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venerdì 27 marzo 2015

per tranströmer

Ho appena letto che è morto, ieri, il poeta Tomas Tranströmer. Quando muore un poeta ognuno che ami la poesia si porta dietro un suo ricordo particolare legato ai suoi versi. Io ho il mio, relativo a un regalo comprato in aeroporto, sull’onda dell'istinto, da parte di un amico che mi salutava. Io gli regalavo una dedica su un mio libro e lui, che non aveva il mestiere della penna (eppure mi scriveva lettere bellissime), scelse un libro, a naso, fra le ultime novità editoriali: Tranströmer aveva appena vinto il Nobel ma, come di solito, in Italia restava uno sconosciuto. Nemmeno io lo conoscevo, ma il mio amico scelse bene, e quei versi così aspri mi piacquero. Oggi che non so più come scrivere in versi e cerco nuovi modi per farlo, credo che tutto ciò che ci rimane di un poeta sono proprio le sue poesie, non il suo ricordo di uomo, ma il meglio che è riuscito a esprimere per tutti, quell’attimo in cui l’umano e il trascendente condividono lo stesso spazio. Così in omaggio a Tranströmer e per il mio amico che non vedo ormai da tanto, ripubblico e condivido anch’io, con tutti, due poesie da quel libro.

CONTESTO

Tu guarda l’albero grigio. Il cielo delle sue fibre, fluito
giù nella terra –
resta soltanto un cielo raggrinzito
quando la terra ha bevuto. Spazio rapito
si torce nel groviglio di radici, si avvita
al verde. – I brevi istanti di libertà
salgono dentro di noi, turbinano
nel sangue delle Parche e oltre.


OCCHI DI SATELLITE

Terreno aspro, nessuno specchio.
Solo gli spiriti elementari
possono specchiarsi: Luna
e Glaciazione.

Vieni nel fiato del Drago!
Nubi pesanti, vie brulicanti.
La pioggia mormora d’anime. Delle
caserme i cortili.

giovedì 7 marzo 2013

ti ho lanciato una briciola di pane...

Ti ho lanciato una briciola di pane.
A te raccoglierla, mio passero.
Tu non la guardi, contempli la neve
in cui è persa. Mi dici che ami
la luce accecante del gelo. In sé
non il dono, ma quello che tocca.

giovedì 29 novembre 2012

i colori dei precipizi

Mi punge nell’occhio
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.

*

La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.

*

Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite

le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua

soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura

un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore

e una lettera
(tu non sapevi leggere…)


Le poesie che pubblico vengono da I colori dei precipizi, poemetto del 2011 di Michelangelo Camelliti sulla malattia che crea distanza, e che tanto mi ricorda certe mie ricerche (e vicende) attuali.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.