Oggi, mentre guardavo il Tg, ho pensato con tanto rimpianto che viviamo davvero in tempi bui e che una volta, di fronte a notizie succose come quella delle tre escort sfrattate dalle loro ville milionarie alla morte del loro protettore Silvio Berlusconi che intanto viene iscritto nel Pantheon degli uomini che hanno dato più lustro alla città di Milano, ecco in altri tempi da una notizia così, personaggi assai più illustri come Dino Risi avrebbero tratto materiale per un film in cui ribadire col sorriso l'amara verità che in fondo, almeno a Milano, la mela non cade mai lontana dall'albero. Invece Risi è morto, quella stagione lì è morta, e a noi resta di guardare le notizie in Tv senza più ridere di niente e di nessuno. Nemmeno di noi stessi.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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venerdì 3 novembre 2023
sabato 26 agosto 2023
senilità
Primo amore (1978) di Dino Risi, con un grandissimo Ugo Tognazzi e Ornella
Muti è uno dei tanti film minori ma dignitosi dell’ultimo Risi in cui
descrive il confronto spietato col tempo al sopraggiungere della
vecchiaia. Lo fa attraverso il più classico dei soggetti, l’ultimo amore
di un vecchio artista per una giovane ragazza. La storia, tutta basata
sulle atmosfere invernali, sul lento senso di disfacimento dell’uomo
distrutto da una passione eccessiva, va come deve andare fino
a che i due inevitabilmente si lasciano. In un successivo incontro,
poco prima del finale, lei cerca di rievocare momenti intimi che per
lui, che ormai soffre di gravi vuoti di memoria, non hanno più
significato. “Roberta, ecco come si chiamava” dice ricordandosi il suo
nome poco dopo che lei se n’è andata, ed è una di quelle battute che ti
spezzano il cuore. Dopo essersi giocato l’ultima chance di felicità
puntando su un amore impossibile, assoluto, quella battuta dimostra che è
stato tutto inutile, il sogno, l’amore, il coraggio, tutto inutile se
manca la memoria. Lei non lo sa ancora, lui questo lo sapeva, ma per un
attimo ha abbassato la guardia e se l’è dimenticato, e poi ormai
sconfitto dalla vita, dall'età, ha finito per dimenticarselo per sempre.
giovedì 24 agosto 2023
vagabondaggio
C’è
come un abisso che separa, a solo cinque anni di distanza l’uno
dall’altro, i due più bei road movie del nostro cinema, Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni e Il sorpasso (1962) di Dino Risi:
entrambi molto “americani” nello spirito, nei loro riferimenti letterari
(da Steinbeck a Kerouac), nella loro irrequietezza che si esprime 'on
the road' con brutale forza sociale, ma calati in una realtà sociale che
è tutta italiana; entrambi pervasi da una disperata
vitalità e ben poco consolatori, soprattutto sul finale che non lascia
scampo e che in entrambi i casi si conclude con un salto nel vuoto. Nel
primo, Aldo (l’americano Steve Cochran) che ha perso la donna e il
lavoro si aggira a piedi, con una bambina e una valigia, fra l’Emilia e
il Veneto, poi finisce per lavorare in una pompa di benzina facendo il
pieno alle prime rare auto di passaggio, prima di mollare ancora una
volta il lavoro, ormai incapace di fermarsi; nel secondo, Bruno
(Vittorio Gassman) è proprietario di una delle tante auto sportive che
ormai hanno conquistato la via Aurelia, fra Lazio e Toscana, su cui
corre senza una meta precisa accompagnato da un giovane che ha
conosciuto per caso e che “educa” alla vita. Ci sono molti punti di
contatto fra i due, eppure anche degli scarti enormi, a cominciare
dall’unità di tempo, dove il film di Antonioni si svolge lento e umido
lungo un anno di vita, mentre quello di Risi, assolatissimo, lungo un
solo giorno d’estate. Ancora, il primo chiude idealmente la prima
tragica metà del ‘900, il secondo apre la seconda su una nota
apparentemente più scanzonata, e non a caso, nel secondo, Risi prende in
giro, attraverso una battuta pronunciata da Bruno, il cinema di
Antonioni. Credo non ci siano analisi comparate di questi due film. Se
ci sono, vi prego di segnalarmele, se non ci sono prima o poi finirò per
scriverne una io.
mercoledì 23 agosto 2023
spaghetti
Telefoni bianchi (1976) di Dino Risi, contiene una scena, a circa metà film, che
mi fa pensare al cinema di Buñuel e di Ferreri, in cui il divo Franco
D’Enza – interpretato da Vittorio Gassman che assume qui la maschera e i
lazzi di Alberto Sordi – fa uno scherzo perfido durante una festa a cui
ha invitato alcuni industriali arricchitisi alle spalle del regime.
Accende la radio per sentire il bollettino radio e si sente la voce di
Mussolini che comunica come nel giro di ventiquattr’ore
il partito fascista assumerà il controllo e statalizzerà tutte le
fabbriche e le banche del paese, pena la fucilazione per chi si ribella.
Gli invitati restano come congelati. “Ma non è possibile, è la rovina
del paese, siamo rovinati!” grida uno. Un altro lo rampogna: “Osate
discutere le decisioni del Duce? Che camicia nera siete?”. Il primo si
allontana intimidito. E un terzo: “Ah, se Mussolini si mette contro gli
industriali s’è ripulito!” A quel punto D’Enza, dopo averli insultati un
po’ chiamandoli “papponi” e gridando loro che “è finita la pacchia!”,
scoppia a ridere con cattiveria e rivela che era stato tutto uno
scherzo, la voce di Mussolini era stata falsificata così, tanto per
ridere. Tutti gli invitati si sentono sollevati ma dall’altra stanza
arriva il rumore di uno sparo. L’industriale che si era allontanato si è
ucciso. Gli invitati sono scossi, un paio di loro lasciano la festa
indignati, ma D’Enza cerca di minimizzare l’accaduto: “Si vede che avrà
avuto i suoi problemi, era fragile, poverino. Non ci pensiamo, non
facciamo un dramma, via i musi lunghi, arrivano gli spaghetti,
mangiamoci quelli” così gli altri restano a mangiare, col morto ancora
caldo nella stanza accanto.
venerdì 16 giugno 2023
un amore a roma
Un amore a Roma è un film del
1960 di Dino Risi e resta un esperimento assai particolare per come assorbe,
complice la sceneggiatura di Ennio Flaiano, elementi del cinema di Fellini (che
negli stessi mesi girava La dolce vita), il che dà in parte ragione a chi
dice che l’aggettivo “felliniano” sta per “fellini+flaiano”. Il film, basato sul
tema universale dell’attrazione degli opposti e della gelosia, descrive l’amore
scapigliato e morboso, che assorbe ogni cosa fino a distruggerla, di Marcello,
scrittore insoddisfatto e infelice (non a caso in Francia il film venne reintitolato L'inassouvie), per Anna, giovane attrice dal carattere solare ma debole, di lui
innamorata ma facile alle tentazioni e perciò infedele. La pellicola, trattata
con grande asciuttezza emotiva e formale, per quanto pervasa di una sottile
inquietudine esaltata dal bianco e nero contrastato, all’epoca non piacque
perché priva di un lieto fine che non poteva esserci. I due protagonisti,
troppo squilibrati per reggersi sulle proprie gambe, cercano sostegno nell’altro
ma in questo modo la loro caduta è raddoppiata, così continuano a inseguirsi,
lasciandosi e poi riprendendosi in questo amore malato, intervallando ogni distacco
con incontri fugaci ma altrettanto vacui con nuovi amanti, fino a un finale che
pur nella sua tragica “definitività” mi pare resti comunque aperto, perché non
sappiamo se dopo questo ci sarà un nuovo incontro. Il film è basato sull’omonimo
romanzo del 1956 di Ercole Patti, ma come atmosfere mi ha fatto anche pensare
in parte a Lettere da Capri di Mario Soldati, del 1954, che lo avrà ispirato,
in parte a un altro libro di successo uscito qualche anno fa, Sylvia di
Leonard Michaels (ma scritto in quegli stessi anni), anche se il paragone più
diretto rimane ovviamente Melampus, romanzo “americano” dello stesso Flaiano,
pubblicato nel 1970, ma scritto originariamente nel 1967 come sceneggiatura per
il suo primo film che non fece mai (ne realizzò poi una pellicola Marco
Ferreri), di cui la sceneggiatura di Un amore a Roma rimane per certi versi una
prova generale.
giovedì 17 maggio 2018
ciao, ciao, bambina
Stasera, rivedendo Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri, pensavo che nel film Alberto Sordi, forse per via del taglio di capelli e degli occhiali, assomigliava terribilmente a Cesare Pavese. Pensavo anche che le due scene più drammatiche di tutta la sua filmografia sono girate sul ciglio di una strada e per colpa di una donna che lo lascia. In entrambi i casi i due personaggi da lui interpretati vengono lasciati perché incapaci di adattarsi alle nuove regole imposte dal boom economico. Sono persone integre e perciò inadatte a vivere il clima sfaccettato dei nuovi tempi. In questo caso, quando si rende conto che sua moglie lo tradisce con un altro, il maestro Antonio lancia un urlo straziato mentre la vede scappar via sull’auto dell’amante, prima di accasciarsi a terra. Nell’altro film, Una vita difficile (1961) di Dino Risi, del tutto ubriaco dopo essere stato lasciato per l’ennesima volta da sua moglie, il giornalista Silvio comincia a sputare sulle auto che lo sorpassano in un’alba senza sole, mentre suona Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno. In entrambi i casi l’automobile è il simbolo di un male che incombe inesorabile sull’innocenza del protagonista. Nel primo film si porterà via moglie e amante in un incidente mortale. Nel secondo sarà il simbolo dell’avvenuta corruzione di Silvio, che si presenterà al funerale della suocera a bordo di un modello lussuoso, pronto a impressionare sua moglie coi lustrini per riprendersela. Il riscatto finale di Silvio, in questo caso, per quanto affascinante sia, pare più un lieto fine posticcio a una storia già scritta, quella girata ancora una volta da Risi, e senza più nemmeno la scusa di un amore finito, nel Sorpasso (1962).
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