Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post
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mercoledì 21 settembre 2022

tre ragazzi davanti al mio studio

 — Nooo, che cazzo hai fatto alle scarpe! Le hai lavate! — No, è che quella stronza di mia madre, non le poteva più vedere, e allora le ha messe in lavatrice! — Mooo, che peccato! Chisse cazze de fémene ca nan se fascene mè i cazze luore! — Di buono c'è, di buono c'è, che mo non puzzano più...

sabato 29 gennaio 2022

la paura dei classici

Pochi giorni fa Bob Dylan, dopo aver già ceduto i diritti del suo catalogo musicale (lui insieme a Springsteen, Neil Young, Paul Simon, gli eredi di Bowie) ha venduto la proprietà di tutta la sua musica registrata alla Sony, ovvero a una multinazionale. Qui c'è un articolo di Paolo Vites che ne parla, anche in termini economici. Di fatto "il mercato della nuova musica si sta effettivamente riducendo. Tutta la crescita del mercato viene da vecchie canzoni”. Significa che c'è una bolla di sapone social in cui ciascuno di noi si esprime e crede di avere un valore artistico, ma poi nella sostanza gli unici a vendere sono i classici: "non importa se hai venti milioni di visualizzazioni su YouTube o 40 milioni di ascolti su Spotify: non stai guadagnando praticamente nulla." Questo succede anche in letteratura. Puoi avere tutti i follower che vuoi, ma nella sostanza gli unici a fare vendite fisse e consistenti sono i classici e su quelli investono sostanzialmente le case editrici a scapito dei viventi. Dire, come si fa, che l'importante è permettere all'industria di fare cassa e sostentarsi purché si dia un minimo spazio ai più giovani, non risolve il problema del necessario ricambio/rinnovamento culturale e non tiene conto di un fatto: che se, per esempio, dai spazio a un giovane ogni tanto (spesso in base al suo valore promozionale più che all'effettivo talento) da affiancare a 999 classici, stai mettendo da parte altri 4, 5, 6 giovani (su mille) di talento che magari non sono belli o spigliati abbastanza da stare sui social. E in ogni caso, se il valore è solo quello social, una volta che saranno troppo vecchi o raggrinziti (come denunciava Joni Mitchell) ci sarà chi li butterà via senza rimpianti in attesa che diventino anche loro classici da recuperare al mercatino del vintage.

domenica 23 gennaio 2022

dalle parole ai fatti

A voi spetta trasformare l'Italia, diceva Mario Draghi a ottobre. Non fermatevi, non scoraggiatevi, prendete il futuro, aggiungeva Mattarella a capodanno. Poi i ragazzi vanno in piazza a manifestare per uno di loro morto durante l'alternanza scuola-lavoro, e la polizia li carica.

martedì 18 gennaio 2022

le sentenze

Incontro per strada un ex studente, ragazzo alla moda coi pantaloni attillati che gli arrivano sopra le caviglie, le scarpette bianche e nessuna traccia di calze. Non mi frega nulla della moda, semplicemente lo invidio perché io porto addosso dieci strati di roba e ho ancora freddo. Non so come faccia ma lo odio e glielo dico apertamente. Quello, unendo il danno alla beffa, mi fa: “Beh sai, l’età non aiuta…” poi mi saluta e si gira per andarsene. Ma proprio in quel momento scivola su una macchia d’acqua saponata sul marciapiede, che qualcuno ha rovesciato dopo aver lavato le scale di un palazzo, e casca di culo per terra con un tonfo. La morale di questa favola serve a ricordarci che Dio e grande e le sentenze, prima o poi, arrivano.

venerdì 10 dicembre 2021

i giovini

Stupefacente come tutti sottolineino la lungimiranza di Draghi che pensa ai giovani e intanto i prof vanno in sciopero perché si investe poco e male nella Scuola (che è evidentemente incapace di affrontare la situazione storica e fa ricadere tutto il peso delle sue falle proprio sugli insegnanti) e l'età pensionabile per chi entra nel mercato del lavoro è fra le più alte d'Europa. Insomma nell'Italia di Draghi sarà impossibile diventare vecchi e chi ci proverà morirà nel tentativo, ma siccome sarà anche ignorante perlomeno morirà felice.

sabato 2 ottobre 2021

i giovani

Leggendo vari post e giornali mi sembra ci sia una sorta di contraddizione nel modo in cui vengono pensati/raccontati i più giovani rispetto ai problemi del mondo. Da una parte si irridono quelli che cominciano a interessarsi alla crisi ambientale (con o senza Greta) come viziati incapaci di sacrificarsi e rinunciare ai loro privilegi per salvare il mondo, dall’altra quando si fanno le stime sulle vaccinazioni in corso si indicano proprio quei giovani come quelli più “maturi” e decisi ad accettare il rischio del vaccino rispetto ai loro genitori che saranno anche meno viziati, ma di certo sono anche più sospettosi di tutto e tutti, e meno collaborativi nell’idea di “comunità”. Come sintetizzava Jovanotti in una bella canzone di quando facevo il liceo: “I giovani sono dentro i sondaggi catalogati in percentuali, i giovani stanno bene, i giovani stanno male”. Alla fine chi li ferma è perduto.

mercoledì 5 maggio 2021

con lo sconto

Una giovane ragazza mi scrive per chiedermi un parere, ha firmato un contratto con un famigerato editore che le ha promesso la pubblicazione in un’antologia in cambio di un acquisto copie scontato, con libri che però costano 40 euro a copia. Morale: 7 copie del volume – che deve comprare – le costano 200 euro. Se sono trenta autori, fate il conto del guadagno. Ora, chiedere all'autore di acquistare delle copie con lo sconto è una pratica comune, ma c’è una misura per tutto, e fargliele pagare il triplo del loro valore è una cosa deprimente non solo perché ti stai approfittando dell’ingenuità di una persona, ma perché stai ammettendo che quelle copie non ci vuoi neanche provare a venderle: chi cacchio se lo compra un libro a 40 euro? In generale alla maggior parte dei giovani autori andrebbe detta la verità, l’acquisto delle copie con lo sconto serve soltanto a coprire delle spese, ma non li farà diventare degli autori di successo, per diventare degli autori di successo devono prima vendere (tanto) e farsi conoscere (tanto), e questo si fa o scrivendo un libro sconvolgente (è raro, ma capita) oppure lavorando sulle proprie relazioni: significa andare dovunque (a proprie spese), fare tutte le presentazioni possibili (a proprie spese), essere disponibili (senza sputtanarsi), sorridere sempre (senza sembrare scemi), fare mille favori (prima di chiederne uno), ed è una cosa costosa, sfibrante oltre che costosa. Io personalmente non ci sono mai riuscito e ho creato la casa editrice apposta per non dover chiedere favori a nessuno, per poi accorgermi che comunque li chiedo, perché sono pieno di limiti. Nell’editoria, come in qualsiasi altra arte, la qualità conta ma non è tutto, se non sulla lunga distanza, e tu non sei nella misura di ciò che fai, ma sei nella misura di chi conosci. E infatti, io alla ragazza del primo rigo ho detto: per i tuoi precedenti errori sei stata perdonata, ma ora che mi conosci, se ti fai imbrogliare di nuovo, giuro che ti vengo a cercare per ucciderti con le mie stesse mani.

lunedì 7 settembre 2020

vuoto

Continuo a leggere queste notizie sulla morte di Willy Monteiro Duarte che si muovono, come sempre, nella scia della suddivisione manichea fra bene e male, fra vittima e colpevole, da una parte questo povero ragazzo di 21 anni, vittima innocente di una rissa, e dall’altra i violenti che lo hanno ucciso a botte, e che vengono additati, tagliando la testa al toro, come bulli, fascisti o picchiatori, delinquenti, ma quasi mai senza dare loro un’età, perché il male non ha storia e rivelarla aumenterebbe la vergogna. Ecco che i quattro bulli di periferia erano quasi tutti coetanei dello stesso Willy, età media sui 23-24 anni. Tutti sapevano da tempo che erano violenti, ma nessuno ha fatto nulla fino a oggi. Dov’erano le famiglie dei quattro? Dove la scuola? Dove le istituzioni? Perché nessuno si è mosso per tempo? Perché li si riteneva irrecuperabili? Già bruciati? Le solite domande che si ripetono ogni volta. E a me sembra qui prefigurarsi, come già un anno fa con un caso assai simile a questo, avvenuto sempre a Roma, a piazza Eschilo, in cui due venticinquenni spararono in una rissa a Manuel Bortuzzo rendendolo paralitico, lo stesso tipo di problema, che è un problema di abbandono sociale e politico di alcune fasce della popolazione, che poi sono quelle che abbiamo visto in piazza nei raduni No Mask, gente che noi deridiamo come folli senza provare a capire cosa si muova lì sotto, quale tipo di rabbia o frustrazione. Quando quella rabbia esplode ci ricordiamo che esistono, siamo obbligati a farlo. Ma questo è da sempre stato il grosso problema del nostro paese, che non vuole risolvere i problemi, ma solamente additarli come capri espiatori o cancellarli quando si fanno troppo spinosi. Dove le metti queste persone? Come le reinserisci? Quando le perdi che ne fai? Le metti in galera a vita e te le dimentichi ancora una volta? E come le salvi prima che commettano il male, ad appena vent’anni? La risposta di molti sarà: non vanno salvate ma sparate alla nuca senza pietà. Ma così si torna al punto di partenza, al sangue che lava il sangue, fino al prossimo caso di cronaca nera. Quello dove ancora una volta si concluderà che “erano bulli fascisti” o “merde schifose” o “subumani” e allora così doveva andare e basta, dichiarandosi impotenti come al solito, senza rendersi conto o voler ammettere che dietro tutto questo c’è un vuoto più grande, quel vuoto che porta tutti questi ragazzi (i quattro di Colleferro, i due di piazza Eschilo, i due venticinquenni che a ottobre 2018 pestarono a morte Donato Monopoli a Foggia, i due ventenni di CasaPound che ad aprile 2019 violentarono una donna di trentasei anni a Vallerano, ecc.) e tanti altri a loro uguali: iperpalestrati, pompati, tatuati, violenti, che si muovono a due a due o in branco, ad aggregarsi intorno a un culto che non è solo fascista, perché il fascismo qui non è la ragione del male, ma il suo approdo naturale, ma un culto della forza bruta, che non riconosce un valore alla vita di nessuno, perché a monte non riconosce un valore alla propria vita, e fa della violenza l’unica soluzione a ogni problema.

martedì 2 ottobre 2018

ambizione

Dovrei essermi abituato ormai, ma ci resto sempre male quando, soprattutto i più giovani che mi contattano, non capiscono perché rifiuto i loro manoscritti consigliandoli di aspettare a pubblicare. Ogni volta ringraziano a denti stretti e qualche volta, delusi, nemmeno rispondono, però finiscono sempre per pubblicare con qualcun altro di lì a poco. E si rifiutano di capire che se non li pubblico, ma perdo tempo a scrivergli, non è per infierire sui loro difetti, ma per dinfenderli da persone che potrebbero approfittarsi di loro facendo leva sulla loro ambizione che, posso dirlo per esperienza, raramente li porterà da qualche parte.

domenica 24 maggio 2015

ricordanza

Il 24 maggio 1915, esattamente un secolo fa, l’Italia entrava in guerra. Una guerra per certi versi edulcorata dalla nostra memoria storica, o soppiantata nelle cronache dalla successiva, forse perché meno facile da addomesticare all’etichetta “buoni contro cattivi” che ha invece caratterizzato l’altra. Restano i libri a raccontarla, in tutto il suo tremendo splendore e la sua insensatezza. Guerra tutta di chiaroscuri, di cialtronerie e bassezze infinite, di politica infame e sorda alle voci straziate di tanti giovani sacrificati alla gloria degli altri, voci che chiedevano quale colpa avessero da venir gettati così nel tritacarne. I meno ingenui, i borghesi partiti volontari, provavano a dare un senso al loro destino e dopo i primi schiaffi di realtà si ritrovavano invecchiati prematuramente e pronti a lasciare al mondo il loro testamento. «Partiti sotto un diluvio di fiori, eravamo ebbri di rose e di sangue» scrive dalle linee nemiche un giovane ingannato dal romanticismo della guerra (Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale). Ma non era il solo. Altre opere bellissime, con cui siamo cresciuti, scritte in quel conflitto sono state il romanzo senza lieto fine di un ausiliario americano che diserta per amore di un’infermiera (Addio alle armi di Ernest Hemingway), e il reportage senza sconti di un giornalista che irride l’inadeguatezza del nostro comando militare (Viva Caporetto! di Curzio Malaparte). Ma soprattutto dobbiamo ricordare un libro piccolo scritto sul campo di battaglia, come un diario che celebrasse in poesia ogni nuovo giorno di sopravvivenza: Il Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti (diventato poi L’allegria). Pubblicato nel 1916 quel libro più di tutti perforò, proprio come fece la guerra con l’Europa ottocentesca, il petto gonfio della lirica ufficiale e reinventò il mondo a partire dal suo atomo, ovvero dalla semplice parola. 

PELLEGRINAGGIO

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

[Valloncello dell’Albero Isolato, 16 Agosto 1916]

mercoledì 25 febbraio 2015

good!

A G.L. RONDI

Sei così ipocrita, che come l'ipocrisia ti avrà ucciso,
sarai all'inferno, e ti crederai in paradiso.

[Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, 1961, Garzanti, pag. 137]

Ieri l'ho letta in classe e un ragazzo pakistano mi ha detto: "Good! Come si chiama questo?" poi si è segnato il nome sul quaderno. Pasolini è ancora giovane, parla ai giovani, e gira per il mondo.

giovedì 1 gennaio 2015

messaggio di capodanno

vabbè basta ho deciso l'anno che viene me ne frego di fregarmene delle feste e per natale me ne vado all'estero anche io a cuba con gianni morandi oppure in india a cavalcare elefanti così vi mando le mie cartoline in costume sigaro e baschetto rosso oppure mentre cavalco gli elefanti o sniffo merda di elefanti arrotolata nella canapa indiana e voi vi sckiattate tutti d'invidia a immaginarmi al calduccio nel terzo mondo mentre voi qui il solito natale col panettone e lo spumantino e le lenticchie e napolitano a farvi i selfie mentre vi rotolate nella neve per fare i giovani e poi scrivete post sui social in cui vi lamentate della neve perché se c'è la neve allora non siete nemmeno liberi di andarvene dove volete oppure illudervi di stare a cuba o in india guardando le foto degli altri perché fa troppo freddo pure per sognare