C’è un mio amico che mi chiama raramente ma quando succede lo fa per un motivo speciale tipo l’ultima volta che gli era nata una figlia mentre oggi era in fila alla cassa del supermercato e anche se ci pensava già da ieri gli è venuta proprio in quel momento con la gente intorno che vociava questa voglia di dirmi che lo devo proprio leggere l’ultimo libro di Paolo Nori nel quale Nori dice che per lui sicuramente il più grande poeta italiano è stato Raffaello Baldini che non scriveva nemmeno in italiano ma scriveva nel dialetto di Santarcangelo e poi traduceva in italiano e Nori lo ha letto spesso sia in dialetto sia in italiano per se stesso e per gli altri e alla fine ci ha scritto questo libro per dire di questo suo amore e il mio amico allora mi ha mandato la foto di due pagine in particolare in cui Nori riporta e commenta una poesia di Baldini che parla appunto di un amore che non nasce a Venezia o Firenze o a Parigi o a Berlino ma sul vagone del treno un po’ prima di Forlimpopoli ed è questo dice Nori che lo rende davvero grande Baldini e cioè che un amore in Baldini possa nascere sul treno un po’ prima di Forlimpopoli ma con una tale delicatezza che a pensarci è la stessa cosa del mio amico che mi chiama con la voce gonfia di entusiasmo per dirmi devi leggerlo questo libro è bellissimo mentre è in fila alla cassa del supermercato.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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giovedì 14 novembre 2024
sabato 16 luglio 2016
postilla
E quando un giovane scrittore mi dice che spesso ripeto le parole nei miei testi, anche a distanza di due righi, e che questo non si fa, e che dovrei trovare dei sinonimi invece, io tutte le volte mi viene da dirgli: ne devi friggere polpi. (Aggiungo che: io tutte le volte mi viene da dirgli... non si dovrebbe mai dire, forse, ma se lo fa Paolo Nori allora io anche sì, perché la scrittura è suono).
sabato 26 dicembre 2015
aspetta che vado a vedere
A conferma di quanto ho sempre pensato, che cioè Stephen King si ricollega direttamente alla grande tradizione del romanzo inglese dell’800, Dickens su tutti [QUI]:
«Sto leggendo On Writing di Stephen King, oggi lo finisco, e, magari mi sbaglio, mi sembra un atteggiamento stranissimo e affascinante, quello di Stephen King, salta di pari il novecento, è come se non esistessero Pirandello, Svevo, Kafka, Hašek, Queneau, Camus, Čechov, Brodskij, ma anche, non so, Philip Roth, per esempio, e adesso mi devo alzare perché scrivo steso sul letto e ho sentito un rumore, in cucina, come di uno che si alza in piedi che è un rumore strano perché son solo in casa non mi fa bene, a me, leggere Stephen King.»
[dal blog di Paolo Nori]
domenica 11 ottobre 2015
manuali
Io credo che chi traduce un testo letterario abbia a che fare con una materia per la quale non ci sono manuali, perché il traduttore a me sembra che deve essere anche lui in balia della propria impotenza, come dice Agamben, accettarla, accoglierla, fare come il poeta, coltivare la propria disperazione e avere una specie di fede insensata in un evento improbabile, perché è vero che noi siam dei meccanici, in un certo senso, ma siam dei meccanici che parlano di macchine «la cui storia, dentro di noi, non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà», come dice Manganelli, e mi viene in mente una poesia del 1933 di Osip Mandel’štam che dice, più o meno: «I tartari, gli uzbechi, i samoiedi, e tutto il popolo ucraino, e i tedeschi del Volga, perfino, aspettano i loro traduttori. E forse, in questo momento, un giapponese, mi sta traducendo in turco, e mi fruga l’anima». Ecco, secondo me uno che traduce, si prende prima di tutto quella responsabilità lì, di frugare l’anima, e non ci sono manuali per l’uso dell’anima, o se ci sono io non li conosco.
[Paolo Nori, dal suo blog]
sabato 5 settembre 2015
assenzialismo
Mi sono incamminato sulla strada dell’assenzialismo, che è la filosofia di Learco Pignagnoli così come la interpreta Ugo Cornia. L’assenzialismo, ha detto una volta Ugo Cornia, è un movimento che sceglie il non esserci come pratica. Ma in che senso, il non esserci? Il non esserci nel senso della pratica quotidiana di mancare a qualsiasi evento, anche eventi minimi di una mattina qualunque, nel senso di essere assenti il più possibile a se stessi, agli altri e alle cose. Se nel corso di qualsiasi evento, anche dei più banali, dice Cornia, qualcuno chiede “C’è Pignagnoli?” la risposta inevitabile è “No, Pignagnoli non c’è”, perché Pignagnoli non c’è mai. Pignagnoli è sempre assente.
Paolo Nori
[Si può leggere tutto l’articolo, uscito ieri su Libero, QUI]
sabato 21 febbraio 2015
tre consigli di lettura con tre estratti (per gradire)
Primo consiglio, dal blog di Paolo Nori, un articolo molto divertente, pubblicato ieri su Libero, sui presunti rapporti fra Dostoevskij, Matteo Renzi e la bellezza.
Del soggiorno di Dostoevskij a Firenze, io avevo letto, qualche anno fa, in un libro di Matteo Renzi intitolato Stil novo che era praticamente un saggio sulla bellezza pieno di frasi stupefacenti, come per esempio: «Dobbiamo avere la forza di sconfiggere il pensiero debole dei poteri forti, o presunti tali». Oppure: «Diciamoci la verità, a Firenze ci sono cose meravigliose, che spaccano il pensiero». [...] O, ancora: «Io sono convinto che Dante era di sinistra, anche se non lo sapeva».
Secondo consiglio, dal sito di Internazionale, un bel pezzo a cura di Giuseppe Rizzo sulla corrispondenza e la vita vera e segreta dello scrittore americano John Cheever. Tenere e violente insieme.
Caro ____,
questa mattina mi sono svegliato con un uccello duro e bagnato ed è bagnato anche adesso, dopo avere parlato con te, ma non solo per questo (…) è il ridere e lanciare palle di neve, è sentire te che ti lamenti della mia tosse da fumatore e delle dimensioni del mio uccello, è il tornare a ___ con te al volante e io nascosto nel sedile posteriore tra i panni da mandare in lavanderia. Ho pensato per un anno che un simile amore debba essere perverso, crudele e invertito ma non riesco a trovare alcuna traccia di ciò nel mio amore per te. Mi sembra naturale e semplice come passare un pallone da football in una bella giornata di ottobre (…)
Con amore, John
Terzo consiglio, stavolta di un libro cinico e stupendo, stupendamente scritto, e per molti anni passato sotto censura per come parlava, lui per primo, della fine della civiltà europea, Kaputt di Curzio Malaparte.
Poi, a poco a poco, il cielo si spense, la pioggia a un tratto cessò, la luna apparve in uno squarcio delle nuvole: sembrava un paesaggio dipinto da Chagall. Il cielo ebreo di Chagall, popolato di angeli ebrei, di nuvole ebree, di cani e di cavalli ebrei, dondolantisi a volo sulla città. I suonatori ebrei di violino seduti sui tetti delle case, o librati in un cielo pallido a picco sulle strade, dove i vecchi ebrei morti giacciono sul marciapiede fra i candelabri rituali accesi. Le coppie d’amanti ebrei distesi a mezz’aria sull’orlo di una nuvola verde come un prato. E sotto il cielo ebreo di Chagall, in quel paesaggio di Chagall illuminato da una tonda luna trasparente, salivano dai quartieri di Nicolina, di Socola, di Pacurari, un clamore confuso, un crepitio di mitragliatrici, i tonfi sordi delle bombe a mano.
«Ohi, ohi, ohi, ammazzano gli ebrei» disse Marioara, trattenendo il respiro.
[Curzio Malaparte, Kaputt, 1950, Adelphi, pag. 148-149]
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