San Benedetto.
La rondine sul tetto.
La luna nel cassetto.
La poesia rimasta a letto.
Ti scrivo da lontano
(che ti amo). Tuo Lilletto.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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lunedì 21 marzo 2022
domenica 10 maggio 2020
la testimonianza
Ieri raccogliendo i piselli che lenti gonfiavano
i baccelli sotto le foglie dell’orto nel sole nuovo
che annunciava l’arrivo del caldo buono a primavera
sentivo i cedri alle mie spalle bagnati di luce
e passeggiando accanto alle fave ero sereno
in qualche modo e persino avvertivo distante
ogni dolore. Era ovviamente una menzogna
del tempo, ché oggi è ritornato qui l’autunno.
Ma per poco che lo abbiamo visto, Rimbaud
che ha scritto dello stesso sole e della stessa
verde frasca, avrebbe passeggiando tra i filari
accanto a noi, sì capito e sì anche sorriso, ve lo giuro.
i baccelli sotto le foglie dell’orto nel sole nuovo
che annunciava l’arrivo del caldo buono a primavera
sentivo i cedri alle mie spalle bagnati di luce
e passeggiando accanto alle fave ero sereno
in qualche modo e persino avvertivo distante
ogni dolore. Era ovviamente una menzogna
del tempo, ché oggi è ritornato qui l’autunno.
Ma per poco che lo abbiamo visto, Rimbaud
che ha scritto dello stesso sole e della stessa
verde frasca, avrebbe passeggiando tra i filari
accanto a noi, sì capito e sì anche sorriso, ve lo giuro.
martedì 28 aprile 2020
registro
Da stamattina ho registrato:
Uno scoiattolo arrivato lungo il muro
dagli albero di cedro in fondo al campo
ha preso possesso del ciliegio dietro casa.
Una lucertola mi è entrata in salotto
infilandosi nell’angolo e sfuggendo
scaltra al gatto che educato
mi fa doni da ospite e si accuccia
a ronfare sul letto. Una ghiandaia
planando sul giardino
si tuffa arruffando la cresta
nell’acqua verdastra della pila di pietra
sotto il salice. Irina mi chiama
mi dice con la voce stranita
cerca di venire vienimi a trovare
se muoio non ho altro da lasciare
che otto gatti e questo non fa bene
a nessuno. Intanto prendo appunti vedi
per progetti futuri, corrispondenze
o dialoghi che prima o poi ritorneranno.
Affetto il cavolo che ha, di Irina,
lo stesso colore degli Iris.
Mi scrive Ezio dal suo buio
dove non arriva la scrittura lenitiva
non arriva alcun messaggio né dai vivi
né dai morti. Lo registro qui con gli altri.
La Primavera a scatti mi manda
il suo messaggio: Ci ho riflettuto a lungo
e sai sono felice. Ci rivedremo in autunno
promette e dopo la vacanza
constateremo la morte di ogni editoria.
Che importa? Il sole splende, il mondo
procede senza libri. La poesia è dovunque.
Uno scoiattolo arrivato lungo il muro
dagli albero di cedro in fondo al campo
ha preso possesso del ciliegio dietro casa.
Una lucertola mi è entrata in salotto
infilandosi nell’angolo e sfuggendo
scaltra al gatto che educato
mi fa doni da ospite e si accuccia
a ronfare sul letto. Una ghiandaia
planando sul giardino
si tuffa arruffando la cresta
nell’acqua verdastra della pila di pietra
sotto il salice. Irina mi chiama
mi dice con la voce stranita
cerca di venire vienimi a trovare
se muoio non ho altro da lasciare
che otto gatti e questo non fa bene
a nessuno. Intanto prendo appunti vedi
per progetti futuri, corrispondenze
o dialoghi che prima o poi ritorneranno.
Affetto il cavolo che ha, di Irina,
lo stesso colore degli Iris.
Mi scrive Ezio dal suo buio
dove non arriva la scrittura lenitiva
non arriva alcun messaggio né dai vivi
né dai morti. Lo registro qui con gli altri.
La Primavera a scatti mi manda
il suo messaggio: Ci ho riflettuto a lungo
e sai sono felice. Ci rivedremo in autunno
promette e dopo la vacanza
constateremo la morte di ogni editoria.
Che importa? Il sole splende, il mondo
procede senza libri. La poesia è dovunque.
sabato 21 marzo 2020
qualcuno ha suonato?
A tutti gli amici come me in isolamento dedico questa poesia del poeta bosniaco Izet Sarajlić, non perché oggi è il 21 marzo, ma perché la poesia, sempre, ci faccia sentire un po' meno soli. Soprattutto di sera.
Eravamo rassegnati ormai a non veder venire più nessuno
né con la slitta
né con la carrozza del vento,
quand’ecco che ha suonato qualcuno.
Zelja con il suo Klaudije?
Čedo?
I Radonic?
Zeliko non poteva venire.
Sono già tre mesi
che lo punzecchiano con le iniezioni
laggiù in ospedale.
Ivan Ivanovic non viene da tempo
benché dica sempre
vengo domani.
Eppure qualcuno ha suonato.
Si è visto bene che anche Puskin nello scaffale
si è rianimato tra i libri.
Forse è qualcuno che ama i giambi?
Forse qualcuno che la sa lunga sulle donne?
Va bene,
ma davanti alla porta non c’è nessuno.
Comunque io scriverò
“Qualcuno ha suonato”.
Perché anche i versi sono contenti
quando la gente si incontra.
giovedì 12 marzo 2020
mercoledì 27 giugno 2018
il ciliegio in fiore
Un contadino da quando era morta la moglie si era affezionato a un ciliegio. Lo andava a guardare tutte le mattine e gli toccava il tronco con una mano. Ci fu un tempo che il ciliegio si ammalò e fu proprio in quel mese che il contadino stette a letto con una bronchite piena di catarro. Poi il contadino si alzò e tornò a toccare e a parlare col ciliegio che in breve tempo mise mille foglie sui rami.
Un giorno il contadino era al mercato a comprare una falce e sentì un irresistibile desiderio di tornare ai suoi campi. Gli sembrava che il ciliegio avesse bisogno di lui. Lo trovò che era tutto fiorito e pareva gli sorridesse.
Il contadino siede sotto l’albero con le spalle appoggiate al tronco e d’improvviso gli piovono sul corpo tutti i petali del ciliegio in fiore.
Tonino Guerra, Il polverone, Maggioli
martedì 17 febbraio 2015
sento arrivare...
Sento arrivare fiorita Primavera
su con quella coppa
di vino sia riempita.
(Alceo)
su con quella coppa
di vino sia riempita.
(Alceo)
domenica 7 settembre 2014
radici / nostalgia
Lumache, patelle, cazzodde e cazzanudi. Gli immancabili ragni. I gusci vuoti. Rivoltiamo la terra in giardino: pietre e ancora pietre, vecchia cenere, buona poi per concimare i finocchi. Troppe radici. Le radici non muoiono mai, dice mio padre che la sa lunga. Basta un pezzetto di radice in una terra umida e subito dilaga, prende spazio, mette nuove radici intorno. I bulbi, invece, se ne stanno nascosti nella cenere fino a fossilizzarsi, e consumarsi nel cuore ormai cariato, mentre aspettano di risalire alla luce ed esplodere in germogli, se viene primavera. Strappo radici senza sosta, per fare pulizia in giardino, ma so che perdo già in partenza, che le radici non le puoi eliminare. Per darmi ragione, ripenso a Tonino Guerra, che l’aveva intuito molto prima di me. Ripenso a lui e a Tarkovskij in giro per l’Italia, alla ricerca delle corrispondenze che stimolassero la loro nostalgia. Ripenso a lui che riscrive, nel suo ultimo libro, un suo libro più vecchio di vent’anni, e lo fa uguale al primo: diario di un suo viaggio in Russia e di una nostalgia più grande ancora, infinita. Forse, mi dico, perché i libri vanno riletti almeno due volte, ed anche, per essere meglio capiti, almeno due volte riscritti.
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domenica 18 maggio 2014
goccia
Ed ecco io quando sto male
sogno il tuo culetto micidiale
danzare nudo per la stanza come neve
non ho parole che vengano
a salvarci solo il turbinio della tua vita
che lenisce questo sangue innaturale
dell’inverno che segue a primavera
la mia insonnia si accavalla rossa
ai sogni nel disordine del cuore
dove solo goccia rossa può valere
contro il gelo il tuo ansimare
il tuo culo bianchissimo da pungere.
sogno il tuo culetto micidiale
danzare nudo per la stanza come neve
non ho parole che vengano
a salvarci solo il turbinio della tua vita
che lenisce questo sangue innaturale
dell’inverno che segue a primavera
la mia insonnia si accavalla rossa
ai sogni nel disordine del cuore
dove solo goccia rossa può valere
contro il gelo il tuo ansimare
il tuo culo bianchissimo da pungere.
martedì 28 maggio 2013
canto
Ecco, il cuore lo rivela, continua a imperversare
questa fredda primavera – si allinea alla tua fine
lenta, alla mia vita che si sganghera nel pianto –
continuano i lamenti del mio cuore, i tuoi notturni
e questo vento muto che ruba il sonno a molti
tentenna fra le corde che ci legano l’un l’altro
le corde del dolore che ci muovono cantando.
questa fredda primavera – si allinea alla tua fine
lenta, alla mia vita che si sganghera nel pianto –
continuano i lamenti del mio cuore, i tuoi notturni
e questo vento muto che ruba il sonno a molti
tentenna fra le corde che ci legano l’un l’altro
le corde del dolore che ci muovono cantando.
mercoledì 1 maggio 2013
l'aria che cambia
Sarà anche vero che ne ha fatti di più belli, che Tempest e "Love and Theft" sono molto più rappresentativi del suo ultimo periodo artistico e raccontano molte più cose di lui e del suo mondo, però, quando vedo una giornata di sole, il primo disco a cui penso è Together Through Life. Gli altri sono pieni di inverno o di afose nottate estive, questo invece suona di primavera, di quel particolare momento in cui la primavera si fa estate e tu tieni le finestre aperte per goderti l'aria che cambia.
venerdì 5 aprile 2013
la primavera ha i tuoi occhi...
La primavera ha i tuoi occhi
e indossa le tue calze portafortuna
e il tuo cappotto da tre lire
e nella borsa ha una pistola
per rapinare il tempo dei minuti
preziosi quando ci stringiamo
o passeggiamo verso la stazione
e parliamo come viene di noi
quando te ne vai lo vedi
trema l’aria negli alberi nei vetri.
e indossa le tue calze portafortuna
e il tuo cappotto da tre lire
e nella borsa ha una pistola
per rapinare il tempo dei minuti
preziosi quando ci stringiamo
o passeggiamo verso la stazione
e parliamo come viene di noi
quando te ne vai lo vedi
trema l’aria negli alberi nei vetri.
sabato 30 marzo 2013
accende la magnolia notturna...
Accende la magnolia notturna
la primavera che spasima d’uscire
per un uomo dei sogni al rientro.
la primavera che spasima d’uscire
per un uomo dei sogni al rientro.
venerdì 22 marzo 2013
mi chiedono poesie per affrontare...
I fiori muoiono quando ci rattrista perderli. (Dogen)
Mi chiedono poesie per affrontare la fine di qualcosa
ma non ci sono poesie solo esperienze
si muore si soffre si perde e ci aggrappiamo ai ricordi
a parole che riempiano l’assenza come sempre
ci ritroviamo più soli ad affrontare l’inesauribile onda.
L’inverno non diventa primavera resta tale
nel suo nome congelato.
Ci spostiamo da un ramo all’altro per il nostro sonno
fino a quando non verrà potato.
giovedì 21 marzo 2013
piove per noi divisi o clandestini...
Piove per noi divisi o clandestini
confinati in casa dalla pioggia
la mia casa e la tua casa non più unite
ma bagnate entrambe dal rimpianto.
Piove e non rimane
nemmeno più da raccontare
cambiano le foto che vediamo passare sugli schermi
un altro amore senza storia o mai esistito.
Piove a inumidir la miccia del cuore
la speranza che non era
piove e intanto scema la bufera
nel chiacchiericcio famigliare senza scampo.
È il primo giorno di primavera.
confinati in casa dalla pioggia
la mia casa e la tua casa non più unite
ma bagnate entrambe dal rimpianto.
Piove e non rimane
nemmeno più da raccontare
cambiano le foto che vediamo passare sugli schermi
un altro amore senza storia o mai esistito.
Piove a inumidir la miccia del cuore
la speranza che non era
piove e intanto scema la bufera
nel chiacchiericcio famigliare senza scampo.
È il primo giorno di primavera.
giovedì 29 novembre 2012
i colori dei precipizi
Mi punge nell’occhio
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.
*
La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.
*
Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite
le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua
soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura
un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore
e una lettera
(tu non sapevi leggere…)
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.
*
La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.
*
Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite
le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua
soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura
un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore
e una lettera
(tu non sapevi leggere…)
Le poesie che pubblico vengono da I colori dei precipizi, poemetto del 2011 di Michelangelo Camelliti sulla malattia che crea distanza, e che tanto mi ricorda certe mie ricerche (e vicende) attuali.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.
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martedì 20 marzo 2012
giovedì 8 marzo 2012
6 poesie di francesca genti
In realtà è solo un caso che abbia scelto di pubblicare queste poesie, che mi giravano intorno già da un po’, l’8 marzo, festa della nonna. Eppure credo anche nelle coincidenze che portano fortuna, persino al post di un piccolo blog come questo. Le poesie vengono da una raccolta chiamata “Poesie d’amore per ragazze kamikaze” del 2008 e hanno tutte dentro il sapore della primavera.
L’altra sera la mia amica Licia, quando le ho fatto leggere l’ultima qui sotto mi dice “Non è male ma che senso c’è se ti dici da sola che sei figa? Dovrebbero dirtelo gli altri, avrebbe un altro effetto!” Mi è venuto da sorridere perché proprio Licia era quella che mi diceva, una volta, per tirarmi su, “Lillo, ricordati che siamo troppo fighi per finire male!” una frasettina che mi sono sempre portato nel cuore nei momenti neri. Ecco, io credo che la vita in buona parte è una merda, e che spesso fai prima a pensar male perché tanto va sempre così. Però ogni tanto ci vuole, ogni tanto ha ragione la vecchia Licia “Siamo troppo fighi per finire male!” piuttosto che quella un po’ più stanca di oggi “Che senso ha dirselo da soli?” Beh, ogni tanto bisogna dirselo invece, perché fa bene all’umore e in culo alla balena. Non siamo mica panda!
L’altra sera la mia amica Licia, quando le ho fatto leggere l’ultima qui sotto mi dice “Non è male ma che senso c’è se ti dici da sola che sei figa? Dovrebbero dirtelo gli altri, avrebbe un altro effetto!” Mi è venuto da sorridere perché proprio Licia era quella che mi diceva, una volta, per tirarmi su, “Lillo, ricordati che siamo troppo fighi per finire male!” una frasettina che mi sono sempre portato nel cuore nei momenti neri. Ecco, io credo che la vita in buona parte è una merda, e che spesso fai prima a pensar male perché tanto va sempre così. Però ogni tanto ci vuole, ogni tanto ha ragione la vecchia Licia “Siamo troppo fighi per finire male!” piuttosto che quella un po’ più stanca di oggi “Che senso ha dirselo da soli?” Beh, ogni tanto bisogna dirselo invece, perché fa bene all’umore e in culo alla balena. Non siamo mica panda!
SE GLI INSETTI SI RIBELLANO ALLE PIANTE
e le piante si ribellano alle case
poi le case si ribellano alle stanze
e le stanze si ribellano a mia madre.
e se mischio il sole e il tuorlo d’uovo
e il pompelmo e li bevo alla mattina
cresco bella come una mimosa
gialla e grandissima come la Cina.
poi se imparo davvero a riordinare
dati e abiti negli armadi e nel cervello
penso nulla mi potrà mai più frenare
a capire cosa è vita e cosa è bello.
allora l’amore crescerà da solo
come un timido geco ipocondriaco
o un diamante talmente plateale
da sconfiggere persino lo zodiaco.
MILANO DI NOTTE
vorrei essere la slava del metrò
che combatte gli albanesi attaccabrighe.
la ragazza kamikaze poesia
che ti uccide e si sfracella in quattro righe.
CIAO, NON SONO UN PANDA
non vivo allo zoo dentro una gabbia
non ho bisogno della tua protezione
non voglio che mi nutri coi germogli
che mi consideri una specie da salvare.
preferisco che mi baci e che mi spogli
pattinare con te per la via lattea
pitturare color luna le pareti
delle stanze del mio bunker personale:
questo è quello che vogliamo noi poeti.
È STATO BELLISSIMO NON BACIARTI
in fondo alla panchina desolata.
con il viale in prospettiva sullo sfondo.
con te io mi isolo dal mondo.
abbiamo inventato un’assurda giornata:
malinconica implosiva musicale
enigmatica sommessa smisurata.
sento il dolore al plesso solare
sento la testa piena ma svuotata.
esattamente come in terza elementare
la prima volta che mi sono innamorata.
STAI PARLANDO CON UNA
che oggi ha modellato cento funghi con il das.
che ha passato un pomeriggio a scrivere una poesia con la pastina al farro
su una tela dipinta di azzurro chiaro.
che una volta era così felice di avere passato indenne un capodanno
che si è messa a ballare per la stanza
è scivolata e si è rotta un piede
e la sua felicità – anche al pronto soccorso – non è scemata minimamente.
che tiene una lavagna sotto il letto
dove scrive tutte le bugie che dice
a chi le dice e la data
e ogni mattina si ripassa lo schema generale.
che cerca di salvare i cuccioli di scarafaggio.
che mantiene sempre il patto narrativo
e così non può guardare i film dell’orrore
e neanche andare al lunapark nel castello della paura.
che si è colorata un paio di paperine con lo spray argento
poi le ha indossate ed è uscita
e la sera a casa aveva i piedi completamente luccicanti
due stelle brillanti nella via lattea
e la notte non ha dormito
per paura di morire intossicata dalla vernice.
che (molto tempo fa) ha ucciso alcuni pulcini stringendoli troppo forte
e ha fatto saltare la dentiera a sua nonna materna
con un “bacio con rincorsa”.
che se le racconti qualcosa di vagamente ripugnante
o se sente un odore troppo forte
è capace di vomitare all’istante.
che – grappa&vinci grappa&vinci grappa&vinci –
da sempre le piace ubriacarsi
e farsi invitare a cena
da chiunque
ad ogni latitudine
in qualsiasi tipo di ristorante.
che la cosa di cui ha più bisogno
è l’abbraccio
la comprensione
il “sì” del mondo.
quindi, perfavore:
sciacquati la bocca prima di parlare.
e fammi volare. se ci riesci.
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