Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 9 luglio 2024
martedì 2 luglio 2024
venire a patti col vuoto
Senza una vera ragione, da ieri continuo a pensare a Ernst Lubitsch. Lotte H. Eisner, massima autorità critica del cinema tedesco del 900, lo trovava sgradevole come uomo, sopravvalutato come regista e insignificante come artista. Non salvava dalla gogna neppure capolavori come “Ninotchka” o “Vogliamo vivere”, eppure non era certo una stupida, anzi. Billy Wilder invece lo indicava come suo maestro assoluto, al punto da avere la massima «How would Lubitsch do it?» appesa sul muro dell’ufficio. Eppure la maggior parte del pubblico oggi lo ignora, se non attraverso i mille remake dei suoi film, nessuno dei quali all’altezza degli originali. Straordinario, penso, come per quanto ti possa sforzare di esprimerti al tuo meglio non ci sarà mai unanimità sul tuo lavoro e passerai la vita cercando di arrivare al pubblico, nella speranza che ti capiscano, senza per questo riuscire a raggiungerli tutti. Venire a patti col vuoto.
venerdì 29 marzo 2024
sogno della valigia
Nel sogno devo partire per il prossimo viaggio e per questo tutti i miei amici vengono a trovarmi a casa per salutarmi. Le sedie non bastano per tutti, così le cedo a loro e resto seduto per terra, a gambe incrociate, accanto alla mia valigia che è talmente grande e appariscente da sembrarmi volgare. Parlo con tutti con piacere sincero e dedico a ciascuno un sorriso, persino a chi mi rinfaccia di trovarmi eccessivamente dimagrito e stanco provando a passarmi un piatto di minestra. Soltanto dopo, quando arriva l’ora di andare mi accorgo che le mie gambe non si muovono, si sono addormentate. Così i miei amici che sembrano già sapere tutto mi aiutano. Aprono la valigia, che è vuota, mi prendono con cura per non farmi male e mi depositano al suo interno, accomodandomi gambe e braccia e richiudendola con la sicura. A questo punto non vedo più nulla, sento le scosse e i rumori del trasporto mentre vengo accompagnato verso non so dove, e mi rendo finalmente conto che se è vero che dovevo partire non conoscevo ancora la meta. Sono lucido nella valigia e questo mi spaventa. Sospetto addirittura di essere morto. E se la morte fosse questa perenne vigilanza anche dopo che ti hanno rinchiuso al buio, sarebbe orribile. Per fortuna si sentono molti rumori di strada e questo mi fa compagnia. Ma la valigia viene riaperta e mi ritrovo in una nuova stanza piena di gente che non conosco, seduta o in piedi, che parlotta distratta di fronte a me. Qualcuno mi tira fuori dalla valigia e poiché non ho più forza negli arti, che ricadono giù come se fossero disarticolati, come se io stesso fossi ormai trasformato in un burattino, mi depositano per terra, con le spalle appoggiate contro la valigia, e mi richiedono di descrivere la mia storia e parlare di come sono arrivato fin lì. Io lo faccio al meglio che posso, o perlomeno ci provo, ma la gente non mi ascolta, eppure ogni volta che ho finito qualcuno dal pubblico si volta a guardarmi e mi chiede: Scusa, non abbiamo capito, puoi ripetere? E a me, anche se sono intimidito, per una sorta di meccanismo interno o forse soltanto perché non mi sento pronto a tornare nella valigia, prende la voglia di fare meglio e ricomincio a raccontare da capo.
mercoledì 6 marzo 2024
il capolavoro
“PLAY SOMETHING WE KNOW!" suonaci qualcosa che conosciamo, grida una ragazza dal pubblico (in una sorta di remake di quella volta in cui 60 anni fa qualcuno dal pubblico lo chiamò Judas perché aveva stravolto il suo suono elettrificandolo) ripresentando l'annoso problema di ogni artista, se ripetersi all'infinito per assecondare il pubblico o "tradirlo" e andare avanti per la sua strada in nome di quella cosa chiamata ricerca artistica. Dylan potrebbe mandarla a fanculo come aveva già fatto 60 anni fa, invece ci pensa su e risponde suonando, in una versione rigorosamente riarrangiata, "When I paint my masterpiece", quando dipingerò il mio capolavoro. Genio.
sabato 10 febbraio 2024
vittimismo
Siccome sono poeta come tutti, conosco anch’io, come tutti, l’autocommiserazione, quel particolare sentimento per cui si arriva a credere, e dire apertamente, che ci escludono, che siamo incompresi e messi da parte da un sistema che non riconosce i nostri meriti. Un po’ è vero, intendiamoci, e un po’ è vittimismo, che capisco. Capisco un pochino meno un autore che sta sempre a lamentarsi di essere vittima del sistema e dei poteri occulti che ci governano, ma contro cui lotta lanciando i suoi strali da un’assai poco democratico social network dove una volta scrisse “basta, sono avvilito e me ne vado”, per quel post prese più di 2500 like e il giorno dopo era già tornato; oppure dice di essere stato fatto fuori dall’ingrato sistema editoriale, poi però lo vedi pubblicare non per qualche scalcagnato micro-editore indipendente, ma per case editrici di prestigio e di sistema come Einaudi, Il Saggiatore e Feltrinelli. Tant’è, conosco il mondo e le prendo come classiche contraddizioni di un ego artistico irrequieto e sensibile, e visto che non è uno scemo e scrive anche cose molto belle lo leggo sempre con piacere, mettendo da parte certe sue uscite che non condivido. Ciò detto, quelli che proprio non arrivo a capire sono coloro che gli vanno dietro adoranti e lo incensano e difendono come un vate, senza prendere mai un minimo di distanza critica. I suoi 2500 lettori. Ma veramente non si accorgono che il re, come ogni re che si rispetti, qualche volta è nudo e si contraddice nei suoi stessi atteggiamenti come tutti noi comuni mortali? O lo vedono e restano zitti? E se restano zitti, perché? E soprattutto, a questo punto, in quale contro-sistema vivono?
lunedì 8 gennaio 2024
il nemico
Stamattina ho letto un post scritto da una famosa scrittrice italiana (Policastro) contro un famoso scrittore (Arminio) il quale è molto amato dal pubblico, ma non particolarmente apprezzato da una parte del mondo letterario per come ha abbassato il livello e le ambizioni della propria ricerca stilistica per avvicinare un pubblico più ampio. Fra gli altri, sotto il post della Policastro, c’era un commento (Bortoli) che mi ha particolarmente colpito perché diceva più o meno così: “io non ce l’ho con Arminio perché è famoso, ma perché aveva talento, ha fatto molte belle cose, poteva farne ancora, ma si è venduto”. Sulla prima parte sono anche d’accordo, ma è su quel “venduto” che mi si è accesa una lampadina che non riesco a spegnere. Mi sono chiesto: Ci si vende a chi? Ma al nemico, al diavolo, alla parte avversa! E io continuo ad arrovellarmi su chi sia il nemico. È il successo? È il pubblico? È il mercato? (Ma il mercato non fa che assecondare i gusti del pubblico). È un pubblico più ampio, quindi è la massa? Sono quelli che pagano, i consumatori? Ma quindi i consumatori non sono pubblico? E quindi chi compra i dischi dei Beatles, che muovono milioni di copie, non sono pubblico? Chi è il nemico? È dove sta rispetto a me? Mi sta di fronte o di fianco? E da che parte sto io rispetto a un Arminio, ma anche rispetto a una altrettanto paradigmatica Policastro? Perché non avendo lo stesso loro pubblico che nobilita il mio curriculum, non sono sicuro che lei possa considerarmi un suo pari almeno quanto non sono sicuro che lo possa fare lui. Il talento non mente, diceva Benjamin, ma un talento senza pubblico non fa nessuna differenza sul piatto della bilancia. E quindi rispetto al pubblico, da che parte sto io? L’ho mai guardato in faccia? E se capitasse, lo riconoscerei? Gli ho mai chiesto cosa vuole da me, se qualcosa vuole? E mio dovere qual è? Vendermi ad esso, oppure tradirlo? E se lo incontro, cosa gli dirò? Continuo a chiedermelo, un po’ come mi chiedevo chi sono i barbari di Kavafis, in attesa di incontrarne uno.
martedì 12 dicembre 2023
la jura
Ne parlavo prima al telefono col Corsi, non so se sia stata una scelta concordata o meno – a me sulle prime ha lasciato perplesso – ma l’idea del titolo dell’intervista ad Arminio sul Corriere, sullo scrivere “dopo aver mangiato pesante” (corrispettivo prosaico dello scrivere con un peso sullo stomaco, o come si dice qui da noi con la jura addosso, il folletto che di notte ti si pianta sopra e ti toglie il respiro e il sonno) è stata una gran trovata pubblicitaria per farsi finalmente condividere un articolo proprio dai poeti che non lo amano, ma che sono forse quelli che, con lo scopo di irriderlo, l’hanno maggiormente spammato, più dei suoi stessi follower. Purché se ne parli dunque? Visto che nessuno legge più nessuno o quasi, mi verrebbe quasi di dire sì. Del resto il pubblico di Arminio, quello che gli compra effettivamente i libri, non è certo fra i poeti (che notoriamente comprano pochissimi libri di poesia), ma dall’altra parte, dalla parte proprio di chi odia i poeti, li trova ridicoli o non li capisce, non ne capisce i codici, ma ne sente ugualmente il bisogno (perché il poeta, vuoi o non vuoi, è un archetipo sociale: una società senza poeti è una società morta) e allora sceglie di affidarsi a quest’autore che asseconda un po’ troppo i gusti del suo pubblico, che non è il pubblico risicato dei poeti, con tutti ciò che ne consegue: io ad esempio non scorderò mai una volta che una signora, che evidentemente non frequenta abitualmente il mondo della poesia ma segue Arminio, lo rimproverò in un commento di aver scritto una (buona) poesia sulla morte, perché la morte è una cosa brutta e triste e non se ne dovrebbe parlare in versi. È uno strano cortocircuito, a modo suo. Di certo, e questo posso dirlo visto che mi ritrovo anch’io dall’altra parte della scena, di poeti che condividono con piacere interviste ad altri poeti che non siano loro o qualcuno dei loro o qualcuno che vogliono portarsi a letto, io ne conosco veramente pochi.
sabato 11 novembre 2023
questioni
venerdì 6 maggio 2022
l'informazione libera
Oggi ho ripensato a quando facevo il giornalista. Una volta scrissi contro un gruppo neofascista locale, venni minacciato più volte (telefonate notturne, insulti, una volta mi fermarono per strada per menarmi), tutti si indignarono, ma nella sostanza venni lasciato da solo. Un’altra, per difendere un lettore, scrissi una cosa contro un sindaco: questi mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che mi avrebbe fatto “cacare sangue” (parole sue): venni lasciato solo. Un’altra volta, durante una conferenza, feci una domanda antipatica a un politico, venni insultato pubblicamente, pretesi delle scuse, il politico si scusò e mi strinse la mano per far pace. Qualcuno ci vide e il giorno dopo si diceva in giro che mi ero fatto comprare. Una volta facemmo col mio giornale, molto prima del processo, un approfondimento sull’Ilva: i lettori ci scrissero lamentandosi che a loro dell’Ilva non gliene fregava nulla, ci dava lavoro, punto, invece volevano notizie dell’assessore pizzicato in un parcheggio con una donna. Un’altra volta parlammo del fallimento poco chiaro di un’azienda che avrebbe lasciato molti col culo per terra. I lettori mi scrissero che ero diventato noioso, che quella era una storia vecchia e l’agricoltura non serviva a nulla, il futuro del territorio era il turismo, come in effetti è stato con esiti a volte discutibili. Questo più di dieci anni fa, prima che mi disgustassi al punto da non volerne sapere più nulla. Ogni tanto leggo qualcuno che si lamenta perché la nostra informazione non è libera. Perlomeno io non sono mai stato ammazzato da nessuno, anche se a volte ho temuto mi ammazzassero il gatto per ripicca. Ma a me pare che spesso non sia libera anche per colpa del pubblico, che è complice. Perché ogni informazione di merda è fatta per il pubblico di merda che si merita. Pubblico che vuole informazione poi vota per vent’anni Berlusconi, che devasta il paese con l’abusivismo edilizio poi si lamenta della volgarità e del gossip. Vogliono vendetta per ogni male, ma ti chiedono di farla per loro (quante “soffiate” che ho ricevuto), ma se appena appena li deludi allora sei un venduto. E se dici loro ciò che sono se la legano al dito, oppure applaudono come se fosse divertente sentirsi dare degli stronzi. Del resto si sa, gli stronzi sono sempre quelli ai lati.
venerdì 21 maggio 2021
funghi
Ieri a Bologna in Lettere si è parlato (anche) di John Cage, così, stimolato dalla chiacchierata, sono andato a leggermi alcuni aneddoti su di lui. Ce n’è uno bellissimo che ho letto dove nel 1959 Cage partecipa a “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno come esperto di funghi. Non solo vince il premio, ma già che c’è gli chiedono di esibirsi in una performance. L’esibizione lascia allibiti sia il pubblico che lo stesso Mike, il quale (ancora ammirato per la sua competenza sui funghi) si avvicina a Cage e gli dice: “Bravissimo Sig. Cage, ora che ha vinto cosa farà, torna in America?”. Cage gli risponde: “Io vado, ma la musica resta”. E Mike: “Ah, lei se ne va e la sua musica resta qui? Ma non era meglio il contrario?”. Ecco, l’ho trovata la cosa più vicina che ci sia oggi in Italia al rapporto del pubblico con la poesia. Il poeta se è simpatico può rimanere, ma la poesia meglio di no. Il problema è quando il poeta è antipatico, non resta più nulla.
lunedì 2 novembre 2020
le termopili
Una
cosa che sto capendo in questi mesi è che per quanto impegno tu ci
possa mettere, o dedizione alla qualità, questi non basteranno mai a
tenerti in piedi come editore di poesia, perché quello che manca non è
né la dedizione né la qualità, e nemmeno i bravi poeti, ma il pubblico
che compra i libri. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, fare
“proposte molto concrete” (Brecht), ma se persino gli addetti a lavori
dovendo scegliere fra un libro in versi o uno in prosa sceglieranno la
prosa, se dovendo scegliere fra il libro in versi di un vivente e un
classico sceglieranno il classico, la strada è segnata. Persino se
riscuoti la fiducia dei lettori. Ieri ad esempio una mia follower mi
chiedeva: “mi consigli un libro da leggere? Non di poesia però” e così
le ho consigliato il libro di un altro editore. Ecco, così è tutta la
mia vita editoriale. C’è un pubblico della poesia? Sì che c’è, sta lì
come l’esercito spartano alle Termopili. Resiste all’avanzata del
nemico, è straordinario nel suo coraggio, ma sempre di 300 persone si
tratta. Ecco allora che comincio seriamente a pensare che la poesia, e
l’editoria di poesia, proprio come il teatro e altri linguaggi artistici
minoritari, andrebbero sovvenzionati con contributi pubblici specifici,
se vogliamo riconoscergli una dignità d'arte unica e fondamentale.
Perché oggi la poesia, così come la vivo sulla mia pelle di editore, è
considerata un genere “non indispensabile allo sforzo produttivo” per
dirla come Toti. Ci si indigna tanto, a parole, per la volgarità della
definizione, si scrivono post infuocati e sprezzanti, ma la sostanza
agli occhi dei lettori, di moltissimi librai e del mio commercialista è
quella.
mercoledì 3 luglio 2019
musica per organi caldi
"Ma fai una presentazione questo fine settimana?"
"Sì, Giovanni Laera, un poeta di Noci..."
"Ah!" mi dice uno dei due, "l'unico poeta di Noci per me è Enantino, non ce ne sono altri..."
"Infatti è lui..."
"Come è lui?"
"Sì, sono l'editore di Enantino" e gli passo il libro da guardare.
"Cazzo, lo adoro Enantino, se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"E se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito!"
"Sì, ma se faccio la presentazione del libro?"
"Se organizzi un concerto ci vengo subito..."
