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domenica 12 marzo 2023

chiasso

Certe volte mi rendo conto che mi manca qualcosa perché non guardo la tv, non ascolto la radio, non compro i giornali, non partecipo ai reading, a teatro, alle feste, l'unica cosa che faccio è leggere libri. – Ma come, mi dicono, leggi soltanto i libri senza fare nient'altro? Ma che razza di editore sei se non ti tieni informato, se non partecipi, come li promuovi i tuoi libri? – Boh, è che non sento la mancanza del chiasso, però mi rendo conto che è un mio limite. Soltanto che ciò che non mi va di fare ormai è diventato più forte di ciò che dovrei fare.

domenica 4 dicembre 2022

rumore

C'è stato un momento stanotte mentre pioveva ed io me ne stavo fermo a letto incapace di prendere sonno nell'attesa di qualche catastrofe che poi non è arrivata, che la pioggia si è fatta scrosciante, quasi rumore, ed ho pensato ma non sarà davvero il segno che abbiamo passato il punto di non ritorno, che la fine è prossima? Poi stamattina è tornato il sole, e con lui sempre la calma apparente che preannuncia il futuro rovescio. Non riesco più a godermi la pace, ne mordo un pezzetto e il resto lo lascio nel piatto. Almeno una fine certa è una fine, mi dico, ti mette un punto, ma una fine lenta senza speranza né fede né gioia, senza nemmeno un termine per questo vuoto, non è forse una fine peggiore?

venerdì 12 novembre 2021

rumore

Tutti mi chiedono: “Tu che sei informato, che succede in paese?” Ma davvero non lo so, perché non vado mai in paese. Al massimo posso dirvi che succede in giardino. Oggi ad esempio è caduta una foglia e ha fatto un rumore assordante.

domenica 20 settembre 2020

caos organizzato

Visto oggi Chung Kuo di Antonioni, opera realizzata su commissione senza la quale non avremmo forse avuto Professione: reporter. Nel 1972 Antonioni viene spedito per due mesi in Cina, per realizzare un documentario di circa tre ore che andrà in onda sulla Rai suddiviso in tre puntate. La prima su Pechino, la seconda sulla campagna e altre città cinesi, la terza su Shangai. Particolarmente quest’ultima puntata ha un fascino incredibile, determinato dal fatto che sono stati ridotti al minimo i commenti parlati e musicali. Per quasi un’ora si vede l’obiettivo di Antonioni muoversi, anzi letteralmente perdersi per la città, attraversandola come fa l’acqua, senza bisogno di altro ritmo che quello dettato dal proprio sguardo che si spande lento fra le strade, sui volti. Guardandolo mi è venuto da pensare che spesso si accusa Antonioni proprio di essere “lento” nelle proprie riprese, pieno di tempi morti in cui non succede nulla. Invece a me pare che sia l’opposto, che Antonioni sia soprattutto un regista del rumore, e si muova più a suo agio, e con un’abilità registica formidabile, proprio nelle situazioni di caos estremo, di saturazione o assordamento dei sensi, anzi più rumore c’è meglio riesce a farlo risuonare sullo schermo e quel rumore esprime la sua irrefrenabile carica vitale. E si sente, anzi, che se la sta godendo, che non è simbolismo “esistenziale” il suo, ma puro godimento materico. In tal senso mi viene in mente una cosa che mi disse Vittorino Curci in merito alla lettura di poesie: che la parola in sé è importante, ma più importante ancora è il silenzio che un poeta riesce a creare intorno alla parola, per farla meglio risuonare nell’aria quando la pronunci. Allo stesso modo le atmosfere così rarefatte e sospese (e per alcuni esasperanti) di Antonioni non sono altro che la metodica preparazione di un silenzio che serve a far meglio deflagrare il caos.

giovedì 19 marzo 2020

rumore

Stanotte ho sognato Martino Fumarola. Mi ha chiamato per suonare l'organo a canne in chiesa. Io gli ho detto: Martino, io non lo so suonare l'organo. E lui: Quante storie che fate voi giovani, se non sai fare una cosa, la impari! E io gli ho detto: Martino io non sono più giovane, ho 40 anni... E lui: E non sei contento? finalmente hai smesso di fare rumore...

lunedì 14 maggio 2018

pensieri sparsi sul salone del libro (a caldo)

Più di una volta, in un festival che dice di celebrare la parola, mi sono sentito offeso da situazioni in cui la parola veniva di continuo affossata nel rumore. Non parlo del pubblico, ma proprio della situazione logistica per cui se andavi a sentire certi autori che avevi a cuore di sentire – cito a caso Bajani, Buffoni, Villalta, Pontiggia, alcuni poeti pubblicati da puntoacapo – li ritrovavi ad annaspare fra lo tunz-tunz-tunz della musica da discoteca sparata a palla da un qualche stand vicino e le atmosfere da concerto di altri. E mi è venuto da chiedere: ma chi ha sistemato gli stand in base a quale criterio lo ha fatto? 
Più di una volta, a tal proposito, mi sono ritrovato a pensare a quei poveracci finiti nella tendopoli rinominata padiglione 4 come a degli sfigati e ho avuto dispiacere per loro. Sono io evidentemente che non so adattarmi alle situazioni e chiedo scusa, ma del resto l’importante è esserci, mica partecipare. 
Più di una volta, non sono riuscito a partecipare a incontri che avevo a cuore perché gli spazi di incontro erano troppo piccoli per gli ospiti invitati e così mi toccava restare fuori, io con altre decine di persone come me, che magari (loro) si chiedevano perché avevano speso 10 euro di biglietto per entrare dentro al salone e restare fuori dall’incontro per cui avevano pagato. 
Più di una volta mi è passato per la testa, mentre mi rendevo conto che quest’anno, come ogni anno, andavo in perdita di parecchie centinaia di euro, che tutti siamo contrari all’editoria a pagamento, ma poiché gli editori piccoli come me non hanno risorse illimitate da investire sui nuovi autori, ogni volta che vai a una fiera come quella di Torino sapendo già di andare in perdita (ma investendo, come si dice, in immagine) tutte le volte che vai a una fiera così, ci sarà un autore che non verrà pubblicato perché i soldi che potevi usare per aiutare lui/lei li hai donati alla fondazione che sta dietro all’organizzazione della fiera (questa o quella che sia). Ma l’importante è dare soddisfazione al popolo. 
Più di una volta mi sono detto che al Salone, per quanto si dica che sia un luogo di incontro e di scambio, un sacco di quelli che incontri vanno sempre di fretta, non ti salutano mai come si deve, non ti sorridono mai con quel minimo di calore che fa la differenza. Per cui ti viene da pensare che o non hanno veramente piacere di incontrarti, oppure non hanno (ancora) bisogno di te. 
Nota a margine. Mi è capitato di assistere a due incontri del circuito off del salone. In uno si parlava dell’attuale situazione in Turchia, nell’altro, a meno di cento metri da lì, si cantava tutti insieme appassionatamente Azzurro. Nel primo i convenuti erano una quindicina. Nell’altro un centinaio. Così ho pensato un mucchio di cose sull’utilità e sul senso di cantare Azzurro, che però vorrei mettere in un altro post perché le ritengo importanti e non vorrei essere frainteso a sintetizzarle, ma ho pensato anche che, tutto sommato, il Salone è stato proprio questo.

martedì 18 ottobre 2016

scintilla

Quelle volte che ti si accende finalmente (dopo tre giorni che la stai cercando) la scintilla di genio per una recensione di 5000 battute che devi consegnare entro giovedì, e tuo fratello (che ti considera l’equivalente umano di un maiale che si rotola gioioso nel fango) decide di passarti l’aspirapolvere e mentre lo fa, per abitudine, attacca a cantare un qualche pezzo d’opera con quella sua voce che fa tremare i vetri. La scintilla ha tremolato, poi si è spenta, sepolta dal frastuono.

mercoledì 11 febbraio 2015

domanda

Ma solo io quando mi sforzo di abbracciare col pensiero tutta ma proprio tutta la bellezza del mondo mi scappa una scorreggia?

lunedì 15 settembre 2014

parlare col liquido

A me piace parlare con la roba, è uno dei motivi per cui la gente mi considera strano. E va bene anche se si tratta di roba liquida. Oddio non è che io parli nello stesso modo con una bottiglia di chinotto o con il Mar Ligure. Nel senso che se devo parlare con della roba liquida preferisco parlare con l’Idroscalo, anche perché lui non disturba. Il mare per via del cif-ciaf, tipo risacca, no, non lascia le pause, cioè vuol parlare sempre lui, così non andiamo d’accordo. Eh, così quella sera lì, per ragioni in parte urologiche, in parte legate al ministero della difesa, mi trovavo di fronte al Naviglio, che è roba liquida anche lui, ma meno importante dell’Idroscalo. (Enzo Jannacci)

domenica 18 agosto 2013

sabato 17 agosto, muore un amico...

Sabato 17 agosto, muore un amico
e a noi non rimane che una domenica per ricordarlo
e questo sole malato che ha svuotato la piazza
lasciando tutti stremati dopo un’altra
festa inutile, senza più musica ma chiasso
coi gradini dove una volta siedevamo
macchiati per sempre di rosso. Non c’è silenzio
necessario ai ricordi per dispiegare le ali
per ripetersi ancora una volta. Sulla lingua
la tua voce quando salivamo il corso e t’informavi
di me del mio lavoro, m’informavo io della salute
e mi dicevi ogni volta “sto bene, l'abbiamo presa
in tempo” e intendevi la vita.

domenica 5 maggio 2013

veglia

Se muori non porti con te la tua vita
né puoi lasciarla a chi resta
sparisce tutto di te e poi non torna
aspettiamo la fine stanotte a seconda
della forza del cuore.

Il tuo compare di là si lamenta
per il proprio tumore che scalcia
se potessi risucchiare il suo male
dare forza alle tue gambe marcite
direi nuovamente al tuo io
ormai incosciente cosa ho capito:

Non so niente di te né mai saprò niente
che conta – gli scarti irrefrenabili
del cuore taciuti per pudore –
e questo tuo vuoto è in me scavato
com’è la malattia nel tuo costato.

Ognuno ti è accanto coi suoi stracci
le macerie
coi suoi crucci che separano e fa i conti
ostinati col cuore
aspettiamo senza fare rumore
perché questo è la vita
e tu la lasci per sempre.

mercoledì 20 febbraio 2013

mi faccio i fatti miei

Mi faccio i fatti miei prendo un bicchiere
infilo le cuffie – Miles latte e miele –
la tromba del giudizio e più non sento
il biascicare violento contro il muro
le unghie nella carne dei tappeti
il sangue che batte nelle tempie di
Pistorius quando punta la pistola
oltre la porta e affonda senza più
misericordia quattro colpi
nel corpo senz’amore di una donna
angelo lui vendicatore e puro
– come in un film di Tarantino –
perduto nella storia o nell’errore
di dar la caccia al Santo Padre fuggitivo.

sabato 1 dicembre 2012

la vita è furto

ruba sentimento
e lo trasforma
in
sopportazione necessaria.

Invidio Goya
Beethoven

questo caos mi assorda

le grida senza tregua
di chi soffre

sottrae
attenzione al tempo

chiede abbracci
o (se li neghi)
offre
nuove lacrime
al ricatto.

Afferro
le parole come posso
me le stringo al petto
le difendo.

sabato 24 novembre 2012

jimmy e il jazz

Jimmy, la santità che cerchi
è nel vibrato del tuo rutto.
E ora molla quella tromba, vecchio scemo.

sabato 8 settembre 2012

il passo del granchio

Non avevo mai considerato prima il chiacchiericcio dei bevitori che ammantava gli spettacoli di Shakespeare, alla metà del ‘500, durante le tournée in giro per pub. C’erano strutture fatte apposta, è vero, ma il pubblico migliore lo trovavi fra beoni e sognatori d’ogni risma, puzzo rancido di sudore e piscio misto all’alcol, spifferi autunnali. Era il chiacchiericcio a riportare i versi sulla terra, a dare un peso indispensabile a ogni parola rubata al chiasso del bancone, nella battaglia della voce per affermarsi sulla vita intorno. Anche ieri, verso mezzanotte, due ragazzi inglesi interpretavano Romeo e Giulietta come da secoli, la scena del balcone miracolosamente trapiantata in una piazza italiana, e il pubblico del pub vicino stava fuori, nel primo freddo di settembre, a guardarli con gli occhi e i sorrisi spalancati. Il pubblico parlava, sovrapponendosi agli attori, costringendoci tutti ad aguzzare le orecchie, come quando da bambini si cercava di distinguere il passo del granchio fra gli scogli. Cercavano anche loro la poesia nell’altra lingua, illusi dal suo suono indecifrabile, ma la vita come sempre ha avuto il meglio, rapita e incuriosita dal momento, dal biancore delle cosce di Giulietta.

domenica 12 febbraio 2012

alcuni aforismi di santiago lópez petit



Inquietudine vuol dire che il fuoco mi spinge verso la neve e che la neve mi spinge verso il fuoco.


Il silenzio abita il centro oscuro del rumore.


La vita è una parola. Il voler vivere un grido.


Dobbiamo intraprendere un doppio lavoro: essere ciò che non siamo per vivere quello che siamo.


Ogni alibi è l’inizio di una rinuncia.


Vivere è coniugare il verbo voler vivere.


Una vita politica deve essere una vita piena di rabbia.


Avere una vita politicizzata o non averla: questo è il problema.


Avere una vita politicizzata è, molte volte, avere una vita spezzata.


Fare della propria vita un’opera d’arte è un privilegio che l’uomo anonimo, cioè, ognuno di noi, non può permettersi.


Il sogno di “vivere tutte le vite” è la proposta commerciale che realizza questa società del consumo. Niente a che vedere con amare e pensare.


La vita si vendica con la vita di essere vissuta.


Fa male la distanza che il dolore produce.


I nostri pensieri sono mediocri per gli adattati. I nostri amori sono tristi per gli infelici.


La solitudine è una superficie senza confine.


L’amore è assoluto o non è. Per questo è disperato.


L’amore, come la notte, divora instancabilmente il suo stesso cuore.


L’amore è più forte del voler vivere. A volte, si ama contro il proprio voler vivere.


Il voler vivere, in un certo senso, schiva la finitezza. L’amore no. So che morirò perché un giorno sarò lontano da te. Si ama per conquistare un po’ di eternità.


La felicità che produce l’amore gira sempre intorno a un centro di dolore.


Si ama dalla solitudine. Si ama sempre un estraneo. Questo estraneo che è entrato nella propria vita.


Ti amo come non ho mai amato. Quante volte lo hai già detto?


Ti amo al margine delle lacrime.

L’amore è essenzialmente ingiusto.


Artaud espresse bene questo dramma: mi metto in condizione di pensare, e non mi viene in mente nulla.


I buchi del pensiero dove vanno a finire?


Se, quando pensiamo, pensiamo tutti la stessa cosa, pensare deve essere un abbraccio.


Pensare e amare. Colpiscono colpendo. Insanguinati, si estendono per la pianura stellata. Da qualsiasi parte. In nessun luogo.


Amare vuole l’eternità. Pensare, l’istante.


L’amore ha memoria dei gesti. Il pensare, delle parole.


Amare è pensare non hanno niente a che vedere con la felicità.


Si ama perché si ama. Si pensa perché si pensa. Uno stesso sentimento accompagna l’amare e il pensare. Questo sentimento provoca in noi l’idea del vuoto.


Il pensare divora se stesso. L’amore è famelico.


La vita non ci dà l’amore e il pensare. L’amore ce li riserva. Non si passa incolumi per l’amore. Nemmeno per il pensare.


La Grecia antica inventò l’eroe. La Cina, lo stratega. L’ero è quello che ama ma non pensa. Lo stratega è quello che pensa ma non ama.


Amare e pensare: avventure senza consolazione.


La modestia è il tipo di orgoglio che conviene al pensare. All’amore conviene invece, un orgoglio senza modestia.


In tempi di tradimento amare e pensare sono splendidi…


Una stessa emozione è quella che avvicina il pensare all’amare. Questa emozione è l’inquietudine. L’inquietudine di una notte in bianco. Sperando.


L’amare e il pensare sono assoluti ma nient’affatto puri.


Una vita d’amore vincerà sempre rispetto a una vita di pensiero. “In questa vita non ho fatto che amare”. Questa frase non può dirsi nello stesso modo se sostituiamo amare con pensare.


Poche passioni. Poche idee.


Santiago López Petit è un filosofo spagnolo nato nel 1950. Insegna Storia della Filosofia presso l’Università di Barcellona. Gli aforismi sono tratti da Amare e Pensare, ed. Le Nubi.
Grazie a Linda per avermelo fatto leggere.