Il mio amico Andrea mi ricorda quando ho smesso di credere e festeggiare il Capodanno. – Avevo 25 anni, mi dice. Ora ne ho 50. Fai tu. – Da allora non è cambiato niente, io continuo a fare la pecora nera senza cambiare il mondo di una virgola. Il mondo continua a fare festa e credere ai miracoli. Buon anno a voi!
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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lunedì 1 gennaio 2024
domenica 31 dicembre 2017
messaggio di fine anno alla nazione dal poeta lillo
Gli ultimi giorni, per me, sono stati caratterizzati da due libri e da un film che mi sembrano chiudere l’anno con un messaggio ben preciso che voglio condividere. I due libri sono I detective selvaggi di Roberto Bolaño e Il fucile da caccia di Yasushi Inoue. Il film è il reportage Castelporziano. Ostia della poesia di Andrea Andermann. Tutti e tre parlano di poeti e di poesia, di cosa sono e di cosa vorremmo che fossero. In particolare il festival di Castelporziano del 1979, di cui ha scritto Guido Mazzoni su Le parole e le cose segna un momento cruciale della nostra letteratura, quello in cui la poesia, per le masse, smette di essere linguaggio più o meno accessibile e diventa prodotto. C’è un momento terribile del film, che già di per sé mette grande tristezza e imbarazzo, in cui, dopo che per circa un’ora ci si interroga su cosa sia la poesia in uno scontro all’ultima battuta fra pubblico e scrittori, senza riuscire a dare una sola risposta che paia credibile, quelli della tendopoli protestano di sentirsi incazzati perché nessuno dei poeti invitati al festival – gente come la Rosselli, Bellezza, Viviani, Conte, Cavallo, Zeichen ecc. – è riuscito a incarnare ciò che per loro “è” la poesia: in altre parole la poesia non è riuscita a soddisfare l’idea che se ne erano fatti, rifiutando di lasciarsi circoscrivere a mera rappresentazione di se stessa. Che è, sempre, tutto ciò che fa e dovrebbe fare l’arte, anche a costo di sfidare apertamente il proprio pubblico. Sui Detective Selvaggi non mi addentro, sarebbe inutile, ma mi entusiasma che i protagonisti indiscussi del romanzo siano poeti. Lo dico soprattutto per i tantissimi lettori che lo adorano ma non leggono un solo verso di poesia, e tolti i classici – i vari Octavio Paz che Bolaño odiava – non saprebbero da dove cominciare a definire il mondo in cui si immergono. Eppur si muove, è fatto di poesia e in esso trovano respiro. Ancora un poeta è il motore scatenante del libro di Inoue: la sua decisione di pubblicare una poesia ispirata da un fucile muove alla confessione dei propri oscuri sentimenti un traditore infelice, il quale fino a quel momento non immaginava cosa potessero scatenargli dei versi ben indirizzati al bersaglio: ciò che per convenzione chiamiamo “cuore”, ma che va ben oltre, alla radice del nostro sentire noi stessi, il paesaggio in cui siamo e l’enorme rete di rapporti che ci definisce come individui. Ecco, quel che mi auguro per l’anno che verrà, per me e per tutti, è di mettere da parte dubbi e preconcetti, di non ragionare troppo a mente fredda, chiedendoci cosa sia o non sia la poesia e se può esserci utile, se siamo o non siamo adatti a prenderla, se siamo alla sua altezza oppure no, ma di lasciarci andare, penetrare, acuendo i nostri sensi all’infinto. Non neghiamoci la possibilità di una nuova rivelazione per il solo fatto che pensiamo di essere altro o di meritarci altro che una manciata di versi – e quante volte ci siamo detti: “pensavo di essere diverso da quello che poi mi sono rivelato”? – ma siamo e basta, animali istintivi, mostriamo il petto nudo pronti a quel colpo di fucile che si spingerà dentro la carne, nel sangue, fino al nostro centro, fino a esplodere in ogni nostro atomo. E godiamoci il momento in cui, feriti, ci sentiremo vivi, liberi, fragili e innocenti. Tutto ciò non potrà che renderci migliori.
proposta al mio paese per il nuovo anno
La mia pusher di fiducia mi segnala questa notizia: a Corato hanno adottato un poeta. Ecco, se il mio bel comune (che, diciamolo, non ha nulla da invidiare a Corato) come proposito e saggio investimento per il 2018 volesse adottarmi io non avrei nulla in contrario. Anzi, prometto di evitare tutte le inutili smancerie, i tira e molla, i te la do non te la do che caratterizzano troppi artisti che non sanno cosa vogliono dalla vita, e firmerei al volo, qualsiasi area politica proponesse la cosa. Per il mio paese e per la pensione di genialità farei questo e altro.
giovedì 31 dicembre 2015
il mistero e la bellezza del mondo
Noi siamo una specie curiosa, l’unica rimasta di un gruppo di specie (il «genere Homo») formato da almeno una dozzina di specie curiose. Le altre specie del gruppo si sono già estinte; alcune, come i Neanderthal, poco fa: neppure trentamila anni or sono. È un gruppo di specie evolutesi in Africa, affine agli scimpanzé gerarchici e litigiosi, ma ancor più ai bonobo, i piccoli scimpanzé pacifici, allegramente promiscui ed egalitari. Un gruppo di specie ripetutamente uscite dall’Africa per esplorare mondi nuovi e arrivato lontano, fino in Patagonia, fino sulla Luna. Non siamo curiosi contro natura: siamo curiosi per natura.
Centomila anni fa la nostra specie è partita dall’Africa, forse spinta proprio da questa curiosità, imparando a guardare sempre più lontano. […]
Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a se stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi. Apparteniamo a un genere di specie a vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti. E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la Terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noi li passeremo indenni; tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericoli che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia. Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale: temo che presto dovremmo diventare anche la specie che vedrà consapevolmente arrivare la propria fine, o quanto meno la fine della propria civiltà.
Come sappiamo affrontare, più o meno bene, la nostra morte individuale, così affronteremo il crollo della nostra civiltà. Non è molto diverso. E non sarà certo la prima civiltà a crollare. I Maya e Creta ci sono già passati. Nasciamo e moriamo come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio per la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché, come scrive Lucrezio, «il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile» (De rerum natura III, 1084).
Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri senza casa, sospesi fra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No: siamo a casa.
[…] Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciamo senza fiato.
[Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, pag. 82-85]
giovedì 1 gennaio 2015
messaggio di capodanno
vabbè basta ho deciso l'anno che viene me ne frego di fregarmene delle feste e per natale me ne vado all'estero anche io a cuba con gianni morandi oppure in india a cavalcare elefanti così vi mando le mie cartoline in costume sigaro e baschetto rosso oppure mentre cavalco gli elefanti o sniffo merda di elefanti arrotolata nella canapa indiana e voi vi sckiattate tutti d'invidia a immaginarmi al calduccio nel terzo mondo mentre voi qui il solito natale col panettone e lo spumantino e le lenticchie e napolitano a farvi i selfie mentre vi rotolate nella neve per fare i giovani e poi scrivete post sui social in cui vi lamentate della neve perché se c'è la neve allora non siete nemmeno liberi di andarvene dove volete oppure illudervi di stare a cuba o in india guardando le foto degli altri perché fa troppo freddo pure per sognare
martedì 1 gennaio 2013
dieci anni fa
Dieci anni fa, più o meno verso quest’ora, me ne stavo da solo a casa a rimuginare sulla festa di capodanno della sera prima. La festa era stata una schifezza, con la ragazza a cui facevo il filo, ubriaca, che a mezzanotte aveva baciato un altro. Alla fine mi sono ubriacato anche io, e così mi ritrovavo il giorno dopo, 1 gennaio 2003, con lo stomaco sottosopra, sonno da morire, e il magone per un amore nemmeno iniziato (mi viene da dire che da allora non ho imparato proprio nulla in fatto di cuore).
Fu più o meno in quello stato che mi arrivò la notizia della morte di Giorgio Gaber. Nemmeno lo conoscevo tanto bene Gaber, ma passai il resto del pomeriggio davanti alla tv, ad ascoltare la sua musica o vedere vecchi spezzoni dei suoi spettacoli, che un po’ mi consolarono e un po’ mi riempirono di malinconia, eppure mai di tristezza. Così, non so che ricordo ne abbiate voi, ma per me la morte di Gaber ha sempre avuto il sapore di quel bacio mancato. Onore a un grande.
Fu più o meno in quello stato che mi arrivò la notizia della morte di Giorgio Gaber. Nemmeno lo conoscevo tanto bene Gaber, ma passai il resto del pomeriggio davanti alla tv, ad ascoltare la sua musica o vedere vecchi spezzoni dei suoi spettacoli, che un po’ mi consolarono e un po’ mi riempirono di malinconia, eppure mai di tristezza. Così, non so che ricordo ne abbiate voi, ma per me la morte di Gaber ha sempre avuto il sapore di quel bacio mancato. Onore a un grande.
sabato 1 gennaio 2011
da uno scritto di heiner muller
Il problema è questo: appena i giovani riescono a formulare i loro obiettivi sono già paralizzati. Credo che in tutte queste società industriali non sia pensabile che vada diversamente. Finchè una forza è cieca, è una forza; non appena sviluppa un programma, una prospettiva, potrà essere integrata e farà parte del sistema.
La funzione della politica culturale consiste nell'impedire che qualcosa accada. Ma vita è che qualcosa accada, che qualcosa avvenga. Se non accade più nulla è finita. A questo punto i sistemi diventano nemici della vita, e lo diventa anche lo stesso pensiero concettuale. In questo senso (...) il primo accadimento della vita di Althusser è stato l'assassinio di sua moglie. Certo questo non parla in favore della sua biografia come pensatore e teorico.
La funzione della politica culturale consiste nell'impedire che qualcosa accada. Ma vita è che qualcosa accada, che qualcosa avvenga. Se non accade più nulla è finita. A questo punto i sistemi diventano nemici della vita, e lo diventa anche lo stesso pensiero concettuale. In questo senso (...) il primo accadimento della vita di Althusser è stato l'assassinio di sua moglie. Certo questo non parla in favore della sua biografia come pensatore e teorico.
sabato 2 gennaio 2010
capodanno
È la notte dell’uno e siamo ospiti di Lele, un amico e quello che una volta si sarebbe definito un avventuriero. Lele vive tutto solo in campagna, o meglio in compagnia di una lunga teoria di bottiglie di grappa che tiene in fila sul camino e di un vecchio cane di battaglia che ormai beve solo latte accompagnandolo nelle sue brave bevute. E fuori, a scorazzare liberi fra gli alberi, tutta una serie di animali più o meno esotici che si è portato qui dai suoi viaggi, a coppie, quasi fosse una sorta di moderno Noè senz’arca, per salvarci. Cosa vuoi salvare tu?, mi chiede sempre un po’ torvo. E così io, per sfotterlo, lo chiamo Capitano.
Siamo ebbri di vino e couscous, Martin e io. Lele è andato a dormire. Siamo fuori, sono circa le tre, e abbiamo appena fatto pipì sotto la luna più luminosa che ricordi di avere mai visto da molti anni a questa parte. Il cielo di un azzurro stregato. Ce ne andiamo a zonzo per la sua campagna, fra l’erba alta e umida che ci bagna le scarpe, quando a un tratto sentiamo qualcosa che si muove sopra di noi. E alzando lo sguardo ci ritroviamo a fissare due capre tibetane che se ne vanno a zonzo sui trulli, arrampicandosi fra i coni. Non ho con me la macchina fotografica. Ma è un attimo di stupore e magia così forte che forse non saprei riprenderlo. Come si può fotografare lo stupore?
Rimaniamo fermi per un po’ a guardarci con le capre, provando a intavolare un dialogo fatto di sguardi, ammiccamenti, pensando che siano lì ad annunciarci l'arrivo di qualcosa di buono. Poi, nel più completo silenzio, ci voltiamo e attraverso un viottolo di terra battuta arriviamo al cancello, chiudiamo il catenaccio e lasciamo la chiave sopra la colonnina alla nostra sinistra, seguendo le istruzioni che ci ha dato Lele. Non fa nemmeno freddo, dice Martin.
Siamo ebbri di vino e couscous, Martin e io. Lele è andato a dormire. Siamo fuori, sono circa le tre, e abbiamo appena fatto pipì sotto la luna più luminosa che ricordi di avere mai visto da molti anni a questa parte. Il cielo di un azzurro stregato. Ce ne andiamo a zonzo per la sua campagna, fra l’erba alta e umida che ci bagna le scarpe, quando a un tratto sentiamo qualcosa che si muove sopra di noi. E alzando lo sguardo ci ritroviamo a fissare due capre tibetane che se ne vanno a zonzo sui trulli, arrampicandosi fra i coni. Non ho con me la macchina fotografica. Ma è un attimo di stupore e magia così forte che forse non saprei riprenderlo. Come si può fotografare lo stupore?
Rimaniamo fermi per un po’ a guardarci con le capre, provando a intavolare un dialogo fatto di sguardi, ammiccamenti, pensando che siano lì ad annunciarci l'arrivo di qualcosa di buono. Poi, nel più completo silenzio, ci voltiamo e attraverso un viottolo di terra battuta arriviamo al cancello, chiudiamo il catenaccio e lasciamo la chiave sopra la colonnina alla nostra sinistra, seguendo le istruzioni che ci ha dato Lele. Non fa nemmeno freddo, dice Martin.
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