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sabato 5 ottobre 2024

filosofia di vita

La mia povera filosofia di vita non ha super pensieri da offrire, è tutta fatta di poesia. Più vado avanti nel tempo e più comincio a sentire come l’idea di paesologia, che pure ho sentito mia, intesa come immersione poetica nella vita dei paesi, nei suoi vuoti e pieni, nella riscoperta e riappropriazione dei piccoli centri con tutto il loro carico di dignità e tragedia, sia stata in parte superata dall’idea di umanesimo vegetale (come definito da Angiuli), che sposta l’uomo e i suoi bisogni da lato, fuori dal centro, per dare nuovo respiro alla terra, alla natura. Sono entrambe validissime possibilità di lotta contro il mostro consumistico che si sta mangiando tutto, pure i nostri piedi. Ma forse, o almeno me ne sto sempre più convincendo, dovremmo cominciare a lasciare la presa. Anche qui dove tutto sembra lentamente morire. Così forse le zone abbandonate del nostro Paese non vanno ripopolate, ma solo lasciate andare, sgomberate dalla nostra presenza, lasciate in pace nell'idea che forse non ci vogliono, che non hanno affatto bisogno di noi, e che quando non ci saremo più noi, ci sarà comunque qualcos’altro. Perché ogni volta – e questa è una delle poche cose certe che sappiamo – eliminato l’uomo resta la natura che si riprende tutto cancellando pian piano le tracce del nostro passaggio. Lasciare andare il mondo a se stesso allora, cercando di non dare troppo fastidio, questa è la mia idea di vita oggi. Starmene da lato ad osservarlo. Se pensiamo al pianeta come qualcosa che vive anche senza di noi, è abbastanza funzionale, almeno agli interessi del pianeta. Basta guardare i segni, imparare a leggerli. Nelle mie zone, ad esempio, man mano che i giovani vanno via e la popolazione invecchia, stanno pian piano ritornando i lupi, che erano stati completamente estinti nel XVII secolo. Per qualcuno questa è una sciagura e per qualcun altro un segno.

martedì 3 settembre 2024

risveglio

Ogni mattina, appena mi sveglio, da un po' di tempo mi sono accorto di farmi sempre la stessa domanda, la mia prima domanda del giorno: Dovrei ringraziare di essere vivo? Ma senza nessuna nota polemica, o filosofica, proprio come pura domanda che mi viene sponaneo farmi nel ritrovarmi ancora qui con voi. Dovrei? Ne ho il dovere? Stamattina poi ripensavo alla ragazza che l'altro giorno mi ha detto di amare più di tutti Gio Evan, lei di sicuro lo fa e ringrazia lui, rubandogli una qualche frase per dirlo. Chissà, mi sono chiesto oggi come seconda domanda, forse dovrei cambiare letture, passare da Cioran e Canetti a Gio Evan e guadagnarci in Chiarezza, oppure come fanno i più, non leggere affatto, tranne forse i post sullo smartphone.

martedì 27 agosto 2024

testimonianza

Esce oggi per Ponte alle Grazie Accorgersi di essere vivi di Franco Arminio. Io da quando ne ho letto il titolo/slogan non riesco a smettere di metterlo a confronto, come possibile risposta, a Far finta di essere sani di Giorgio Gaber. I due estremi di ciò che siamo: da una parte la ricerca spasmodica di quei rari momenti emozionali in cui ci accorgiamo di essere vivi mentre facciamo finta di essere sani; e dall'altra, siccome in noi prevale la malattia, l'abitudine, invece di gustarceli fino in fondo, di fotografarli e postarli come rappresentazione ad uso degli altri del fatto che viviamo. La nostra vita appena vissuta ridotta a testimonianza postuma.

sabato 27 luglio 2024

un ciuffo di peli

Alla fine della gatta grigia morta due settimane fa ci è rimasto solo un ciuffo di peli per ricordo. Dopo la sua morte, l’avevamo seppellita in un bel posto all’ombra sotto la siepe che corre intorno a casa, perché potesse riposare nel luogo che l’aveva accolta. Mi ero addirittura immaginato di farle una piccola lapide. Invece l’altra notte una volpe che bazzica regolarmente qui intorno è riuscita a infilarsi attraverso un buco nella rete e seguendone l’odore ha scavato sulla fossa e si è portata via il corpo grigio, ormai ridotto a carogna, lasciandoci soltanto un ciuffo di peli per ricordo. Il giorno dopo ho provato a seguirne le tracce attraverso i campi, ma è stato inutile, chissà dov’erano finiti, verso quale tana. Lascia stare, mi ha detto il mio vicino col suo concreto fatalismo, ormai è bruciata. Ma non so quietarmi. Da una parte mi avvilisce l’ingiustizia che non possa riposare nel giardino dove aveva vissuto la sua vita, né che sono stato in grado di proteggerla; dall’altra non riesco a non pensare che vi sia una spietata legge di natura a cui non ci si può sottrarre, e la morte della mia amata gatta, di cui ormai mi resta un ciuffo di peli per ricordo, abbia favorito l’esistenza della volpe.

venerdì 19 luglio 2024

i ruoli

Ho grossi problemi, io, con i ruoli. Va da sé che, dal mio punto di vista, sono gli altri ad avere problemi con i ruoli: per me non dovrebbero esistere. A ben guardare, è solo in questo che sono davvero un ribelle: nella caparbietà con cui mi rifiuto di prender parte ad una recita. I ruoli sono una finzione teatrale. La vita dovrebbe essere autentica. Invece accade che il teatro sia alquanto più autentico e versatile della vita. A teatro, infatti, due attori potranno essere padre e figlio per una stagione. Poi saranno magari, per un’altra stagione, vecchio servo e giovin padrone. Tanto per dire. Senza contare quei casi esemplari in cui, specie in passato, due grandi attori si scambiavano ogni sera le parti di Iago e di Otello. Nella vita, invece, sempre padre e figlio, marito e moglie, medico e paziente, padrone e servo, collega e collega, carnefice e vittima. Tutti blocchi di ghiaccio rappresi intorno alla sagoma un po’ indistinta, un po’ approssimativa, ma assolutamente non sostituibile, di una parte surgelata, insapore. Niente di genuino, questo lo sappiamo tutti: ma con i surgelati, almeno, si va sul sicuro: i rischi di intossicazione sono minimi.
 
Ezio Sinigaglia, Sillabario all’incontrario (TerraRossa, 2023)

giovedì 2 maggio 2024

ricchezza

Oggi l'Ingegner Favia, titolare della tipografia dove in genere stampo i nostri libri, è venuto a sopresa a trovarmi al paesino. Si è dato una lunga guardata in giro, mi ha chiesto come va l'orto, che piatto di verdure mangerò stasera e cosa faccio di solito la domenica, poi ha poggiato il mento sulle mani mi ha fissato a lungo e mi ha detto: "Mi deve scusare se le faccio tante domande ma è che io ho un debole per le vite delle persone, e devo dirle che io un po' la invidio, la sua è veramente una vita completa". Per un attimo mi sono sentito ricco anch'io.

giovedì 16 novembre 2023

esperienza inutile

Oggi pensavo che ci sono voluti due anni di lockdown, la morte di non so più quanti amici, l’assistere allo scoppio di due guerre per quanto lontane, l’immersione nel mondo della malattia fra medici e ospedali allo sbando, la morte di mio padre, per ritrovarmi qui a vivere esattamente la stessa vita che avevo quattro anni fa, sommerso dagli impegni e dalle consegne, né più ricco né più saggio, ma anzi più stanco, più solo, e con meno pazienza e prospettive davanti a me. Nessuna speranza nel futuro. L’esperienza, insomma, non mi ha dato nulla, o più semplicemente gli ultimi quattro anni sono stati, almeno per me, un’esperienza inutile.

lunedì 23 ottobre 2023

due poesie di cassiano ricardo

Cassiano Ricardo è uno splendido poeta brasiliano della prima metà del '900, mai tradotto in Italia, un cui testo però è stato tradotto e musicato da Enzo Jannacci in una canzone assai bella è sempre molto struggente, Giovanni telegrafista (quello dal cuore urgente)... La traduzione di entrambe è mia. La prima poesia viene dalla raccolta Un giorno dopo l’altro (1947), la seconda da Montagna russa (1960).

ELEGIA PER MIA MADRE

Ora, ciò che mi resta
è questa triste grazia
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.

Ora ascolto di notte
la voce delle radici,
anche quella delle formiche
immense, numerose,
che stanno, tutte, mangiando
le spighe e le rose.

Io sono un ramo secco
sul quale due parole
gorgheggiano. Nulla di più.
E so che ormai non ascolti
queste parole vane.
Un fitto universo
mi ferisce con radici
di tristezza e di gioia.
Ma non vedo che le facce
della notte e del giorno.

Non ti ho dato il dolore
di andarmene io per primo.
Non ti ho freddato le labbra
col gelo del mio viso.
È stato saggio il destino:
tra il dolore di chi parte
e quello più grande di chi resta
a me ha dato quello – che più dura –
che non volevo darti.

Che mi importa di sapere
se al di là delle stelle
ci sono altri mondi
o se ciascuno di essi
è fatto di luce o è uno stagno?
L’universo, nel suo cerchio,
brilla alto e complesso.
E al centro di tutto
e di qualsiasi sole
che sia giorno o notte
un’unica cosa esiste.

È questa grazia triste
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.
È una lapide nera
sulla quale, giorno e notte,
brilla verde una fiamma.

***

CANTO INCIVILE

Basta essere vivi
per essere sovversivi.
(O sottovivi).
Basta non figurare
nel registro civile
per essere incivili.
(O vili, per dirla in breve).

Basta essere incivili
per non essere nessuno.
Basta non essere nessuno
per avere il soprannome
che dà la polizia
a chi non è nessuno.

Io avevo due nomi:
Zebedeo,
che mi ha dato la povertà.
E “elemento sovversivo”
che mi ha dato la polizia.

E soltanto un dolore:
che mi ha dato la vita.

E ora eccomi qua, incivile,
(o vile, per dirla in breve).
Scalciato da un cavallo
a metà del corteo
eccomi qua, steso lungo per terra
sulla schiena.

(O già tagliato a metà,
senza dolore, né sale).

giovedì 24 agosto 2023

vagabondaggio

C’è come un abisso che separa, a solo cinque anni di distanza l’uno dall’altro, i due più bei road movie del nostro cinema, Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni e Il sorpasso (1962) di Dino Risi: entrambi molto “americani” nello spirito, nei loro riferimenti letterari (da Steinbeck a Kerouac), nella loro irrequietezza che si esprime 'on the road' con brutale forza sociale, ma calati in una realtà sociale che è tutta italiana; entrambi pervasi da una disperata vitalità e ben poco consolatori, soprattutto sul finale che non lascia scampo e che in entrambi i casi si conclude con un salto nel vuoto. Nel primo, Aldo (l’americano Steve Cochran) che ha perso la donna e il lavoro si aggira a piedi, con una bambina e una valigia, fra l’Emilia e il Veneto, poi finisce per lavorare in una pompa di benzina facendo il pieno alle prime rare auto di passaggio, prima di mollare ancora una volta il lavoro, ormai incapace di fermarsi; nel secondo, Bruno (Vittorio Gassman) è proprietario di una delle tante auto sportive che ormai hanno conquistato la via Aurelia, fra Lazio e Toscana, su cui corre senza una meta precisa accompagnato da un giovane che ha conosciuto per caso e che “educa” alla vita. Ci sono molti punti di contatto fra i due, eppure anche degli scarti enormi, a cominciare dall’unità di tempo, dove il film di Antonioni si svolge lento e umido lungo un anno di vita, mentre quello di Risi, assolatissimo, lungo un solo giorno d’estate. Ancora, il primo chiude idealmente la prima tragica metà del ‘900, il secondo apre la seconda su una nota apparentemente più scanzonata, e non a caso, nel secondo, Risi prende in giro, attraverso una battuta pronunciata da Bruno, il cinema di Antonioni. Credo non ci siano analisi comparate di questi due film. Se ci sono, vi prego di segnalarmele, se non ci sono prima o poi finirò per scriverne una io. 

giovedì 20 luglio 2023

everything happens to me

Adottare uno standard jazz come filosofia di vita. E chiunque la suoni, quella sarà sempre la tua canzone. "Perché sai che non posso ingannare questa mia testa che pensa. Ho telegrafato, telefonato, ti ho persino mandato una raccomandata aerea, la tua risposta è stata Addio, e ho anche dovuto pagare le spese postali".

venerdì 14 luglio 2023

la pila

Questa è la pila che sta al centro del mio giardino, sotto il finto pepe, e che disseta tutti gli animaletti dei dintorni, dalle due tortore che hanno il nido sul cedro accanto e scendono ogni giorno in coppia per lavarsi, alle gazze ladre che arrivano dal fondo del campo e ci lasciano ogni volta una sorpresa, o qualche penna lunga e nera o uno scacazzo fumante che sembrano un presagio, poi lumache e chiocciole che si allungano dal bordo e se scivolano vengono risucchiate in basso e il giorno dopo mi tocca ripescare i loro corpicini gonfi intrappolati nei gusci sul fondo. E ciascuno dei miei cinque gatti più altri quattro che vivono oltre il muretto e i più i svariati insetti che svolazzano per il giardino o lo esplorano millimetro per millimetro con le antennine scrupolose, e i grassi gechi e le lucertole che spuntano dalla siepe a decine. Sarà forse che è cambiato il clima, ma non ne ho mai viste così tante come quest’anno. Quando di noi non resterà più niente sono certo che il giardino sarà tutto loro, secondo me le lucertole vinceranno.

sabato 17 giugno 2023

la poesia

Mentre vado a comprare la ricotta incontro Mimmo. – Dottore, proprio a te cercavo, ho letto il tuo libro. – Ti è piaciuto? – Non l’ho finito, era troppo triste, a leggerlo mi veniva voglia di ammazzarmi. Proprio per questo ti cercavo, siccome io ci penso spesso a questa cosa, ti volevo domandare, a te chi te la dà la forza di vivere? – Le poesie, quando le scrivo mi sfogo e mi sento meglio. – Quindi dici che se comincio a scriverle pure io mi passa la voglia di uccidermi? – Che ne so, Mimmo. Io spero di sì. – Mimmo mi indica un foglietto di carta che passa sopra le nostre teste spinto dal vento. – Vedi dottore, io ora mi immagino che quella lì è una schedina vincente, che invece di finire in mano a me se ne va da un altro. – Questa è già una poesia, Mimmo. Basta che la scrivi. – Dottore, mi sa che la poesia con me non funziona proprio.

giovedì 15 giugno 2023

la neve sulla serra

Poco fa mi sono fermato col duca davanti alla vecchia casa vuota accanto alla posta, e come fa sempre mi ha raccontato una delle sue storie sui semplici del paese. Oggi è toccato a don Antonio, che era “don” solo nel nome ma era povero e ritardato mentale, e viveva libero in un gruppo di trulli sulla Serra, ora abbandonati ma che ancora si vedono dal ponte, e campava coi frutti della terra e col baratto. Ogni tanto prendeva qualche pera, un po’ di fave o alcuni pugni di lenticchie, li metteva nel sacco che si portava sempre sulle spalle e saliva in paese, andava da Alfredo che aveva il negozio di Alimentari in piazza Marconi e li scambiava con un po’ di mortadella o delle uova. Quando non aveva nulla da portare allora se ne arrivava con un mazzo di fiori di campo. Mi ha detto il duca di averlo anche fotografato, col cappellaccio calato sulla fronte e la barbaccia incolta, il sacco di tela grezza sulle spalle, che si presenta con un mazzo di fiori colorati e ti chiede, con la voce sottile quasi da bambina, di dargli in cambio due uova, ma le foto nel tempo si sono smarrite, per cui ora di don Antonio gli resta soltanto il ricordo. Il duca, che è figlio di Alfredo, mi racconta che don Antonio era bravissimo nello scambio perché era buono, ma non potevi distrarti nemmeno un attimo perché se lo facevi oltre alle due uova che gli avevi dato ne sparivano sempre altre due. Quando è diventato troppo vecchio i servizi sociali si sono finalmente ricordati di lui e lo hanno portato all’ospedale Montanaro dove gli badavano le suore. Il duca lo andava a trovare qualche volta. La cosa che più rimpiangeva don Antonio negli ultimi anni era il fatto che non potesse più tornare a rivedere i suoi trulli sulla Serra. Serviva una macchina per farlo, ma essendo allora poche le macchine in paese, nessuno lo accompagnava e si inventavano delle scuse per tenerlo buono. Magari era giugno come adesso, mi dice il duca, c’era il sole che spaccava le pietre, ma le suore gli dicevano che sulla Serra c’era la neve, e che lo avrebbero portato lì quando la neve si fosse sciolta. Ma, finché campò don Antonio, sulla Serra non smise mai di nevicare.

mercoledì 26 aprile 2023

26 aprile

Giornata della proprietà intellettuale che è quella cosa che permette a chi arriva al successo di campare (forse) dalla propria arte, per tutti gli altri di dire che è mia, salvo che in effetti se non sei famoso non la vuole nessuno. Io intanto mi sono svegliato alle 5.30 e come ogni giorno mi chiedo chi me lo fa fare. Soltanto ieri era la giornata della liberazione e oggi è esattamente uguale a prima.

venerdì 21 aprile 2023

l'eccesso

Pensavo agli orsi del Trentino, al fatto che sono “in eccesso” e questo genera un disagio per l’uomo, per cui si stanno cercando delle soluzioni per “ricollocarli” altrove. Pensando a loro, mi sono reso conto che c’è un problema simile nel mondo riferito agli umani. Si calcola che presto saremo 10 miliardi sul pianeta e questo “eccesso” danneggerà, oltre allo stesso eco-sistema, prima di tutto l’uomo (meno risorse a un prezzo più alto, meno acqua, meno lavoro, meno spazio vitale). Quindi, per stare davvero bene, si è calcolato, andrebbero “ricollocati” (dove?) ovvero “abbattuti” (come?) circa 5-6 miliardi di persone “in eccesso”. Che poi è il vero motivo, secondo me, per cui si studiano virus letali nei laboratori segreti oppure si lanciano periodicamente nuove e insensate guerre mondiali. Tutto è finalizzato a un livellamento dell’eccesso, ma non basta. E noi, che non contiamo nulla nella decisione, anzi a dirla tutto in quanto esemplari della società occidentale che consumano troppo e vivono troppo a lungo per gli standard del pianeta, siamo proprio come gli orsi del Trentino. Teneri a guardarci, ma fondamentalmente di troppo.

martedì 11 aprile 2023

vorrei che volo

Ieri ho visto “Vorrei che volo”, documentario girato da Ettore Scola nella Torino del 1982 che è il seguito di un film di 10 anni prima, “Trevico-Torino” in cui si parla della condizione degli emigrati meridionali arrivati a cercare lavoro nella Fiat. Una delle due interviste che più mi hanno colpito è quella riferita a un matrimonio “misto” fra un meridionale e una settentrionale, dove questa unione viene non solo mal vista dalla comunità, ma descritta con gli stessi toni che se fosse l’unione di una italiana con un extracomunitario, un “mangiasapone” come venivano spregiativamente chiamati i meridionali all’epoca, perché si diceva che il sapone erano più abituati a mangiarlo che a usarlo per lavarsi. Peggio ancora, sposare un meridionale operaio era come se oggi si volesse sposare un bracciante agricolo nero o proveniente dall’Europa dell’est, ovvero abbassarsi al gradino socialmente ed economicamente più infamante. L’altra intervista, invece, riguarda una ragazza madre, sola, che lavora in fabbrica e per questo lascia suo figlio piccolo in un istituto. Ogni sera, dopo il lavoro, prende i mezzi e fa un viaggio di circa 90 minuti con tre cambi soltanto per vedere suo figlio per un’ora, prima del rientro per la cena. La ragazza confessa di sentirsi preoccupata perché il figlio, vedendola per così poco tempo ogni giorno, non riesce a riconoscerla come sua madre. Questo succedeva nel lontano 1982. Poi senti la storia del piccolo Enea e le discussioni che innesca la scelta sofferta di sua madre e cominci a pensare che tanto lontani da quel 1982 non si è andati.

martedì 4 aprile 2023

la giacca di che guevara

A riprova dell’eccezionalità della vita di Bogdan oggi ho conosciuto la sua ex moglie salentina e il cognato. Ho scoperto che di cognome fanno Toma. – Come il poeta, dico. – Era nostro cugino, mi rispondono. – Mi raccontano il loro primo incontro con un Bogdan giovanissimo nella Belgrado di Tito. Si presenta con la barba lunga e nera, disordinata, magrissimo, indossando una giacca militare tutta sbrindellata da colpi di proiettile e con una grossa macchia scura di sangue sul petto. Per far colpo su di lei le racconta che quella giacca era stata di Che Guevara. Suo cognato, che è diventato subito uno dei suoi migliori amici, mi dice: – Uno così nella Jugoslavia di Tito ci campava poco, infatti con mio padre che gli voleva bene, e con mia sorella, abbiamo deciso di portarlo via... Da lì sono venuti anni di avventure, di fantasia, di incazzature e di dolori come non puoi immaginarti.

domenica 12 marzo 2023

malattia

Ieri parlavo con un Anna, un'amica che ha avuto problemi molto simili ai miei, e parlando con lei mi è venuto in mente quando alcuni mesi fa avevo preso la decisione di chiudere o mettere da parte il progetto editoriale per dedicarmi a qualcosa di nuovo che mi ridesse un po’ di entusiasmo e che non mi creasse sempre affanni economici che mi fanno spesso sentire come un trampoliere con le vertigini. Poi mio padre si è ammalato e non avendo più tempo libero ed energie da dedicare ad altro ho lasciato perdere e fra alti e bassi sono rimasto dov’ero, abbassando il tiro in base alle mie possibilità. L’attività editoriale ha cominciato così per me a sovrapporsi all’idea di un corpo malato: editoria e malattia coincidono nella mia vita, hanno lo stesso peso, ed ecco che spesso mi sento come Zeno Cosini, uno che non potendo curare il corpo lo racconta nelle sue devianze con tutta l’ironia di cui è capace, nell’attesa della grande esplosione che distruggendolo darà la possibilità alla vita di ripresentarsi sul terreno bruciato. Il bello, pensavo ieri, è che tutto questo non è necessariamente la verità sull’editoria, ma solo una sua piccola parte, la mia storia in mezzo alle altre. Altri ancora avranno storie completamente diverse da raccontare in cui vincono la salute e la vita. Persone come Giovanni Turi o Elena Zuccaccia che conosco da prima ancora che diventassero editori e nelle cui storie vedo spesso delle varianti alla mia, o come Andrea Cati che è diventato papà di recente, e soprattutto Alessandro Canzian che ha creato la Samuele Editore quando è nato suo figlio Samuele e in quel caso la casa editrice e il figlio hanno lo stesso nome, coincidono, e quella che emerge è l’idea di un corpo solo e vitale che possa superare il padre. In questo un po’ li invidio, perché non avendo figli né eredi a un certo punto tutto ciò che ho fatto finirà con me, un po’ come è successo a Fabrizio Bianchi che per fortuna aveva dei buoni amici che ancora se lo ricordano. Non è una cosa scontata. E infatti, come mi diceva ieri Anna, una volta che sarà finita la malattia tutto ciò che ti rimarrà saranno gli amici. Aggràppati a loro.

sabato 11 marzo 2023

la vita triste

Mi chiama Mimmo dalla panchina dove siede tutti i giorni davanti al Comune. – Antò, ho avuto un’idea, tu che sei poeta devi scrivere un libro sulla mia vita. Ho già il titolo: La vita maledetta di Mimmo Maffei. – La vita maledetta? – Hai ragione, può essere che le persone si spaventano. Allora scrivi: La vita triste di Mimmo Maffei. – La vita triste mi piace, è romantico. – Mi raccomando, sotto il titolo devi mettere: regia di Mimmo Maffei. – Regia? – Antò, è un libro che deve diventare un film, se no non li facciamo i soldi. – E la regia la fai tu? – No, io non sono capace, ma meglio se lo scriviamo prima, ancora ci rubano l’idea.

martedì 21 febbraio 2023

stabilità

Oggi pensavo a questa circostanza per cui ogni volta che esco di casa e incontro un vicino o mi chiamano per chiedermi come va, la prima cosa che rispondo – perché so a cosa alludono – è: “È stabile”. Ci penso e trovo strana, addirittura buffa, questa sorta di contraddizione per cui la parola che più ripeto in questo periodo, stabilità, è anche quella che più mi manca in assoluto.