Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
giovedì 24 agosto 2023
vagabondaggio
domenica 24 gennaio 2021
ombra
Sull’amore è l’ultimo ricordo che mi lega a Michelangelo Antonioni e al film Eros. In realtà si tratta di una delusione perché è stata tradita la nostra idea di rendere poetico l’amore di un’anziana che, passeggiando sul mare, rimane affascinata da una ragazza che dorme a testa in giù, fino a sognare di possederla, entrando nella sua ombra: un’immagine poetica che Michelangelo non è riuscito a realizzare perché il produttore aveva fretta di finire il film. Una poesia incompiuta che rimarrà per sempre nella mia memoria.
domenica 20 dicembre 2020
finzione
Identificazione di una donna di Michelangelo Antonioni è probabilmente il suo film meno riuscito. Ho letto in rete delle recensioni tremende. Io personalmente non l'ho trovato così brutto. Per quanto sia discontinuo, lì dove il regista ritrova il suo smalto poetico, diventa un film assai malinconico e di un certo fascino sull'impossibilità di rinunciare al desiderio (inteso come anelito alla vita) anche di fronte all'evidenza della sua fugacità, che mi ha fatto pensare, per sentimento ed esiti, a Di là dal fiume e tra gli alberi di Hemingway.
Una delle critiche più forti che – ho letto – gli viene mossa dai critici, riguarda la sciatteria intrisa di retorica di certi dialoghi, la sua vicinanza all’estetica televisiva del melodramma e persino l’accento di Tomas Milian che non viene doppiato e quindi risulta stonato, assai poco “in parte”. Tutto vi suona insopportabilmente falso. Ecco, ricordando i miei studi d’arte, mi è venuto da pensare a Tiepolo i cui cieli erano di un azzurro talmente azzurro da risultare a volte stucchevoli, da svelare immediatamente la propria finzione. E così mi è venuto da pensare: e se Antonioni, dunque, lo avesse fatto apposta? Se avesse creato, cioè, un film che nemmeno provasse ad essere mimetico – caratteristica che sempre più diventa imprescindibile oggi: l’aderenza al vero, la prossimità al plausibile – ma al contrario svelasse immediatamente il meccanismo della propria finzione, ma non finzione consolatoria, piuttosto una finzione talmente finta da non consolare affatto, da mostrare – poiché il cinema è riflesso della vita e la vita è riflesso della televisione (Woody Allen) – come spesso sia proprio la nostra stessa vita a essere antiestetica, sciatta, costruita persino nei sentimenti, intrisa di retorica e a tratti ignobilmente sbagliata.
mercoledì 11 novembre 2020
transfert
A pagina 31 della Solitudine del Satiro, Flaiano scrive: «Questa moda di presentare i nuovi libri, come i re dal balcone presentavano alla folla il principe ereditario appena nato, è recente: pochi anni fa avrebbe coperto di ridicolo gli autori; oggi si accetta come una forma di persuasione palese, un postulato della cultura di massa». È un appunto datato 1962, strettamente legato a La Notte di Antonioni, dell’anno prima, di cui Flaiano fu sceneggiatore con Antonioni stesso e Tonino Guerra. Nel film, Marcello Mastroianni, scrittore di successo, si prepara alla presentazione del suo nuovo libro, che viene descritta come un vero e proprio evento mondano, un elegante e vacuo vernissage con tanto di ospiti illustri (i veri Quasimodo, Eco, Bompiani); intanto il suo amico e opposto Bernhard Wicki, in tutto e per tutto, persino nei baffi, la copia sputata di Flaiano, è sofferente in ospedale, inappagato nella salute (dunque nella vita), nell’arte e anche nell’amore per Jeanne Moreau, moglie infelice di Mastroianni. Nella seconda parte del film nulla si aggiusta: mentre Wicki muore dimenticato quasi da tutti (pure da noi), Mastroianni, non pago del proprio successo, va a una festa, riceve una ricca ma poco etica proposta di lavoro e già che c’è seduce Monica Vitti. Insomma, se la fortuna non è cieca è di sicuro stronza. Ho sempre immaginato che tanta snobistica antipatia per le presentazioni sia derivata a Flaiano da quella sorta di transfert cinematografico per cui, a rivedersi nell’opposto di Mastroianni – che a sua volta era attore feticcio di Fellini, con cui Flaiano avrebbe litigato di lì a poco proprio perché Fellini, da regista, si prendeva ogni merito e successo del loro lavoro artistico – il Nostro un po’ sghignazzava divertito e un po’ stringeva i denti.
domenica 20 settembre 2020
caos organizzato
Visto
oggi Chung Kuo di Antonioni, opera realizzata su commissione senza la
quale non avremmo forse avuto Professione: reporter. Nel 1972
Antonioni viene spedito per due mesi in Cina, per realizzare un
documentario di circa tre ore che andrà in onda sulla Rai suddiviso in
tre puntate. La prima su Pechino, la seconda sulla campagna e altre
città cinesi, la terza su Shangai. Particolarmente quest’ultima puntata
ha un fascino incredibile, determinato dal fatto che sono stati ridotti
al minimo i commenti parlati e musicali. Per quasi un’ora si vede
l’obiettivo di Antonioni muoversi, anzi letteralmente perdersi per la
città, attraversandola come fa l’acqua, senza bisogno di altro ritmo che
quello dettato dal proprio sguardo che si spande lento fra le strade,
sui volti. Guardandolo mi è venuto da pensare che spesso si accusa
Antonioni proprio di essere “lento” nelle proprie riprese, pieno di
tempi morti in cui non succede nulla. Invece a me pare che sia
l’opposto, che Antonioni sia soprattutto un regista del rumore, e si
muova più a suo agio, e con un’abilità registica formidabile, proprio
nelle situazioni di caos estremo, di saturazione o assordamento dei
sensi, anzi più rumore c’è meglio riesce a farlo risuonare sullo schermo
e quel rumore esprime la sua irrefrenabile carica vitale. E si sente,
anzi, che se la sta godendo, che non è simbolismo “esistenziale” il suo,
ma puro godimento materico. In tal senso mi viene in mente una cosa che
mi disse Vittorino Curci in merito alla lettura di poesie: che la
parola in sé è importante, ma più importante ancora è il silenzio che un
poeta riesce a creare intorno alla parola, per farla meglio risuonare
nell’aria quando la pronunci. Allo stesso modo le atmosfere così
rarefatte e sospese (e per alcuni esasperanti) di Antonioni non sono
altro che la metodica preparazione di un silenzio che serve a far meglio
deflagrare il caos.
giovedì 17 settembre 2020
citazione
lunedì 14 settembre 2020
immaginazione binaria
Ho rivisto, moltissimi anni dopo i miei anni universitari, Zabriskie Point, questo film che descrive una società americana (ma avrebbe potuto essere ambientato ovunque secondo me, a Taiwan come a Parigi) violenta, fatua, edonistica, i cui due protagonisti – nemmeno simpatici – finiscono per piegarsi o assuefarsi alla stessa violenza che la caratterizza, che caratterizza persino i bambini che proprio dalla violenza avrebbero dovuto essere salvati. Il primo dei due eroi, un po’ testa di cazzo, viene ammazzato per errore da un poliziotto che spara a caso per spaventarlo; la seconda, che invece ha “immaginazione”, nell’immaginazione finisce col distruggere tutto con una esplosione tremenda, adottando cioè lo stesso linguaggio dei carnefici della società, che di fronte a una realtà incomprensibile non creano alternative, ma la annientano, la cancellano senza pietà. Non c’è più alternativa, nemmeno nella fantasia, alla morte, e l’unica alternativa offerta dalla morte a se stessa è puramente estetica: una gran bella morte, una morte grandiosa e finemente diretta: nella musica, nei colori, nel montaggio. All’epoca, con tutti i suoi difetti, non ultimo la mancanza di empatia che si prova verso i suoi protagonisti, il film fu rifiutato dal pubblico come dalla critica. Oggi, dopo quanto sta accadendo nel mondo, mi sembra profondamente attuale, forse più attuale di allora. E mi sono chiesto se era Antonioni – il quale aveva dalla sua l’arma di un profondo pessimismo a filtrarne la poetica – ad essere già avanti (o alieno) nel 1970, oppure semplicemente noi che stiamo pian piano regredendo verso quel particolare tipo di immaginazione binaria, quella che già Moravia aveva definito come oppositiva di Eros e Thanatos, con la vittoria schiacciante di Thanatos che piano piano ci sta fagocitando tutti.
domenica 6 settembre 2020
follia
Visto La signora senza camelie, film che mette grande malinconia addosso. Lucia Bosè è molto brava ma a tratti sembra fuori parte. Troppo eterea ed elegante per giustificare certe scelte della sceneggiatura tutta incentrata sul desiderio di possesso maschile verso la protagonista. Ho letto che il film era stato scritto in origine per Gina Lollobrigida la quale rinunciò alla parte perché si vedeva troppo scoperta nel ruolo di "maggiorata", che tutti scritturavano (e bramavano) per la sua avvenenza più che per il suo talento. La Lollo voleva dimostrare di essere qualcosa in più e disse di no. E ho pensato che, invece, la differenza l'avrebbe fatta proprio accettando di cavalcare la tigre, assecondando la dose di lucida follia che tutti gli artisti in fondo hanno, o dovrebbero avere, nel togliersi la pelle di dosso e mostrarsi nudi, e fragili (creature fatte di sangue e di carne) davanti al pubblico.
giovedì 3 settembre 2020
i vinti
I vinti, film a episodi del 1953 diretto da Michelangelo Antonioni. Nel primo episodio due ragazzi francesi innamorati della stessa ragazza discutono di amicizia, poesia e di Prévert prima che uno dei due spari all’altro per derubarlo. Nel terzo un giovane poeta inglese che ama le donne e le corse dei cani cerca di realizzare il delitto perfetto (anticipando Hitchcock): ammazza una perfetta sconosciuta e si dichiara colpevole credendo di farla franca. Nel secondo episodio, invece, un giovane ragazzo italiano che non ha rispetto per i libri, ma vuole godersi i suoi vent’anni, tenta di fare i soldi, tanti e subito, mettendosi a contrabbandare sigarette. Direi che già nel 1953 la differenza di orizzonti culturali fra i giovani cattivi d'Europa si faceva sentire.
martedì 1 settembre 2020
cronaca di un amore (antonioni 1950)
“Tutto è amore, l’universo non è che amore, Foscolo... Chi è?”
“Era uno senza una lira...”




