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giovedì 14 ottobre 2021

chiedi a stalin

Avevo in testa una vecchia foto di Lisetta Carmi e volevo scrivere un post sui portuali che protestano, ma poi mi sono vergognato di dire troppe stupidaggini, perché sono giorni che ho perduto la bussola di dove siamo finiti tutti e nel disordine crescente non so più dove sto io rispetto a loro e dove stanno loro rispetto al resto del Paese. Forse non lo sa più nemmeno il Paese dove è finito e contro chi sta combattendo. Il ministro Orlando – che sbaglia le parole e paragona la proposta di tamponi gratuiti a un’ammissione che chi si è vaccinato ha fatto male, ribadendo così l’azione vessatoria del Governo, e come se il buon senso non c’entrasse nulla in queste scelte – di certo non lo sa. Da una parte si dice che il pericolo, a parte “pochi” estremisti, è scampato; dall’altra i “pochi” estremisti sono milioni di persone a cui quasi si nega la ragione, o li si offende, tutti mostri, bruti, fasci, tutti scemi. Tutto ciò che nega i miei valori. Da una parte difendiamo l’accoglienza e ci diciamo diversi da Salvini, dall’altra postuliamo la censura negli stessi termini e con lo stesso linguaggio di Salvini. Accogliamo i più deboli e censuriamo i vili, o tutti quelli che ci stanno sulle balle. Ma se i vili sono quattro milioni di lavoratori non vaccinati, io, che mi dico di sinistra, da che parte devo stare? Coi lavoratori o col Governo? Una volta lessi un racconto, se non sbaglio di Fenoglio, in cui due amici partigiani parlavano dello stesso dubbio. Uno dei due si confidava con l’altro che gli rispondeva che un antifascista non è un cristiano, e se è cristiano non dovrebbe stare in montagna, perché un cristiano porge l’altra guancia, un antifascista spara al nemico. E quando non sai chi è il nemico, chiedeva il primo? Allora chiedi a Stalin, diceva il secondo. Purtroppo siamo finiti male, e l’unico Stalin che conosco, Peppe Stalin per gli amici, non mi toglierebbe dal dubbio, al massimo mi offrirebbe una birra. Ma poi penso anche che chi protesta di certo non aspetta me o che risolva i miei dubbi, né il permesso di nessuno, perché se aspettasse il permesso di qualcuno per lamentarsi, allora non avrebbe più senso protestare, sarebbe un semplice corteo che non porta a nessun vero cambiamento.

domenica 24 gennaio 2021

il nemico

Leggo un articolo di Tony Judt, storico inglese di stampo socialista (morto una decina di anni fa) dove Judt racconta di un corso in cui prova a spiegare La mentre prigioniera di Czeslaw Milosz, descrivendo la propria difficoltà ad affrontare l’incredulità dei suoi studenti verso il sentimento del libro. La mente prigioniera è un saggio dei 1951 che – attraverso il ritratto di cinque intellettuali polacchi: quattro (chiamati Alfa, Beta, Gamma e Delta) adattatisi al potere stalinista, e un quinto (Witkiewicz) morto suicida – affronta l’asservimento a un sistema ideologico, o meglio ancora descrive il processo di seduzione di questo sistema ideologico sulla mente di quegli intellettuali che hanno ceduto (o per convenienza, o per paura dell’esilio, o per convinzione, o per sfiducia e inadeguatezza) parte della propria libertà di pensiero e del proprio senso critico a un sistema ideologico che li ingloba, in cui si sono ritrovati a vivere loro malgrado, ma alla cui visione si adeguano fino a farla propria. Tutti, inevitabilmente, entrando volontariamente all’interno di quella particolare gabbia e adattando il proprio campo visivo ai limiti imposti dalle sbarre, hanno finito per autoconvincersi che quella gabbia fosse l’unica realtà possibile. Nella prefazione al volume, Milosz racconta che quando uscì, in piena guerra fredda, il libro non piacque a nessuno, né ai comunisti che si sentirono insultati, né agli anticomunisti che avrebbero preferito un più deciso (e ideologico) atto di accusa contro Stalin, e non un saggio che prova a cogliere, invece, le sfumature di un processo mentale che avevano vissuto, in vari modi, tutti i popoli d’Europa nei trent’anni precedenti. Ecco che Judt ci racconta il seguito di quel processo, mezzo secolo dopo. Provando a discutere di questo saggio coi suoi giovani studenti, la difficoltà maggiore dice, è stata riuscire a definire l’idea di seduzione ideologica. I suoi studenti, infatti, cresciuti in un mondo post ideologico, pur capendo in sintesi cos’è una ideologia, affrontavano con incredulità o scetticismo la reale possibilità che qualcuno potesse immolarsi per una ideologia, ma anche “contro” una ideologia. La trovavano, portando all’estremo la propria insofferenza, una cosa inutile e insensata. Non attribuendo alcun valore a una qualsiasi ideologia, non riuscendo a capire che motivo ci fosse a lottare pro o contro una ideologia, non vedevano più nemmeno il nemico reale che avevano di fronte. Perché, anche se meno vistoso, ma altrettanto seducente, più sottile e infido, liquido, anche il consumismo è una ideologia, così come il liberismo selvaggio. Gli studenti astrattamente capivano di vivere a loro volta in una gabbia ideologica, ma nel concreto – o per paura o per convenienza – non vedevano né limiti, né soluzioni, né alternative, né vie di fuga da questa loro gabbia. E allora, concludendo, c’è da chiedersi: se non riesco più a vedere il mio nemico (perché magari il mio nemico è dentro di me, o io dentro di lui), come posso combatterlo? E ancora, ha senso combattere un nemico, anche se non lo vedo? E farlo, combattere un nemico che non vedo (anche sapendo che c’è), non è a suo modo una forma di follia?

lunedì 2 aprile 2018

stalin sul volga


La più grande statua di Stalin era ai bordi del Volga poco lontano dalla grande diga. Purtroppo sulla testa dell’enorme monumento sostavano continuamente centinaia di uccelli che sporcavano il viso del dittatore con escrementi chiari. Bisognava pulirli di continuo. Finché fu deciso di collegare la statua con un filo elettrico ad alta tensione. Da quel momento ai piedi di Stalin c’era sempre un tappeto di uccelli fulminati. Kruscev fece saltare in aria la statua e mandò un carro armato per trascinare nell’acqua del fiume i giganteschi frammenti. Soltanto un piede è un po’ di gambe restarono inchiodati al piedistallo. E proprio all’interno di questo enorme rudere molti giovani dei paesi vicini vanno a fare all’amore. 

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.