Visualizzazione post con etichetta dino risi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dino risi. Mostra tutti i post

venerdì 3 novembre 2023

ridere

Oggi, mentre guardavo il Tg, ho pensato con tanto rimpianto che viviamo davvero in tempi bui e che una volta, di fronte a notizie succose come quella delle tre escort sfrattate dalle loro ville milionarie alla morte del loro protettore Silvio Berlusconi che intanto viene iscritto nel Pantheon degli uomini che hanno dato più lustro alla città di Milano, ecco in altri tempi da una notizia così, personaggi assai più illustri come Dino Risi avrebbero tratto materiale per un film in cui ribadire col sorriso l'amara verità che in fondo, almeno a Milano, la mela non cade mai lontana dall'albero. Invece Risi è morto, quella stagione lì è morta, e a noi resta di guardare le notizie in Tv senza più ridere di niente e di nessuno. Nemmeno di noi stessi.

sabato 26 agosto 2023

senilità

Primo amore (1978) di Dino Risi, con un grandissimo Ugo Tognazzi e Ornella Muti è uno dei tanti film minori ma dignitosi dell’ultimo Risi in cui descrive il confronto spietato col tempo al sopraggiungere della vecchiaia. Lo fa attraverso il più classico dei soggetti, l’ultimo amore di un vecchio artista per una giovane ragazza. La storia, tutta basata sulle atmosfere invernali, sul lento senso di disfacimento dell’uomo distrutto da una passione eccessiva, va come deve andare fino a che i due inevitabilmente si lasciano. In un successivo incontro, poco prima del finale, lei cerca di rievocare momenti intimi che per lui, che ormai soffre di gravi vuoti di memoria, non hanno più significato. “Roberta, ecco come si chiamava” dice ricordandosi il suo nome poco dopo che lei se n’è andata, ed è una di quelle battute che ti spezzano il cuore. Dopo essersi giocato l’ultima chance di felicità puntando su un amore impossibile, assoluto, quella battuta dimostra che è stato tutto inutile, il sogno, l’amore, il coraggio, tutto inutile se manca la memoria. Lei non lo sa ancora, lui questo lo sapeva, ma per un attimo ha abbassato la guardia e se l’è dimenticato, e poi ormai sconfitto dalla vita, dall'età, ha finito per dimenticarselo per sempre.

giovedì 24 agosto 2023

vagabondaggio

C’è come un abisso che separa, a solo cinque anni di distanza l’uno dall’altro, i due più bei road movie del nostro cinema, Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni e Il sorpasso (1962) di Dino Risi: entrambi molto “americani” nello spirito, nei loro riferimenti letterari (da Steinbeck a Kerouac), nella loro irrequietezza che si esprime 'on the road' con brutale forza sociale, ma calati in una realtà sociale che è tutta italiana; entrambi pervasi da una disperata vitalità e ben poco consolatori, soprattutto sul finale che non lascia scampo e che in entrambi i casi si conclude con un salto nel vuoto. Nel primo, Aldo (l’americano Steve Cochran) che ha perso la donna e il lavoro si aggira a piedi, con una bambina e una valigia, fra l’Emilia e il Veneto, poi finisce per lavorare in una pompa di benzina facendo il pieno alle prime rare auto di passaggio, prima di mollare ancora una volta il lavoro, ormai incapace di fermarsi; nel secondo, Bruno (Vittorio Gassman) è proprietario di una delle tante auto sportive che ormai hanno conquistato la via Aurelia, fra Lazio e Toscana, su cui corre senza una meta precisa accompagnato da un giovane che ha conosciuto per caso e che “educa” alla vita. Ci sono molti punti di contatto fra i due, eppure anche degli scarti enormi, a cominciare dall’unità di tempo, dove il film di Antonioni si svolge lento e umido lungo un anno di vita, mentre quello di Risi, assolatissimo, lungo un solo giorno d’estate. Ancora, il primo chiude idealmente la prima tragica metà del ‘900, il secondo apre la seconda su una nota apparentemente più scanzonata, e non a caso, nel secondo, Risi prende in giro, attraverso una battuta pronunciata da Bruno, il cinema di Antonioni. Credo non ci siano analisi comparate di questi due film. Se ci sono, vi prego di segnalarmele, se non ci sono prima o poi finirò per scriverne una io. 

mercoledì 23 agosto 2023

spaghetti

Telefoni bianchi (1976) di Dino Risi, contiene una scena, a circa metà film, che mi fa pensare al cinema di Buñuel e di Ferreri, in cui il divo Franco D’Enza – interpretato da Vittorio Gassman che assume qui la maschera e i lazzi di Alberto Sordi – fa uno scherzo perfido durante una festa a cui ha invitato alcuni industriali arricchitisi alle spalle del regime. Accende la radio per sentire il bollettino radio e si sente la voce di Mussolini che comunica come nel giro di ventiquattr’ore il partito fascista assumerà il controllo e statalizzerà tutte le fabbriche e le banche del paese, pena la fucilazione per chi si ribella. Gli invitati restano come congelati. “Ma non è possibile, è la rovina del paese, siamo rovinati!” grida uno. Un altro lo rampogna: “Osate discutere le decisioni del Duce? Che camicia nera siete?”. Il primo si allontana intimidito. E un terzo: “Ah, se Mussolini si mette contro gli industriali s’è ripulito!” A quel punto D’Enza, dopo averli insultati un po’ chiamandoli “papponi” e gridando loro che “è finita la pacchia!”, scoppia a ridere con cattiveria e rivela che era stato tutto uno scherzo, la voce di Mussolini era stata falsificata così, tanto per ridere. Tutti gli invitati si sentono sollevati ma dall’altra stanza arriva il rumore di uno sparo. L’industriale che si era allontanato si è ucciso. Gli invitati sono scossi, un paio di loro lasciano la festa indignati, ma D’Enza cerca di minimizzare l’accaduto: “Si vede che avrà avuto i suoi problemi, era fragile, poverino. Non ci pensiamo, non facciamo un dramma, via i musi lunghi, arrivano gli spaghetti, mangiamoci quelli” così gli altri restano a mangiare, col morto ancora caldo nella stanza accanto. 


venerdì 16 giugno 2023

un amore a roma


Un amore a Roma è un film del 1960 di Dino Risi e resta un esperimento assai particolare per come assorbe, complice la sceneggiatura di Ennio Flaiano, elementi del cinema di Fellini (che negli stessi mesi girava La dolce vita), il che dà in parte ragione a chi dice che l’aggettivo “felliniano” sta per “fellini+flaiano”. Il film, basato sul tema universale dell’attrazione degli opposti e della gelosia, descrive l’amore scapigliato e morboso, che assorbe ogni cosa fino a distruggerla, di Marcello, scrittore insoddisfatto e infelice (non a caso in Francia il film venne reintitolato L'inassouvie), per Anna, giovane attrice dal carattere solare ma debole, di lui innamorata ma facile alle tentazioni e perciò infedele. La pellicola, trattata con grande asciuttezza emotiva e formale, per quanto pervasa di una sottile inquietudine esaltata dal bianco e nero contrastato, all’epoca non piacque perché priva di un lieto fine che non poteva esserci. I due protagonisti, troppo squilibrati per reggersi sulle proprie gambe, cercano sostegno nell’altro ma in questo modo la loro caduta è raddoppiata, così continuano a inseguirsi, lasciandosi e poi riprendendosi in questo amore malato, intervallando ogni distacco con incontri fugaci ma altrettanto vacui con nuovi amanti, fino a un finale che pur nella sua tragica “definitività” mi pare resti comunque aperto, perché non sappiamo se dopo questo ci sarà un nuovo incontro. Il film è basato sull’omonimo romanzo del 1956 di Ercole Patti, ma come atmosfere mi ha fatto anche pensare in parte a Lettere da Capri di Mario Soldati, del 1954, che lo avrà ispirato, in parte a un altro libro di successo uscito qualche anno fa, Sylvia di Leonard Michaels (ma scritto in quegli stessi anni), anche se il paragone più diretto rimane ovviamente Melampus, romanzo “americano” dello stesso Flaiano, pubblicato nel 1970, ma scritto originariamente nel 1967 come sceneggiatura per il suo primo film che non fece mai (ne realizzò poi una pellicola Marco Ferreri), di cui la sceneggiatura di Un amore a Roma rimane per certi versi una prova generale.

giovedì 17 maggio 2018

ciao, ciao, bambina

Stasera, rivedendo Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri, pensavo che nel film Alberto Sordi, forse per via del taglio di capelli e degli occhiali, assomigliava terribilmente a Cesare Pavese. Pensavo anche che le due scene più drammatiche di tutta la sua filmografia sono girate sul ciglio di una strada e per colpa di una donna che lo lascia. In entrambi i casi i due personaggi da lui interpretati vengono lasciati perché incapaci di adattarsi alle nuove regole imposte dal boom economico. Sono persone integre e perciò inadatte a vivere il clima sfaccettato dei nuovi tempi. In questo caso, quando si rende conto che sua moglie lo tradisce con un altro, il maestro Antonio lancia un urlo straziato mentre la vede scappar via sull’auto dell’amante, prima di accasciarsi a terra. Nell’altro film, Una vita difficile (1961) di Dino Risi, del tutto ubriaco dopo essere stato lasciato per l’ennesima volta da sua moglie, il giornalista Silvio comincia a sputare sulle auto che lo sorpassano in un’alba senza sole, mentre suona Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno. In entrambi i casi l’automobile è il simbolo di un male che incombe inesorabile sull’innocenza del protagonista. Nel primo film si porterà via moglie e amante in un incidente mortale. Nel secondo sarà il simbolo dell’avvenuta corruzione di Silvio, che si presenterà al funerale della suocera a bordo di un modello lussuoso, pronto a impressionare sua moglie coi lustrini per riprendersela. Il riscatto finale di Silvio, in questo caso, per quanto affascinante sia, pare più un lieto fine posticcio a una storia già scritta, quella girata ancora una volta da Risi, e senza più nemmeno la scusa di un amore finito, nel Sorpasso (1962).