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sabato 13 agosto 2022

le ciole

Mio zio la chiamava la timidezza delle ciole, che sollevano il braccio solo quando l’affare le interessa. Io di ciole non ne vedo così tante quando esco, ma qualcuna c’è sempre, di quelle che magari ti conoscono da una vita ma siccome volano alto se ti incontrano per strada fanno finta di non vederti. E le vedi che sono a disagio se compari, perché non vogliono parlarti, non vogliono nemmeno dirti ciao; e siccome nessuno è immune da peccato, lo riconosco, ogni tanto lo faccio anch’io. Però una cosa è una ciola bipolare, di quelle che vanno in giro a fasi alterne, un’altra è la ciola di professione, di quelle che vanno sempre dritte per la loro strada, solitarie oppure in piccoli gruppi in cui tu non sei compreso, le ciole doc. Le vedi che ti annusano da metri e metri di distanza e man mano che ti avvicini si fanno timide, piccole piccole, si raggrinziscono fra le gambette toniche come per nascondersi, mimetizzandosi dietro gli occhiali per non farsi notare, e fissano ostinate in avanti come se avessero torcicollo e collare, attente a non sporcarsi se incrociano il tuo sguardo, e se per caso lo incrociano subito gli viene il singhiozzo o perdono la voce. Perché se mostrano appena appena di averti notato allora sono fregate, la buona educazione è più forte e devono salutarti per forza, con o controvoglia, per non passare dalla parte del torto, quella dei cafoni che non si sentono di essere. Te lo concedono sì quel ciao, ma a quale prezzo.

lunedì 23 dicembre 2019

nicchia

Ogni volta che mi dicono che sono un editore di nicchia (in genere per giustificarsi di non comprare i miei libri pur trovandoli belli), mi piacerebbe chiedere la definizione esatta di "nicchia" che la gente ha in testa, per capire se ci si può spingere ancora un po' più in là nel muro, oppure siamo già finiti oltre, nel paesaggio fuori.

domenica 14 luglio 2019

tredozio

Tredozio di prima mattina quando si sente solo la campana dell'orologio in piazza e il richiamo delle oche sul fiume, e il rumore delle tazze nei bar. 


mercoledì 12 settembre 2018

la luce

Di nuovo mi accorgo, mentre passo e guardo il nuovo bellissimo condominio che sorge di fronte all'Ufficio postale, che ciò che salva davvero le nostre periferie dalla loro disordinata bruttezza è la luce. Questa luce che vibra in ogni cosa e le ravviva. Altrimenti, se togli la luce, e per quanto sia bella la casa, a uno che vive lì cosa resta? La meraviglia del traffico dell'ora di punta su via Alberobello (da una parte)? O l’anonimato senza scampo di via Almirante (dall’altra)? E tutti giurano che il paese è bello. Ma io dico che è la luce che cambia le cose, che le rende migliori. Lo sa bene chi vive lontano. Ma provate a immaginare questo paese (questi paesi intorno) con il cielo perennemente grigio, o bianco, e vi verrà da piangere. Ecco, certi giorni ci penso, e penso che in fondo siamo fortunati ad avere questa luce, e anche che la luce sia di tutti, non si possa lottizzare.

lunedì 29 giugno 2015

pastiche (lettera al paese)

Io so. Io so i nomi di chi vincerà le prossime elezioni. E lo so perché questo è un paese di destra, non bigotto ma privo di fantasia, incapace di rinnovarsi, sempre pronto a lamentarsi ma servile e interessato col potere. Lo sappiamo. Lo so perché le menti migliori della mia generazione, quelle che potevano cambiare le cose, sono andate a cambiarle altrove, emigrate a rifarsi una vita, e tornano qui in vacanza solo per ribadire quanto gli manca questo posto. Lo so perché la nostra sinistra sono dieci anni e più che sta cercando di capire chi è e non l’ha ancora capito, e si giustifica sventolando una superiorità morale che a fatti non serve a nulla.
Io so, e posso dire, cosa ha portato la destra a questo mio paese, da sempre: una sistematica distruzione paesaggistica e culturale da parte di chi, a parole, ama questo luogo svisceratamente, forse perché non ne ha un altro dove andare, e la testarda e ferma volontà a non fermare questo disastro con un serio piano regolatore che si invoca da anni senza più speranza. Io so che la destra ha fatto tutto questo, con la complicità omertosa di un’intera generazione, quella dei nati fra gli anni ‘40 e i ’60, o nell’indifferenza di poche voci solitarie che si sono alzate ma mai appoggiate dalla comunità.
Io so, ma l’ho capito ora, che non c’è speranza, che questo mio discorso, come ogni discorso, sarà frainteso, etichettato come chiacchiere da comunista o cazzacarne, le etichette con cui tolgono valore al mio pensiero, perché il paese ha bisogno di braccia per edificare muri, nuovi palazzi vuoti, e non di penne che ne descrivano il fallimento morale. Negli anni ho affrontato l’odio di molti, espresso in varie forme: telefonate anonime, tentativi di querela, tentativi di pestaggio, sguardi disgustati per strada, insulti diretti, amicizie interrotte. L’ho fatto perché pensavo di scrivere per qualcuno che, bene o male, avesse bisogno di me. Mi sbagliavo. Non posso parlare per gli altri, perché non c’è crescita in un paese che non si assume le proprie responsabilità, che si nasconde dietro un capro espiatorio. Anch’io, come la sinistra di cui sopra, ho peccato di superiorità morale. E proprio come la sinistra che dicevo, in dieci anni di giornalismo appassionato, non sono riuscito ad abbattere un solo briciolo di quelle mura.
Per cui mi arrendo. Questo è l’ultimo articolo che scrivo in merito al paese, almeno fino alle prossime elezioni. Dimostratemi, nei mesi che verranno, che la mia sfiducia è malriposta. Perché d’ora in poi mi dissocio dal paese, da quanto vi accade, smetto di interessarmene e lo lascio affondare nel suo fango. Lo lascio alla destra che è. Buonanotte, popolo!

Nota. Questo articolo era stato pensato per una rivista locale e poi scartato dalla redazione perché esprimeva una visione troppo personale, emotiva, di quanto accade nel nostro paese. È giusto così. Magari fra tre mesi cambio idea e mi rimangio tutto, magari invece scopro che il disgusto è più forte delle mie buone intenzioni e lascio ad altri l’ingrato compito di raccontare le nostre miserie. Lo pubblico qui, con qualche lungaggine in più, ma identico nello spirito. A cominciare dal fatto che, finalmente, ho dato sfogo alla mia vena pasoliniana, con qualche altra citazione sparsa.