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martedì 9 gennaio 2024

farsi le seghe

 Dopo il post di ieri sul “pubblico della poesia” un amico mi scrive, sfottendomi: ma perché fai questi post in cui parti con un pensiero e poi giri a vuoto? A che servono? Non è un po’ come farsi le seghe? – Sì, assolutamente sì, gli rispondo. Il problema è che io sono meridionale, e i meridionali sono barocchi nel profondo e sono pregni di morte (Sciascia), e si fanno un sacco di seghe in barba alla morte, bellissime seghe barocche. Non è un caso che molti filosofi italiani abbiano origini meridionali. – Aggiungo però una cosa. Stanno tutti sempre a lamentarsi che manca la critica letteraria. Io non sono un critico così come non sono un filosofo, però un pensiero disinteressato sul mondo editoriale, con tutti i miei limiti, provo a costruirmelo. Invece mi pare, e non vale solo per me, che ciò che uno scrive, se è non indirizzato alla nota di lettura o recensione spicciola del singolo volume, venga spesso inteso come perdita di tempo, una sega mentale. Insomma, delle volte ho la sensazione che quando ci si lamenta della mancanza di critica letteraria, ciò che interessa non è tanto la critica letteraria in sé, ma la critica letteraria “a me”, non un pensiero su quanto ci sta accadendo intorno e ci coinvolge tutti, volenti o no, ma solo uno che si prende la briga di leggere il tuo libro ed emette un giudizio di valore su quello, meglio se col bollino blu, così possiamo condividerlo sui social e aggiungerlo in cartella stampa. Che è, mi permetto, un’altra forma di masturbazione, assai poco meridionale perché senza fantasia. Così, già se uno mette il tuo libro con altri libri generalizzandolo nel mucchio fa peccato, ma ancora peggio, se lo accantona proprio per fare un pensiero un pochino più alto che non entra nel merito specifico della recensione, ponendosi domande assai poco pratiche e senza risposta, sta già pisciando fuori dal vaso o, per alcuni, ha già ripreso a farsi le seghe.

martedì 26 luglio 2022

serietà

Tutti i giorni mi sveglio col pensiero che sto per morire. Certi giorni lo penso un po’ più forte degli altri, mi risuona nella testa come un’eco. Poi non succede mai; quindi resto deluso dal fatto che le mie stesse voci (che mi frullano in testa) mi pigliano per fesso. Non solo io, ma persino il mio subconscio manca di serietà verso gli impegni.

sabato 25 dicembre 2021

guardate che vi penso

Non so il vostro ma il mio Natale è cominciato benissimo, leggendo e scrivendo e passando l'aspirapolvere mentre cantavo canzoncine di Natale, che sono tre fra le attività che preferisco in assoluto. Oggi mangio un bel piatto di verza e ovviamente una fetta di panettone, che senza quello non si può dire che è festa. Purtroppo Natale non è capodanno per cui tutto questo non significa nulla come promessa per l'avvenire. Ci riproviamo fra una settimana. Faccio questo post per tutti gli amici che ogni tanto incontro per strada e mi dicono: "Guarda che ti leggo, anche se non commento mai." Ecco, guardate che vi penso, anche se non sempre lo scrivo. Vi abbraccio tutti!

mercoledì 28 luglio 2021

sciascia

Stamattina mi sono svegliato con questa domanda in testa: che cosa direbbe Sciascia di tutto questo? Ecco, Sciascia sono sicuro, mi direbbe: devi leggere Manzoni! È tutto scritto lì. Mannaggia la miseria io di Manzoni non mi ricordo niente, l'ho rimosso, o non ho più risposte o non le voglio.

domenica 24 gennaio 2021

il nemico

Leggo un articolo di Tony Judt, storico inglese di stampo socialista (morto una decina di anni fa) dove Judt racconta di un corso in cui prova a spiegare La mentre prigioniera di Czeslaw Milosz, descrivendo la propria difficoltà ad affrontare l’incredulità dei suoi studenti verso il sentimento del libro. La mente prigioniera è un saggio dei 1951 che – attraverso il ritratto di cinque intellettuali polacchi: quattro (chiamati Alfa, Beta, Gamma e Delta) adattatisi al potere stalinista, e un quinto (Witkiewicz) morto suicida – affronta l’asservimento a un sistema ideologico, o meglio ancora descrive il processo di seduzione di questo sistema ideologico sulla mente di quegli intellettuali che hanno ceduto (o per convenienza, o per paura dell’esilio, o per convinzione, o per sfiducia e inadeguatezza) parte della propria libertà di pensiero e del proprio senso critico a un sistema ideologico che li ingloba, in cui si sono ritrovati a vivere loro malgrado, ma alla cui visione si adeguano fino a farla propria. Tutti, inevitabilmente, entrando volontariamente all’interno di quella particolare gabbia e adattando il proprio campo visivo ai limiti imposti dalle sbarre, hanno finito per autoconvincersi che quella gabbia fosse l’unica realtà possibile. Nella prefazione al volume, Milosz racconta che quando uscì, in piena guerra fredda, il libro non piacque a nessuno, né ai comunisti che si sentirono insultati, né agli anticomunisti che avrebbero preferito un più deciso (e ideologico) atto di accusa contro Stalin, e non un saggio che prova a cogliere, invece, le sfumature di un processo mentale che avevano vissuto, in vari modi, tutti i popoli d’Europa nei trent’anni precedenti. Ecco che Judt ci racconta il seguito di quel processo, mezzo secolo dopo. Provando a discutere di questo saggio coi suoi giovani studenti, la difficoltà maggiore dice, è stata riuscire a definire l’idea di seduzione ideologica. I suoi studenti, infatti, cresciuti in un mondo post ideologico, pur capendo in sintesi cos’è una ideologia, affrontavano con incredulità o scetticismo la reale possibilità che qualcuno potesse immolarsi per una ideologia, ma anche “contro” una ideologia. La trovavano, portando all’estremo la propria insofferenza, una cosa inutile e insensata. Non attribuendo alcun valore a una qualsiasi ideologia, non riuscendo a capire che motivo ci fosse a lottare pro o contro una ideologia, non vedevano più nemmeno il nemico reale che avevano di fronte. Perché, anche se meno vistoso, ma altrettanto seducente, più sottile e infido, liquido, anche il consumismo è una ideologia, così come il liberismo selvaggio. Gli studenti astrattamente capivano di vivere a loro volta in una gabbia ideologica, ma nel concreto – o per paura o per convenienza – non vedevano né limiti, né soluzioni, né alternative, né vie di fuga da questa loro gabbia. E allora, concludendo, c’è da chiedersi: se non riesco più a vedere il mio nemico (perché magari il mio nemico è dentro di me, o io dentro di lui), come posso combatterlo? E ancora, ha senso combattere un nemico, anche se non lo vedo? E farlo, combattere un nemico che non vedo (anche sapendo che c’è), non è a suo modo una forma di follia?

domenica 17 gennaio 2021

di che parlano

Sul blog di poesia della Rai leggo una poesia di Davide Rondoni scritta in onore di Franco Loi e la trovo brutta. Ne parlo con un amico che, con sufficienza, mi dice: Ma tu ancora Rondoni leggi, tutto quello che scrive sono cazzate. Non mi convince. Vado sul profilo di Rondoni. Leggo un suo post, in cui commenta la recente proposta di trasformare i Musei in luoghi di vaccinazione e invita a non confondere, come stanno invece facendo per pubblicizzare la cosa, la “cura” del corpo con la salute dell’anima, perché a fare confusione si finisce soltanto per svilire pericolosamente ciò che è necessario alla salute dell’anima (che a volte, per scuoterti, non è affatto salutare, né tantomeno edificante). È un pensiero che condivido. Se viene da Rondoni, no, mi dice il mio amico, io non lo posso accettare. Rispetto il mio amico, ma secondo me la sua è una visione di partito. Visione che, ridotta ai minimi termini, fa così: Se non sei con me allora sono contro di te. Fino a rifiutarti in toto. Ed è, aggiungo, il sistema mentale più elementare e vecchio della storia. L’avevano i comunisti così come prima i fascisti, prima ancora i realisti, i borghesi nei salotti, i mafiosi, i tifosi, le bigotte di paese, gli operai in fabbrica, i carbonari, le bande, le guardie e i ladri. L’abbiamo vista manifestarsi in questi giorni in TV, e in tutta l’attuale classe intellettuale e politica di questo paese e di ogni altro paese. L’abbiamo additata e derisa. Ma nonostante tutta questa storia pregressa, non abbiamo mai imparato a guardare oltre. Nemmeno fra “sommi” letterati. Forse perché non pensiamo faccia parte di noi. Anche io, ieri sera guardavo Gli occhiali d’oro di Montaldo, tratto dal libro di Bassani, e pensavo che probabilmente ci sono decine di persone che hanno visto lo stesso film, letto lo stesso romanzo, li apprezzano per il contenuto, il contesto storico, li definiscono capolavori di forma e di stile, ma non hanno capito di che parlano.

 

martedì 14 luglio 2020

stato

Quel momento figo in cui scopri che un tuo lettore, uno che manco conosci di persona fra l'altro, usa il verso di una tua poesia come stato su Whatsapp. Un po' ti senti come Jovanotti, un po' come Il postino di Neruda: la poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve. E ti senti stupendamente utile a un altro che cercava le parole giuste, quelle sei parole esatte per dire chi è.

domenica 17 novembre 2019

il pensiero dominante

Leggevo stamattina che Leopardi non era gobbo perché rachitico a forza di studiare – come spesso lo immaginiamo perché così ce lo passa la tradizione – ma perché affetto dal morbo di Pott, una forma grave di tubercolosi ossea che gli ha distrutto il corpo pezzo a pezzo attraverso lunghe, atroci e umilianti sofferenze, fino a portarlo alla morte a nemmeno quarant’anni. E ho pensato al fatto che sarebbe ora di finirla con quest’immagine romantica ma svilente del secchione sfigato e incazzato con mondo perché è diventato brutto a forza di leggere libri; invece andrebbe rovesciata la prospettiva in chiave eroica per guardare una persona debole, piena di limiti perché affetta da una gravissima malattia, ma che proprio attraverso lo studio è riuscito a crearsi un sistema di pensiero indomabile, tale da superare i propri handicap per diventare già in vita una delle menti più grandi del proprio secolo.

lunedì 29 luglio 2019

libertà di espressione

Credo che Vittorio Sgarbi – che pure seguo con grande simpatia e certe volte con stima per le sue idee e il suo anticonformismo – sia oggi l'esempio più vivace, certamente il più esposto, delle contraddizioni che caratterizzano in Italia gli un-tempo-detti intellettuali, ovvero coloro che avrebbero i mezzi critici per pensare e dire la loro. Prima litiga in diretta – alla sua maniera – con Giampiero Mughini, arrivando allo scontro fisico, ma commentando l’episodio in uno dei suoi video e sostenendo che lui è per la violenza verbale – definita l'ultima forma di libertà d’espressione dell'individuo sociale – mentre è contrario a quella fisica che è male, è reato ed è punibile. Poi, un paio di giorni dopo, fa un post pro-salviniano in cui se la prende con Enrico Mentana che, da giornalista, si esprime in difesa dello Stato di diritto in cui forse viviamo e contro gli abusi di alcuni membri delle forze dell'ordine contro il ragazzo sospettato dell'omicidio del carabiniere di Roma. Sgarbi sostiene che quel ragazzo è una bestia – declassandolo al ruolo di subumano – e non c’è nulla di male a trattarlo così: applicando alla perfezione, quindi, almeno nel linguaggio, il retaggio colonialista che finché non sono riconosciuti come uomini si possono sempre malmenare. Se invece sono riconosciuti come uomini – vedi Mughini – allora li puoi semplicemente trattare da stronzi, ma solo se ti contraddicono nell’espressione delle tue idee. Il che, ovviamente, nel mondo di Vittorio Sgarbi è l'esempio della sua libertà irrinunciabile a esprimere le proprie sopra tutto e tutti: quella per cui Voltaire si starà ora rivoltando nella tomba.

lunedì 28 gennaio 2019

la cultura del cazzo

Stavo guardando il video di Sgarbi contro la Nappi, in risposta a uno scontro che hanno avuto su Rete 4 la settimana scorsa. In quel diverbio la Nappi ci ha fatto una figura pessima e Sgarbi pure. Oggi, guardando il video di Sgarbi, ho pensato che siamo uno di quei paesi in cui l'opinione detta male (molto male) di una pornoattrice ha maggiore peso, non solo mediatico ma proprio di opinione pubblica, di quello di un uomo di cultura, un pensatore o anche di un addetto ai lavori. E che, di contro, la risposta di Sgarbi per cui una pornoattrice non dovrebbe immischiarsi in certe cose, ma fare solo quello che sa fare, cioè prendere cazzi, è scorretta sotto qualsiasi punto di vista. Perché, se la Nappi ha una sua (per quanto esile sia) opinione politica, ha il diritto in quanto cittadina votante di dirla, e se ha il potere mediatico per influenzare (anche male) chi le dà retta, ha tutto il diritto di usare quel potere che le hanno dato. C’è chi mi dirà che è sbagliato che una persona che non ha il pieno controllo del potere delle sue parole possa parlare a un pubblico così vasto e che spesso la prende sul serio (quando non è impegnato a riempirla di insulti sessisti), ma se quella cosa la Nappi la dice male o viene mal recepita (acriticamente) dal pubblico, in un sedicente Paese industrializzato, direi che la colpa non è proprio tutta della Nappi. Di chi è allora? Ecco, questo è il paese che qualcuno ha voluto per noi e ha pazientemente coltivato perché producesse questi frutti. Non dico che sia stato Sgarbi, forse ha più colpe Berlusconi in questo senso. Ma se Sgarbi, che non è un fesso e nemmeno una persona impreparata, risolve ogni diverbio come fa, dicendo: “Tu mi fai schifo! Io non ti voglio scopare!” non dà certo un grande esempio di maturità. O forse è anche lui uno dei tanti intrappolati in quella cultura del cazzo che denigra? Perché alla fine, che sia una pornoattrice o che sia un dotto opinionista a parlarne, sempre lì si ritorna. Alla cultura del cazzo. Non certo la migliore, ma di sicuro la più duratura forma di pensiero che l’Italia abbia espresso dai tempi di Boccaccio.

mercoledì 23 gennaio 2019

pensiero stupendo

Ieri la pietra dello scandalo era Nonno Libero, oggi è Libero e basta, che lancia l’allarme: in Italia aumentano i gay, ce ne sono troppi (proprio come i neri e i terroni)! Però, in molti insistono, l’emergenza non è generale, né culturale o morale, l’emergenza è colpa di “questi”! Sì, ma “questi” chi? “Questi”, quelli al potere. Ma Libero non esprime mica le idee di quelli al potere, sta da un’altra parte. No, ma che hai capito, “questi”, i maledetti fascisti! Ma allora perché, se la colpa è tutta dei fascisti, la sinistra ha perso le elezioni? O mi vuoi forse dire che la maggioranza degli italiani è diventata all’improvviso fascista sei mesi fa e ora ci ripensa? Ma no, è che gli italiani sono come i bambini, non sanno bene ciò che vogliono e allora vanno un po’ da una parte un po’ dall’altra in base al capriccio. Forse serve uno che decida per tutti cosa vogliono? Uno che detti le regole, che metta i puntini sulle i? In tanti diranno di no, ma sotto sotto un pensiero stupendo nasce un poco strisciando…

domenica 1 aprile 2018

potere

E infine, ecco, c’è la parola che per la prima volta scrive nella più atroce nudità; la parola che finalmente gli si è rivelata nel suo vero, profondo e putrido significato: la parola «potere». «Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere». 

Sciascia, L’affaire Moro

sabato 31 marzo 2018

pessimismo (meridionale)

Che cosa è, in che consiste, il pessimismo meridionale? Nel vedere ogni cosa, ogni idea, ogni illusione – anche le idee e le illusioni che sembrano muovere il mondo – correre verso la morte. Tutto corre verso la morte: tranne il pensiero della morte, l’idea della morte. «Nonché un pensiero, il pensiero della morte è il pensiero stesso». 

Leonardo Sciascia, L’affaire Moro

sabato 17 settembre 2016

il lavoro culturale

Tutti ti chiedono un pezzetto di te, del tuo tempo, pochi ti dicono grazie, quasi nessuno è disposto a pagarti, quasi mai il giusto. Dunque il fallimento è sempre dietro l'angolo. Spesso ti chiedi perché, pochissime volte trovi una risposta e ogni risposta è comunque temporanea. Il luogo comune che con la cultura si acchiappa è mediamente falso, anche se si fantastica molto e con gusto. E poiché la cultura allunga il pensiero e il pensiero più è lungo più è lento, mentre si dispiega ci sono un sacco di tempi morti, che si alternano ad altri di attività febbrile che servono a riempire i buchi e mantenersi in forma, in attesa che il pensiero prenda forma e anche se non sempre porta a qualcosa di utile. Ci si stanca facilmente, ci si annoia spesso, in compenso anche la noia ha un sapore diverso.

lunedì 16 novembre 2015

ho pietà della povera fallaci

Ho pietà della povera Fallaci
la cui parola vale meno di niente
senza più capacità di difesa
da chi la adula e la offende.

Quanto vale il pensiero svalutato
di un’assente – pensiero che non vede
più il presente? Vale meno di niente.
E che sia savia o matta che importa?

Lei è morta. Indistinta sul vetro
moscerino spiaccicato nella corsa
ridotta a uno sputo a una macchia
senza storia che non sia rancore.

Ma la sua diversità è sua persino nell’errore.
Potesse ribadire a chiara voce:
«Anch’io sono vissuta – ricordate! –
proprio come voi: una donna armata

del mio cuore del mio nome
e poco altro» forse farebbero attenzione
pronunciando/denigrando le parole
di un cuore non loro.

venerdì 12 settembre 2014

cervelli da twitter: un articolo dal post

Linko qui sotto un interessantissimo articolo uscito oggi sul Post, in cui si parla delle nuove modalità di lettura sviluppatesi nell'era digitale. In sostanza l'articolo dice questo: non leggiamo di meno, anzi, il tempo passato a leggere è aumentato esponenzialmente con l'uso quotidiano di Internet: quasi cinque ore al giorno sono spese nella lettura da pc e iphone. Cambiano le modialità di approccio al testo e cambiano le abitudini dei lettori. Al bisogno di maggiore velocità corrisponde una perdita di concentrazione: tempi lenti, periodi lunghi, descrizioni eccessive, parole complesse, non sono più ammessi. E persino i lettori abituali subiscono tali condizionamenti. I libri cedono il passo a nuovi supporti digitali. Il pericolo è quello di arrivare, attraverso un'eccessiva semplificazione del linguaggio, anche a una semplificazione del pensiero. «Tutta la sintassi si perde, e la sintassi è il modo in cui esprimiamo pensieri complessi. Temo che perderemo la capacità di leggere e scrivere questo tipo di prosa articolata. Chissà, forse diventeremo cervelli da Twitter». 

Per leggere l'articolo clicca QUI. 

sabato 6 settembre 2014

sui social

Sono sempre più convinto, ma smentitemi se sbaglio, che a molti di quelli che esaltano Twitter (ad oggi il social più figo in circolazione, per la sua capacità di essere sintetico, letale e al passo coi tempi), e ci regalano ogni mattina perle fresche di saggezza o battute tanto fulminanti quanto salaci, se gli chiedi di sviluppare il loro pensiero in un temino lungo dieci righi, il pensiero gli si scianca fra il quinto e il settimo rigo e poi muore per mancanza di ossigeno intorno all'ottavo. A dieci righi di fulminante bravura non ci arrivano. Loro, ovviamente, rispondono che il problema è dei tempi, che non ammettono si perda tempo a leggere quando invece si dovrebbe vivere. Peccato che ormai buona parte della vita la si passi attaccati a uno smartphone. Persino in bagno, certe volte c'è lo smartphone ed è finita la carta igienica. Ed ecco la contraddizione insanabile: da una parte internet esalta il pensiero libero, purché breve e ironico, al massimo scorretto ma con brio, dall'altra nega il pensiero articolato, perché annoia, non tira. Che cosa tira, allora? Il pelo, sempre solo quello. Fotografato e poi postato in tutte le sue salse. Perché si sa, sempre meglio il pelo che un pensiero figo che non dice nulla o quasi. Ed ecco perché la gente alla mano preferisce Instagram.

domenica 13 luglio 2014

aveva ragione leopardi


Tanto parlare della scrittura che comprende il senso e il nonsenso della Vita e alla fine aveva ragione Leopardi, per scrivere il mio libro più bello non dovevo andare oltre la siepe del mio giardino.

giovedì 17 aprile 2014

per la morte di marquez

Confesso che gli ultimi libri di Marquez non mi sono mai piaciuti molto, e ho sempre pensato che il suo ultimo libro davvero bello sia stato L’amore ai tempi del colera.
Di Marquez si parlerà sempre come dell’inventore del realismo magico, però devo dire che se dovessi individuare una capacità che aveva come scrittore, era quella di essere un delicatissimo narratore di splendide storie d’amore. Storie in cui il ritorno era sempre possibile, anzi, e l’abbandono necessario a una crescita personale, a una presa di coscienza di sé. In questo Marquez era uno scrittore della speranza, uno dei pochi veri ottimisti del ‘900.
Negli anni ho letto tutte le sue storie, e se dovessi indicare le mie preferite, non sarebbero romanzi ma racconti: La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata, Morte costante al di là dell’amore, La santa, I funerali della Mamà grande, e poi due racconti lunghi o romanzi brevi di incredibile potenza, Nessuno scrive al colonnello e Cronaca di una morta annunciata. Testi brevi in cui venivano meno certi suoi manierismi che facevano indubbiamente parte del suo linguaggio ma che alla lunga potevano diventare stucchevoli. E poi alcune pagine meravigliose dai suoi romanzi più celebri.
Di tutte queste pagine lette e imparate, divorate a suo tempo, ancora ricordo la commozione che provai, da ragazzino, su una in particolare; commozione che mi portò poi a comprare il resto dei suoi libri e a innamorarmene, quella per il ritorno a casa di Bayardo San Romàn. Pagina che riporto qui, sperando di condividere ancora, con voi, quel sentimento:
“Un mezzogiorno d’agosto, mentre ricamava con le sue amiche, sentì che qualcuno era arrivato alla porta. Non ebbe bisogno di guardare per sapere chi fosse. “Era grasso e gli cominciavano a cadere i capelli, e ormai gli occorrevano gli occhiali per vedere da vicino” mi disse. “Ma era lui, cazzo, era lui!” Si spaventò, perché sapeva che in quel momento lui la vedeva decaduta come lei vedeva lui, e non credeva che avesse dentro tanto amore quanto ne aveva lei per sopportarlo. Aveva la camicia inzuppata di sudore, come lo aveva visto la prima volta alla fiera, e portava la stessa cinta e le stesse bisacce di cuoio scucito con ornamenti d’argento. Fece un passo avanti e posò le bisacce sulla macchina da cucire.
“Bene” disse, “eccomi qua.” 

sabato 15 marzo 2014

dove nasce

Talvolta sento i morsi della vita
strapparmi brano a brano all’ombelico
memorie e sentimenti, conoscenti.

Rimane la tua assenza ch’è una tana
scavata nella pancia
con la forma di un abbraccio.

Ogni volta che ti stringo
o batte il tuo pensiero nel diaframma
lì nasce la mia voce

intorno a te risuona.