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lunedì 19 settembre 2022

colore

Poco fa per una intervista che uscirà più in là mi hanno chiesto qual è secondo me il colore della mia poesia. Risposta: giallo paglierino, indice di una corretta idratazione e di una dieta equilibrata. Non dico che te la puoi bere, ma quasi.

giovedì 21 aprile 2022

giallo

Autore che mi chiede una prova di copertina con tre diverse sfumature del giallo dei campi di grano. Mi sono sentito come George Martin quando gli chiesero di far suonare una canzone come un'arancia sbucciata.

lunedì 17 aprile 2017

le chien jaune

Adotto un cane. È un cane piccolo, un cagnetto, è grigio e buono e lo prendo con me per la sua apparente mitezza che riscalderà i miei giorni. Invece il cagnetto, senza un attimo di tregua, si infila in un guaio dietro l’altro e addirittura risolve un giallo riempiendomi la vita di avventure e forse troppe emozioni per me solo che lo accompagno. Lo guardo sconsolato. Ma come? Facevi una vita da nababbo, passeggiate senza meta e un piatto pronto alla mia tavola ogni giorno? Ma come hai fatto a cacciarci in questo guaio? Il cagnetto però abbaia senza vergogna, mi scodinzola ed è come se ridesse di me, delle mie ansie, forse per dire che una vita sola non ci basta a contenere la nostra gioia di vivere. Guardo il cagnetto, lo chiamo e per la gioia si fa giallo anche lui.

sabato 24 settembre 2016

la torre

Mi ritrovo calato – da chi? – nella stanza in cima a una torre bianca, all’interno della quale è racchiuso tutto il blu Matisse, insieme al suo custode. Il custode, sfinito dagli anni di servizio e dalla solitudine, mi chiede di salvarlo, aiutandolo a scappare di lì. Ma l’unica via di fuga pare una lunga scalinata esterna, che corre attorcigliandosi intorno alla torre con gradini talmente stretti da essere adatti soltanto ai piedi di un bambino, cominciando da una balconata senza parapetto posizionata circa tre metri più in basso rispetto a una finestra che dà sul mattino.
L’impresa è quasi impossibile. Si deve saltar giù dalla finestra sulla balconata, sperando di non perdere l’equilibrio atterrando, e poi percorrere la scalinata tenendosi stretti al muro. Il tutto approfittando della prima luce dell’alba, ma prima che si faccia pieno giorno e che qualcuno possa vederci e avvertire le guardie della torre. Eppure il custode è talmente disperato da implorarmi, dice che preferisce la morte a restare lì un solo altro minuto, immerso in quell’azzurro senza tristezze che lo priva della metà oscura delle sue emozioni.
Decidiamo così di provarci, calandoci giù dalla finestra, prima lui e poi io. Atterriamo, come per miracolo, sulla balconata di sotto e sollevando lo sguardo verso l’orizzonte ora spalancato, ci teniamo per mano per darci coraggio, mentre sentiamo, come se fossimo nudi, il fresco del primo mattino che ci morde il cuore e le braccia. Restiamo così per un tempo che pare infinito. Poi lui, preso dalla frenesia della fuga, emette un lungo sospiro e voltandosi verso la scalinata mi lascia la mano. Comincia a scendere, tenendosi stretto alla parete come una lucertola e approfittando, oltre che degli stretti scalini, anche di alcune irregolarità delle pietre, fessure e spuntoni.
Lo guardo e non capisco. Ma non dovevo essere io a salvarlo? Eppure sembra cavarsela molto meglio di me, che ho fatto l’errore di guardare in basso, e ora la distanza dal suolo mi sembra talmente enorme, spaventosa, che comincio a tremare tutto e mi gira la testa per le vertigini.
Mi ritrovo così bloccato sulla balconata all’esterno della torre, a decine di metri suolo, incapace di tornare al sicuro nella stanza del blu, ma paralizzato all’idea di affrontare gli scalini che ormai mi sembrano talmente stretti da non riuscire più a distinguerli sul muro, mi pare una follia. Anche il custode è scomparso e non so più se mi ha distanziato oppure è caduto di sotto. Lo chiamo a gran voce, terrorizzato, ma non risponde, sono da solo ormai, costretto a quella torre.
Il sole comincia a sollevarsi dietro l’orizzonte, e il primo calore in parte allevia i brividi, in parte mi offre una speranza. Presto le guardie mi vedranno e verranno a riprendermi. Mi basterà solo arrendermi, aspettare immobile il loro arrivo, stando ben attento a mantenere l’equilibrio, e poi decideranno per me. In quel momento il sole si solleva di colpo, con un grosso boato, sopra l’orizzonte, e io mi sciolgo contro il muro.

lunedì 15 agosto 2016

nero su nero

Picasso viene a trovarmi nel mio studio. Mi porta un grande quadro che appende alla parete. Mi dice che, secondo lui, gli manca il nero e mi chiede di aggiungerlo al suo posto. Osservo: «È già un quadro in bianco e nero. Dov’è precisamente che, secondo te, gli manca il nero?». Lui mi guarda come se fossi stupido: «Ovviamente sul bianco». «Ma così, se riempio gli spazi bianchi, diventa tutto nero, non si vedrà più niente!». «E anche fosse nero su nero, chi ti dice che il nero non abbia nulla da dirci?» mi risponde Picasso prima di andarsene. Io mi metto al lavoro per riempire le parti mancanti del grande nero di Picasso, e man mano che procedo mi ritrovo sempre più nudo e sempre più al di fuori del mio studio. Prima al semaforo, indicato dai passanti scandalizzati, poi in fuga attraverso il deserto, poi ospite nella casa di un altro, seduto accanto al suo camino spento. Infine in un parcheggio, mentre salgo, accompagnato dalla polizia, in un’auto non mia, e quello al volante mi informa che Picasso è appena morto, e ne scrivono tutti i giornali.

domenica 15 maggio 2016

i bimbi sono punk...

I bimbi sono punk scorrazzano pieni di merda
nei pannolini col sorriso furbetto si lanciano
dietro il camioncino rosso e grido d’allarme
se di gusto lo rigano contro lo stipite della porta.

domenica 1 maggio 2016

vivere alla frutta

Stamattina, facendomi due conti in tasca, ho considerato che «Vivere alla frutta» potrebbe essere un bel titolo per la mia biografia. Perlomeno prospetta quel giusto equilibrio fra l’essere di continuo al verde (o in rosso, a seconda del colore che preferite) e l’aspettativa delle cose dolci che, prima o poi, arriveranno.

martedì 29 settembre 2015

cosa mai potrà portarci il tempo...

Cosa mai potrà portarci il tempo
se non il rinsecchirsi delle dita ed il silenzio
più buio nel lento avanzare dell’inverno?
Non certo l’esperienza od il conforto
di un ultimo improvviso amore offerto
a un cuore più maturo. Ecco. Noi qui
si vive soli per sentirsi meno soli
di fronte alla speranza che tradisce.
Perché soltanto attraverso la poesia
ritorna tra le dita il verde che non tace.

mercoledì 20 maggio 2015

colori

Devo dire che questa cosa del voto disgiunto mi dà parecchio fastidio. Fastidio perché ci sono costretto e fastidio perché devo anche provare a spiegarlo a persone come i miei, a mio zio, a mia nonna, ai vicini, che sono persone semplici e non riescono a capire perché tante complicazioni. Perché, mi chiedono, se uno vuole votare ROSSO, non può avere ROSSO ma solo tanto GRIGIO con sfumature rosate sui bordi che qualcuno si ostina a definire ROSSO? Quello è e resta GRIGIO! E la cosa più semplice che puoi fare per avere ROSSO, gli dico, è votare BLU e GIALLO che danno VERDE, che non è ROSSO ma il suo complementare, quindi ciò che gli sta più vicino. Perché, cari miei, qui si deve fare quel che si può con quel che si ha: cioè GIALLO + BLU = VERDE, oppure accontentarsi del GRIGIO. Tutto questo in nome del ROSSO. Vaglielo a spiegare tu ai miei, a mio zio, a mia nonna, ai vicini, che vogliono andare a votare ma vedono tutto NERO e non gli piace per nulla, né sanno come fare. E prova a digli che devono stare attenti, perché se mischiano male i colori quello che viene fuori è solo un gran MARRONE. Loro mi ascoltano attentamente e gli viene l’ansia di sbagliare.

giovedì 23 aprile 2015

gratitudine

Mi sono fissato in un uccello sul filo
lui alto e muto sul filo
e io qui sotto sprofondato in basso
annegato che fissavo lui in tutto quel cielo
senza fine. L’uccello era rossastro
di dolore gli occhi anch’essi rossi
e senza pianto. Ma io quaggiù mi confondevo
coi corpi dei miei gatti smossi
dalla fame insoddisfatta di lui
che tutt’intorno ai miei piedi li agitava.
Io non gli ero grato.

domenica 3 agosto 2014

zona di guerra

Da un paio di anni una bella coppia di ghiandaie aveva preso possesso dei rami dei cedri del mio giardino e della casa affianco. Le ghiandaie in genere vivono nei boschi, ma con la fame che si vive di questi tempi, si sono spostate verso le zone abitate per cercare cibo. Inoltre, sono uccelli monogami e una volta formata una coppia, l’una resta fedele all’altra per sempre. A me piaceva un sacco il loro canto, un gracchiare strozzato e sottile, come il lamento di un bambino, e anche il colore del piumaggio rossiccio, e di un azzurro brillante sulle ali. Da un po' di tempo, però, non riuscivo più a sentirle cantare, né le vedevo in volo o scendere giù a terra, a bere l’acqua dai sottovasi vicino alla pompa. Oggi, parlandone coi miei, ho scoperto che la causa è uno dei miei vicini, il quale al contrario di me non sopportava il loro canto, lo trovava lugubre; allora ha preso un fucile a piombini e affacciandosi dal balcone di fronte ha sparato, uccidendo una delle due ghiandaie. L'altra, mi ha raccontato mia madre, ha strepitato come una matta per una giornata intera, spostandosi senza pace da un ramo all’altro del giardino. Poi si è arresa all’evidenza del male ed è scomparsa per sempre, ormai vedova come tante altre.

domenica 29 dicembre 2013

l’aria impigliata sui rami...

L’aria impigliata sui rami
se la osservi è più chiara.

Così fa il tuo cuore
fra le mie ruote e siamo

un passo solo per via.