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martedì 7 novembre 2023

lo scrittore-lettore

Esistono, secondo me, gli scrittori-scrittori e gli scrittori-lettori. Lo scrittore-scrittore lancia le sue parole nello spazio, e queste parole cadono in un luogo sconosciuto. Lo scrittore-lettore va a prendere quelle parole e le riporta a casa, come Vespero le capre, facendole riappartenere al mondo che conosciamo. […] Non è detto che gli scrittori-lettori siano proprio coloro che conoscono il piacere della lettura. Al contrario. Leggere è sentirsi posseduti; essere assaliti da un raptus e invasi da un dèmone, al punto che a volte penso che ficcare il naso in un libro sia un’operazione contro natura, nei limiti in cui al Leopardi estremo sembrava contro natura non dico l’intelligenza, ma il pensiero. Il mio istinto è di liberarmi dal dèmone, non di corteggiarlo; e questa liberazione prende forma, malgré moi, di scrittura. Potrei dire che conosco più il bisogno che non la gioia o il desiderio di scrivere. […] Oltre che scrittore-lettore, mi sento scrittore-editore. Ci sono molti editori (e la nostra lingua ne annovera a fiumi) che finiscono, prima o poi, per diventare scrittori, mentre a me succede il contrario (non so scrivere senza inseguire una professione, o una vocazione, fallita).
 
CESARE GARBOLI, Scritti Servili (Minimum Fax, 2023)

venerdì 9 settembre 2022

soddisfazione

Autore che vuole assolutamente pubblicare con me. Mi chiama più volte e certi giorni mi tiene mezz’ora al telefono. Di fronte ai miei tentennamenti a un certo punto sbotta: Anto’, ma io ti pago! Hai capito? TI PAGO! Basta che pubblico con te. – Ma perché ci tieni tanto a pubblicare con me? – Perché quando ti chiamo tu mi dai soddisfazione.

sabato 11 giugno 2022

agenzia viaggi

La ragazza dell'agenzia viaggi che non sa come mi chiamo però sa che scrivo. Entra una signora che mi cerca: — Scusi, mi sa dire dov'è l'ufficio di Antonio Lillo? —Chi? — Lo scrittore... — Ah, di fronte! — Il viaggio letterario più corto della storia.

venerdì 11 giugno 2021

la lista

Ecco una storia che mi ha raccontato un amico editore. Un suo autore, convintissimo della propria caratura, aveva stilato una lunga lista di amici e parenti che avrebbe “certamente” comprato il suo libro, e quindi per “favorire” l’editore non aveva voluto nemmeno le copie omaggio, dicendogli che lui non avrebbe fatto regali e se loro lo volevano lo avrebbero comprato. Dopo un anno l’editore gli ha mostrato i dati di vendita. Tre copie vendute in tutto. L’autore a quel punto si è fatto il giro di parenti e amici sulla sua lista per scoprire che nessuno aveva comprato il suo libro, anche se molti gli avevano detto di sì. Non solo, suo cugino gli aveva spudoratamente fatto i complimenti pur non avendolo mai letto, mentre un caro amico ce l’aveva addirittura con lui perché se lo aspettava in regalo e l’aveva presa come una mancanza di considerazione. Non l’aveva comprato manco il figlio, dicendogli che comunque, avendolo scritto suo padre, non lo avrebbe letto. Alla fine della fiera l’autore ha giurato che non pubblicherà mai più un solo libro.

sabato 11 gennaio 2020

hapworth 16, 1924

Oggi ripensavo a Hapworth 16, 1924, l'ultimo racconto mai pubblicato in vita da Salinger, morto il 27 gennaio 2010 (occhio quindi, che fra pochi giorni c'è il decennale). Salinger lo pubblica nel 1965 sul New Yorker. Ventitre anni dopo, nel 1988, Roger Lathbury, un piccolo editore appassionato (in cui mi identifico) gli scrive, ma senza nessuna vera speranza, se può pubblicare il racconto in volume. Invece, contro ogni previsione, Salinger gli risponde di sì, ma lo fa circa otto anni dopo, nel 1996. Una storia all'apparenza a lieto fine, se non fosse che nel gennaio 1997 l'operazione editoriale viene sgamata dalla stampa, quando l'editore registra il copyright sul volume e concede innocentemente una prima intervista in cui si dice entusiasta di quella pubblicazione. Nel giro di pochissimi giorni l'uscita del nuovo libro di Salinger diventa un caso internazionale; a febbraio, senza che il libro sia ancora uscito, viene addirittura pubblicata la prima ferocissima stroncatura del volume a firma di Michiko Kakutani, sul New York Times. Salinger, indispettito, si tira indietro e non pubblica più nulla, ritenendosi tradito dall'editore, il quale fa pubblica ammenda, non si capisce per cosa visto che il lavoro dell'editore è registrare i libri, pubblicizzare la loro uscita e possibilmente venderli. Il vero perdente in questa storia è lui. Il libro, invece, diventa un oggetto di culto, o più semplicemente un titolo di quelli che non leggi ma devi sapere che ci sono, come il Finnegans Wake. Proprio come per il libro di Joyce, sul suo valore circolano le più svariate interpretazioni. Ad oggi la mia preferita è quella pubblicata sul blog 2000 battute: "J.D. Salinger si è preso gioco di tutti noi", ribadendo ancora una volta la superiorità dello scrittore Salinger sul suo pubblico, sul suo editore e persino sull'uomo che per un po' ha abitato.

domenica 11 agosto 2019

indovinello

Hai una pistola con due soli colpi in canna. Davanti a te ci sono un leone affamato, un grosso orso arrabbiato e uno scrittore in cerca di editore. A chi spari? 
Ovviamente allo scrittore. Due volte! 

(Grazie ad Ascanio Celestini per la dritta)

domenica 9 ottobre 2016

gozzovigliare all’ombra dell’autore

Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco. 
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo? 
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.

venerdì 5 febbraio 2016

una lettera che mi è arrivata in sogno

Gentilissimo autore, 
lascio alla sua squisita immaginazione il compito di interpretare la mia indifferenza e raccontarsi nel silenzio, come vuole, le difficoltà dei nostri tempi editoriali. Tempi farabutti che non amano i più deboli e almeno mondati da certe parole: le inutili parole di circostanza per il successo degli altri. Avrà anche lei la sua occasione un giorno, stia tranquillo. 
La saluto con uguale indifferenza, 

L’editore

martedì 22 dicembre 2015

quella cosa che ti alzi

Uno scrittore è quella cosa che ti alzi nel cuore della notte per scrivere un racconto che ti è appena arrivato nel sogno con tanto di incipit perfetto, e mentre scrivi bestemmi tutto il tempo perché fa freddo, e stai perdendo sonno prezioso per scrivere un racconto che non ti cagherà mai nessuno e forse resta nel cassetto per i prossimi dieci anni o tutta quanta la tua vita. Tu lo sai, bestemmi, eppur ti muovi.

martedì 26 agosto 2014

lettere scritte senz’amore

Finita la festa i due amanti sono persone un po’ più sole. Prendono distanza. Convergono ad un punto: ci si abitua col tempo anche al silenzio di lettere scritte senz’amore. Cominciano con frasi per nulla banali fra le righe: come stai? cosa leggi? come va la salute? Poi passano a raccontarsi i loro sogni: “Eravamo a una festa, entrambi invitati alla ricerca dell’altro, ma con le lenti degli occhiali appannate. Ci passavamo accanto senza nemmeno sfiorarci. E ancora, messaggi dal buio: perdonami per le promesse e i sentimenti provati. Ti sogno giornalmente come lo scrittore che ho sempre immaginato. Ma uno scrittore non ha peso. Dal vivo è troppo per me”. Nel sogno si chiamano a gran voce, quasi urlando. O parlano a voce così bassa che si perdono le parole per non disturbare, e non riuscendo più a vedersi non gli resta più niente. Non sono più amanti. Hanno lacrime agli occhi che appannano loro gli occhiali.

venerdì 20 giugno 2014

ti scrive così...

Ti scrive così
per sentirti più sua
sulla lingua – che non sa
che tu sola conosci
come il codice del cuore
più segreto
quando dice ti amo – uno straniero
uno scrittore.

martedì 14 gennaio 2014

funerale

Sono stato a un funerale, il padre di un mio amico.
Mi è capitato, come non mi succedeva più da tempo, di sedermi accanto a un uomo piegato dal lavoro, un anziano letteralmente curvato sul bastone da anni di fatica nei campi, spezzato nella schiena. Ho spostato lo sguardo in avanti, sugli altri più giovani di lui e dritti come antenne, e ho capito che sempre meno se ne vedranno di persone piegate così, perché diverso è il lavoro ormai, e per fortuna, diverso è il sacrificio richiesto dalla terra.
E ho pensato che anche questo fa parte dei miei doveri di scrittore, raccontare a chi non vedrà quello che ho visto io, che una volta non c’erano solo i campi di sterminio nazisti, le guerre fredde e i trattati di pace, il terrorismo, la politica europea e la crisi economica, tutto quello che ci passano per Storia; ma anche, più semplicemente, gente così piccola la cui vita ruotava tutta intorno a una zappa in un campo di terra dura e pietrame, persa in una lotta senza scampo per dissodare il terreno e piantarci due fave, un filare di viti, fino a contorcersi la schiena e assomigliare essa stessa a un tralcio.

domenica 22 dicembre 2013

rassegna mattutina

Faccio la mia rassegna dei blog, come ogni mattina. Passo dal blog di Marco Bertoli (Jazz nel Pomeriggio) e faccio partire il brano qui sotto, splendido, di John Medeski. Poi un giro su Le Parole e le Cose, dove hanno pubblicato una nuova traduzione (a cura di Manuela Alessandra Poggi) di Heiner Müller, fra i miei poeti preferiti. Leggo le poesie con la musica di sottofondo, sono malato, ho poca fiducia nell'umanità e nel futuro. Questo è il mio umore oggi e il cielo non cambia. Non cambia mai la natura umana.

SGUARDO ESTRANEO: CONGEDO DA BERLINO

Dalla mia cella davanti al foglio vuoto
In testa un dramma per nessun pubblico
Sono sordi i vincitori i vinti muti
Uno sguardo estraneo su una città estranea
Giallogrigie le nubi passano alla finestra
Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino

Heiner Müller 14.12.1994