio racconto Lettera a un editor più che a un altro è stato scritto da me stesso a me stesso, perché sono un personaggio bipolare: in realtà l'autore che c'è in me vuole e cerca ripetutamente di uccidere e soverchiare l'editore, che resiste e per vendetta lo schernisce nei mille ritratti di sfigati che ronzano intorno alla casa editrice. Interessante teoria, su cui continuo a rimuginare.

venerdì 16 novembre 2018

autore in cerca di editore

Fra gli altri c'è quello che ti scrive le mail con le classiche domande editoriali (accettate manoscritti, quali sono le tempistiche, ma siete a pagamento, ecc.), ma una al giorno, cioè ogni giorno ti arriva una mail con una sola domanda, stringata al punto da sembrare anonima, sempre dalla stessa persona che si firma l'Autore, e tu non capisci se è uno scherzo, un'inchiesta fatta male, una performance oppure sei già parte dell'Opera che ti presenterà. Poi mi dicono che sono io che prendo spunto da Pirandello. A me pare ovvio che sia Pirandello, invece, a entrare a gamba tesa nella mia vita.

giovedì 6 settembre 2018

se giovanni è morto

Dopo la censura del film di Allen, il secondo gossip della settimana riguarda la poetessa Giovanna Cristina Vivinetto, nota per aver scritto un libro poetico, Dolore minimo, incentrato sulla sua vicenda di transgender. Avendo partecipato a un premio di poesia, il Solstizio Opera Prima promosso dall'associazione Libero De Libero, ed essendo arrivata fra i finalisti, è stata in ultimo squalificata perché si è scoperto che in precedenza, prima cioè dell’operazione, aveva già pubblicato due libri a nome di Giovanni Vivinetto, l’uomo che fu e in cui più non si riconosce. Lei è insorta, con tanto di legali, contro la decisione, dicendo che ciò che fu scritto da Giovanni non è più di Giovanna e viceversa, questione che va oltre i rigidi regolamenti di un premio. In sostanza, la domanda sollevata è: chi è l’Autore e chi è la persona? Coincidono? Io personalmente le ho sempre sviscerate come identità, perché credo che l’Autore vada oltre la persona, da cui attinge sì esperienze ma che poi rielabora in base a un intuito di cui non sempre la persona che lo ospita è cosciente (ciò che talvolta viene chiamata Musa oppure Genio): i rari momenti in cui l’Autore e la persona coincidono, ovvero la persona esprime in ogni gesto, parola, sguardo, la visione più profonda dell’Autore, sono quelli in cui, come diceva Nietzsche, l’uomo guarda nel baratro che guarda l’uomo, situazione insostenibile che a lungo andare rischia di distruggerlo. Questa dualità è anche il motivo per cui, spesso, molti grandi geni dell’arte sono poi state persone sgradevoli, sciatte o anonime. Ecco, mi pare di capire, dalla vicenda sollevata dalla Vivinetto che lei, e chi con lei, sostengano l’opposta posizione – legittima! – quella per cui Autore e persona coincidano perfettamente, motivo per cui, morto Giovanni (se Giovanni è morto), muore anche tutto ciò che ha fatto l’autore in Giovanni, e venuta alla luce Giovanna, ne viene fuori con lei una nuova autrice che, coincidendo in tutto e per tutto con la sua persona, ne ricalcherà la vita fin alla fine. Peccato dunque, perché si è persa una grande occasione di discussione su temi che sono dunque eterni (paternità o maternità dell’opera, coincidenza fra vita e arte, identità dell’Autore, ecc.) che proprio la vicenda della Vivinetto, negli ultimi mesi, sta rinfocolando con grande vivacità.
(A parte questo, però, trovo che se ognuno ha il diritto di difendersi con le unghie e coi denti se si sente minacciato, non si può, prima ancora che venga diffuso un comunicato ufficiale che puntualizzi i motivi della decisione, partire in quarta con una campagna mediatica in cui, basandosi praticamente sul nulla (parole riferite di una telefonata), si aizzano delle persone contro l’associazione del premio (i cui dubbi erano legittimi), e trasformandola in una battaglia per i diritti dei transgender. Da qualsiasi punto di vista la si guardi, è una mossa impulsiva e poco elegante, perché si scherma dietro i problemi di chi subisce discriminazioni costanti e non ha alcun libro di successo da promuovere, né la consolazione di un premio alla fine della querelle. A meno che ovviamente non ho capito io, e in quanto loro portavoce, l'autrice devolve i premi alla comunità LGBD italiana).

martedì 4 settembre 2018

sangue sulle parole

L'altro giorno al Terracina Book Festival, mentre sistemavo i libri sul nostro tavolo mi sono tagliato un dito e nel ho sporcati alcuni di sangue. Poco dopo si è avvicinata una ragazza e mi ha chiesto di poter acquistare una di quelle copie. "Ma sei sicura?" le ho detto, "te ne do una pulita". Ma lei: "Vuoi mettere avere una copia del libro bagnata dal sangue del suo autore?". "Di quello ce n'è già dentro a litri" le ho detto. Ma ha insistito per acquistarlo, perché il rosso sul bianco della copertina spicca di più di quello spillato fra le parole. Come mi ha suggerito poi Francesca Santucci, probabilmente lo sta già usando per clonarmi.

giovedì 17 maggio 2018

anche se capisco

Più vado avanti in questo mestiere e più mi convinco che l’autore e l’editore, anche quando parlano di libri, parlano due linguaggi diversi. Persino quando l’autore che è in me parla dei libri che vorrei fare con l’editore che dovrei essere, ci sono volte che faccio una gran fatica a capirmi. E anche se capisco mi arrabbio.

domenica 9 ottobre 2016

gozzovigliare all’ombra dell’autore

Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco. 
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo? 
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.