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martedì 5 marzo 2024

un quarto di un martello

Mentre sto lavorando alla traduzione di un libro, mi capita sotto gli occhi l'inventario dei beni di un bracciante del sud che muore improvvisamente ai primi del '700 lasciando alla moglie e ai suoi tre figli piccoli quanto segue: "una sottana rossa, un lenzuolo di tela, una coperta di lana verde sfilacciata, una sciarpa rossa, un tavolo di pino, due sedie usate, una piccola zappa da giardino, una vecchia zappa di medie dimensioni, una quota di un quarto di un martello da muratore, una cassapanca di pino, una scala di legno, cinque brocche di creta, quattro piatti e una coppa grande di creta." Più il trullo in cui vivevano in cinque e una piccola vigna. È una storia di povertà estrema, tanto che alla sua morte la moglie è costretta a ipotecare il trullo e la vigna per sfamare i figli, ma così restano senza casa. Chissà cosa è successo loro, come se la sono cavata. I documenti non lo dicono e così ci resta solo questa traccia e la forza e la caparbietà della donna che fa mettere per iscritto questo elenco per i figli. Fra le altre, la voce più commovente di tutte è quella quota di "un quarto" del martello da muratore, che non era tutto del contadino ma ne divideva il possesso e l'uso con altri tre e l'inventario lo metteva per iscritto così che i figli dell'uomo, ancora piccoli, non perdessero quel diritto nel tempo.

giovedì 29 dicembre 2022

lost in translation

Mi sono appena chiesto che si perde nella traduzione di chi non ha più voce. Pensavo al Papa che si rivolge a Dio in questo minuto, e se persino Dio qualcosa non afferra quando prega ormai al di fuori dal linguaggio. Così simile a mio padre quella voce, a quelle volte che cerca di parlarci e con lo sguardo si dispera se provo a indovinare cosa si nasconde nel suo rauco brontolare, che si affanna per trovare un suono, e poi gioisce ogni volta che lo afferro con una gioia umida negli occhi. Cosa ho perso nella traduzione di quel suono, oggi me lo chiedo, e provo a ricordare il modo in cui agganciava le parole, la risata acuta, pungente, popolana, gli scatti a volte bruschi che restano inespressi nella gola, aggrovigliati negli occhi, la risata che non si scioglie, la voce che non mi ricordo, la voce che mi accarezzava e ormai non è più nulla, un ramo secco d’inverno, nell’inverno che non si può cambiare.

martedì 19 aprile 2022

il traduttore

Mi chiama un tipo con un forte accento romagnolo e mi fa: Scusi, dott. Antonio, ma voi le pubblicate le poesie? – Sì, certo. – E chiedete i soldi o li date? – In che senso? – Dottore, io qua ci ho 40 poesie fresche fresche, che mi dice, le vuole? – Ma appena pescate o di giornata? – Dottore, questa non l’ho mica capita, le vuole o no? – Guardi, ora sono pieno di lavoro, c’è da aspettare… – Ma se ne mando due come assaggino e poi decide? Le va bene? – Va bene. – E se le piacciono firmiamo e mi paga? – Va bene. – Dottore, ma le serve anche un traduttore, per caso? – Perché, sei traduttore? Da che lingue? – Inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e russo. So pure un po’ di greco e di latino. A lei che lingua le serve? Ce le ho tutte! – Apposto, se ho bisogno allora so chi devo chiamare. – E mi paga? – Dipende dal lavoro che fai. Hai già tradotto con altri editori? – Dottore, se lei mi paga le traduco pure i libri degli altri editori, se vuole! – Apposto. – Affare fatto?

sabato 6 giugno 2020

quarto libro

«Anche i rami perfino i muschi 
fanno ideogrammi» 
(versi finali di Arresti frequenti).

C’è il quarto libro di Mario Benedetti, che non è Questo inizio di noi (piccola appendice a Tersa morte del 2013), ma Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006, volume che raccoglie le traduzioni di poesie del francese Michel Deguy pubblicato nel 2007 da Luca Sossella, che mi pare fondamentale per la creazione della sua seconda, centrale opera, scritta in contemporanea a quello e pubblicata nel 2008, Pitture nere su carta. Raramente un libro di traduzioni viene citato nella bibliografia fondamentale di un poeta. Eppure, al di là della semplice bellezza del libro di Deguy, mi pare evidente che senza quello non avremmo avuto la forte sferzata astratta di Pitture nere rispetto ai paesaggi più colloquiali, per quanto in chiaroscuro, di Umana gloria (2004). In Pitture nere su carta Benedetti raggiunge – a mio avviso – i suoi massimi esiti artistici, andando al cuore della parola stessa, come del resto suggerisce già nel titolo: pittura nera, ovvero immagine, ombra, allusione, ideogramma alla maniera giapponese: lì dove due ideogrammi di diverso significato, messi l’uno accanto all’altro formano una terza parola, terza immagine, terza direzione. Mai come in questo libro la sua poesia si fa disarticolata, spezzata, allusiva, proiettata sull’evidenza del nome inteso come segno puro in cui significante e significato coincidono alla perfezione: nome spesso sviscerato in elenchi e non come elemento costruttivo di una frase, di un verso, con una potenza evocativa che personalmente ho ritrovato solo in Nico Orengo. Stando in piedi, di fronte a questa scrittura-pittura scevra di abbellimenti discorsivi, tesa al grado zero della comunicazione col lettore, a una chiusura/apertura di significati correlata a una dimensione intima, spartana e quasi monastica della vita del suo autore, espressa sottovoce – e non a caso referente della raccolta è l’isolato e sordo Goya – si comprende paradossalmente come per spingersi a tanto serva un’assoluta fiducia nella capacità e nella forza della parola di esistere da sé, oltre l’autore, di significare in se stessa nuda e luminosa. Parola come eredità, testamento. E pensavo a come arrivare a tutto questo è stato in parte possibile proprio attraverso il filtro della poesia tradotta di Deguy, che segue gli stessi dettami ma su un piano forse più mondano, meno chiuso ed esistenziale. Pensavo alla bellezza di questo esercizio necessario di umiltà e amore per la parola che è la traduzione, in cui un autore mette in discussione se stesso e i proprio limiti attraverso il confronto con l’altro, di cui si fa spalla, complice, scalino; spesso è un altro scelto per affinità elettive, simile a sé ma non uguale, leggermente spostato in modo tale da offrire delle varianti, degli scarti minimi che possano stimolarci a nuovi percorsi e allo stesso tempo tesi ad arricchire il suo. Per cui la lingua di Deguy, pur restando fondamentalmente di Deguy, non sarebbe stata quella appena più asciutta e secca, intima e meno smaccatamente seduttiva di Arresti frequenti senza lo zampino di Benedetti e di contro, per un breve perfetto intervallo, la lingua di Benedetti, pur restando tutta di Benedetti, senza lo zampino di Deguy non sarebbe stata quella più arditamente sperimentale, verticale, lucida fino a essere (quasi) emotivamente distaccata di Pitture nere su carta.

martedì 31 dicembre 2019

solo

Le maglie grigiodoro della luna fanno
della notte un velo,
ai lampioni del lungolago assopito
si avvolgono i viticci del Laburno.

I giunchi sornioni bisbigliano alla notte
un nome – il suo nome –
E tutto il mio cuore è un diletto,
un deliquio di vergogna.

(James Joyce, Zurigo 1916)

lunedì 30 dicembre 2019

un fiore donato a mia figlia

Fragile la bianca rosa e fragili sono
le mani di lei che donò
l’anima sua appassita e pallida più
dell’onda del tempo spenta.

Rosafragile e bella – ma ancor più fragile
una selvaggia meraviglia
negli occhi tu veli gentili,
mia bluevenata bambina.

(James Joyce, Trieste 1913, trad. Ilaria Natali con io che ci ho messo le mani)

martedì 17 maggio 2016

a un traduttore

Tradurre – per falso etimologico – è tradire.
Eppure mi aspettavo il tuo pugnale
che scavasse in me mollica e mi lasciasse
un po’ di crosta per coprire la ferita.
Sapere e non difendersi: il mio male.
Se mi parlavi arabo fingevo di capire.
Lo dichiaravo ceco per orgoglio ed ero cieco io
che difettavo di me stesso alla radice.

lunedì 18 gennaio 2016

la straniera

L’amore mio non chiede una poesia.
Mi scrive lettere da una terra straniera
umiliata da un cappotto italiano
e da una fame d’affetto inguaribile.
Arrossisce per niente se le chiedo di
tradurre da una lingua che mi schiuda
il suo mondo. È slava mi risponde e non
romanza negando una voce comune alle nostre
urgenze. Eppure aggiunge abbiamo
qualcosa ed elenca una gatta e poche
parole volgari che usiamo nel buio.
Abbiamo ripete con orgoglio abbiamo
una poesia mai scritta in qualche luogo
e un’alleanza senza storia né amicizia
dove siamo ancora questo: due suoni
incomprensibili nel buio di chi scava
nel sesso due vuoti lontanissimi eppure
due speranze che sono più di una.

domenica 11 ottobre 2015

manuali

Io credo che chi traduce un testo letterario abbia a che fare con una materia per la quale non ci sono manuali, perché il traduttore a me sembra che deve essere anche lui in balia della propria impotenza, come dice Agamben, accettarla, accoglierla, fare come il poeta, coltivare la propria disperazione e avere una specie di fede insensata in un evento improbabile, perché è vero che noi siam dei meccanici, in un certo senso, ma siam dei meccanici che parlano di macchine «la cui storia, dentro di noi, non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà», come dice Manganelli, e mi viene in mente una poesia del 1933 di Osip Mandel’štam che dice, più o meno: «I tartari, gli uzbechi, i samoiedi, e tutto il popolo ucraino, e i tedeschi del Volga, perfino, aspettano i loro traduttori. E forse, in questo momento, un giapponese, mi sta traducendo in turco, e mi fruga l’anima». Ecco, secondo me uno che traduce, si prende prima di tutto quella responsabilità lì, di frugare l’anima, e non ci sono manuali per l’uso dell’anima, o se ci sono io non li conosco.

[Paolo Nori, dal suo blog]

domenica 22 dicembre 2013

rassegna mattutina

Faccio la mia rassegna dei blog, come ogni mattina. Passo dal blog di Marco Bertoli (Jazz nel Pomeriggio) e faccio partire il brano qui sotto, splendido, di John Medeski. Poi un giro su Le Parole e le Cose, dove hanno pubblicato una nuova traduzione (a cura di Manuela Alessandra Poggi) di Heiner Müller, fra i miei poeti preferiti. Leggo le poesie con la musica di sottofondo, sono malato, ho poca fiducia nell'umanità e nel futuro. Questo è il mio umore oggi e il cielo non cambia. Non cambia mai la natura umana.

SGUARDO ESTRANEO: CONGEDO DA BERLINO

Dalla mia cella davanti al foglio vuoto
In testa un dramma per nessun pubblico
Sono sordi i vincitori i vinti muti
Uno sguardo estraneo su una città estranea
Giallogrigie le nubi passano alla finestra
Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino

Heiner Müller 14.12.1994

domenica 1 dicembre 2013

come una poesia prende vita

Chapel, di Rothko

Breve storia di come nasce e si sviluppa una poesia in una comune domenica pomeriggio.
Tutto comincia con me che scrivo questo messaggio su Facebook, senza fare nomi ma all’indirizzo specifico di un amico che oggi mi ha dato bidone per un lavoro:

Avviso a tutti quelli che ogni giorno mi costringono a rincorrerli, procurandomi altri grattacapi e perdite di tempo oltre a quelli che già ho. Se nei prossimi giorni vi vengono i funghi alle parti intime non è perché la vostra igiene è scarsa (anche per quello magari), è perché ho fatto un patto col diavolo! Che vi venga la muffa lì dove non batte mai il sole, parti intime comprese.

Daniela, mia amica e lettrice, commenta così il post: “L’ispirazione catulliana di questa invettiva è disarmante!”

Stimolato da Daniela asciugo il messaggio e scrivo la poesia qui sotto, dibattendomi a lungo fra i vari sinonimi di “genitale” (pudenda, palle, ecc...) e la intitolo Catulliana:

Ti venga la muffa lì dove
non batte mai sole
per i giorni che costringi me
a incalzarti. Genitale compreso.

Sergio la commenta così: “Il caro Gaio Valerio ci andava giù anche più pesante”.
Lo stesso Sergio, però, si appassiona al progetto e decide di fare una traduzione in latino della poesia. Ne vengono fuori due esamentri assai più belli della mia quartina:

Mucor te corrumpat ubi lux semper perempta
propter perditos soles. Et lumbos ascribo.

Insomma, viene voglia a me di ritradurre la traduzione, ancor più essenziale e più ritmica del mio componimento.
Questa, alla fine, è la poesia:

Ti venga la muffa lì dove non batte mai sole
per i giorni perduti. Genitali compresi.

giovedì 7 ottobre 2010

perché occorre ritradurre l'hemingway della maturità

Pubblico un bellissimo articolo di Piero Ambrogio Pozzi, che ho letto su Le Reti di Dedalus (qui). È un po’ lungo all’apparenza ma parecchio scorrevole e assolutamente rivelatore di pratiche e consuetudini relative al mondo dell’editoria che andrebbero sempre tenute presenti e non solo in questo caso. Poi, ovviamente, da grande appassionato di Hemingway non posso che sottoscrivere tutto, parola per parola, quel che è scritto.



Ernest Hemingway non aveva un buon rapporto coi critici; ne aveva uno peggiore con gli accademici. Combatteva spesso con i professori, soprattutto per convincerli a non scrivere sue biografie mentre era ancora in vita. Una battaglia persa in partenza, perché non c’era università in cui non si avviassero studi su un soggetto tanto celebrato. Furono costruite carriere, sugli studi hemingwayani.
L’assedio degli studiosi cominciò a farsi fastidioso, e poi insopportabile, nel secondo dopoguerra, quando Hemingway tornò a pubblicare dopo un decennio di silenzio: prima Across the River and Into the Trees, e poi The Old Man and the Sea, i libri dei quali mi occuperò in questo articolo.
Quasi nessuna delle critiche ad Across the River and Into the Trees gli fu favorevole. Poche di quelle a The Old Man and the Sea gli furono gradite. Apprezzò, e ne fu fiero, soltanto il blurb chiesto al rispettato storico dell’arte Bernard Berenson per la quarta di copertina di The Old Man:
An idyll of the sea as sea, as un-Byronic and un-Melvillian as Homer himself, and communicated in a prose as calm and compelling as Homer’s verse. No real artist symbolizes or allegorizes – and Hemingway is a real artist – but every real work of art exhales symbols and allegories. So does this short but not small masterpiece.
Hemingway si definiva uno scrittore che cercava di scrivere bene storie vissute, o meglio rese verosimili dalle sue esperienze di vita, che non erano precisamente le stesse dell’uomo medio. Davvero aveva esperienza di guerra, di tauromachia, di caccia grossa, di amore in tutte le sue declinazioni. Non aveva bisogno di assegnare simbolismi o sottintesi psicologici alle sue costruzioni letterarie. Tuttavia era perseguitato da una saggistica saccente e disinformata, frutto dell’invenzione di letterati che non potevano avere accesso al suo stile di vita né cercavano di impostare i loro studi sulla diretta conoscenza del soggetto: invariabilmente importunavano Hemingway a progetto già definito, cercando conferme che Ernest non poteva dare, e facendolo imbufalire per la perdita del suo prezioso tempo. Hemingway voleva solo scrivere, e scrivere bene.

Dopo aver combattuto in patria senza successo le biografie non autorizzate, figuriamoci se poteva combattere le cattive traduzioni all’estero. E in Italia queste apparvero, in un periodo in cui Ernest si costringeva a star lontano dal nostro paese, soprattutto da Venezia (Il vecchio e il mare uscì nel 1952), e dopo che aveva scelto con la morte di starne lontano per sempre (Di là dal fiume e tra gli alberi uscì nel 1965). Il mito di Hemingway si dissolse acriticamente nel mito di Fernanda Pivano, poi consacrato nel doppio Meridiano dei romanzi di Ernest assieme alle altre traduzioni, che non sono, ripeto, oggetto di questo articolo. Senza interventi di revisione, autentiche sciocchezze scivolarono – ancora senza rimedio – sotto gli occhi dei lettori, molti dei quali si saranno chiesti dov’era la grandezza di Hemingway. Più di un critico nostrano scrisse degli ultimi libri di Hemingway come di libri minori. Ah, se qualche revisore avesse scrostato via la sciatteria, se qualche redattore avesse indagato solo un poco sulla incomprensibilità di certe frasi, qualche generazione di lettori avrebbe potuto meglio capire, soprattutto sentire. Avrebbe sentito che in Across the River si parlava di amarezza del mestiere di soldato, di onore, amore e morte, che il passaggio in Veneto da Latisana non era preso dal Baedeker né dalla Guida Michelin, ma dal cuore. Avrebbe sentito che The Old Man era scritto in una prosa per la quale Hemingway aveva lavorato tutta la vita, una prosa che si leggesse facilmente, in semplicità, che sembrasse concisa pur avendo tutte le dimensioni del mondo visibile e del mondo che sta nello spirito d’un uomo.
Non solo. I nostri studiosi, stimolati da traduzioni decenti, avrebbero scoperto molte cose interessanti. Per esempio la stretta derivazione di Across the River dal Notturno di Gabriele D’Annunzio, al limite del plagio. La lettura parallela di Across the River e del Notturno è emozionante, e dà un’idea di quanto l’Italia e l’anima italiana fossero ammirate da Hemingway, una constatazione non da poco in questo periodo in cui ci si trastulla a sentirsi derisi dal mondo. Cito solo uno scampolo di parallelismo: D’Annunzio infermo lascia fluire i suoi ricordi di guerra, vita e morte steso sul letto della Casa Rossa, il colonnello Cantwell prossimo a morire lascia scorrere pensieri simili steso su un letto del vicino Hotel Gritti, nel sestiere di San Marco, a Venezia. La narrazione del Vate è raccolta dalla figlia Renata, quella del colonnello da… Renata, la sua Daughter. E spesso parlano degli stessi campi di battaglia, sul Carso, sul Pasubio, nel Basso Piave; o di sorella Morte, che per Cantwell è Thanatos, il fratello del Sonno.



Tre esempi di cattiva traduzione, tra gli innumerevoli da Across the River.

Il protagonista, colonnello Cantwell, parla di D’Annunzio:
…writer, poet, national hero, phraser of the dialectic of Fascism, macabre egotist, aviator, commander, or rider, in the first of the fast torpedo attack boats, Lieutenant Colonel of Infantry without knowing how to command a company, nor a platoon properly, the great, lovely writer of Notturno whom we respect, and jerk.

Questa la traduzione corrente:
…scrittore, poeta, eroe nazionale, cantore della dialettica del fascismo, egoista macabro, aviatore, comandante o autista nella prima Mas, tenente colonnello di fanteria che non sapeva da che parte si comincia a comandare una compagnia e neanche un plotone, il grande, meraviglioso autore del Notturno che tutti rispettiamo e sfottiamo.

Ci sono alcune cose da rettificare, soprattutto che D’Annunzio non era un autista, ma l’eroe della Beffa di Buccari:
…scrittore, poeta, eroe nazionale, formulatore della dialettica fascista, macabro egotista, aviatore, comandante – o membro d’equipaggio – sulla prima delle motosiluranti d’attacco, tenente colonnello di fanteria senza sapere come comandare decentemente una compagnia e nemmeno un plotone, il grande, delizioso autore del Notturno rispettato da tutti, e imbecille.

Cantwell racconta la tragedia della battaglia nella foresta di Hurtgen, nella seconda guerra mondiale:
Tree burst wounds hit men where they would never be wounded in open country.

Questa la traduzione corrente:
Tre ferite laceranti colpirono gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti se fossero stati in zona aperta.

Questa una traduzione più attenta, dove si comprende che gli uomini erano feriti dall’esplosione degli alberi colpiti dalle cannonate:
L’esplosione di alberi feriva gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti in aperta campagna.

Cantwell ricorda la battaglia di Gettysburg, combattuta durante la guerra di secessione americana:
They killed several men from the Academy at Gettysburg.

La traduzione corrente:
Hanno ucciso parecchi che uscivano dall’Accademia di Gettysburg.

Una traduzione che tiene conto della Storia:
A Gettysburg hanno ammazzato parecchi uomini che venivano dall’Accademia.

Anche il capolavoro di Hemingway, The Old Man and the Sea, il libro che l’ha portato al Premio Pulitzer e al Nobel, è stato rovinato. L’originale del lungo racconto è costruito in assoluta semplicità lessicale, con personaggi umili e ambientazioni ridotte al minimo. Il ritmo è lento, dialoghi e monologhi sono brevi e poco articolati, espressi con la calma cadenza di chi ha tempo per pensare e parlare con le poche parole che conosce, usandole con naturale precisione. La versione corrente non rispecchia la semplicità dell’originale, e talvolta usa impropriamente parole rare o ricercate, con una stringatezza in contrasto con le intenzioni dell’autore e il carattere dei personaggi, tanto che contro la normalità il testo italiano risulta talora più breve di quello inglese. E poi continua la seminagione di errori, anche grotteschi.
Tre esempi.

Si descrivono le pareti della baracca di Santiago, il pescatore:
…there was a picture in colour of the Sacred Heart of Jesus and another of the Virgen of Cobre.

La traduzione corrente:
…vi era una fotografia a colori del Sacro Cuore di Gesù e un’altra della Vergine di Cobra.

Una traduzione che tiene conto dell’impossibilità di fotografare il Sacro Cuore di Gesù ed è informata che la patrona di Cuba, la Vergine del Cobre (rame, da una miniera presso il Santuario), non ha a che fare con serpenti:
…c’era una stampa a colori del Sacro Cuore di Gesù e un’altra della Vergine del Cobre.

Una frase tecnica, formulata con parole semplici:
Each line, as thick around as a big pencil, was looped on to a green-sapped stick so that any pull or touch on the bait would make the stick dip and each line had two forty-fathom coils which could be made fast to the other spare coils…

La traduzione corrente:
Ogni lenza, spessa come una grossa matita, era fissata a un bastoncino instabile in modo che ogni volta che l’esca veniva tirata o sfiorata il bastoncino cadeva, e per ogni lenza c’erano due duglie di quaranta tese che si potevano aggiungere ad altre duglie di riserva…

Nella traduzione si deve far capire cos’è un green-sapped stick, e usare parole semplici, ma esatte. I fathom non sono tese, e i coil non sono duglie:
Ogni sagola, della sezione d’una grossa matita, era annodata su un ramo verde asciutto in modo che ogni trazione o tocco sull’esca avrebbe fatto immergere il ramo, e consisteva in due rotoli da settantacinque metri che potevano essere giuntati agli altri rotoli di scorta…

Una riflessione di Santiago:
I have eaten the whole bonito. Tomorrow I will eat the dolphin. He called it dorado.

La traduzione corrente:
Io ho mangiato tutto il bonito. Domani mangerò il delfino. Lo chiamò dorado.

Nella traduzione si deve tener conto che dolphin(fish) non è un delfino, come è pure spiegato. Si tratta di un dorado, che nei nostri mari si chiama lampuga. Si può risolvere così, conservando il bel nome spagnolo:
Io ho mangiato tutto il bonito. Domani mangerò il dorado. Che gli americani chiamano dolphin.

Ora si sono materializzate nuove traduzioni. Chissà se da Mondadori qualcuno sarà disposto a riconoscere che alcune edizioni non possono più essere ristampate, ma devono essere riconsiderate, rifatte, magari impaginate con materiale nuovo. Potrebbe anche essere un affare, sicuramente un atto dovuto a Papa Hemingway.