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mercoledì 26 febbraio 2025

spreco

Da ciò che vedo, la massima parte dei commenti a giovani poete che mettono la faccia su IG sembrano fatti col copia-incolla e dicono tutti più o meno SEI BELLISSIMA! proposto indifferentemente da uomini e donne con diverse sfumature di significato. Qualcuno/a più coraggiosamente azzarda un SEI BRAVISSIMA! Ma ne leggessi mai uno a cui scappa un guizzo in più, che so, QUEL VERSO MI HA TRAFITTO IL CUORE, o che provasse a entrare nel merito di una poesia per dire la sua senza apparire molesto. Eppure, non so perché, le giovani poete preferiscono IG a tutti gli altri social. Forse perché non devono scrivere troppo, chissà. Aggiungo che questo post riguarda soprattutto le donne non per misoginia, ma perché in genere ai poeti su IG nessuno scrive mai nulla di interessante, in genere i poeti su IG non se li caga nessuno. Al massimo se hanno un amico si fanno delle battute criptiche che le capiscono in due. Insomma, scrivere di poeti su IG è noioso. A meno che non siano Francesco Sole, che scrive appunto alle donne: "Ricorda, a volte hai solo bisogno di sentirti 'sprecata' e non rifiutata. Fidati che è un dettaglio che cambia tutto!" e per questo prende più di 12.000 like. Le donne su IG, ne deduco, si sprecano un sacco.

mercoledì 11 dicembre 2024

poeta senza jannacci

Autore mi manda raccolta in cui ogni poesia è dedicata ai “veri grandi poeti” che lo hanno ispirato. Apro la raccolta e l’elenco, cominciando con De André, prosegue con Guccini, Lolli, Dalla, De Gregori, Battiato, ecc., tutti cantautori e nemmeno uno che scriva poesie fra di loro. – Momento, qui manca Enzo Jannacci! – Non mi è mai piaciuto tanto Jannacci... – Mi spiace, gli rispondo, ma la raccolta non rientra nella nostra linea editoriale.

lunedì 15 aprile 2024

errore

Mi accorgo di aver fatto qualche errore nella mia comunicazione quando in fila in banca un signore mi dice ti leggo sempre sono belle le poesie che scrivi secondo me dovresti fare un libro.

lunedì 4 marzo 2024

poesie

Mia madre che mi chiama per dirmi che mentre metteva ordine in un cassetto ha trovato due poesie di mio padre, una d'amore dedicata a lei e una invece indirizzata a Giuseppe Conte. Perlomeno papà pensava in grande.

venerdì 7 luglio 2023

sogno delle tre carte

Stanotte ho sognato un affollatissimo incontro pubblico in cui Tommaso Scatigna annunciava il suo ritorno in politica dicendo: Potete anche lamentarvi che il mondo non va come volete, ma qui sempre noi e noi siamo a fare le cose, a metterci in gioco, è come il gioco delle tre carte, le mischi e le volti per capire da dove esce il sindaco, ma alla fine sempre tre carte sono, e dalle tre carte sempre io vengo fuori, alla fine. – Gli stava accanto una mia ex fidanzata che faceva finta di non conoscermi. Quando lui si è allontanato però mi ha preso la mano e mi ha chiesto di bruciare tutte le poesie che le avevo scritto perché lui è gelosissimo e mena! Io le ho risposto sprezzante che me ne frego della gelosia degli altri. Poi però l'ho visto tornare, mi sono ricordato che Tommaso è il doppio di me, e allora me ne sono fregato davvero e sono andato a cercare dei cerini. Tanto, morta una poesia poi se ne fa un'altra. Basta cercare fra le tue carte.

mercoledì 27 aprile 2022

mal di maggio

Fra pochi giorni esce, per Samuele Editore, il mio ultimo libro di versi. Mi piace molto che il libro si chiami Mal di maggio ed esca a maggio (il mal di maggio, per la cronaca, è una malattia che ammazza le api). Sarà ultimo anche nel senso che credo sarà l’ultimo che faccio a mio nome e se esce, devo dire, è solo per l’interessamento e la spinta di Alessandro Canzian. Non so se sia una particolare fase che vivono tutti a un certo punto, oppure il delicato periodo storico, o entrambi, ma è una cosa che ho riscontrato anche in altri autori miei contemporanei, una generale stanchezza, una sorta di resa per cui riadatti a te, parafrasando, quello che diceva De André dei poeti (citando Croce): se dopo i 40 pubblichi ancora poesie o sei uno arrivato (o ti credi arrivato) come Magrelli o De Angelis, o sei uno che vende come Arminio, oppure sei un cretino. E io purtroppo mi sento posizionato al terzo posto sul podio.

giovedì 25 febbraio 2021

15 poesie di carlo levi


Traggo queste poesie dal volume Versi, a cura di Silvana Ghiazza, pubblicato nel 2009 da WIP edizioni con il contributo della Fondazione CARICAL. Un lavoro enorme (quasi 700 pagine) che fa onore alla casa editrice, che ripercorre l’intera produzione lirica di Carlo Levi (1902-1975), più conosciuto per le sue opere in prosa e pittoriche. Quella che faccio è una scelta ampia per un blog, ma non affatto esaustiva, considerato che il primo testo dell’antologia è datato 1919 e l’ultimo 1974. La poesia, insomma, accompagna fedelmente tutta la vita del nostro, ne registra ogni movimento. La stessa sua abitudine di datare ogni singolo testo la dice lunga su quanto sia consuetudinario questo rapporto. Rapporto di grande pudore, aggiungo, visto che la stragrande maggioranza di questi testi è rimasta in gran parte inedita fino a una dozzina di anni fa. La scelta – per gusti miei personali – è ricaduta sulla seconda parte della sua produzione, escludendo la prima, più marcatamente formale e incentrata sull’uso quasi assoluto del sonetto. E anche qui, registrando una più ampia varietà di stili e temi (moltissimi, ad esempio, i componimenti di tipo satirico o morale legati all’attualità sociale e politica del Paese nel dopoguerra), si è preferito mettere l’accento su quelli a carattere più intimo, o esistenziale, o legati ai rapporti umani. Ne emergono dei bellissimi ritratti: su tutti quello di Rocco Scotellaro, che Levi definiva “fratello”, quello di Linuccia Saba, di cui Levi fu compagno per più di trent’anni e per la quale scrisse bellissime poesie d’amore, quelli di Giulio Einaudi e Giorgio Bassani, in rappresentanza del rapporto quasi sempre conflittuale che Levi ebbe col mondo editoriale italiano; ma ancora, qui esclusi, ci sono quelli bellissimi di Piero Gobetti, di Umberto Saba, di Amelia Rosselli, di Cesare Pavese o quello assai salace di Giovanni Giudici.


1

In te ritrovo
il viso antico della mia famiglia
ed il candido rosso di mia Madre
ed il mio viso. Ma ora il tuo mi è nuovo
fatto più grande e più adulto, nell’età
come di quarant’anni: il naso
affilato di Leopardi.
Non più volto alle cose, non le guardi
dietro il chiuso cancello delle ciglia.
(figlio, come aggio a fa’)
Troppe vite ad un tempo, ladre
di te, mia uva puttanella. Era
amor di somiglianza, non un caso.
(figlio, come aggio a fa’)
Altri per te guida giustizia nera.

Roma 4 gennaio 1953


2

Trasite, dice la vedova, dal vello
bianco di pecora affamata
cento volte tosata
in cerca d’erba e spini tra le pietre.
Trasite, favorite, e il Sant’Antonio
suo dalla faccia seria
porta in braccio, ravvolto
nella tela di sacco, col cordone
alla vita, che il male ed il demonio
tengon lontano. Ignote persone
t’apron fraterne le porte, le tetre
case, l’antica comune miseria.

6.12.53


3

Queste pietre, chi le getta?
Queste parole, chi le capisce?
In pace con gli dei, parola detta
è una pietra che il mondo costruisce.

24.11.55


4

L’intelligenza del cuore
e la grazia dei sensi
sanno, per forza d’amore
più di quello che pensi.

(1958)


5

I panni che tu hai stesi
in ordine d’amore
come nei nostri paesi
son le bandiere del cuore

Chiudono la cucina
nel verde, nell’ombre nere
del bosco; il ferro non stira
il loro candore,
ma lenti segnano vere
cose, le tue nostre ore –
                       dolci tue ore

I panni che tu hai stesi
con l’ordine del cuore
son le bianche bandiere
del paese d’amore.

16/10/58
Sul verde nell’ombre nere
del bosco, nella cucina



6

Squilla il tuo ritorno
improvviso come la stagione
che porta il verde e l’azzurro
ruggente come il leone
tenero come il burro
sul pane uscito dal forno.

(1961)


7

Oroma!

O Roma! (come romba
quel nome, di trombe
retoriche, tromboni, trombette,
fischetti della Befana
di leoni, fontane, campane
di rovine di curve barocche
di rocchi, di rocchetti
di rosari, di corone, di trofei
croci crocette crocioni
di borghi di borgate, di borghesi di romei
di rondoni sui cornicioni
di roboni, cordoni corruzioni
di aromi, di orazioni, di oremus
di rotonde e rosoni, di roche
voci e coraggio robusto,
di busti, di Romoli e Remi)
di bronzo, di portoni, di porte
Oroma, oroma, o Morte!

19.8.1960


8

Non valeva la pena

Non valeva la pena
di ammazzare tanta gente
alla Banca di Agricoltura
per niente
altro che per riportare al Governo
la spazzatura.

16.12.1969


9

DISSE BASSANI NEL SUO PARAGONE

Anche tu sei dei nostri, anche tu
sei un mediocre, un vile,
un sicario, che non sa più
uscire dal tuo-nostro cortile.

Come noi sei un avaro,
un essere senza passione
reale, anche tu un amaro
fratello della nostra generazione.

Che tu sia un altro lo contestiamo
(se no, ci faresti terrore):
sei noi, come noi, lo vogliamo
per non essere costretti all’amore

per noi mortale. Fratello
e correo, ti apriamo le porte
se accetti le nostre misure, l’orpello
letterario, la nostra interna morte.

Carlo Levi

Roma, 14 anni dopo, il 2 marzo 1964


10

FIGLIO DI RE

Nel corridoio, senza un ruga,
cashemir e pipa, Giulio
fuma (dolcissima concia).
Gli parlo affettuoso del Padre
sepolto, di Tino che porta
l’olivo (argomento concesso).
Ma perché a un tratto una porta
tacito schiude, si cela nel cesso,
non torna, scompare? È una sconcia
ritirata (Aldrovandi), una fuga,
un pasticcio, un imbroglio, un intruglio
di coscienza divisa, una svastica
rovesciata, una paura scolastica,
una censura infantile?
                                                     O mio Sire
superbo, mio bel principe, dagli occhi
azzurri, non piegare i ginocchi,
e, per tremante orgoglio, non fuggire!

Treno Torino-Roma, 12 gennaio 1966


11

[A Chungking, nel giardino dove era il Comando di Mao,
nel sentiero, l’erba del mattino, chi poteva vederla?
]

La poesia è degli imperatori.
Non si può essere poeta se non si ha vinto:
grande o piccolo, nel grande mondo o nel piccolo mondo
solo il vincitore possiede la parola.

(1967)


12

Gli alberi della clinica

Con macchine fabbricate
il climi d’ossigeno, inutili
gli alberi, gli antenati,
guardiamo nel giardino della Clinica
come al museo i residui futili
dei fiori, della Natura
soppressa, aspettando con cinica
virtù, la sepoltura.

7.7.69


13

È questa la vecchiezza?

Sempre meno dagli occhi
ma vengono dall’interno
da un centro che trabocchi
al di là del suo cerchio
forme e parole, specchio
dalla sola esistenza.

Se vedessi ancora il carrubo
come un carrubo
l’olivo come un olivo
(e te come una donna)
sarei giovane d’anni, forse vivo.
Ma in te vedo soltanto te
e ancora te nel carrubo e nell’olivo
un te che è un io e un altro. Un vivo, un vecchio?

23.9.71
scendendo la strada


14

Mettere in trono una contadina,
è, Giotto, inventare la verità
ma è anche salvare il cielo, il trono
in sua nuova terrestre autorità.
È cenere il trono. Il tuono
segue il fuoco del fulmine. Rovina
il trono, opera ingombra.
Resta la contadina: neppure
più contadina. Nuda, sta
come una pianta, sotto il cielo sgombro,
tronco e germoglio tra le sepolture.

17/11/72


15


(Non sono poesie, sono prove
di vista che sale e si storce:
accendete le vostre torce
per scoprire un mondo più chiaro.

Ma se qui in questa landa, dove
son solo forme serpenti
resto, rimangono spenti nell’ombra
i lumi esterni, e a me l’ombra).

O.D. 8.1.1974

domenica 23 agosto 2020

la crepa (the crunch)

troppo o
troppo poco

troppo grasso o
troppo scarno
o nessuno.

ridere o
piangere

chi t’odia
chi t’ama

estranei con facce come i
culi delle
puntine da disegno

eserciti che si fanno largo in marcia
su strade di sangue
sbandierando bottiglie di vino
e fottendo di baionetta
le vergini.

o un vecchio in una stanza modica
con una fotografia di M. Monroe

è così vasta la solitudine di questo mondo
che puoi osservarla nel lento movimento delle
lancette di un orologio.

gente sfinita
mutilata
dall’amore o da nessun amore.

ma davvero faccia a faccia la gente non è buona
l’un con l’altra.

il ricco non è buono con il ricco
il povero non è buono con il povero.

e ciascuno ha paura.

il sistema educativo c’insegna
che possiamo avere tutti
culo a vincere.

ma non ci ha mai parlato
delle fogne
o dei suicidi.

o del terrore di una persona
che soffre in una stanza
da sola.

incontaminata
inespressa a

dare acqua a una pianta.

la gente non è buona l’un con l’altra.
la gente non è buona l’un con l’altra.
la gente non è buona l’un con l’altra.

e credo che mai lo sarà.
né gli chiedo di esserlo.

ma delle volte ci penso
a.

le perle del rosario oscilleranno
le nuvole adombreranno il cielo
e il killer decapiterà il bambino
come si spicca con un morso il capo ad un gelato.

troppo o
troppo poco

troppo grasso o
troppo scarno
o nessuno

chi t’odia supera chi t’ama.

la gente non è buona l’un con l’altra.
forse se lo fosse
la nostra morte non sarebbe così triste.

intanto guardo le ragazze
i giovani steli
fiori nati da una chance.

dev’esserci un modo.

dev’esserci di sicuro un modo a cui non abbiamo
pensato.

chi mi ha messo in testa questa convinzione?

che piange
e invoca
e dice che abbiamo una chance.

alla quale non dirà mai di
“no.”

(Charles Bukowski, traduzione mia)

venerdì 15 maggio 2020

un vecchio fumetto disney

Un vecchio fumetto Disney
sepolto nel subconscio
dove Pippo sta sciando in montagna
e all’improvviso avverte che qualcuno
gli sta rubando le salsicce sporgenti dallo zaino
e si gira
e vede che è un orso
e per tre vignette di seguito dice:
“Un orso”
Nella prima il suo volto è quasi disinteressato
come se fosse un quesito abbastanza cool
questo distinguere fra cos’è un orso e cos’è un fringuello
Nella seconda il suo volto si fa dubbioso
come se si stesse chiedendo: “Ma che significato ha
tutto questo”
E nella terza vignetta raggiunge il terrore
e scappa e grida ferocemente aiuto

In genere io non vado mai oltre
la seconda vignetta

Ma che significato ha adesso tutto questo


(Dan Turèll, Karma Cowboy, 1974, trad. mia)

mercoledì 1 aprile 2020

basta che funzioni

Tutte le belle donne credevano
che ogni mia poesia d’amore
fosse scritta per loro.
Io invece mi vergogno di sapere
di averle sempre scritte
soltanto
per amor del mio lavoro...

(Orhan Veli Kanik)

martedì 31 dicembre 2019

solo

Le maglie grigiodoro della luna fanno
della notte un velo,
ai lampioni del lungolago assopito
si avvolgono i viticci del Laburno.

I giunchi sornioni bisbigliano alla notte
un nome – il suo nome –
E tutto il mio cuore è un diletto,
un deliquio di vergogna.

(James Joyce, Zurigo 1916)

domenica 10 novembre 2019

camminare a piccoli passi

"camminare a piccoli passi, ma camminare / dire poche parole, ma dirle / perché noi crediamo nella parola". In questi giorno continuo a ripensare a Christian Tito. In rete i suoi libri cominciano a sparire, a non essere più disponibili per l'acquisto. E credo sarebbe bello non si perdesse quanto di bello ha scritto, credo sarebbe bello che un editore, magari uno serio, medio-grande, con la possibilità di una diffusione, si prendesse la briga di mettere insieme quel materiale e ripubblicarlo. Credo che sarebbe giusto che noi contribuissimo a dargli una mano, comprando in tanti quel libro, portandolo in giro con noi, perché una poesia come quella di Tito (così fraterna, così "scandalosa" nel suo abbraccio) non può stare chiusa in casa, deve camminare, stare fra le persone, parlare con loro.

venerdì 8 novembre 2019

congedo

Ormai essere lontani vale 
essere sconosciuti. Pare 
il tempo del nostro amore un mare 
lucido e morto. 
Nella luce la tua parte 
è finita, non ho buio nel petto 
per tenere la tua ombra. 

Un congedo di Pasolini al Friuli (l'originale è in dialetto) che sembra, tolto ogni riferimento, una poesia del male amato. In realtà di buio ce n'era ancora troppo.

domenica 27 ottobre 2019

è il cielo, al di sopra dei tetti

È il cielo, al di sopra dei tetti,
così blu, così calmo.
Un albero, al di sopra dei tetti,
culla le sue palme.

La campana, nel cielo che vediamo
rintocca dolcemente.
Un uccello, sull’albero vediamo
cantare il suo lamento.

Dio mio, Dio mio, quella è la vita
semplice e tranquilla.
Viene dalla città
questo mormorio.

– Che hai fatto
tu che piangi senza fine
di’, che hai fatto
della tua giovinezza?

(Paul Verlaine, Sagesse, 1881)

sabato 19 ottobre 2019

l'amicizia di un poeta minore



Ormai sono anni che faccio questa cosa. Dovunque mi trovo a leggere, in mezzo alle mie poesie ne metto sempre una di Pino Simone, poeta matto di Martina Franca che è stato capace, per chi ha avuto la fortuna di trovarlo, di spalancarci mondi. La storia della poesia è fatta di pochissimi grandi, a cui ci ispiriamo, delle decine di mediocri fra cui ci confondiamo e di pochi poeti minori (minori perché diversi) che spesso hanno il potere di toccarci, proprio perché con la loro carica opposta, negativa, hanno il potere di scatenare in noi un'elettrolisi, energia elettrica che si trasforma in chimica, di darci una scossa e farci vedere il mondo da un punto di vista elettrizzato e spesso elettrizzante. Con Pinuccio a me è successo questo. La mia preferita delle sue poesie è Datemi un posto, che ha dato il titolo a un libro omaggio che gli abbiamo fatto cinque anni fa con Pietre Vive Editore, col permesso e la complicità dei suoi genitori. Ora che loro non ci sono più e che abbiamo terminato tutte le copie, dubito che potremo ristampare quell'opera e sinceramente non so nemmeno se ne valga la pena. Il mondo, mi chiedo senza troppa retorica, ha davvero bisogno di uno come Pino Simone? Non lo so, ma non credo proprio. Perché i poeti minori che a dispetto delle apparenze hanno fame di essere ascoltati, di essere CAPITI, sono condannati ad avere sempre e soltanto pochi buoni amici. In quello spazio di amicizia, che è stretto e caldo, sta scritto tutto il loro destino. 

L’AMICIZIA è come il destino, 
oggi non hai nessun amico, 
domani hai dieci amici, mille amici, 
ma sono sempre pochi. 

Lo scriveva Pinuccio. Così ai poeti minori resta il rimpianto di non avere dei veri lettori, ma soltanto degli amici. A noi, che abbiamo avuto la fortuna di trovarlo, restano le sue poesie. E questo, anche se non basta (e non basta mai), a modo nostro fa la differenza. 

(Grazie a Massimo D'Arcangelo per la foto).

venerdì 11 ottobre 2019

poesie in cerca del buono

Leggevo stamattina una recensione del 2011 di Alessio Brandolini ai Costruttori di vulcani di Carlo Bordini (Sossella, 2010) e mi ha colpito in particolare un passaggio in cui Brandolini dice che la poesia di Bordini è "in cerca del buono più che del bello" delle cose. Mi ha colpito perché nel continuo dilemma keatsiano fra verità e bellezza della poesia, la ricerca del buono (che potrebbe ma non necessariamente è verità) mi era del tutto sfuggita e forse, anche per questo, le poesie che leggo di continuo mi sembrano il più delle volte tutte uguali, poesie che cercano di arrivare a un ideale, di bellezza o verità, e si scordano del buono, che è qualcosa che sta più in basso, dunque il più delle volte sono molto belle e molte vere, ma guardano il mondo dall'alto, non scendono più giù del terzo piano (perché soltanto attraverso la distanza riesci a cogliere l'intero). Mentre le poesie in cerca del buono magari non colgono l'intero, anzi, magari sono pure sbagliate, ma camminano per strada, ti prendono per mano.

mercoledì 9 ottobre 2019

sulle cozze di corsi

Difficilmente mi capita oramai, con un contemporaneo, di dover tornare sul suo libro dopo averlo letto la prima volta. Mi è successo di recente con Cinquantaseicozze di Roberto R. Corsi (italic, 2015), libro che in piena linea col titolo – che a me, l’autore lo sa, non piace proprio – offre numerosissimi e gustosi spunti coi quali si è costretti necessariamente a sporcarsi le mani. La natura salace – spesso divertente e ricca di calembour, rime, battute (e battutacce) e giochi di parole: il mio preferito nella rima passeri/Casseri della pur mesta Cozza n. 32 – la rende una lettura godibile e stilisticamente assai coesa, più di quanto, a una prima lettura, la varietà dei temi trattati possa far pensare; e nell’uso sapientissimo del verso che vive di evidenti rimandi alla forma classica della Satira (nel suo continuo oscillare fra intimo e pubblico con accenti moralizzanti, ma senza troppe speranze), e nelle vivaci incursioni nel più moderno stile diaristico dei postmoderni, perlomeno nei suoi accenti più intellettualisticamente borghesi (Sanguineti, mi è parso, su tutti). Eppure, allo stesso tempo, lo sguardo basso, concreto, spesso impietoso, autoironico fino all’autodenigrazione dell’autore, lo rende un lavoro accorato e a tratti disperato. Ne emerge infatti, nascosta dietro la risata, l’insanabile solitudine di un uomo troppo umanamente partecipe per assolversi da qualsivoglia colpa; troppo intelligente per non sentirsi estraneo a qualsiasi impegno o gruppo; e allo stesso tempo troppo (poco) serio per non cogliere la vacuità di tale atteggiamento e farne, anche a proprie spese, dell’ironia.

venerdì 27 settembre 2019

la prosa del primo flaubert

«E poi muore
per mancanza di voglia di vivere,
di pura spossatezza e di tristezza...»

E poi è investito da un camion
mentre torna a casa dal lavoro,

e/oppure un masso
buttatogli addosso
da vecchissimi amici di famiglia
scrive FINIS alle sue sofferenze –

Oppure va all’università,
si sposa,
ed è poi che muore!

O magari finisce che non muore affatto,
seguita semplicemente a vivere
giorno dopo giorno come ha sempre fatto...

È un uomo molto interessante,
una persona acutamente sensitiva,
ma deve pur morire in qualche modo –

così se ne va da solo sulla spiaggia,
si mette a sedere e pensa
guardando l’acqua lì davanti:

«Perché sono nato? Perché
vivo?» - come
una vecchia canzone, chéri
e dopo muore.


(Robert Creeley, Later, trad. Francesco Binni)

mercoledì 24 luglio 2019

processo

Stanotte ho sognato di parlare con tutte le mie poesie che ad una ad una mi facevano il processo, rimproverandomi di essere un artigiano maldestro e che con un pizzico di amore in più avrei potuto farle più belle.