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domenica 4 dicembre 2022

identità


Ci sono quelli che sulle opere d'arte lanciano la zuppa e quelli che chiedono a gran voce la restituzione delle opere depredate durante il colonialismo. “Sono stati loro a rubare”, dice l'artista congolese Mwazulu Diyabanzae dopo aver rubato un manufatto da un museo di Parigi per riportarlo in Ciad, “hanno rubato una parte della mia storia, una parte della mia identità. E io ho fatto quello che farebbero tutti se vedessero un ladro: ho ripreso quello che hanno sottratto senza chiedere il permesso”. Come si vede, al di là delle facili battute, quello dell'identità di una cultura filtrata attraverso la produzione artistica è un tema centrale. Da una parte qualcuno le usa come forma di negazione o protesta, dall'altra come forma di riappropriazione e indipendenza.

sabato 29 ottobre 2022

perfido

 

C’è qualcosa di perfidamente riuscito in questo contrappunto giornalistico. Da una parte sono giorni che scriviamo post contro quelli che fanno attentati alle opere d’arte nei musei dicendo che non ne capiscono il reale valore; dall’altra forse nemmeno noi – come si vede – ne abbiamo capito il senso, nemmeno per guardarli dalla parte giusta.

giovedì 27 ottobre 2022

stupid

Io non riesco più a capire se questa è performance artistica, azione dimostrativa per l'ambiente (ma preferivo Greta), un tentativo di attirare l'attenzione, o come dice una donna durante l'azione qualcosa di stupido. Attaccare la propria testa con la colla a un vetro per me è stupido, però è un pensiero mio. Poi, vabbè, ci sono quelli che ancora sperano di salvare il mondo con le marce per la pace.

martedì 25 ottobre 2022

moda


Et voilà, è diventata una moda. Qualche giorno fa leggevo un pezzo sulla distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001 ad opera dei talebani che, per protestare contro l'indifferenza delle Nazioni Unite, usarono le stesse identiche parole di questi ragazzi: “Cosa ci importa dell’arte e della storia se intanto c’è gente che muore di fame?”. Solo che quella volta i Buddha li hanno distrutti per davvero con gli esplosivi. Per ora pare che questi ragazzi non si spingeranno a tanto, ma domani chissà, magari un mondo sempre più indifferente ci chiederà questo sacrificio. Ma, mi chiedo, a questo punto che differenza c’è tra le motivazioni di questi ragazzi e quelle dei talebani? E ancora, se hanno ragione gli uni, hanno ragione anche gli altri? E ancora, se hanno ragione i talebani, che ci fa una donna in un museo?

sabato 15 ottobre 2022

zuppa e linguaggio

A me quello che più diverte della performance delle due ragazze che ieri hanno imbrattato il quadro di Van Gogh (ben sapendo che era protetto da una lastra di vetro) non è tanto la forma dell’operazione in sé, che se ne fanno di uguali almeno dalle avanguardie – ed è dello stesso tipo di chi ha imbrattato la statua di Montanelli per dirne una più recente – ma è il messaggio che hanno lanciato in contemporanea alla stessa: Perché si spendono tanti soldi per difendere delle opere d’arte mentre ci sono persone che non possono nemmeno riscaldarsi una lattina di zuppa? Che è una domanda talmente basica, anche se provocatoria, che ti viene da chiedere perché tengono ancora le scuole aperte visto che non servono a niente. Mi ha fatto ridere perché chiedono a che pro conservare un manufatto artistico che codifica il nostro immaginario, e di conseguenza il nostro linguaggio, utilizzando lo stesso linguaggio e lo stesso immaginario, tutto studiato nei dettagli: dal colore della zuppa intonato ai fiori di Van Gogh alle magliette stampate nero su bianco perché lo slogan fosse facilmente leggibile, al barattolo di zuppa bene in mostra che è già di per sé una citazione di Andy Warhol (se non è proprio pubblicità all’azienda, che ringrazierà). Nulla è lasciato al caso, tutto molto pulito e televisivo. Involontariamente o no, è talmente costruito come scenario che il messaggio umanitario va a farsi benedire e si parla soltanto dell’opportunità del gesto performativo, visto mille volte perché replica un linguaggio che, paradossalmente, si rifà nell’intimo proprio alla volontà di rompere col passato da cui scaturirono i fiori di Van Gogh o i cieli gialli di Gauguin. Insomma, un gesto di protesta che fa quasi nostalgia. E ti viene appunto da pensare che queste opere si conservano – e vanno conservate – apposta per questo motivo. Perché fra molti secoli, quando la nostra civiltà sarà scomparsa, e ammesso che la razza umana ci sia ancora, qualcuno studiando ciò che abbiamo conservato nei musei potrà ricostruire i nostri pensieri, il nostro linguaggio, com’erano fatti i nostri sogni, e non come facciamo noi adesso, quando ritroviamo delle antiche tavolette con ideogrammi astrusi di civiltà scomparse, a chiederci: chissà chi erano, cosa pensavano, chissà come riscaldavano la loro zuppa.

Postilla, 16 ottobre. Non l'ho nemmeno scritto bene nel post, perché volevo essere gentile, ma è proprio sbagliata l'attacco all'idea di museo, secondo me, che è una struttura pubblica (gratuita tra l'altro) dove si può andare a vedere e studiare la storia della pittura. chiedere nella propria azione perché si spendano soldi per una struttura pubblica di natura culturale, efficiente e aperta, tesa all'arricchimento senza preclusioni di chiunque, mentre ci sono altre urgenze nel mondo come la fame, è un messaggio sbagliato, puro benaltrismo classista. a che serve dare l'arte alla gente che non può mangiare? dategli da mangiare che quello gli serve. i poveri mangino fuori dai musei, che non gli servono, l'arte sia per chi può permettersela... se avessero attaccato una banca almeno. ma no, dovevano prendersela con un museo... 

lunedì 29 giugno 2020

il venero

Per oppormi con tutto me stesso a questo schifo di censura contro la pornografia mi sono fatto delle foto nudo e ho provato a postarle in rete. Subito i social hanno censurato anche me, dicendomi che non solo non scatenavo gli istinti, ma anzi sono la cosa più vicina alla Venere di Willendorf che abbiano mai visto, ovvero pornografico solo a parole, ma soprattutto tondo e vecchio: e di questi tempi qualsiasi cosa respiri che sembri avere più di 40 anni passa inevitabilmente dall’essere “pornografico” all’essere al massimo “sensuale”, seti va bene e sempre secondo comprovati standard televisivi. Io che non sono più né giovane né bello e nemmeno pornografico ero quindi pronto per essere musealizzato: hanno provato a mettermi in una teca accanto alla suddetta Venere di Willendorf, salvo poi censurarmi anche lì perché, villoso come sono (nel porno sarei etichettato come vintage), spaventavo i bambini.