Pochi giorni fa Bob Dylan, dopo aver già ceduto i diritti del suo catalogo musicale (lui insieme a Springsteen, Neil Young, Paul Simon, gli eredi di Bowie) ha venduto la proprietà di tutta la sua musica registrata alla Sony, ovvero a una multinazionale. Qui c'è un articolo di Paolo Vites che ne parla, anche in termini economici. Di fatto "il mercato della nuova musica si sta effettivamente riducendo. Tutta la crescita del mercato viene da vecchie canzoni”. Significa che c'è una bolla di sapone social in cui ciascuno di noi si esprime e crede di avere un valore artistico, ma poi nella sostanza gli unici a vendere sono i classici: "non importa se hai venti milioni di visualizzazioni su YouTube o 40 milioni di ascolti su Spotify: non stai guadagnando praticamente nulla." Questo succede anche in letteratura. Puoi avere tutti i follower che vuoi, ma nella sostanza gli unici a fare vendite fisse e consistenti sono i classici e su quelli investono sostanzialmente le case editrici a scapito dei viventi. Dire, come si fa, che l'importante è permettere all'industria di fare cassa e sostentarsi purché si dia un minimo spazio ai più giovani, non risolve il problema del necessario ricambio/rinnovamento culturale e non tiene conto di un fatto: che se, per esempio, dai spazio a un giovane ogni tanto (spesso in base al suo valore promozionale più che all'effettivo talento) da affiancare a 999 classici, stai mettendo da parte altri 4, 5, 6 giovani (su mille) di talento che magari non sono belli o spigliati abbastanza da stare sui social. E in ogni caso, se il valore è solo quello social, una volta che saranno troppo vecchi o raggrinziti (come denunciava Joni Mitchell) ci sarà chi li butterà via senza rimpianti in attesa che diventino anche loro classici da recuperare al mercatino del vintage.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 29 gennaio 2022
domenica 22 marzo 2020
tre
Nonostante il brutto momento che stiamo vivendo, ieri, guardando una diretta di Serena Di Lecce, mi sono accorto di come questo 2020 è cominciato con la pubblicazione di ben tre capolavori: due indiscutibili, in quanto nati già come classici, cioè le opere complete di Leonardo Sinisgalli (Mondadori) e di Ferruccio Benzoni (Marcos y Marcos); e uno che a mio avviso lo diventerà, Addizioni di Lino Angiuli (Aragno). In particolare le prime due pubblicazioni si muovono nel solco di una più ampia azione di riscoperta, recupero e riproposta emersa negli ultimi anni (vedi Salvia, Di Ruscio, Cattafi, Riviello, Scotellaro) che non solo è giusta, ma anche necessaria: c’è un’intera generazione di autori che è andata completamente perduta, cancellata, ignorata per ragioni di mercato, di rifiuto o di censura, o semplicemente per pura indifferenza, e la cui assenza è ora avvertita da molti come una carenza, una violenza, un furto. E se è vero che autori come De Angelis, Magrelli o la Cavalli sono fondamentali, è anche vero che non possiamo ridurre cinquant’anni di poesia italiana (dagli anni ’70 ai giorni nostri) a tre o quattro nomi, non fosse altro che quei tre o quattro nomi si sono mossi in un contesto letterario assai più ampio, fervente e seminale, a cui hanno dato ma da cui hanno anche attinto. Sarebbe un’ingratitudine immensa, oltre che una falsità critica, sottostimare quel contesto fino al punto (com’è successo purtroppo) di saltarlo a piè pari e fermare gli orologi del ‘900 agli anni ’70 o a Castelporziano, come vuole Mazzoni. Perciò, nonostante siamo in piena emergenza, non solo faccio un plauso per questi libri agli editori sopra citati, ma spero che continuino nell’opera, e per questo invito chiunque possa farlo ad acquistate e leggere questi autori, non solo per sapere che ci sono stati, ma anche per scoprire che ci sono ancora.
giovedì 7 dicembre 2017
se vuoi leggere, scrivi
C'è sempre da imparare da Giulio Mozzi:
Se vuoi scrivere, devi leggere: così dice un luogo comune (i luoghi comuni, sappiatelo, sono espedienti retorici), ma il fatto che sia un luogo comune non comporta che l’affermazione non sia vera. La domanda istantanea è: sì, ma cosa leggere? Non mi metterò a fare una lunghissima lista: mi limito a ricordare che la frequentazione di qualche classico (qualunque cosa si intenda per “classico”) è sempre utile; e non a caso scrivo “frequentare” e non “leggere”. Si impara di più leggendo e rileggendo, magari con la matita in mano, pochi grandi libri, che leggendo distrattamente una quantità di libri.
[...] Se vuoi leggere, scrivi, diceva Leopardi nel Parini, una delle Operette morali meno (ahimè!) lette. E voleva dire: che solo quando ci si scontra con le difficoltà della scrittura si riesce a capire il valore delle soluzioni che alle medesime difficoltà hanno date i grandi scrittori.
martedì 29 settembre 2009
una buca a manhattan
Sapete, ieri sera avevo un appuntamento con una ragazza ma la ragazza all’ultimo mi ha dato buca con un sms. L’ho presa con filosofia, anche perché ultimamente io e le donne sembriamo viaggiare su pianeti diversi, le ho risposto “divertiti” e invece di demoralizzarmi mi sono guardato un bel film, un classico, come faccio ogni volta che mi capitano certe situazioni. Un classico funziona sempre per tirarsi su, oppure per crogiolarsi nelle proprie paturnie ma dolcemente, senza scosse o altre brutte sorprese. Un classico ci vuole perché è come un vecchio amico, lo senti vicino, tuo, ti racconta una bella storia, una che ami particolarmente, di cui magari conosci ogni singola battuta a memoria, e non ti chiede niente in cambio che non sia un po’ della tua attenzione e del sentimento.
Così ieri sera mi sono guardato per la quattordicesima o quindicesima volta (credo) Manhattan di Woody Allen, e da ciò voi potete tranquillamente trarre due conclusioni. Primo che le donne mi danno buca spesso e di conseguenza le mie serate sono alquanto tranquille. Secondo che adoro questo film alla follia. Ogni volta che lo vedo mi ci perdo dentro. Per quel che ne penso è il capolavoro di Allen ma è pure l’erede di un certo tipo di cinema sofisticato e romantico insieme, che non si fa davvero più, forse perché non abbastanza premiato al botteghino. Chissà perché, fra pura bellezza e cinepanettone vince sempre il cinepanettone (presto, credo, finanziato anche dallo Stato)...
Sapete, se c’è un regista che davvero sento vicino come sensibilità, come visione del mondo, come spirito, quello è Woody Allen. Molto spesso i suoi film mi commuovono e mi lasciano qualcosa dentro che mi turba anche per dei giorni, dopo che li ho visti. E così torno sempre a guardarli. Per me sono una continua fonte di ispirazione.
Manhattan ha una scrittura splendida, forte, concisa, senza fronzoli, solida eppure scorrevolissima. La fotografia, di Gordon Willis, è da brividi. La scena iniziale (qui sopra) è, presa di per sé, la summa della poetica di Allen. La storia tratta con la solita vena melanconica le mille contraddizioni dell’amore e l’incapacità di fondo, delle persone, di riuscire a creare dei legami stabili (lo so che c’è chi non sarà d’accordo, ma è pur sempre la sua visione delle cose, mica per forza deve coincidere con la vostra). Poi arriva il finale (qui sotto) e incredibilmente, perché è così raro nei sui lavori e negli ultimi praticamente impossibile, un film di Allen lascia una porta aperta alla speranza. È un finale geniale, bello, dolcissimo, che non vi sto a riassumere perché è mille volte meglio vederlo che sentirlo raccontare da me.
Solo una cosa, quel sorriso che chiude il film, beh, sapete, io credo lo abbia rubato a Fellini, al finale de La dolce vita, però è solo una mia idea. “Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente” gli dice lei (si dice lui, ovviamente, come monito per la vita). E lui non risponde, cosa potrebbe mai dire?, ma quel sorriso è una promessa. Meraviglioso!
Così ieri sera mi sono guardato per la quattordicesima o quindicesima volta (credo) Manhattan di Woody Allen, e da ciò voi potete tranquillamente trarre due conclusioni. Primo che le donne mi danno buca spesso e di conseguenza le mie serate sono alquanto tranquille. Secondo che adoro questo film alla follia. Ogni volta che lo vedo mi ci perdo dentro. Per quel che ne penso è il capolavoro di Allen ma è pure l’erede di un certo tipo di cinema sofisticato e romantico insieme, che non si fa davvero più, forse perché non abbastanza premiato al botteghino. Chissà perché, fra pura bellezza e cinepanettone vince sempre il cinepanettone (presto, credo, finanziato anche dallo Stato)...
Sapete, se c’è un regista che davvero sento vicino come sensibilità, come visione del mondo, come spirito, quello è Woody Allen. Molto spesso i suoi film mi commuovono e mi lasciano qualcosa dentro che mi turba anche per dei giorni, dopo che li ho visti. E così torno sempre a guardarli. Per me sono una continua fonte di ispirazione.
Manhattan ha una scrittura splendida, forte, concisa, senza fronzoli, solida eppure scorrevolissima. La fotografia, di Gordon Willis, è da brividi. La scena iniziale (qui sopra) è, presa di per sé, la summa della poetica di Allen. La storia tratta con la solita vena melanconica le mille contraddizioni dell’amore e l’incapacità di fondo, delle persone, di riuscire a creare dei legami stabili (lo so che c’è chi non sarà d’accordo, ma è pur sempre la sua visione delle cose, mica per forza deve coincidere con la vostra). Poi arriva il finale (qui sotto) e incredibilmente, perché è così raro nei sui lavori e negli ultimi praticamente impossibile, un film di Allen lascia una porta aperta alla speranza. È un finale geniale, bello, dolcissimo, che non vi sto a riassumere perché è mille volte meglio vederlo che sentirlo raccontare da me.
Solo una cosa, quel sorriso che chiude il film, beh, sapete, io credo lo abbia rubato a Fellini, al finale de La dolce vita, però è solo una mia idea. “Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente” gli dice lei (si dice lui, ovviamente, come monito per la vita). E lui non risponde, cosa potrebbe mai dire?, ma quel sorriso è una promessa. Meraviglioso!
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