Visualizzazione post con etichetta verità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta verità. Mostra tutti i post

sabato 1 marzo 2025

zucchine

Ho letto da ieri così tanti post e così discordanti su quello che è successo nello Studio Ovale, scritti da persone anche molto preparate, che sono arrivato alla conclusione che nessuno lo sa di preciso cosa è successo ieri e perché, tirano solo a indovinare, e comincio a pensare che secondo me non lo sa manco chi stava ieri nello Studio Ovale cosa è successo, altro che attacco preparato a tavolino, però su questo sono disposto anche a ritrattare, basta che mi date delle garanzie efficaci, o metà del vostro giardino di casa per piantarci le zucchine.

lunedì 3 febbraio 2025

metri quadri

Oggi parlando con un amico editore è venuta fuori questa verità, che mettendo insieme tutti i metri quadri degli stand affittati nelle diverse fiere del libro degli ultimi anni – i cui prezzi affiancano ormai quelli degli immobili: dai 166 euro in su a metro quadro per le fiere più blasonate – mettendo insieme tutto questo, da qualche altra parte nel mondo uno più furbo di noi si sta comprando una casa.

venerdì 8 novembre 2024

pasolini

Ieri mi hanno ricordato che l'anno prossimo sono 50 anni esatti che è morto Pasolini. Dopo l'ubriacatura mistico-commerciale che c'è stata due anni fa per il centenario della nascita, non riesco a immaginarmi cosa ci inventeremo, eppure so per certo che in qualche modo riusciremo ancora a spremere qualche goccia di sangue dalla sua opera e dal suo corpo, forse riusciremo pure a dire, ufficialmente, chi lo ha ucciso e come. Dopo 50 anni di bugie e omertà forse ce la potremmo fare.

lunedì 26 agosto 2024

barbero contro i neoborbonici

Io non lo so di preciso chi li pubblica, ma ogni tanto su YouTube, fra i vari video di papa Barbero – come a volte lo chiamo perché, pur essendo bravissimo, per alcuni ha assunto ridicolmente il sommo status sacerdotale e tutto ciò che dice è verità sacrosanta – me ne ritrovo alcuni in cui Barbero “sbugiarda” o “punisce” o “svela la falsità” – questa la terminologia usata – dei neoborbonici, con commenti del pubblico, anche abbastanza plateali, che vanno dai soliti adoranti che magnificano il nostro fino all’insalivazione delle terga; a quelli che danno addosso alle schiere di ignoranti sottosviluppati che infestano l’Italia del Sud col loro revisionismo da quattro soldi e che, attenzione, non potendo essere altro che meridionali, perché i neoborbonici – a differenza dei fascisti che sono trasversali ed esportabili, vera unità di misura del paese – sono in fondo dei meridionali “sottosviluppati”, elevano al quadrato una vecchia forma di razzismo novecentesco, per cui: io non odio i meridionali, ma odio i meridionali che contraddicono Barbero, e visto che io sono d’accordo con Barbero, odio i meridionali che mi contraddicono nella mia visione della ‘loro’ storia. Questo leggo io fra le righe dei loro commenti, dimenticando che se la storia non è ancora chiara a tutti a più di 150 anni dall’Unità, se non convince così tante persone – e non serve essere neoborbonico per dirsi che le cose non sono andate così come ce l’hanno raccontata sui libri di scuola che nessuno, mi pare, ha aggiornato, nemmeno a un secolo dalla caduta della monarchia – un qualche errore di fondo ci sarà. Perlomeno nel modo in cui ce la raccontiamo. E non lo dico io, e non serve che lo dica nemmeno Barbero che da storico non fa che ripeterlo come premessa a ogni sua lezione; ma lo dicevano già Gramsci, Salvemini, Silone, fra i padri della nazione, e con un punto di vista molto più spostato dalla parte del revisionismo e del “Risorgimento tutto da rifare” che non della più rassicurante visione di Barbero. E con tutto ciò, confesso, mi piacerebbe anche vedere, ogni tanto, un video in cui Barbero “sbugiarda e punisce” i Leghisti, facendo una buona ricostruzione storica che mostri l’inconsistenza delle tante fesserie che dicono. Eppure, per quanto lo cerchi, non ne trovo.

martedì 4 giugno 2024

sogno dei ballerini

Nel mio sogno di stanotte, perfettamente magrittiano, centinaia di persone ballavano sospese in alto sulle acque di un fiume che attraversava una città vuota emettendo una luce fioca come se fossero delle lucciole. Io camminavo loro accanto, osservandole dal lungofiume o da sotto un porticato, accompagnato da un piccolo istrice che se mi avvicinavo troppo sollevava gli aculei e le guardavo con una sorta di rifiuto perché sentivo che, per essere così leggere, negavano che ci fosse una pura verità: erano leggere non sapendola, a patto cioè di non saperla. Invece, pur lasciando la porta aperta, mi rifugiavo in una cella nuda per scriverla, ma non riuscivo a trovare le parole adatte, non riuscivo a esprimerla. Mi sfuggiva di continuo. Così, né da una parte partorivo questa verità necessaria che sentivo costiparmi, né dall’altra, per il solo fatto di sentirla, riuscivo a unirmi al ballo di chi stava sospeso per aria e sembrava così lieve e non vedeva nient’altro intorno a sé che la propria luce.

venerdì 29 settembre 2023

poeta in guerra

È da poco uscita per La Vita Felice una nuova e ad oggi unica antologia italiana di poesie del regista tedesco Heiner Müller, nella traduzione di Anna Maria Carpi su testi scelti da Durs Grünbein, titolo: NON SCRIVERAI PIÙ A MANO. Ho “incontrato” quest’autore splendido una quindicina di anni fa (aprile 2009), proprio attraverso le sue poesie, per merito del regista teatrale Carlo Formigoni che mi donò una raccolta ormai introvabile, “L’invenzione del silenzio” edita dalla compianta Ubulibri nella traduzione di Graziella Galvani e Peter Kammerer, che raccoglieva materiali dei suoi ultimi anni di vita, fra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90 del ‘900, nel quale Müller col suo stile livido, spezzato, privo di punteggiatura e inframmezzato di citazioni (fra colte e prosaiche), sempre pregno di un umorismo nero di chi guardava in faccia l’angelo della morte, sovrapponeva la tragedia storica della fine della Germania dell’est e dell’intero comunismo, con la sua personale tragedia di un tumore diagnosticato che lo avrebbe portato alla morte. Era la fine di due mondi – “due miserie” avrebbe detto Gaber – in un corpo solo. C’è un testo bellissimo, all’interno dell’antologia della Vita Felice (che recupera e ritraduce anche molti dei testi del volume Ubulibri), in cui Müller scrive che Tacito a un certo punto dei sui Annales si scusa perché, vivendo egli durante un lungo periodo di pace, la narrazione rischia di farsi a tratti noiosa: con me, aggiunge Müller, questo rischio non si corre. Non a caso la sua autobiografia, (edita in Italia da Zandonai a cura di Valentina Di Rosa, ma anch’essa ormai introvabile), costruita rimontando insieme una serie di interviste che creano quasi l’effetto di un ritratto estorto sotto interrogatorio, si intitola “Guerra senza battaglia”. La parola “guerra” è quella che più torna nella sua vita e nella sua opera. Nato alle soglie della seconda guerra mondiale, un’infanzia orribile vissuta nella fame più nera della Germania sconfitta e assediata dai russi, aveva assistito prima alla costruzione del muro di Berlino, scegliendo di vivere dalla parte est in uno stato di guerra fredda perenne, combattendo non uno ma ben due nemici – da una parte l’occidente consumistico, dall’altro la dittatura comunista che lo usava come ambasciatore culturale all’estero e intanto lo contrastava, censurava e puniva in patria. Aveva visto il suo maestro-rivale Brecht finire i suoi anni come un leone triste chiuso in una gabbia dorata, aveva visto sua moglie depressa che sceglieva di suicidarsi piuttosto che essere infelice in quel mondo. E in tutto questo aveva scelto, per non impazzire, di fare teatro. Un teatro che, nella maggior parte dei casi, recupera i classici in una operazione molto simile a quella che in Italia farà Pasolini: riscrivere, rivisitare il mito, che sembrava allora così lontano dal presente, quasi una forma di “passatismo”, per parlare proprio del presente attraverso il suo archetipo. Andare alla radice. In Italia sono editi alcuni suoi testi teatrali, con preziosissimi commenti sul suo teatro: il bellissimo “Filottete” (Il Melangolo) scritto dopo un durissimo scontro proprio coi vertici della DDR, quando Müller venne processato e condannato a fare pubblica ammenda per i contenuti “antisovietici” di un suo spettacolo in seguito alla delazione di alcuni compagni, “Anatomia Tito Fall of Rome” (L’orma) e più di recente una raccolta dei dei suoi testi teatrali a cura di Milena Massalongo, edita da Cue Press, una bellissima casa editrice specializzata in teatro e cinema che ha raccolto l’eredità di Ubulibri. Resta pressante la domanda, perché Müller scelse di rimanere lì, di farsi ancora più male, di non “evadere” verso l’ovest dove avrebbe avuto maggiore fortuna, libertà e successo? Forse perché, come scrive Cesare Garboli in un suo studio su Molière, “il male e l’intelligenza coincidono”, e soltanto nel male si affina (spietatamente) l’intelligenza. In essa la realtà viene messa alla prova e ciò che resiste all’intelligenza, aggiunge Lacan, è la verità. 

martedì 18 luglio 2023

commozione

Bambino che piange per strada, tenerissimo, per il povero uccellino schiacciato dalla macchina cattiva. Mi avvicino commosso per consolarlo, do un'occhiata al corpicino straziato e non so come dirgli che in realtà si tratta di una zoccola.

sabato 29 ottobre 2022

perfido

 

C’è qualcosa di perfidamente riuscito in questo contrappunto giornalistico. Da una parte sono giorni che scriviamo post contro quelli che fanno attentati alle opere d’arte nei musei dicendo che non ne capiscono il reale valore; dall’altra forse nemmeno noi – come si vede – ne abbiamo capito il senso, nemmeno per guardarli dalla parte giusta.

mercoledì 6 luglio 2022

mare nostrum

I giornali pubblicano la foto di un ragazzo in mare, venuto dal Togo, che salva un bambino dall’annegamento. Molti dubitano che sia vera. Novelli CSI non li convince la posizione del ragazzo in acqua, il fatto che dall’aspetto non sembri un morto di fame venuto dall’Africa e il grado di umidità della maglietta del bambino, molto sospetto. Poi questo fotografo che fa le foto invece di aiutarlo. Molto sospetto. Li leggo e mi stupisco di tanta sagacia. Io nella foto vedevo solo uno di quei ragazzi in mare, come ce ne sono a migliaia, che lottano per non affogare. Invece loro mi insegnano che il mondo si è talmente complicato che le notizie ormai vanno passate al microscopio, altrimenti i media ci faranno il lavaggio del cervello. Se impari a dubitare, invece, potrai anche arrivare a credere non soltanto che non ci sono morti in mare, ma anche che non c’è nessun mare in cui morire. E che persino tu che leggi non esisti. Proprio come in Matrix.

venerdì 23 luglio 2021

scatola nera

Serve molto coraggio per mantenersi lucidi e soli come cani, ovvero per essere appena appena più liberi. Non è facile e ci si può anche sbagliare: uno crede di star fuori dal coro ed è già schierato al controcanto, come niente sta già all’opposizione, solo un gruppo un po’ più grande di persone schierate come un nuovo battaglione in campo. Tenersi integri e sani è già un miracolo che ti chiede una perenne messa in discussione, ammette la contraddizione e persino l’idea che ci si possa sbagliare e ci si debba scusare. È questo il vero scoglio che ci frega tutti, perché piuttosto che ammettere l’errore e scusarsi molti di noi, per semplice orgoglio, sarebbero pronti a farsi impalare. E senza considerare gli insulti dietro l’angolo: perché ti diranno che non sei coerente, che non sei vero, che non sei sincero, perché un uomo vero ragiona a scatola chiusa per essere meglio incasellato nella nuova modalità di lettura del mondo via scrolling. Ma tu vai avanti lo stesso cercando di capire, sperando che un giorno esaminando la scatoletta nera che ti porti in testa ricostruiranno i fatti, e dopo il disastro diranno che a modo tuo ci hai provato.

sabato 10 aprile 2021

key largo

Key Largo di John Huston, anno 1948 (passato in Italia come L’isola di corallo) è uno di quei film minori ma fondamentali che andrebbe visto almeno una volta nella vita. Basato su un testo teatrale di Maxwell Handerson, ma riscritto da capo a piedi dallo stesso Huston con Richard Brooks, si basa su una storia semplice: in un albergo di Key Largo – che è un’isola della Florida da cui si può facilmente raggiungere Cuba in barca – durante una tempesta tropicale si rifugiano il proprietario dell’albergo (Lionel Barrymore) e sua figlia acquisita (Lauren Bacall), un avventuriero reduce di guerra (Humphrey Bogart), una banda di criminali guidati dal gangster Johnny Rocco (Edward G. Robinson), il quale si è portato dietro una sua vecchia fiamma, l’alcolizzata Gaye Dawn (Claire Trevor), a cui si aggiungono, come comparse, un gruppo di indiani e i due sceriffi di zona. Durante la notte di tempesta la tensione cresce fino a generare una serie di contrasti. Fin qui la trama di un film non originale, ma solido, tutto basato sulla caratterizzazione dei personaggi e sul bellissimo bianco e nero opera di Karl Freund (Metropolis). Dove risiede, però, il fascino maggiore della pellicola? Da un punto di vista formale, nella continua sfida, lanciata da Huston, ai limiti della finzione cinematografica. Nel suo essere, per questo, una sorta di lavoro fondamentalmente postmoderno che, da una parte, innesta nella fiction schegge di cinema verità che si rifanno al suo mestiere di documentarista; dall’altra, nell’immersione in un gioco metatestuale che cuce insieme, su più livelli (dal pastiche alla parodia), una serie di citazioni prese da film precedenti, suoi e di altri, che anticipa quello che vent’anni dopo diventerà caratteristico del genere neo-noir. Non le indico tutte per non allungarmi e non creare eccessiva confusione, ma le più evidenti riguardano: 1) La presenza di Bogart e Bacall, qui alla loro quarta e ultima pellicola insieme; i due erano già stati protagonisti, nel 1946, di quelli che molti considerano il classico assoluto del genere, Il grande sonno di Howard Hawks, dove Bogart, nei panni di Philip Marlowe, viene chiamato da un vecchio generale in sedia a rotelle per salvare sua figlia minore da un ricattatore, innamorandosi della maggiore (Bacall); in Key Largo il proprietario dell’albergo è anch’egli in sedia a rotelle e vive con sua figlia che sembra provare, senza dichiararli, dei sentimenti per Bogart; 2) La presenza di Edward G. Robinson, una delle icone del film nero americano, già protagonista nel 1931 del capolavoro Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy, basato sull’ascesa e caduta di un gangster durante il proibizionismo; in Key Largo Robinson riprende proprio quel personaggio, un gangster che sogna di tornare al proibizionismo, con gli stessi scatti, la volgarità, lo stesso fascino e la stessa crudeltà a cui poi – altro gioco di specchi da segnalare – si ispirerà Robert De Niro per il suo Al Capone ne Gli intoccabili di  Brian De Palma (1987): nel film di De Palma c’è una scena in cui De Niro conversa mentre si fa fare la barba che è un ricalco quasi mimetico di un’identica scena nel film di Huston. 3) Bogart e Robinson avevano già lavorato insieme in un precedente film del 1938, The Amazing Dr. Clitterhouse (passato in Italia come Il sapore del delitto), commedia nera di Anatole Litvak su sceneggiatura proprio di Huston, in cui i ruoli erano invertiti – Bogart era il gangster feroce e Robinson il “matto” che provava a tenergli testa – e dove la protagonista femminile era Claire Trevor, femme fatale che ora, in Key Largo, ritorna come ex amante, sfiorita e invecchiata, di Robinson. Nella scena più bella di tutto il film, che valse proprio alla Trevor un Oscar come attrice non protagonista, Robinson/Rocco le chiede di cantare una canzone. Trevor/Dawn tentenna, non vuole, non si sente sicura, alla fine acconsente e canticchia a cappella, con voce incerta, un successo della vecchia Broadway, Moanin’ Low, che parla appunto di una donna la cui vita è stata devastata dalla presenza di un uomo brutale. Da una parte, questa scena può intendersi come il controcanto (disincantato) di un certo genere di personaggio alla Gilda. Dall’altra, è estremamente interessante perché si basa, in tanta finzione, su un artifizio che rovescia la medaglia: lì dove, in precedenza, tutte le attrici dei film di Hollywood si facevano doppiare da cantanti di professione, e così avrebbe voluto anche la Trevor, qui è proprio lei che canta, con la sua voce sottile, e stona. Huston sulle prime la convince dicendo che stanno facendo delle prove per le riprese successive, ma dopo che lei ha cantato dà buona la prima e monta nel film proprio quella prova canora così stentata, per ottenere quell’effetto patetico, drammatico: noi avvertiamo tutto il disagio di Gaye Dawn perché è il disagio reale della Trevor che si mette a nudo nelle sue carenze di artista, in un modo che non era mai stato concepito prima. 4) Questo però non è l’unico caso di incursione di cinema verità nella finzione del film. Mentre tutto l’albergo è ricostruito in studio, e le scene dell’uragano utilizzano filmati d’archivio, le scene in barca sono girate sulla vera barca di Bogart, provetto marinaio. Ancora, incastonata fra le altre, c’è una sotto-trama indipendente, che qui non esploro, sull’omicidio brutale e razzista di due indiani accusati di omicidio. Huston, proprio per questa sotto-trama, riprende un gruppo di veri indiani che, poco prima della tempesta, sbarcano sul molo dell’albergo. C’è un momento bellissimo, non filtrato da copione, in cui, sul finto molo del finto albergo una vera, vecchia indiana, si appoggia a Bogart e gli chiede una sigaretta. Le rughe della vecchia sono talmente reali da sollevarsi oltre il cielo dipinto sul fondale fino a bucare lo schermo.  

 

Aggiungo, per completezza, che da un altro punto di vista squisitamente sociologico (ben approfondito da Peter Strempel in un suo articolo, The Key Largo hypothesis: Brooks and Huston set the noir context, che si può leggere in rete su medium.com, QUI), uno dei dialoghi più intensi e oscuri del film, quando i personaggi di Bogart e Robinson si incontrano e si confrontano per la prima volta, contiene molti riferimenti criptati, veri e propri atti di accusa verso il clima di intolleranza e di caccia alle streghe che stava nascendo a Hollywood proprio in quel periodo, e che avrebbe presto portato alla censura maccartista. Non a caso questo fu l’ultimo film di Huston con la Warner Bros. Di lì a poco tutti i protagonisti del film dovranno fare pubblica ammenda per le loro idee “sovversive”, come Bogart e Bacall, oppure, rifiutandosi di farle, verranno lentamente esautorati dal mondo cinematografico, come Robinson, o costretti all’esilio, come Huston che nel 1952 emigrerà per sempre in Irlanda.

venerdì 4 dicembre 2020

calzamaglia

 Stamattina pensavo che la maggior parte dei poeti che leggo o che conosco di mestiere fa l'insegnante in qualche scuola o all'Università. Insomma, sono come i supereroi, come Batman o Spiderman, hanno la doppia identità. La mattina in classe insegnano ai bambini che tutto è circoscrivibile a un libro, alle nozioni che definiscono il mondo, a delle regole e un linguaggio preciso, a una cultura che ne stabilisca i limiti. Poi di sera, a casa, si tolgono il vestito, infilano la calzamaglia e scrivono questi versi spesso ambigui, spesso bui, in cui rinnegano tutte o quasi le verità della mattinata e sposano invece il dubbio: e solo questo ora possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, e nulla è sicuro ma scrivi. Almeno fino a domani, domani è un altro giorno.

venerdì 19 giugno 2020

un bugiardo patologico

Qui viene messa in discussione l’esistenza stessa di Destà, la sposa bambina di Montanelli. In altre parole non sarebbe mai esistita: Montanelli, bugiardo patologico, si sarebbe inventato tutto, ogni particolare. Si sarebbe in altre parole divertito alle spalle dei suoi lettori. Ad anni dalla sua morte forse ci si sta scapigliando per uno stupro mai avvenuto, se non nelle sue storie (e in effetti, a parte quello che ci ha detto lui, chi ha mai fatto ricerche sulla bambina?). Quando l’ho letto mi si è spalancato un mondo. Se fosse vero Montanelli passerebbe in un sol colpo dall’essere un grande giornalista all’essere (forse) un grande scrittore, un truffatore, o meglio ancora uno sceneggiatore finissimo, nel senso che se ha fallito in tutto e per tutto come giornalista, il cui dovere assoluto è raccontare i fatti, per riuscire a far credere a così tanta gente per decenni una menzogna così grande, scatenando accese discussioni, commozioni, disgusto e rancori costruiti su niente altro che su quello che ci ha raccontato lui, ci vuole talento come scrittore, oltre ovviamente a un ego ipertrofico e a una buone dose di cinismo, in ogni caso qualcosa di più che “saper scrivere bene”! E anche qualora non fosse stato un grande scrittore (possibilissimo) sarebbe già di suo un personaggio letterario fatto e finito. Anzi, confesso che dal mio punto di vista, adesso, diventa più interessante come personaggio letterario che come uomo...

domenica 5 gennaio 2020

anticorpi

Oggi mi sono svegliato con la consapevolezza che i due migliori scrittori italiani “rivelatisi” negli ultimi anni sono Carlo Bordini, classe 1938, ed Ezio Sinigaglia, classe 1948. Sono diversissimi fra loro, ma entrambi hanno iniziato a scrivere a metà degli anni 70, entrambi sono stati considerati degli outsider perché sono passati per più di trent'anni sotto silenzio, prima di tornare in luce intorno al 2016, con tutto il clamore di chi si accorge per la prima volta di loro e lo stupore: Come è stato possibile? E ho pensato che il talento non è poi così evidente come si crede, non può salvare chi lo possiede né portarlo da solo al successo, e che il destino avventuroso e maledetto che tanti aspiranti scrittori sognano, che io stesso sognavo anni fa, alla fine è anche e soprattutto un viatico doloroso nel dubbio; perché l'indifferenza, e il tempo necessario a scoprirsi, e il dubbio che ne consegue, sono dolorosi. Ma, come diceva Leopardi, solo dal dubbio può nascere la verità, se nasce. E quanto al tempo, vale per tutti la regola della livella di Totò: dove tempo e livella coincidono, per spazzare via, senza troppi complimenti, tutto ciò che non servirà domani. Visto quanto si pubblica oggigiorno, sarà un’epidemia, mi sa. La mia speranza ultima è di avere degli anticorpi abbastanza forti da reggere il confronto con quelli dei due mostri/maestri citati qui sopra.

venerdì 11 ottobre 2019

poesie in cerca del buono

Leggevo stamattina una recensione del 2011 di Alessio Brandolini ai Costruttori di vulcani di Carlo Bordini (Sossella, 2010) e mi ha colpito in particolare un passaggio in cui Brandolini dice che la poesia di Bordini è "in cerca del buono più che del bello" delle cose. Mi ha colpito perché nel continuo dilemma keatsiano fra verità e bellezza della poesia, la ricerca del buono (che potrebbe ma non necessariamente è verità) mi era del tutto sfuggita e forse, anche per questo, le poesie che leggo di continuo mi sembrano il più delle volte tutte uguali, poesie che cercano di arrivare a un ideale, di bellezza o verità, e si scordano del buono, che è qualcosa che sta più in basso, dunque il più delle volte sono molto belle e molte vere, ma guardano il mondo dall'alto, non scendono più giù del terzo piano (perché soltanto attraverso la distanza riesci a cogliere l'intero). Mentre le poesie in cerca del buono magari non colgono l'intero, anzi, magari sono pure sbagliate, ma camminano per strada, ti prendono per mano.

lunedì 15 ottobre 2018

faccia tosta

La faccia tosta di Salvini che parla al tg della lotta ai "furbetti" che frodano le mense scolastiche, quando la Lega si è imboscata 49 milioni di euro alla luce del sole, giuro non finisce mai di scandalizzarmi.

martedì 17 aprile 2018

vita di un falsario

Yasushi Inoue, capitolo secondo. Ho appena finito Vita di un falsario (pubblicato da Skira nel 2014), un libro breve, lieve, discreto, poetico nel senso più alto del termine, quanto ricco di possibili chiavi di lettura. Nel libro, scritto in prima persona, un giornalista che si occupa d’arte – proprio come Inoue – viene incaricato di redigere la biografia di un noto artista dai suoi figli. L’artista è universalmente riconosciuto come un genio e il lavoro di ricerca appare sulle prime allettante. Invece, annoiato dalla gravità del compito, il giornalista rimanda di continuo la fine dell’opera – per ben tredici anni! – fino al giorno in cui, interessandosi svogliatamente ai suoi dipinti ne scopre delle copie di buona fattura e, preso in una spirale di coincidenze, comincia a incalzare lo spettro di un amico di gioventù dell’artista – artista a sua volta ma senza il talento del primo – che è finito per diventare prima falsario – procacciandosi da vivere attraverso la vendita di falsi dell’altro – e poi produttore di fuochi d’artificio – con l’ambizione frustrante di creare un fuoco dal particolare colore azzurro mai realizzato da nessuno, fino al punto di perderci tre dita di una mano e l’amore di sua moglie. Il falsario muore in solitudine, dimenticato da tutti meno che dall’artista che lo nomina per tre volte nei suoi diari. Si delinea così la biografia casuale, inattesa e indesiderata, di un artista minore che, nell’ossessivo confronto col vero genio e nella sua vergognosa imitazione, non fa che rimarcare la propria incapacità di superare i propri limiti, senza suscitare la pietà di nessuno, nemmeno del lettore. Il reportage di questa sconfitta è a sua volta un falso, in quanto basato sulla vita e sulle opere di personaggi mai effettivamente esistiti ma descritti con tale accuratezza da essere verosimili. Ma, conclude Inoue alla fine del libro, «a questo punto, che si tratti di opere autentiche o di falsi, non ha più alcun significato».

Nell'immagine: Pruno in fiore di Wang Mian

sabato 2 settembre 2017

potere e verità

Due immagini che si sovrappongono stamattina. La prima viene da Tecnica del colpo di Stato di Curzio Malaparte, dove Malaparte scrive che se prendessimo per buone le oleografie che si fanno a posteriori del Duce non si capirebbe come una simile macchietta abbia potuto prendere il potere in Italia a inizio ‘900. Avendolo conosciuto e seguito per un lungo periodo, Malaparte ci dice come il giovane Mussolini fosse in realtà un uomo nuovo (e assai ammirato) nel panorama europeo dell’epoca, moderno, spietato, opportunista e ben conscio dei meccanismi del potere, un uomo realmente pericoloso, insomma. E ciò che, fin dall’inizio, condannò il fascismo aggiunge Malaparte, furono le scorie di cultura cattolica inoculate dalla Chiesa e rimaste ad avvelenare quanto di nuovo Mussolini aveva portato nella politica italiana e per certi versi, per contagio, tedesca. La seconda viene da Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi che sto leggendo in questi giorni, dove Trevi scrive che fin dall’inizio tutti sapevano, avevano capito che Pasolini non poteva essere stato ucciso dal solo Pelosi. Bastava avere un po’ di sale in zucca per arrivarci. E allora perché negarono? Perché, al di là di qualsiasi teoria del complotto, gli ambienti giudiziari e politici negarono persino l’evidenza, quando era tutto così ovvio? Perché il potere, risponde Trevi, si esplica anche in questo modo, sul piano più alto della verità, dicendo che la verità è quella anche quando magari è esattamente il suo contrario. Perché il vero potere è l’affermazione di quella verità sopra tutte le altre, finché a furia di ripeterlo tu finirai per cedere e farti venire un dubbio. E anche questa storia del potere come possesso della verità, pensavo leggendo Trevi, è una bella scoria inoculata dalla Chiesa.

martedì 13 giugno 2017

sincerità (?)

Oggi ho fatto un errore da principiante. Mi ha contattato una ragazza che ha da poco pubblicato un libro di poesie e mi ha dato una copia, e parlandone le ho detto che almeno lei è carina e venderà. Lei all'inizio se l'è presa. Mi ha detto che sono come tutti gli altri, che nel momento stesso in cui le dico che è carina non rispetto tutto il suo impegno nella scrittura e nego la bellezza dei suoi versi. E qui ho fatto l'errore. Perché, proprio per rispetto di quell'impegno, ho voluto essere onesto sui suoi versi come in genere non sono mai, e le ho detto cosa penso delle sue poesie ribadendo che ALMENO è carina e quindi delle copie del suo libro si venderanno, il che secondo me non è un aspetto trascurabile della faccenda. A quel punto, ferita, se n'è andata. E a me è venuta in mente una frase che diceva il personggio di Philippe Gaston a metà di Lady Hawke, che cioè "i momenti più belli della mia vita me li ha dati la menzogna". E visto che la poesia conta poco o nulla alla fine, magari me la potevo risparmiare la mia sincerità. Potevo dirle sorridendo che è tutto a posto, è tutto bellissimo, vai avanti eccetera e tornarmene sereno a farmi i cazzi miei, e forse adesso stavamo tutti un pochino meglio di quello che stiamo.

venerdì 17 febbraio 2017

un altro

Stanotte ho sognato di riscrivere da capo un mio libro, Rivelazione, un insieme di prose poetiche e novelle inframmezzate da una manciata di poesie, e di farne invece un romanzo riempiendo le falle fra le sue molte storie. La cosa fantastica, nel sogno, era vedere le reazioni dei lettori alla sua uscita. Tutti mi dicevano: Ecco, così è più bello, ora sì che si può leggere. Ma alla fine non vendeva una sola copia in più della versione precedente. Mio fratello, da bravo grillo parlante, a commento della cosa mi diceva: Il problema non è la storia in sé o come viene raccontata, ma chi la racconta. Se al posto tuo c'era un altro il libro aveva più successo.