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domenica 22 settembre 2024

l'albero

Pare che nell’ultima parte della sua vita, o meglio ancora dopo la vittoria dello Strega nel 1992 con l’opera Nottetempo, casa per casa, unico libro di poesia ad esserci riuscito – praticamente un poema in prosa, ricercatissimo, ma scamuffato da romanzo perché privo di tutti quegli a capo che, un tempo, spaventavano i lettori più di uno scosceso dirupo o di un pozzo nero – pare che dopo la vittoria dello Strega, agli amici che chiamavano la casa di Vincenzo Consolo per avere sue notizie, sua moglie Caterina fosse solita rispondere: “Enzo è in viaggio” oppure “Consolo è partito” per comunicare che Enzo si era ormai allontanato verso lidi lontanissimi per loro. Leggerlo mi ha ricordato una battuta con cui Franco Franchi punzecchiava Ciccio Ingrassia quando quest’ultimo, dopo l’esperienza con Fellini in Amarcord, spingeva per partecipare a opere cinematografiche più ambiziose rispetto alle commedie facili con cui sbarcavano il lunario. “Ciccio, scendi dall’albero!” gli gridava Franco irritato, senza riuscire a scorgere i paesaggi che Ciccio vedeva dalla cima di quell’albero e che erano gli stessi verso cui era partito Consolo.

mercoledì 27 settembre 2023

mal comune, mezzo gaudio

 Incontro alla fermata del bus due simpatiche quanto sprovvedute signore sui 70 anni che da Lecce hanno deciso di farsi una passeggiata a Locorotondo. Sprovvedute perché invece di pagare un taxi, hanno pensato bene di risparmiare i loro soldi e prendere il treno, senza rendersi conto che dalla stazione di Fasano alla Valle d’Itria i collegamenti sono pessimi. Infatti, dalla stazione bisogna prendere il bus cittadino che porta in centro a Fasano e arrivati lì c’è un solo pullman della Sud Est (alle 10.00) che sale verso Locorotondo, ma se perdi quello sei bloccato a Fasano per il resto della mattinata. Le due simpatiche signore però vengono prese “a cavallo” da Luca Liconso che era andato a comprare i fiori. Quindi si ritrovano a settant’anni a fare il loro ingresso in Valle d’Itria facendo l’autostop sul furgoncino delle onoranze funebri. Insomma, una di quelle avventure che si può raccontare ai nipoti… Salvo che subito dopo la loro avventura viene di nuovo ostacolata perché si rendono conto che, non essendoci collegamenti adeguati fra paese e stazione nemmeno al rientro, devono necessariamente riprendere il pullman per Fasano delle 12.20 (che è l’unico fino alle 16.30) se no non sanno come arrivare il tempo per prendere il regionale per Lecce del pomeriggio. Fanno dunque un giro di una mezzoretta in paese e poi tornano di corsa alla fermata, dove le incontro. Una delle due mi dice che Locorotondo è bellissima ma continua a chiedermi: Perché? Perché un paese bello come questo non è collegato a nessuna stazione? – L’altra, più sardonica, mi dice: Io credevo che solo in Salento stessimo messi così male, e invece oggi sono contenta di scoprire che non siamo i soli! – Come si dice: mal comune, mezzo gaudio.

martedì 25 luglio 2023

sogno del bagno pubblico

Sto affrontando un estenuante viaggio in pullman, afflitto da tremendi dolori di pancia. Quando dopo molti patemi il pullman ferma a una stazione di servizio, grato corro verso i bagni dove mi piego sul vaso già orribilmente sporco e mi svuoto di tutto. Provo a tirare lo scarico, ma non funziona. Lo tiro due volte e nulla. Mi arrendo, ma proprio mentre sto per uscire entrano nel bagno due uomini e una donna che stanno discutendo fra di loro concitati. Non capisco cosa dicono, ma quando mi vedono lì i loro sguardi si fanno disgustati, come se li stessi spiando e uno dei tre, quello dall’aria più spiccia, si guarda intorno e indicando il vaso lercio comincia a insultarmi: “Lei si vergogni, si vergogni per quello che ha fatto! Lei è un uomo orribile! Ripulisca immediatamente ogni cosa”. Io così, schiacciato dal peso delle sue accuse, pieno di rimorso e di disgusto per me stesso, mi piego ancora una volta sul vaso e senza guanti infilo le mani nude nei rifiuti organici che affiorano e comincio a raccogliere la carta umida che intasa lo scarico riversandola nel cestino accanto al muro. I tre mi guardano ridendo, finalmente riconciliati. Mentre lavoro con la gola serrata dalla ferocia degli odori, controllando attraverso la finestra mi accorgo che il mio pullman è ripartito. “Tutto questo non è giusto, io non me lo merito!” dico con gli occhi umidi, ma non so se per la commozione o per la nausea. Loro tre continuano a ridere, l’uomo che mi ha rimproverato più degli altri. “Lei non capisce, è tutta colpa di questo mio senso del dovere se sono qui!”. Ride ancora più forte. “Lei non capisce, non capisce proprio. Il mio senso del dovere è talmente forte che se lei me l’avesse chiesto” dico indicando la donna “io l’avrei strangolata senza pensarci due volte!”. L’uomo ride ancora più forte, deliziato.

giovedì 6 aprile 2023

il mondo nuovo

Il nuovo mondo, 1982, di Ettore Scola è il suo secondo film in costume (dopo Passione d’amore dell’anno rima), il primo di un dittico che fa un dichiarato omaggio alla storia francese (seguito l’anno dopo da Ballando Ballando che Paolo Conte avrà adorato) e l’ultimo firmato dallo sceneggiatore Sergio Amidei. Vi si narra il viaggio di una serie di avventurieri durante gli ultimi giorni della Rivoluzione francese. Il film è lungo, a volte divaga un po’, ma rimane bellissimo, intenso e leggero insieme, pur nelle sue imperfezioni. Data la produzione, il cast è internazionale e assai ispirato, ma su tutti giganteggia Marcello Mastroianni che fa Giacomo Casanova dopo essere stato snobbato per la stessa parte da Fellini. Qui va detto che il Casanova di Mastroianni è una creatura stanca, crepuscolare e malinconica, di grande fascino umano ed è esattamente tutto ciò che non voleva Fellini dal proprio Casanova, volutamente vuoto ed esangue, pre-morto, per cui scelta del più “freddo” e “meccanico” Donald Sutherland. Ma il personaggio più curioso rimane quello del cantastorie che apre la storia con un siparietto teatrale, interpretato da Enzo Jannacci (lo straordinario Jannacci di fine anni 70 - primi anni 80) che vestito da arlecchino e si inventa una lingua tutta sua nella migliore tradizione di Dario Fo. Ecco, Jannacci in effetti non c'entra veramente nulla col resto del film, ci sta solo per il gusto di starci, e anche di questo “capriccio” dobbiamo ringraziare Ettore Scola.

sabato 21 gennaio 2023

bidella in treno

Io non lo so se la bidella che viaggia in treno è scema come ormai la definiscono, però mi dà l'idea di una persona che è stata strumentalizzata a dovere. Leggevo un pezzo poco fa, su HuffPost, in cui si diceva che la sua vicenda in tre/quattro giorni ha avuto una visibilità superiore a quella del festival di Sanremo, quindi i giornali che l'hanno pubblicata ci hanno guadagnato in pubblicità di sicuro. Quando ci si chiede: perché lo hanno fatto? Facile: perché conoscono i loro polli. Dice anche il pezzo che questo genere di notizie minerà la fiducia dei lettori nella credibilità dell'informazione, ma io non credo che questo minerà il fatto che se ti piace questa merda andrai a cercarne dell'altra pur sapendo cos'è: anche il maiale sa che il fango è fango e ci si rotola apposta proprio perché è fango. Invece non sono così sicuro che la bidella sia stata abbastanza tutelata o informata su cosa rischiava dando il consenso alla notizia con tanto di fotografia. Magari ha peccato di ingenuità, magari è stata lusingata. O semplicemente ha esagerato i fatti senza pensarci troppo. L'avranno pagata? Non credo. Adesso è sommersa dagli insulti peggio che se avesse truffato lo Stato, e io mi chiedo come reagirà di fronte a questa ondata. Ogni tanto se ne vede qualcuna di storie così, c'è chi di fronte a queste cose fa spallucce e aspetta che la tempesta passi spostandosi verso un altro obiettivo. C'è pure chi accusa i colpi e va in depressione. C'è chi perde il lavoro. Qualcuno si è anche ucciso di fronte all'odio mediatico. Io ci penserei dieci volte prima di lanciare una pietra addosso a una persona. Magari sì, l'ha sparata grossa (con l'aiuto di qualcuno che le ha messo in mano un microfono), ma noi chi siamo per giudicarla come se stessimo su un gradino più alto? Cosa sappiamo di lei a parte quello che ci suggerisce qualcun altro?

venerdì 12 luglio 2019

compagnia

Viaggio con 35 minuti di ritardo ma sono in buona compagnia: Ricordi di mia madre di Yasushi Inoue. La signora di fronte a me con forte accento veneto mi dice: "Non lo conosco, ma dal titolo lei mi sembra un tipo molto sentimentale". E continua: "Deve imparare a staccarsi dalla figura di sua madre". "Ma quella nel libro è la madre di Inoue" le dico. "Fa niente, è probabilmente un transfert. Deve imparare a staccarsi anche dalle madri degli altri!" E dire che le Milf ad oggi erano una delle categorie che più mi dava soddisfazione.

venerdì 21 settembre 2018

intercity

L’altro giorno leggevo Intercity, meravigliosa poesia di Lello Baldini che dà il titolo e conclude la sua ultima raccolta. La poesia col suo solito taglio svagato e fintamente leggero, racconta il tentativo fallito di un uomo di organizzare un viaggio coi suoi amici: l’uomo alla fine prende il treno da solo per accorgersi che sull’intero convoglio c’è solamente lui, unico viaggiatore di quell’ultimo viaggio che chiude il suo lavoro e la sua vita. È il rovesciamento parodico, a mio avviso, della più conosciuta delle poesie di Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso, in cui alla fine di un lungo viaggio in treno, assieme una variegata compagnia di persone che condividono lo scompartimento, il protagonista li saluta uno per uno prima di scendere, perché giunto a destinazione. Per certi versi è una citazione pungente, visto che fu proprio Caproni, quando Baldini vinse il premio Viareggio nel 1988, a contestare quella vittoria, dichiarando che quella usata da Baldini era una lingua “ignota”. In questo caso, la poesia ignota di Baldini è ancora più amara di quella del rivale. Di fronte all’accettazione fatalistica, già quasi nichilistica di Caproni, l’ultimo viaggio di Baldini ci dice che nessuno potrà mai capire com’è indirizzarsi alla morte, perché nella nostra vecchiaia, per quanto rassegnata possa apparirci, noi siamo soli, completamente soli, privati persino di un capotreno, o del macchinista, e per questo, nella sua incapacità di comprendere quella corsa vana verso il nulla, quello spreco – «sono diventati tutti matti? un treno solo per me?» – è il commiato comico di una disperazione insanabile per il destino dell’uomo. 

A parte i due sopra citati, un altro libro che ho letto sui viaggi in treno come "vuoto a perdere" è La vicevita di Magrelli. Mi chiedevo, ce ne sono altri nella poesia italiana? E se sì, me li potete indicare?

lunedì 2 aprile 2018

stalin sul volga


La più grande statua di Stalin era ai bordi del Volga poco lontano dalla grande diga. Purtroppo sulla testa dell’enorme monumento sostavano continuamente centinaia di uccelli che sporcavano il viso del dittatore con escrementi chiari. Bisognava pulirli di continuo. Finché fu deciso di collegare la statua con un filo elettrico ad alta tensione. Da quel momento ai piedi di Stalin c’era sempre un tappeto di uccelli fulminati. Kruscev fece saltare in aria la statua e mandò un carro armato per trascinare nell’acqua del fiume i giganteschi frammenti. Soltanto un piede è un po’ di gambe restarono inchiodati al piedistallo. E proprio all’interno di questo enorme rudere molti giovani dei paesi vicini vanno a fare all’amore. 

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

martedì 25 luglio 2017

storia di una poesia americana

Mi dirigo verso un sogno assai felice, dove parto per l’America col mio zaino in spalla per cercare un indirizzo dove ha vissuto Julio Cortázar che voleva scrivere di Charlie Parker. Trovo invece il giovane Bob Dylan che si esibisce nei caffè delle Università. Lo avvicino pieno di un’ammirazione che lui ancora non comprende, mi fa uno scarabocchio sul quaderno che dovrebbe essere un autografo e parliamo di equilibrio, che manca a entrambi, e di poesia e di canzone, e di quanta musica c’è sempre in una poesia e di come spesso sia maggiore la musica che sta dentro a una poesia della poesia che c’è in una canzone. Vince la musica, mi dice Bobby, ma mi piacciono entrambe, perché accontentarsi se puoi prendere tutto? Lo conosci Allen Ginsberg? mi chiede, ti assomiglia. Gli dico di sì, e che le sue sono considerazioni interessanti, ma sottili. Eppure i poeti stanno attenti ai particolari, mi dice lui sorridendo. Allora gli chiedo, visto che parliamo di scrittori, se conosce un argentino che sto cercando, Julio Cortázar, sparito mentre scriveva un articolo su Charlie Parker. Sono mesi che non scrive a sua moglie, né la chiama. Si teme si sia infilato in qualche guaio, forse droga, di quella che gira intorno agli ambienti del jazz. Gli rivelo che sono un investigatore privato e che mi hanno assoldato per ritrovarlo. Bobby mi risponde di no, non lo conosce, l’unico scrittore che conosce è Allen Ginsberg, che è ebreo, ma se voglio proverà a chiedere in giro. C’è un tipo, un nero matto figlio di troia ma con le palle che gli fumano per quanto è hip, che suona il sax sotto i ponti e sa tutto di tutti nel mondo del jazz, ed è suo buon amico aggiunge con orgoglio. Va bene, gli dico, grazie per l’aiuto. Poi, mentre ci salutiamo, mi dice che, se sono italiano, vuole venirmi a trovare un giorno. Ma certo gli dico, quando vuoi, mi fa piacere. Ho solo il divano da offrirti, ma è comodo. Ma Bobby mi strizza l’occhio e, pensando all’Italia, mi dice: Lascia stare il divano, piuttosto c’è fica dalle tue parti?

giovedì 29 giugno 2017

diario minimo: una settimana a zonzo in italia

Giorno 1 – Verso Perugia

A 10 min dalla partenza si accorge di aver dimenticato a casa la macchina fotografica. Il controllore evita la tragedia impedendogli di lanciarsi dal finestrino del treno in corsa. 

Briciole di poesia

FACCIA. Sale a Foggia e mi si siede vicino una tipa dal volto segnato, le braccia piene di tatuaggi e cicatrici. Attacca bottone, e anche se ha l'alito pesante le do corda per non essere scortese. Mi dice che fa la poliziotta. Come no? Dopo un po' prende confidenza e mi dice: tu c'hai la faccia di uno che si fa parecchio. Io? E poi aggiunge: se vuoi ti faccio una sega in bagno in cambio di una dose. Con una voce che la sente l'intero vagone. Io, sempre per non essere scortese, le dico: ci penso un attimo e ti faccio sapere. Lei allora si alza e scende a Benevento. Alcuni minuti dopo che se n'è andata, arriva il capotreno a chiedermi se è tutto a posto e io gli rispondo di sì, a parte che per l'aria condizionata che mi sta uccidendo. Senza si starebbe peggio, mi risponde pieno di saggezza inutile. 

CULO. Uno seduto dietro di me, al telefono: "Mi hanno rotto il culo, ma almeno ci ho guadagnato 8000 euro..." Per fortuna siamo quasi arrivati a Perugia. 

Elena Zuccaccia mi aspetta al Pincetto
 
Giorno 1 Perugia 

LA SCALA. Devo comprare da bere. Mi portano in un posto, da Celentano, tenuto da un tipo buffo che fa il verso a quello vero. Indossa un Panama bianco e maneggia birra come se non ci fosse domani. Davanti a me, al bancone, due ragazze americane, alte e bionde, due puledre in corti vestitini neri. Gli chiedono se ha un bagno. Celentano, senza scomporsi, pigia un bottone sul muro. Allora si apre una botola sul soffitto da cui scende giù una lunga scala. Roba del futuro! Celentano indica la scala. Il bagno è di sopra. Le due americane ridendo salgono le scale non rendendosi conto di mostrare il culo a quelli di sotto. Celentano fa un gesto esplicito col braccio, ma che bontà! Poi dice agli uomini in sala di avvicinarsi svelti a guardare anche loro. E a quelli che si avvicinano davvero, sorride complice poi mette in mano una birra. 

Perugia dall'alto
 
Giorno 2 – Perugia
 
Stanco. Oggi lunghissima giornata. Le due cose che meglio ricorderò di questo lungo giro sono la Perugia sotterranea, quasi una necropoli sotto il palazzo papale, in cui è custodito il Grande Nero di Burri che tanto amo, il centro del mio cuore, e poi nel pomeriggio una partita di basket fra asiatici, che forse c'entra poco ma c'entra. A torso nudo, duri e selvaggi, si contendevano la palla e a me sembrava d'essere in America. Mi è sembrato che Perugia sia sempre altrove, sempre dietro un'altra curva, un altro saliscendi, e per quanto la cerchi è sempre sfuggente, persino in tanta storia, in cui anzi tutta quella storia diventa solo una nuova scusa, un pretesto per sfuggire verso qualcosa che sta nascosto, in attesa di un domani ancora da scoprire. 
Domani a Terracina.

Tracce del divino. Chiesa di San Domenico, Perugia

 
Presentazione Libreria Mannaggia, Perugia. Elena Zuccaccia, Elvio Ceci e io

Giorno 3 – Terracina

L'ABBAGLIO 


Orizzontale e verticale.
Tutto di te mi fa male
che non sia l’angolo muto
della tua stanza l’occhio
spalancato sull’ombra | in piena luce
il sole sparso sulla mia bocca
fra i denti minuti della cerniera
spalancata sul vuoto.
Sulla tua carne in fuga. Ma se nulla
conta mai davvero per arrivare
a nulla, allora nulla potrà mai
dimenticarci? Me lo chiedevo poi
sui due piani ormai distanti | orizzontale
e verticale in cui stavamo.

Elvio Ceci


Rive di Traiano a Terracina. Presentazione sulla spiaggia
 
Come sopra ma con in più Angelo 'Joe Strummer' Marzullo
CLASH. Mi sono svegliato inondato di sole ai piedi di una montagna per poi finire in spiaggia in costume ma senza fare un solo bagno. Oggi abbiamo presentato un mio libro e fatto un esperimento particolare, traducendo dei miei versi in dialetto nel dialetto di qui e poi perdendosi per ore sulla corretta attribuzione della parola vermicocco. L' esperimento è riuscito anche se qualcuno ha storto il naso quando ho cominciato a parlare male del PD e di Alfano. Ma si è discusso di tanta altra roba, di Dylan e di bignami, di scuola e di Caproni, di Pasolini che fece il pescatore a Terracina, di Sandro Penna riletto in questo mare e del mattino in cui svegliandomi a Ferrara in una stanzetta del quartiere ebraico mi son detto: farò l'editore. Era il 2012 e ancora ogni giorno mi pento e non mi pento di quella scelta. Tutto questo è per dire che la poesia è sempre e dovunque, in tutti i discorsi d'amore e nelle mie parole sole, per citare Mimmo Pastore. È il reale. Anche a tavola, bevendo moscato coi due più grandi punk di Terracina e discutendo con loro di quale sia il disco più bello di tutti, se London Calling o Sandinista. 
Questo post è soprattutto per loro che mi leggono e aspettavano questa puntata.

Terracina prima del tramonto

Giorno 4 – Terracina

VACANZA. Prima vera domenica di caxxeggio dopo molti anni. Nel senso che da quando mi sono svegliato fino ad ora che sto per andare a nanna non ho fatto altro che lasciarmi trascinare dalla corrente senza nessun programma stabilito. Non ho letto, non ho scritto, non mi sono posto problemi, non ho fatto altro che parlare dormire mangiare respirare bere ballare e qui e lì scattare qualche foto ricordo col cellulare. Una splendida giornata insomma, e proprio Vasco è stata la colonna sonora sotterranea di oggi. Mai ascoltato ma canticchiato tutto il tempo fra i denti. Vado al massimo, vado a gonfie vele. Domani vado a Torino, ma già Terracina mi manca. A fine giornata passeggiavo per la parte alta della città e già la gente mi salutava e mi stringeva la mano come se fossi sempre stato qui. Uno del posto. Di sicuro me ne vado, ma poi torno. Promesso.

Una banda di matti. Sandro e Elvio Ceci, io, Alessandra Romagna

Giorno 5 – Passaggio da Roma, poi Torino

Damo soddisfazione ar popolo!

Ho lasciato i colli di Roma in piena estate per questi temporali di Torino. Ho il cuore in gola e pieno d'ansie che non dico e Lucio Dalla che canta con me da una mezz'ora. Perché se siamo soli in due, mi dice, fa male uguale ma pesa meno.

Giorno 6 – Torino

La situazione metereologica a Torino non è per nulla buona

Q-Q-QU-QU-QU-QU-QUE-QUEL-QUEL-LLO-QUE-LLO! Mi indica il passante che ho fermato, borbottando la risposta al mio tormento, dove sia la Grande Madre che sta immane e sorniona alla mia destra, guardandola dai Portici, al riparo dal primo temporale in arrivo. Lei sta lì e non si muove, eppure non la vedo. Finché una direzione non si apre in quella voce, la fatica di creare una parola che poi si fa scoperta nell'ascolto. Grazie, gli rispondo soddisfatto. E il sorriso esplode anche sul suo viso. 

Incontri casuali in piazza Vittorio Veneto, la poetessa Valentina Colonna

IL DILUVIO. Potrei raccontare molte cose di questa giornata ma la più bella l'ho vissuta alla fine. Siamo all'Evergreen Fest al Parco della Tesoriera e la mia presentazione sta andando bene. La gente applaude. Ride. Sul verso di Lino Angiuli: Sud voce del verbo sudare esulta. Mandiamo il booktrailer di spazio privato di Elena Vladareanu e leggiamo Carne di Elena Zuccaccia e un pezzo mio che parla del diluvio universale. Su quello comincia a piovere. Gocce grosse e pesanti. Poi parte un concerto jazz sotto la pioggia, violento, incessante come quella, con la gente inchiodata alle sedie sotto i tendoni per via dell'acqua. Gran bella musica! Va avanti così per un'ora fra jazz tuoni e secchiate, il parco è un pantano. Poi salta la corrente e restiamo sospesi sull'acqua, i piedi a mollo, come gru. Qualcuno si arrampica sulle sedie aspettando il momento più giusto per scappare. Fino a quando uno del pubblico mi fa: "Signor poeta sei tu che hai fatto piovere con la tua poesia. Ora visto che ci sei leggici altro, che almeno passiamo il tempo sotto l'acqua". Così, in piedi anch'io sopra una sedia, comincio a recitare versi a memoria, senza microfono. La gente si calma, mi ascolta, persino nel diluvio. Una ragazza mi dice: "Che bella voce che hai". Poi la pioggia si calma un pochino e andiamo via zampettando sull'acqua, verso un'uscita. 

Evergreen Fest, al parco della Tesoriera a Torino

Sul palco dell'Evergreen Fest, con Simone Schinocca
Domani si riparte. 
Giorno 7 – Ritorno

Quei momenti di magica bellezza in cui arrivi in un posto ascoltando una certa canzone e te ne vai ascoltandone una certa altra...

Di cosa parliamo quando parliano d'amore. Un bel titolo intonato alle lenzuola

Considerazioni a margine del mio viaggio mentre sono in attesa in aeroporto. 
Prima, siamo così fissati con questa idea di "indipendenza", economica, sentimentale, dalla famiglia, che ci scordiamo come tutte queste cose non c'entrino nulla con l'essere Adulti, che è la capacità di affrontare ogni situazione nella maniera più giusta o dignitosa per sé e anche (corsivo) per gli altri intorno. 
Seconda, a volte presi come siamo dal fascino di persone di genio ma che appunto, mancano spesso della giusta adultità, ci scordiamo dell'omino col "cacciavite in mano" che sta dietro e fa il lavoro sporco. Noi ci beiamo nella luce del genio, ma senza l'omino che fa e risolve i problemi, quel genio non sarebbe che uno come tanti altri che spara qualche cazzata in più. 
Lo sappiamo tutti ma ce lo scordiamo sempre. 

Altre fotoTea for two!

Con Sergio Pasquandrea a Perugia


Retroscena di una presentazione. Elena stira la camicia di Elvio

Con Andrea Gianfrate a Torino
 
Con la Colonna a Torino

Con Luca Bianchini in areoporto a Torino


sabato 10 giugno 2017

una storia vera (e poetica) che ho appena letto

La storia si svolge su una nave italiana chiamata Saturnia, partita il 21 ottobre 1929 da Trieste e diretta a New York. Sulla nave si incontrano tre uomini in partenza dall’Europa. Uno di loro è un avventuriero greco chiamato Stavros Karlpoupolos che si muove di continuo fra New York e Patrasso. È lui, il più intraprendente, che fa amicizia prima con un altro greco assai timido stipato in terza classe, Konstantinos Kavafis, e poi lo presenta a un misterioso ingegnere portoghese che si presenta come Alvaro de Campos. I tre passano un’intera giornata assieme, cercando di riempire, attraverso le loro storie, il tempo del loro lungo viaggio pieno di fantasmi, di speranze e di rimpianti. Ma solo quando Kavafis, prendendo finalmente coraggio, rivela agli altri due di essere un poeta, il portoghese dichiara all’improvviso di chiamarsi Fernando Pessoa, di essere anch’egli un poeta e di non aver mai conosciuto alcun Alvaro de Campos in vita sua. Kavafis, a detta di Karlpoupolos che non ci capisce più niente, prende la notizia con una naturalezza assoluta e sconcertante. Le parole allora cominciano a volare sul ponte con una leggerezza vertiginosa. Eppure è solo un attimo, l’unica giornata insieme di due uomini schivi, che poi si eviteranno, ciascuno rifugiato nella propria solitudine. Arrivati a Londra, li raggiunge la notizia che nel frattempo c’è stato il crollo di Wall Street e che New York è nel delirio, insanguinata da rivolte popolari. I due poeti decidono a quel punto di non proseguire il loro viaggio e scendono lì, dove si perdono di vista per sempre, pur chiedendo entrambi l’indirizzo newyorchese di Karlpoupolos, a cui invieranno mesi dopo le proprie poesie. Nessuno dei due lo chiederà invece all’altro, come per una forma di pudore reciproco. L’avventuriero, in risposta a entrambi, proporrà di fare da tramite fra i due, ma non ci sarà mai risposta. I due moriranno poi a due anni di distanza (nel 1933 e nel 1935), uno ad Alessandra d’Egitto, l’altro a Lisbona, senza realmente sapere chi fosse l’altro incontrato. Karlpoupolos appunta questa storia nei suoi diari, senza che nessuno li legga fino al 2007, quando vengono ritrovati per caso in un monastero greco, mentre si fanno ricerche per un documentario su Kavafis.

venerdì 7 aprile 2017

nido

Ieri ho fatto un viaggio in treno in orario uscita da scuola (non mi capitava da secoli) e devo dire che un treno pieno di adolescenti inscatolati, accaldati e in piena esplosione ormonale è una esperienza al limite. A salvarmi dalla nausea è stato lo shampoo alla frutta di una donna romena seduta vicino a me. Quando l'odore dei ragazzi si faceva insopportabile io mi giravo vero la matassa scura dei capelli e quasi ci infilavo dentro il naso per riprendermi nel fresco di quel nido.

domenica 30 ottobre 2016

barriera del piscione

La strada di Nambu che fuggiva all’infinito ci invitava a salire ancora più a nord; con rimpianto tornammo invece indietro per far tappa al villaggio di Iwate. L’indomani, passando per Oguro-zaki […] ci spingemmo fino alla “Barriera del piscione”. Quando la donna di Yoshitsune, durante la lunga fuga nel nord, partorì, è in questo luogo che il neonato diede sfogo per la prima volta alla vescica. Volevamo raggiungere la provincia di Deva attraverso le montagne, itinerario poco frequentato, che sollevò i sospetti delle guardie e dei doganieri. Finalmente, ci lasciarono andare. La notte ci sorprese in piena montagna, ma fummo così fortunati da rintracciare la capanna di una guardia di frontiera, che ci offrì riparo. Imperversò tempesta per tre giorni, confinandoci in questo luogo abbandonato.

Pulci e pidocchi mordevano 
la notte sentivo il cavallo 
pisciare dietro il mio capezzale. 

sabato 1 ottobre 2016

ninna nanna

Viaggio in treno, vagone di seconda classe. Seduta di fronte a me una ragazza, credo russa, parla da circa mezz’ora al telefono nella sua lingua. A un certo punto comincia a cantare con voce limpida una specie di nenia, come una ninna nanna del suo paese, mentre il suo viso si scioglie nella luce del vetro. Si ferma, prova a giustificarsi con la persona di là, con tenerezza e apprensione. Poi si accorge che la osservo di sottecchi e forse fraintende il mio sguardo, crede che mi stia disturbando. È mia figlia, mi spiega, sente il rumore del treno e pensa che me ne sto andando per sempre.

venerdì 2 settembre 2016

la donna di sabbia

Incontro, credo, la donna della mia vita. È una donna fatta di sabbia finissima e lucente, ed emana attraverso il suo corpo un odore che cambia a seconda dei giorni e dell’umore, che sia aria del deserto selvaggio oppure evocativa di baie notturne quando i pesci l’accarezzano ciechi per avvolgersi nella nebbia umida dei suoi fondali, e talvolta, se irritata, assume nel silenzio l’odore acidulo della lettiera del gatto. Mi sfugge, leggerissima, mentre la inseguo per le stanze di casa e sibila, ridendo, appena una brezza sottile smuove le tende, disperdendola in grani minuti che raccolgo, fra le palme delle mani, per rimetterla insieme accarezzandola. Poi, attraverso una finestra lasciata aperta la ritrovo in strada, di mattina presto, in attesa che apra il bar di fronte per offrile un cappuccino che, inumidendola, la compatti, le dia peso e la leghi meglio al suolo. Invece, irrequieta com’è, mi chiede ancora di seguirla. Prendiamo una corriera verso un paese distante, non mi dice il nome, le basta che le stia accanto. Ma sono consapevole della sua fragilità, e che basterebbe un soffio, uno starnuto per ferirla. Così vengo meno al nostro gioco e mi allontano da lei, mi tengo a distanza per salvarla da me, e obbligo persino i passeggeri della corriera a imitarmi, li costringo a preoccuparsi per lei, a chiudere tutti i finestrini e sopportare il caldo, e a restare immobili nei loro posti per non smuovere l’aria e danneggiarla. Mi odiano, ma non me ne preoccupo, mentre lei prova a raggiungermi, dispiaciuta o indispettita che sia, cambiando di posto più volte per avvicinarsi a me, che le sfuggo, e lascia una traccia umida di cappuccino sul sedile, man mano che il suo corpo si asciuga. Ed ecco che arriviamo nel paese del vento. Io la scongiuro di non farlo, la trascino dentro, ma è tardi, il nostro tempo insieme è finito e lei scende. Le corro dietro ma è già scomparsa, dilaniata in un vortice d’aria sulla piazza e più in alto, verso il campanile. La chiamo più volte, piangendo, e in quel momento mi si posa sulla lingua, come un bacio, un suo granello, l’ultimo in cui mi riconosco. Mi riavvolge il suo odore perduto, pronto a farsi perla, si diffonde in corpo come un’eco. E al mio risveglio, il giorno dopo, la sento ancora lì, posata, ed evito di parlare con chiunque per non perderla.

giovedì 13 agosto 2015

una cartolina dall'islanda

Si suggella così il tuo lungo viaggio
e il nostro breve che per poco
ci portò un romanzo: il breve lampo
del tuo slancio senz’amore
ma incapace di slegarsi dal mio amore
(né disse mai l’amore di volerci)
soltanto per averci complici
e compagni di perdenza per il giorno
del tuo ritorno a casa anguilla mia.

Mi scrivi dalle coste dell’inverno
in una luce tutta notte tutta inverno
mai più salvezza tu mai più l’eterno
ma serratura (toppa e chiavistello)
da serrare in vista dell’averno:
cruna che dall’abisso di un vulcano
ci schiude una parola il tuo saluto
poi viene divorata dall’incuria dallo sputo
dei postini infreddoliti. Perdonali

non sanno.

sabato 14 febbraio 2015

il lungo addio

Anche Gadda, scopro, come tanti, sostiene la necessità per uno scrittore di viaggiare. Non tanto per fare esperienze, che è un po’ la nostra visione ereditata da tanta letteratura americana. Quanto piuttosto perché viaggiando di continuo si riesce più facilmente a distaccarsi dalle cose, a lasciarsele alle spalle, perché ce ne resti soltanto la memoria. Perché solo attraverso la memoria si può scrivere bene di qualcosa, e non a caldo, in balia dei sentimenti. In questo modo la scrittura diventa quasi una forma di tortura, un lungo esercizio di presenza in assenza, dei propri fantasmi, dell’artista a se stesso e al proprio cuore, e tanto più forte è la presenza, e quindi l’opera che ne scaturisce, quanto più lunga è la distanza, e quindi lo sforzo di memoria che facciamo per colmare quel vuoto.

giovedì 1 gennaio 2015

messaggio di capodanno

vabbè basta ho deciso l'anno che viene me ne frego di fregarmene delle feste e per natale me ne vado all'estero anche io a cuba con gianni morandi oppure in india a cavalcare elefanti così vi mando le mie cartoline in costume sigaro e baschetto rosso oppure mentre cavalco gli elefanti o sniffo merda di elefanti arrotolata nella canapa indiana e voi vi sckiattate tutti d'invidia a immaginarmi al calduccio nel terzo mondo mentre voi qui il solito natale col panettone e lo spumantino e le lenticchie e napolitano a farvi i selfie mentre vi rotolate nella neve per fare i giovani e poi scrivete post sui social in cui vi lamentate della neve perché se c'è la neve allora non siete nemmeno liberi di andarvene dove volete oppure illudervi di stare a cuba o in india guardando le foto degli altri perché fa troppo freddo pure per sognare

domenica 7 dicembre 2014

faru

Mi dice di chiamarsi Faru il nero che mi sceglie e mi si siede davanti con un: “Hello, man! How are you?” Attacca subito con la sua storia, in una lingua traballante e molto avventurosa in chi mischia inglese, il nostro dialetto e italiano smozzicato: “Mi chiamo Faru, trentasei anni. Sono arrivato in Italia nel 2007 in auto. Di tutti quelli che hanno fatto il viaggio con me non si è salvato nessuno, tutti morti. Ci siamo salvati solo in due, io e un altro. Due è il mio numero preferito. Io dico sempre che i giorni della mia vita sono due, quello in cui sono nato e quello in cui sono morto. E cosa viene nel mezzo è solo un caso.” Vende oggetti sulla spiaggia Faru, nella zona di Monopoli, ed è amico di Dio. Lo ha capito un giorno che un tipo l’ha accusato di avergli rubato una radio. “I miei occhi no, mi ha detto Faru, ma il mio cuore piangeva. Ho alzato le mani al cielo e ho detto a Dio: io non sono violento, sono buono, ma se tu sei mio amico, allora vendicami.” Poco dopo hanno scoperto che a rubare la radio è stato un bambino e il tipo che l’ha accusato ha avuto un incidente d’auto. Allora Faru ha capito che Dio è suo amico. “Per cui, amico mio, conclude Faru, ora tu puoi scegliere se aiutarmi oppure no, ma ricordati che Dio è mio amico”. Io lo guardo, mi metto a ridere facendo di no con la testa, e allora lui capisce, mi stringe la mano con forza e mi dice: “Ti auguro buona fortuna, amico. Sei coraggioso.” Poi si solleva e si sposta due sedili dietro al mio, per fare l’identico discorso all’altro dei due passeggeri nel vagone.