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domenica 4 dicembre 2022

identità


Ci sono quelli che sulle opere d'arte lanciano la zuppa e quelli che chiedono a gran voce la restituzione delle opere depredate durante il colonialismo. “Sono stati loro a rubare”, dice l'artista congolese Mwazulu Diyabanzae dopo aver rubato un manufatto da un museo di Parigi per riportarlo in Ciad, “hanno rubato una parte della mia storia, una parte della mia identità. E io ho fatto quello che farebbero tutti se vedessero un ladro: ho ripreso quello che hanno sottratto senza chiedere il permesso”. Come si vede, al di là delle facili battute, quello dell'identità di una cultura filtrata attraverso la produzione artistica è un tema centrale. Da una parte qualcuno le usa come forma di negazione o protesta, dall'altra come forma di riappropriazione e indipendenza.

martedì 26 luglio 2022

quanti sono

Il signore che viene qui in vacanza tutte le estati mi saluta con particolare trasporto e un sorriso complice. – Ho saputo dei tuoi successi letterari! – Quali successi? – Hai vinto un premio importante! – Quale premio? – Non scrivi libri? – Sì. – E non hai vinto un premio? – No. – Con quel libro dal titolo strano, Spatrièt! – Quello è Mario Desiati... – E tu non ti chiami Mario? – No, mi chiamo Antonio… – E non sei di Locorotondo? – Sììì! – E quanti sono quelli che scrivono a Locorotondo?

venerdì 29 ottobre 2021

ferita

Oggi, scherzando con una ragazza, le ho detto che in fondo al cuore sogno di fare il bookinfluencer. Lei mi ha risposto di no, che non posso. E perché? Perché 'le' bookinfluencer sono tutte donne, non si è mai visto un bookinfluencer uomo di successo. Quindi faccio meglio a rinunciare al mio sogno. Non è colpa mia, è la mia natura che me lo impedisce. Questo mi ha detto la ragazza ed era seria. Io mi sono sentito così discriminato e ferito in fondo al cuore.

giovedì 2 maggio 2019

panico al salone

Un giovedì di panico, quando cerchi di fare l'accredito professionale al Salone del Libro di Torino e scopri che quest'anno sono diventati più fiscali che alla Casa Bianca e ti chiedono: 
1) la foto seria da mettere sul badge, lì dove ti accorgi che fra centinaia che te ne sei fatto non ce n'è una (una sola!) in cui sei serio; 
2) chi è quello vero fra i due: il Vitantonio Lillo-Tarì dei documenti o l'Antonio Lillo che sta sulle copertine dei libri e quando tu rispondi incautamente che sono veri tutti e due, puntualizzano che questo è il Salone del Libro di Torino, mica un romanzo di Pessoa, e dovendo sceglierne una sola ti perdi fra le due identità.

giovedì 6 settembre 2018

se giovanni è morto

Dopo la censura del film di Allen, il secondo gossip della settimana riguarda la poetessa Giovanna Cristina Vivinetto, nota per aver scritto un libro poetico, Dolore minimo, incentrato sulla sua vicenda di transgender. Avendo partecipato a un premio di poesia, il Solstizio Opera Prima promosso dall'associazione Libero De Libero, ed essendo arrivata fra i finalisti, è stata in ultimo squalificata perché si è scoperto che in precedenza, prima cioè dell’operazione, aveva già pubblicato due libri a nome di Giovanni Vivinetto, l’uomo che fu e in cui più non si riconosce. Lei è insorta, con tanto di legali, contro la decisione, dicendo che ciò che fu scritto da Giovanni non è più di Giovanna e viceversa, questione che va oltre i rigidi regolamenti di un premio. In sostanza, la domanda sollevata è: chi è l’Autore e chi è la persona? Coincidono? Io personalmente le ho sempre sviscerate come identità, perché credo che l’Autore vada oltre la persona, da cui attinge sì esperienze ma che poi rielabora in base a un intuito di cui non sempre la persona che lo ospita è cosciente (ciò che talvolta viene chiamata Musa oppure Genio): i rari momenti in cui l’Autore e la persona coincidono, ovvero la persona esprime in ogni gesto, parola, sguardo, la visione più profonda dell’Autore, sono quelli in cui, come diceva Nietzsche, l’uomo guarda nel baratro che guarda l’uomo, situazione insostenibile che a lungo andare rischia di distruggerlo. Questa dualità è anche il motivo per cui, spesso, molti grandi geni dell’arte sono poi state persone sgradevoli, sciatte o anonime. Ecco, mi pare di capire, dalla vicenda sollevata dalla Vivinetto che lei, e chi con lei, sostengano l’opposta posizione – legittima! – quella per cui Autore e persona coincidano perfettamente, motivo per cui, morto Giovanni (se Giovanni è morto), muore anche tutto ciò che ha fatto l’autore in Giovanni, e venuta alla luce Giovanna, ne viene fuori con lei una nuova autrice che, coincidendo in tutto e per tutto con la sua persona, ne ricalcherà la vita fin alla fine. Peccato dunque, perché si è persa una grande occasione di discussione su temi che sono dunque eterni (paternità o maternità dell’opera, coincidenza fra vita e arte, identità dell’Autore, ecc.) che proprio la vicenda della Vivinetto, negli ultimi mesi, sta rinfocolando con grande vivacità.
(A parte questo, però, trovo che se ognuno ha il diritto di difendersi con le unghie e coi denti se si sente minacciato, non si può, prima ancora che venga diffuso un comunicato ufficiale che puntualizzi i motivi della decisione, partire in quarta con una campagna mediatica in cui, basandosi praticamente sul nulla (parole riferite di una telefonata), si aizzano delle persone contro l’associazione del premio (i cui dubbi erano legittimi), e trasformandola in una battaglia per i diritti dei transgender. Da qualsiasi punto di vista la si guardi, è una mossa impulsiva e poco elegante, perché si scherma dietro i problemi di chi subisce discriminazioni costanti e non ha alcun libro di successo da promuovere, né la consolazione di un premio alla fine della querelle. A meno che ovviamente non ho capito io, e in quanto loro portavoce, l'autrice devolve i premi alla comunità LGBD italiana).

venerdì 8 giugno 2018

la maieutica di prodi

Ho appena visto il video, pubblicato da Repubblica, di una intervista di un paio di giorni fa a Romano Prodi, il quale parlando del governo Renzi, definito dagli intervistatori di Sinistra, risponde sarcasticamente: “Ah sì?” prima di nascondere la mano e dire che non vuole occuparsi di politica interna. Mi ha ricordato Matteo Renzi stesso che, alcuni anni fa, parlando di Stefano Fassina che gli faceva opposizione interna, ironizzava: “Chi?” Sembrano semplici stoccatine fra compagni di banco, ma quando le sento mi viene sempre da pensare che la Sinistra è messa più o meno come un romanzo di Pessoa, con così tante identità che delle volte non si riconosce e quando le chiedi di darti delle certezze su cos’è oggi la Sinistra (cioè di definirsi una buona volta) invece di rispondere procede per punti interrogativi e negazioni, finché non ti arrendi all’evidenza che non ci sono risposte, in effetti, soltanto dubbi morali su questioni irrisolte. In compenso, su quello che sono gli altri la Sinistra ci vede benissimo e non ha dubbi. Parlando dell’attuale Governo, infatti, Prodi lo definisce senza esitazioni di Destra. Quando gli chiedono se è convinto della cosa, lui, maieuticamente, risponde alla domanda con un’altra domanda: “Perché, cosa lo chiami tu, di Centro?”

lunedì 23 gennaio 2017

message in a bottle

Mi è appena arrivata una mail di spam dal mio stesso indirizzo e-mail che diceva così: Saluti Antonio Lillo, ho letto un tuo articolo recente e ho pensato a te, ti prego di leggere qui e dirmi anche tu i tuoi pensieri, poi linkava un MESSAGGIO che non ho aperto, e finiva così: Ti saluto cordialmente, Antonio Lillo. La mail era indirizzata da me stesso a me stesso e, per conoscenza, ai poeti Sergio Zuccaro e Stefano Dal Bianco. Borges su una storia così ci stappava la bottiglia di vino buono.

domenica 18 dicembre 2016

spoiler di guerra

Ho letto un libro bello, di forte sapore onirico, I cento uccelli di Tonino Guerra. È diviso in tre parti ben distinte, brevissime, dalle atmosfere rarefatte, ma assai raffinato nella struttura. Nella prima parte un uomo si aggira alla ricerca della moglie scomparsa per una Roma lussureggiante e africana (molto simile per certi aspetti a quella della Grande Bellezza di Sorrentino), prima in compagnia di una donna, poi di altri strani personaggi, fino a scordarsi egli stesso della moglie (che vi ricorda? A me L’avventura di Antonioni, di cui Guerra fu uno degli sceneggiatori). Alla fine della prima parte l’uomo ritrova la moglie che però, anche se identica, non gli pare più la stessa donna che aveva sposato, fa l’amore con lei ma non la riconosce, addirittura sospetta abbia una seconda vita. La donna scompare di nuovo, senza troppo rumore. Nella seconda parte del romanzo l’uomo decide di allontanarsi da Roma per recarsi nel suo luogo di origine, un paesino del centro Italia devastato dal terremoto, in cui comincia a convivere con un vecchio pazzo che gli ricorda suo padre, un mendicante sopravvissuto al crollo che si aggira fra le macerie come un primitivo, e che assiste nelle ultime ore fino a ritrovare nella sua morte una sorta di epifania che trasformerà anche lui in una nuova persona. Nell’ultima parte del romanzo c’è uno slittamento del punto di vista. Parla un investigatore privato (che a me ha fatto pensare tantissimo al protagonista di Pulp di Bukowski con qualcosa del Gorilla di Dazieri) che rivela come l’uomo lo paghi fin dall’inizio per farsi seguire, in quanto ha paura di scomparire perdendosi nei meandri della propria mente. L’investigatore lo tiene d’occhio, registrando persino gli incontri casuali o finto casuali con questa donna che non si capisce se sia sua moglie o meno, fino ad assistere alla morte apparente dell’uomo. Il tutto in un libriccino lungo circa 80 pagine che ci rammentano di un Tonino Guerra romano, di quando ancora scriveva per il cinema e il periodo rurale di “l’ottimismo è il profumo della vita” era cosa lontanissima. Prefazione di Italo Calvino. Ve l’ho raccontato tutto, facendone lo spoiler, perché dubito che qualcuno a parte me se lo compri, e almeno così sapete che questo libro è esistito.

lunedì 28 novembre 2016

piccolo sogno kafkiano

A un certo punto viene fuori che A. è un bugiardo della peggior specie. La sua bugia maggiore consiste nel fatto di non essere, con grande imbarazzo, come gli altri lo volevano. E lui, per non dispiacer nessuno, finge di essere per gli altri i tanti A. che ognuno gli chiede, fino al punto di confondersi e non riuscire più a riconoscersi fra i tanti suoi lui. Ne viene fuori una lunga teoria di copie sfocate e senza più un originale a cui tornare per credersi ancora una persona reale, e non soltanto un personaggio inventato dagli altri per caso o per capriccio, per tappare un buco, uno spazio vuoto. Fino al punto che, ormai abbandonato e sul punto di scomparire, arriva a ringraziarli tutti, uno per uno, perché obbligandolo a essere chi non era mai stato, gli hanno almeno dato la possibilità di vivere e di giustificare, in loro, la sua stessa esistenza.

domenica 9 ottobre 2016

gozzovigliare all’ombra dell’autore

Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco. 
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo? 
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.

sabato 30 maggio 2015

la mecenate

Ho conosciuto una vera mecenate. Una che insomma si definisce una mecenate. Ha i soldi e in questo è già una mecenate, ed è talmente mecenatesca che usa questi soldi per favorire l’arte e soprattutto gli scrittori in cui crede, ed è a tal punto dedita alla sua missione che – per paura di sbagliare caratura artistica – dà una mano agli scrittori, ma solo se pubblicati da Mondadori. L’ho conosciuta, appunto, a una presentazione Mondadori. Mi hanno presentato come scrittore e lì per lì, confuso fra i pezzi grossi, in un impeto di entusiasmo mi ha passato il suo biglietto da visita. L’ho contattata il giorno dopo per presentarle il mio progetto editoriale e lei, forse presa dal dubbio, mi ha chiesto se avessi mai pubblicato con Mondadori. Al mio no ha risposto così: «Mi scusi, credo ci sia stato un errore, ha di certo sbagliato persona».

sabato 11 maggio 2013

possesso

C’è una ragazza che ha deciso di cancellare ogni parte di sé dalla mia vita.
Così, per eliminare ogni traccia, mi dice di distruggere tutto, ogni poesia o dedica, ogni foto che le ho fatto. Lei stessa ha già provveduto, senza nemmeno informarmi, a regalare in giro i miei regali. Sei troppo legato alle cose, mi dice.
Le dico di no, non voglio distruggere nulla, sono mie creazioni. Lei allora mi nega il permesso di usare qualsiasi foto contenga la sua immagine e chiude la conversazione con un grazie. Ma la domanda resta a lungo nell’aria. Di chi è quell’immagine fotografata?
È sua perché la rappresenta? E dunque la foto di una strada o di un gatto o di un mazzo di fiori è proprio della strada o del gatto o dei fiori? E non mia che ho fissato il momento, l’incastro perfetto di luce e sentimento?
Quell’immagine è anche mia, penso. Ma spiegarle che per me, nel suo essere perfetta e bidimensionale, la fotografia livella tutto, ogni moto del cuore, ogni storia allo stesso linguaggio, risulta già più complicato.

sabato 1 settembre 2012

identità

Ho sempre immaginato che mio nonno ci nascondesse dei segreti, che ne so un passato non detto o delle identità alternative. Basta guardargli le mani grandi, scavate intorno alle vene come corteccia, per ritrovarci i segni di una qualche parentela con animali fantastici, come le zampe di una tartaruga di mare o gli artigli dell’ippogrifo. Anche quando sonnecchia, durante il telegiornale, si agita sulla sedia come un gattino che stia cacciando la sua preda.