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martedì 9 luglio 2024

ciò che il pubblico vuole

Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.

martedì 2 luglio 2024

venire a patti col vuoto

Senza una vera ragione, da ieri continuo a pensare a Ernst Lubitsch. Lotte H. Eisner, massima autorità critica del cinema tedesco del 900, lo trovava sgradevole come uomo, sopravvalutato come regista e insignificante come artista. Non salvava dalla gogna neppure capolavori come “Ninotchka” o “Vogliamo vivere”, eppure non era certo una stupida, anzi. Billy Wilder invece lo indicava come suo maestro assoluto, al punto da avere la massima «How would Lubitsch do it?» appesa sul muro dell’ufficio. Eppure la maggior parte del pubblico oggi lo ignora, se non attraverso i mille remake dei suoi film, nessuno dei quali all’altezza degli originali. Straordinario, penso, come per quanto ti possa sforzare di esprimerti al tuo meglio non ci sarà mai unanimità sul tuo lavoro e passerai la vita cercando di arrivare al pubblico, nella speranza che ti capiscano, senza per questo riuscire a raggiungerli tutti. Venire a patti col vuoto.

venerdì 29 marzo 2024

sogno della valigia

Nel sogno devo partire per il prossimo viaggio e per questo tutti i miei amici vengono a trovarmi a casa per salutarmi. Le sedie non bastano per tutti, così le cedo a loro e resto seduto per terra, a gambe incrociate, accanto alla mia valigia che è talmente grande e appariscente da sembrarmi volgare. Parlo con tutti con piacere sincero e dedico a ciascuno un sorriso, persino a chi mi rinfaccia di trovarmi eccessivamente dimagrito e stanco provando a passarmi un piatto di minestra. Soltanto dopo, quando arriva l’ora di andare mi accorgo che le mie gambe non si muovono, si sono addormentate. Così i miei amici che sembrano già sapere tutto mi aiutano. Aprono la valigia, che è vuota, mi prendono con cura per non farmi male e mi depositano al suo interno, accomodandomi gambe e braccia e richiudendola con la sicura. A questo punto non vedo più nulla, sento le scosse e i rumori del trasporto mentre vengo accompagnato verso non so dove, e mi rendo finalmente conto che se è vero che dovevo partire non conoscevo ancora la meta. Sono lucido nella valigia e questo mi spaventa. Sospetto addirittura di essere morto. E se la morte fosse questa perenne vigilanza anche dopo che ti hanno rinchiuso al buio, sarebbe orribile. Per fortuna si sentono molti rumori di strada e questo mi fa compagnia. Ma la valigia viene riaperta e mi ritrovo in una nuova stanza piena di gente che non conosco, seduta o in piedi, che parlotta distratta di fronte a me. Qualcuno mi tira fuori dalla valigia e poiché non ho più forza negli arti, che ricadono giù come se fossero disarticolati, come se io stesso fossi ormai trasformato in un burattino, mi depositano per terra, con le spalle appoggiate contro la valigia, e mi richiedono di descrivere la mia storia e parlare di come sono arrivato fin lì. Io lo faccio al meglio che posso, o perlomeno ci provo, ma la gente non mi ascolta, eppure ogni volta che ho finito qualcuno dal pubblico si volta a guardarmi e mi chiede: Scusa, non abbiamo capito, puoi ripetere? E a me, anche se sono intimidito, per una sorta di meccanismo interno o forse soltanto perché non mi sento pronto a tornare nella valigia, prende la voglia di fare meglio e ricomincio a raccontare da capo.

mercoledì 6 marzo 2024

il capolavoro

“PLAY SOMETHING WE KNOW!" suonaci qualcosa che conosciamo, grida una ragazza dal pubblico (in una sorta di remake di quella volta in cui 60 anni fa qualcuno dal pubblico lo chiamò Judas perché aveva stravolto il suo suono elettrificandolo) ripresentando l'annoso problema di ogni artista, se ripetersi all'infinito per assecondare il pubblico o "tradirlo" e andare avanti per la sua strada in nome di quella cosa chiamata ricerca artistica. Dylan potrebbe mandarla a fanculo come aveva già fatto 60 anni fa, invece ci pensa su e risponde suonando, in una versione rigorosamente riarrangiata, "When I paint my masterpiece", quando dipingerò il mio capolavoro. Genio.

 

sabato 10 febbraio 2024

vittimismo

Siccome sono poeta come tutti, conosco anch’io, come tutti, l’autocommiserazione, quel particolare sentimento per cui si arriva a credere, e dire apertamente, che ci escludono, che siamo incompresi e messi da parte da un sistema che non riconosce i nostri meriti. Un po’ è vero, intendiamoci, e un po’ è vittimismo, che capisco. Capisco un pochino meno un autore che sta sempre a lamentarsi di essere vittima del sistema e dei poteri occulti che ci governano, ma contro cui lotta lanciando i suoi strali da un’assai poco democratico social network dove una volta scrisse “basta, sono avvilito e me ne vado”, per quel post prese più di 2500 like e il giorno dopo era già tornato; oppure dice di essere stato fatto fuori dall’ingrato sistema editoriale, poi però lo vedi pubblicare non per qualche scalcagnato micro-editore indipendente, ma per case editrici di prestigio e di sistema come Einaudi, Il Saggiatore e Feltrinelli. Tant’è, conosco il mondo e le prendo come classiche contraddizioni di un ego artistico irrequieto e sensibile, e visto che non è uno scemo e scrive anche cose molto belle lo leggo sempre con piacere, mettendo da parte certe sue uscite che non condivido. Ciò detto, quelli che proprio non arrivo a capire sono coloro che gli vanno dietro adoranti e lo incensano e difendono come un vate, senza prendere mai un minimo di distanza critica. I suoi 2500 lettori. Ma veramente non si accorgono che il re, come ogni re che si rispetti, qualche volta è nudo e si contraddice nei suoi stessi atteggiamenti come tutti noi comuni mortali? O lo vedono e restano zitti? E se restano zitti, perché? E soprattutto, a questo punto, in quale contro-sistema vivono?

lunedì 8 gennaio 2024

il nemico

Stamattina ho letto un post scritto da una famosa scrittrice italiana (Policastro) contro un famoso scrittore (Arminio) il quale è molto amato dal pubblico, ma non particolarmente apprezzato da una parte del mondo letterario per come ha abbassato il livello e le ambizioni della propria ricerca stilistica per avvicinare un pubblico più ampio. Fra gli altri, sotto il post della Policastro, c’era un commento (Bortoli) che mi ha particolarmente colpito perché diceva più o meno così: “io non ce l’ho con Arminio perché è famoso, ma perché aveva talento, ha fatto molte belle cose, poteva farne ancora, ma si è venduto”. Sulla prima parte sono anche d’accordo, ma è su quel “venduto” che mi si è accesa una lampadina che non riesco a spegnere. Mi sono chiesto: Ci si vende a chi? Ma al nemico, al diavolo, alla parte avversa! E io continuo ad arrovellarmi su chi sia il nemico. È il successo? È il pubblico? È il mercato? (Ma il mercato non fa che assecondare i gusti del pubblico). È un pubblico più ampio, quindi è la massa? Sono quelli che pagano, i consumatori? Ma quindi i consumatori non sono pubblico? E quindi chi compra i dischi dei Beatles, che muovono milioni di copie, non sono pubblico? Chi è il nemico? È dove sta rispetto a me? Mi sta di fronte o di fianco? E da che parte sto io rispetto a un Arminio, ma anche rispetto a una altrettanto paradigmatica Policastro? Perché non avendo lo stesso loro pubblico che nobilita il mio curriculum, non sono sicuro che lei possa considerarmi un suo pari almeno quanto non sono sicuro che lo possa fare lui. Il talento non mente, diceva Benjamin, ma un talento senza pubblico non fa nessuna differenza sul piatto della bilancia. E quindi rispetto al pubblico, da che parte sto io? L’ho mai guardato in faccia? E se capitasse, lo riconoscerei? Gli ho mai chiesto cosa vuole da me, se qualcosa vuole? E mio dovere qual è? Vendermi ad esso, oppure tradirlo? E se lo incontro, cosa gli dirò? Continuo a chiedermelo, un po’ come mi chiedevo chi sono i barbari di Kavafis, in attesa di incontrarne uno.

martedì 12 dicembre 2023

la jura

Ne parlavo prima al telefono col Corsi, non so se sia stata una scelta concordata o meno – a me sulle prime ha lasciato perplesso – ma l’idea del titolo dell’intervista ad Arminio sul Corriere, sullo scrivere “dopo aver mangiato pesante” (corrispettivo prosaico dello scrivere con un peso sullo stomaco, o come si dice qui da noi con la jura addosso, il folletto che di notte ti si pianta sopra e ti toglie il respiro e il sonno) è stata una gran trovata pubblicitaria per farsi finalmente condividere un articolo proprio dai poeti che non lo amano, ma che sono forse quelli che, con lo scopo di irriderlo, l’hanno maggiormente spammato, più dei suoi stessi follower. Purché se ne parli dunque? Visto che nessuno legge più nessuno o quasi, mi verrebbe quasi di dire sì. Del resto il pubblico di Arminio, quello che gli compra effettivamente i libri, non è certo fra i poeti (che notoriamente comprano pochissimi libri di poesia), ma dall’altra parte, dalla parte proprio di chi odia i poeti, li trova ridicoli o non li capisce, non ne capisce i codici, ma ne sente ugualmente il bisogno (perché il poeta, vuoi o non vuoi, è un archetipo sociale: una società senza poeti è una società morta) e allora sceglie di affidarsi a quest’autore che asseconda un po’ troppo i gusti del suo pubblico, che non è il pubblico risicato dei poeti, con tutti ciò che ne consegue: io ad esempio non scorderò mai una volta che una signora, che evidentemente non frequenta abitualmente il mondo della poesia ma segue Arminio, lo rimproverò in un commento di aver scritto una (buona) poesia sulla morte, perché la morte è una cosa brutta e triste e non se ne dovrebbe parlare in versi. È uno strano cortocircuito, a modo suo. Di certo, e questo posso dirlo visto che mi ritrovo anch’io dall’altra parte della scena, di poeti che condividono con piacere interviste ad altri poeti che non siano loro o qualcuno dei loro o qualcuno che vogliono portarsi a letto, io ne conosco veramente pochi.

sabato 11 novembre 2023

questioni

Approfitto del sabato per fare un post lungo che probabilmente non verrà letto e faccio alcune considerazioni editoriali partendo dai due titoli di Pietre Vive che stanno vendendo di più in questa seconda metà dell’anno. I due libri sono “Voce del verso animale” di Massimo D’Arcangelo e Teodora Mastrototaro illustrato da Revers Lab, uscito a giugno, e “Salvare il necessario” di Clery Celeste, uscito appena un mese fa. Vendono continuamente e, cosa per me nuova, vendono moltissimo su Amazon. Questo mi porta a rimuginare da alcuni giorni su diverse questioni. 
Primo: quando dicono che spesso il libro non vende perché l’editore non si impegna per promuoverlo o manca la giusta distribuzione può essere vero, ma non sempre, ad esempio entrambi i titoli sono usciti a ridosso di un periodo per me molto difficile sul piano personale, quando non ho potuto seguirli come avrei voluto, ma le vendite in sé dimostrano che non sono loro che hanno bisogno del mio lavoro, casomai sono io che ho sempre più bisogno, per il mio lavoro, di titoli così, che vendono a prescindere. 
Secondo: tali vendite non vengono influenzate dalle recensioni – per le quali spesso si devono investire giornate fra chiamate, email, ammiccamenti, favori, richieste di spazio, spedizioni in PDF o in copie omaggio. Le recensioni, qualsiasi libraio lo sa bene, servono a poco o nulla per vendere i libri, si fanno e si dovrebbero fare per una circolazione delle idee, per fare bibliografia, per far conoscere un autore in cui si crede, ma non mi è mai capitato di vendere un libro subito dopo l’uscita di una bella recensione, mentre di recente mi capita spesso di ricevere degli ordini dopo una bella foto o una storia su IG. 
Terzo: questi due titoli vendono, a mio parere, indipendentemente dalla poesia, dal fatto cioè che sono scritti in versi. Sono ottimi versi, ma i versi sono il mezzo, non il fine dell’acquisto: i libri potrebbero contenere lavori di tutt’altro genere e venderebbero ugualmente perché nella maggior parte dei casi chi li acquista non lo fa per il godimento estetico, che pure c’è (ma è un surplus), ma per affiliazione a una causa o a una persona: “Voce del verso animale” vende prevalentemente per il messaggio antispecista che lancia ed è acquistato da una comunità di persone che fa rete per quello; e così credo sia in parte anche per Clery, che come mi dice un amico che la segue è una vera e propria influencer, ma non per le poesie, per il suo lavoro con le Rune. In questo caso c’è “anche” un pubblico di lettori di versi che si aggiunge al primo, perché Clery è effettivamente un’autrice di talento, ma non sono così pronto a scommettere che il secondo pubblico prevalga numericamente sul primo. Anzi, sono più propenso a scommettere che se Clery promuovesse un manuale sulle Rune venderebbe ancora di più, mentre se Clery vendesse soltanto i suoi versi in quanto semplice poetessa, non venderebbe con lo stesso ritmo. E mi chiedo: quanti fra coloro che scrivono versi oggi sono pronti a scommettere di vendere – se vendono – i propri libri unicamente per la qualità della loro scrittura e non per motivi obliqui alla stessa? 
Quarto: tutto ciò avviene, per me, nel paradosso di Amazon, che sta diventando il metodo più diffuso per l’acquisto e mi mette in contraddizione coi miei principi. Perché Amazon (che paga regolarmente ed è una buona alternativa a scomparire divorati dai distributori) è realmente l’incarnazione di un sistema di sfruttamento globale che tende alla disumanizzazione dei suoi impiegati: non lo dico io, basta un qualsiasi reportage per informarsi. È tutto ciò in cui io non credo dal profondo. Eppure è su Amazon che si vende di più, sempre di più, e questo persino in conflitto di ideali: ad esempio, mi capita di spedire copie di “Voce del verso animale” a vegani che rifiutano categoricamente il consumo di carne e poi acquistano attraverso Amazon che basa i suoi ritmi di consumo, e di risparmio, sul perfezionamento scientifico della catena di montaggio (che è la stessa filosofia alla base degli allevamenti intensivi). È una cosa che mi lascia perplesso, ma che non posso combattere, e visto che non posso combatterla mi ci sto bene o male adeguando. Va aggiunto però a onor del vero, e perché non tutto è sempre nero o grigio, che quest’ultimo libro ha favorito una raccolta fondi, tutta basata sul passaparola, per un santuario (Ippoasi) e questa è una cosa bella, luminosa, che mi riempie di orgoglio e mi ripaga in parte dei mille dubbi che circondano ogni giorno il mio mestiere.

venerdì 6 maggio 2022

l'informazione libera

Oggi ho ripensato a quando facevo il giornalista. Una volta scrissi contro un gruppo neofascista locale, venni minacciato più volte (telefonate notturne, insulti, una volta mi fermarono per strada per menarmi), tutti si indignarono, ma nella sostanza venni lasciato da solo. Un’altra, per difendere un lettore, scrissi una cosa contro un sindaco: questi mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che mi avrebbe fatto “cacare sangue” (parole sue): venni lasciato solo. Un’altra volta, durante una conferenza, feci una domanda antipatica a un politico, venni insultato pubblicamente, pretesi delle scuse, il politico si scusò e mi strinse la mano per far pace. Qualcuno ci vide e il giorno dopo si diceva in giro che mi ero fatto comprare. Una volta facemmo col mio giornale, molto prima del processo, un approfondimento sull’Ilva: i lettori ci scrissero lamentandosi che a loro dell’Ilva non gliene fregava nulla, ci dava lavoro, punto, invece volevano notizie dell’assessore pizzicato in un parcheggio con una donna. Un’altra volta parlammo del fallimento poco chiaro di un’azienda che avrebbe lasciato molti col culo per terra. I lettori mi scrissero che ero diventato noioso, che quella era una storia vecchia e l’agricoltura non serviva a nulla, il futuro del territorio era il turismo, come in effetti è stato con esiti a volte discutibili. Questo più di dieci anni fa, prima che mi disgustassi al punto da non volerne sapere più nulla. Ogni tanto leggo qualcuno che si lamenta perché la nostra informazione non è libera. Perlomeno io non sono mai stato ammazzato da nessuno, anche se a volte ho temuto mi ammazzassero il gatto per ripicca. Ma a me pare che spesso non sia libera anche per colpa del pubblico, che è complice. Perché ogni informazione di merda è fatta per il pubblico di merda che si merita. Pubblico che vuole informazione poi vota per vent’anni Berlusconi, che devasta il paese con l’abusivismo edilizio poi si lamenta della volgarità e del gossip. Vogliono vendetta per ogni male, ma ti chiedono di farla per loro (quante “soffiate” che ho ricevuto), ma se appena appena li deludi allora sei un venduto. E se dici loro ciò che sono se la legano al dito, oppure applaudono come se fosse divertente sentirsi dare degli stronzi. Del resto si sa, gli stronzi sono sempre quelli ai lati.

venerdì 21 maggio 2021

funghi

 Ieri a Bologna in Lettere si è parlato (anche) di John Cage, così, stimolato dalla chiacchierata, sono andato a leggermi alcuni aneddoti su di lui. Ce n’è uno bellissimo che ho letto dove nel 1959 Cage partecipa a “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno come esperto di funghi. Non solo vince il premio, ma già che c’è gli chiedono di esibirsi in una performance. L’esibizione lascia allibiti sia il pubblico che lo stesso Mike, il quale (ancora ammirato per la sua competenza sui funghi) si avvicina a Cage e gli dice: “Bravissimo Sig. Cage, ora che ha vinto cosa farà, torna in America?”. Cage gli risponde: “Io vado, ma la musica resta”. E Mike: “Ah, lei se ne va e la sua musica resta qui? Ma non era meglio il contrario?”. Ecco, l’ho trovata la cosa più vicina che ci sia oggi in Italia al rapporto del pubblico con la poesia. Il poeta se è simpatico può rimanere, ma la poesia meglio di no. Il problema è quando il poeta è antipatico, non resta più nulla.

lunedì 2 novembre 2020

le termopili

Una cosa che sto capendo in questi mesi è che per quanto impegno tu ci possa mettere, o dedizione alla qualità, questi non basteranno mai a tenerti in piedi come editore di poesia, perché quello che manca non è né la dedizione né la qualità, e nemmeno i bravi poeti, ma il pubblico che compra i libri. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, fare “proposte molto concrete” (Brecht), ma se persino gli addetti a lavori dovendo scegliere fra un libro in versi o uno in prosa sceglieranno la prosa, se dovendo scegliere fra il libro in versi di un vivente e un classico sceglieranno il classico, la strada è segnata. Persino se riscuoti la fiducia dei lettori. Ieri ad esempio una mia follower mi chiedeva: “mi consigli un libro da leggere? Non di poesia però” e così le ho consigliato il libro di un altro editore. Ecco, così è tutta la mia vita editoriale. C’è un pubblico della poesia? Sì che c’è, sta lì come l’esercito spartano alle Termopili. Resiste all’avanzata del nemico, è straordinario nel suo coraggio, ma sempre di 300 persone si tratta. Ecco allora che comincio seriamente a pensare che la poesia, e l’editoria di poesia, proprio come il teatro e altri linguaggi artistici minoritari, andrebbero sovvenzionati con contributi pubblici specifici, se vogliamo riconoscergli una dignità d'arte unica e fondamentale. Perché oggi la poesia, così come la vivo sulla mia pelle di editore, è considerata un genere “non indispensabile allo sforzo produttivo” per dirla come Toti. Ci si indigna tanto, a parole, per la volgarità della definizione, si scrivono post infuocati e sprezzanti, ma la sostanza agli occhi dei lettori, di moltissimi librai e del mio commercialista è quella.

mercoledì 3 luglio 2019

musica per organi caldi

Al bar due amici mi chiedono:
"Ma fai una presentazione questo fine settimana?"
"Sì, Giovanni Laera, un poeta di Noci..."
"Ah!" mi dice uno dei due, "l'unico poeta di Noci per me è Enantino, non ce ne sono altri..."
"Infatti è lui..."
"Come è lui?"
"Sì, sono l'editore di Enantino" e gli passo il libro da guardare.
"Cazzo, lo adoro Enantino, se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"E se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"Sì, ma se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito..."

venerdì 28 dicembre 2018

quando il re è nudo (ma nessuno glielo dice)

In genere, per “deformazione professionale”, ormai alle presentazioni sto sempre da una parte sola, quella di chi presenta o al massimo è presentato. Ieri mi è capitato di essere alla presentazione del libro di un amico, seduto nelle ultime file, e mi sono ritrovato a scoprire come si sta dall’altra parte del fosso. Così, vi dico, a destra mi sono ritrovato una signora, raffreddatissima, che continuava a soffiarsi il naso con una pezza intrisa di muco mentre faceva ricerche sul cellulare sui tumori al cervello; dall’altra parte avevo una giovane ragazza con suo figlio che continuava a ripeterle, agitandosi e scherzando: “Mamma, non è vero che ho scoreggiato”, cosa palesemente non vera, vista l’aria che tirava. In tutto questo, io che credevo di essere quello serio e compito del gruppo, mezz’ora dopo, al pub, sono stato redarguito da un altro amico di andarmene in giro con la cerniera dei pantaloni aperta. Ecco, tutto questo per dire – a parte l’ovvia lezione morale – che stamattina mi sono ritrovato a immaginare a tutte le volte che potrei aver presentato un libro con la cerniera aperta. Se così è stato e non me lo avete detto, siete delle brutte persone.

domenica 31 dicembre 2017

messaggio di fine anno alla nazione dal poeta lillo

Gli ultimi giorni, per me, sono stati caratterizzati da due libri e da un film che mi sembrano chiudere l’anno con un messaggio ben preciso che voglio condividere. I due libri sono I detective selvaggi di Roberto Bolaño e Il fucile da caccia di Yasushi Inoue. Il film è il reportage Castelporziano. Ostia della poesia di Andrea Andermann. Tutti e tre parlano di poeti e di poesia, di cosa sono e di cosa vorremmo che fossero. In particolare il festival di Castelporziano del 1979, di cui ha scritto Guido Mazzoni su Le parole e le cose segna un momento cruciale della nostra letteratura, quello in cui la poesia, per le masse, smette di essere linguaggio più o meno accessibile e diventa prodotto. C’è un momento terribile del film, che già di per sé mette grande tristezza e imbarazzo, in cui, dopo che per circa un’ora ci si interroga su cosa sia la poesia in uno scontro all’ultima battuta fra pubblico e scrittori, senza riuscire a dare una sola risposta che paia credibile, quelli della tendopoli protestano di sentirsi incazzati perché nessuno dei poeti invitati al festival – gente come la Rosselli, Bellezza, Viviani, Conte, Cavallo, Zeichen ecc. – è riuscito a incarnare ciò che per loro “è” la poesia: in altre parole la poesia non è riuscita a soddisfare l’idea che se ne erano fatti, rifiutando di lasciarsi circoscrivere a mera rappresentazione di se stessa. Che è, sempre, tutto ciò che fa e dovrebbe fare l’arte, anche a costo di sfidare apertamente il proprio pubblico. Sui Detective Selvaggi non mi addentro, sarebbe inutile, ma mi entusiasma che i protagonisti indiscussi del romanzo siano poeti. Lo dico soprattutto per i tantissimi lettori che lo adorano ma non leggono un solo verso di poesia, e tolti i classici – i vari Octavio Paz che Bolaño odiava – non saprebbero da dove cominciare a definire il mondo in cui si immergono. Eppur si muove, è fatto di poesia e in esso trovano respiro. Ancora un poeta è il motore scatenante del libro di Inoue: la sua decisione di pubblicare una poesia ispirata da un fucile muove alla confessione dei propri oscuri sentimenti un traditore infelice, il quale fino a quel momento non immaginava cosa potessero scatenargli dei versi ben indirizzati al bersaglio: ciò che per convenzione chiamiamo “cuore”, ma che va ben oltre, alla radice del nostro sentire noi stessi, il paesaggio in cui siamo e l’enorme rete di rapporti che ci definisce come individui. Ecco, quel che mi auguro per l’anno che verrà, per me e per tutti, è di mettere da parte dubbi e preconcetti, di non ragionare troppo a mente fredda, chiedendoci cosa sia o non sia la poesia e se può esserci utile, se siamo o non siamo adatti a prenderla, se siamo alla sua altezza oppure no, ma di lasciarci andare, penetrare, acuendo i nostri sensi all’infinto. Non neghiamoci la possibilità di una nuova rivelazione per il solo fatto che pensiamo di essere altro o di meritarci altro che una manciata di versi – e quante volte ci siamo detti: “pensavo di essere diverso da quello che poi mi sono rivelato”? – ma siamo e basta, animali istintivi, mostriamo il petto nudo pronti a quel colpo di fucile che si spingerà dentro la carne, nel sangue, fino al nostro centro, fino a esplodere in ogni nostro atomo. E godiamoci il momento in cui, feriti, ci sentiremo vivi, liberi, fragili e innocenti. Tutto ciò non potrà che renderci migliori.

venerdì 4 agosto 2017

il pidocchio

Mi contatta un tipo, un giovane professionista che dice che ama leggere e mi chiede se può venire da me in studio perché è interessato a vedere i nostri libri e vuole comprarne qualcuno. Aggiungo che, a parte uno, tutti i nostri titoli non superano mai i 10 euro proprio per incentivare l'acquisto e la lettura. Il tipo se li guarda tutti, sfogliandoli e ripetendo: "Ma che belli! Ma che belli!" Se li rigira fra le mani per un'ora buona senza mai decidersi. Alla fine ne compra uno da 5 euro e quasi mi implora, mi elemosina di regalargliene un altro (da 10 euro) perché i libri gli piacciono ma è un po' a corto di soldi. Io i libri li regalo anche se vedo dell'interesse, ma in questo caso mi sento a disagio e non lo faccio. Poi usciamo a farci un giro e, fermandoci in un locale sul lungomare, lo vedo ordinare e bere di fronte a me tre cocktail, uno dietro l'altro, e pagarli senza farsi problemi. "Per quelli ce li hai i soldi" gli dico a un certo punto. E lui, facendo il simpatico, mi risponde: "Bere mi mantiene giovane!" Ma anche pidocchio, penso io fra parentesi. E per un attimo penso che tutto sommato preferisco quelli che nemmeno fanno finta di interessarsi ai libri, che non mi chiedono di svendergli il mio lavoro tanto per fare i letterati del cazzo, e invece si riversano direttamente nei locali a buttare i loro soldi in alcolici. Almeno non sono ipocriti, e non fanno finta di amare una poesia che nemmeno riescono a vedere.

giovedì 6 luglio 2017

una facile allegoria

Festival del Libro Possibile di Polignano. Mi trovo ad assistere a due presentazioni una di seguito all’altra: Davide Rondoni, poeta, e Antonio Dikele Distefano, romanziere di successo per teenager. All’inizio dell’incontro con Rondoni in piazza siamo sei-sette persone. Alla fine la piazza è piena, soprattutto di ragazzi venuti per vedere Distefano. Prima di lasciare il palco Rondoni ringrazia l’autore dopo di lui (che non conosce) per avergli “prestato” il suo pubblico, senza il quale avrebbe rischiato di finire come una voce nel deserto. Distefano, di contro, salito sul palco ringrazia l’autore prima di lui (che non conosce) per aver detto cose così belle e intelligenti sull’amore da metterlo nella necessità di appuntarle all’istante sul suo cellulare. In quello scambio di saluti ho visto nitidissimo il mio futuro di scrittore.

domenica 16 aprile 2017

investire nel proprio pubblico

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato. 
Le domande da porsi sono dunque, secondo me: 
Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico? 
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?
Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)? 

[Valentina Durante in risposta al post di Giulio Mozzi in risposta al post di Gilda Policastro che cita Gabriele Frasca in risposta al responso critico del libro di Teresa Ciabatti e senza contare talune stroncature moraliste all'ultimo di Walter Siti]

venerdì 17 febbraio 2017

il giudizio più triste che ho letto su paterson

Già odio la mia quotidianità grigia e senza scampo. Perché dovrei amare un film che fa del suo centro la stessa quotidianità che vivo io, dicendomi che in essa v'è racchiusa una poesia che io non sono in grado di vedere?

domenica 9 ottobre 2016

gozzovigliare all’ombra dell’autore

Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco. 
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo? 
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.

sabato 1 agosto 2015

rispetto

Me la ricordo ancora una vecchia intervista di TV Sorrisi e Canzoni in cui chiesero ai presentatori dell'epoca, parlo di vent’anni fa, cosa fosse più importante per chi lavora nello spettacolo e tutti (Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Corrado ecc.) risposero con molta eleganza «il rispetto del pubblico» e l'unico fuori dal coro, Mike Bongiorno, rispose: «gli sponsor!» Mike la sapeva lunga. Mica per nulla è finito in un saggio di Umberto Eco sui nostri tempi e gli altri no, con rispetto parlando.