A forza di sentire parlare dello sputtanamento pubblico dell’imprenditore torinese ai danni della sua fidanzata che lo avrebbe tradito, e se sia stato giusto o no vendicarsi così, mi sono chiesto cosa avrei fatto io al posto suo. Ecco che, come ho sempre fatto in vita mia ogni qualvolta mi sono sentito tradito, sarei partito all’attacco scrivendo di pancia una poesia che avrei immediatamente pubblicato così da sputtanare in grande, ma filtrando il tutto con la scusa dell’arte. Posso dire che, versi o bellissimi o meno, le persone coinvolte non ci sono state bene, dunque la vendetta è arrivata, anche se poi, a mente fredda, non posso dire di sentirmene fiero. In effetti, tutta la storia dell’arte è piena di artisti che hanno sputtanato i propri partner fedifraghi, da Catullo a BZRP Music di Shakira, ogni nostra manifestazione artistica, in pittura o scultura come nella letteratura, nel cinema e nella musica, dal melodramma alla musica pop, è tutta un pullulare di corna e tradimenti, sputtanamenti feroci, rivendicazioni, arrovellamenti e vendette sanguinarie, spesso infantili e odiose, altre studiate fin nei minimi particolari, da gustare fredde. Ma vogliamo parlare del più grande di tutti? Giacomino Leopardi, che col ciclo di Aspasia ha sputtanato nei secoli dei secoli, o almeno negli ultimi due secoli, e senza possibilità di replica, la fedifraga Fanny Targioni Tozzetti colpevole di essere finita a letto con l’assai più prestante Antonio? Ecco, rispetto all’imprenditore torinese, Giacomino Leopardi che matura la sua vendetta in versi meravigliosi e assoluti come la lapidaria A se stesso cos’è, un fuoriclasse senza pari o uno stronzone d’uomo talmente grande al cui confronto l’imprenditore, nella sua povertà espressiva, non è che un dilettante? E dunque, lo perdoniamo perché è stato un grandissimo poeta, Giacomino, o cancelliamo i suoi versi dai libri di scuola in nome di un “politicamente corretto” che rinnega ogni espressione animale, nata nel groviglio delle viscere umane – e le viscere umane sono sporche – per avvicinarsi sempre più ai versi pulitini dell’AI, che non conosce tradimento? E di contro, alla povera Fanny che nel nostro immaginario di lettori passa ormai – e passerà per sempre – per la bugiarda seduttrice che non era, cosa diremo? Come faremo a farci perdonare?
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 12 agosto 2023
giovedì 23 gennaio 2020
come sapete
Rileggere Leopardi, nonostante l’apparente oscurità, è sempre corroborante. Ogni tanto mi chiedo cosa avrebbe mai pensato se fosse vissuto al tempo dei social, poi mi ricordo che, come diceva Citati, Leopardi era fuori dal tempo e, in effetti, quel che avrebbe detto era già stato scritto – cambiando magari enciclopedie portatili e manuali con Wikipedia e Google e con quell’inetti che già anticipava il ‘900:
«Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch'è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell'immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come sapete.»
(da Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali, 1835).
domenica 19 gennaio 2020
la risposta di uno scrittore respinto
La vanità intellettuale che si mischia ai fatti di cuore è sempre stata una bella gatta da pelare, specie se dall’altra parte c’è qualcuno che ti interessa più sul piano artistico che amoroso, ma non sai bene come dirlo o, peggio, confondi tu stesso/a le acque fino al punto che si intorbidano. Successe, ad esempio, alla contessa bolognese Teresa Carniani Malvezzi, colta e bellissima quarantenne, appassionata lettrice e autrice di un poemetto di cui oggi non ricorda più nessuno, di cui si era invaghito nell’estate del 1826 il nostro Giacomino Leopardi, che all’epoca aveva circa dodici anni meno di lei e lavorava per l’editore Stella di Milano. Leopardi, dopo una iniziale profonda complicità – la quale scatenò le gelosie del marito di lei – venne rifiutato con severità: le sue visite la annoiavano, gli disse. La storia venne presto trascinata nel pettegolezzo (con lui che al solito ci faceva la figura del fesso), tanto che la contessa tagliò tutti i ponti, persino epistolari. Il silenzio durò più di sei mesi. Poi, però, la contessa pubblica, nel 1827, il libro a cui stava lavorando e ne invia una copia a Leopardi, al cui giudizio critico tiene moltissimo; ma, per evitare fraintendimenti, gli manda il libro senza un biglietto, né una dedica, nulla, tanto da fargli pensare che l’unica cosa rimasta a lei, di lui, è l’indirizzo. Leopardi allora che fa? Risponde. Risponde, con ironia e garbo, quello che qualsiasi scrittore respinto vorrebbe dire quando gli capitano storie così, ma non sempre trova la giusta nota per farlo, e le scrive, pungendola nell’orgoglio: «…Perciò non vi dirò nulla del vostro libro, dove io ammiro la sobrietà e il buon giudizio della prefazione…» e chiude il biglietto con una modernissima frasetta inglese che a me, personalmente, ha ricordato l’ultima riga dell’ultima lettera che Montale scriverà a Irma Brandeis un secolo più tardi: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi your most faithful friend, or servant, or both, or what you like». Ciao.
Nota. Il corsivo utilizzato per evidenziare le frasi dello scritto di Leopardi è opera mia.
mercoledì 15 gennaio 2020
leopardi sui letterati romani
Alla fine del 1828 scrisse […] I letterati romani erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in paradiso. Per loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola vera scienza dell’uomo, era l'antiquaria: trovare un pezzo di rame o di sasso che era appartenuto a Marcantonio o a Marcagrippa. Non sapevano né il latino né il greco. Trafficavano la gloria: gloria invidiata, combattuta, levata di bocca l’uno all’altro. Discorrevano eternamente di letteratura come di un vero mestiere, progettando, criticando, promettendo, lodandosi, magnificando persone e scritti miserabili. Parlavano di cose frivolissime col massimo interesse, e di cose somme con la massima freddezza. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia – tutto questo, a Roma, era straniero.
[Pietro Citati, Leopardi, Mondadori, 2016]
domenica 5 gennaio 2020
anticorpi
Oggi mi sono svegliato con la consapevolezza che i due migliori scrittori italiani “rivelatisi” negli ultimi anni sono Carlo Bordini, classe 1938, ed Ezio Sinigaglia, classe 1948. Sono diversissimi fra loro, ma entrambi hanno iniziato a scrivere a metà degli anni 70, entrambi sono stati considerati degli outsider perché sono passati per più di trent'anni sotto silenzio, prima di tornare in luce intorno al 2016, con tutto il clamore di chi si accorge per la prima volta di loro e lo stupore: Come è stato possibile? E ho pensato che il talento non è poi così evidente come si crede, non può salvare chi lo possiede né portarlo da solo al successo, e che il destino avventuroso e maledetto che tanti aspiranti scrittori sognano, che io stesso sognavo anni fa, alla fine è anche e soprattutto un viatico doloroso nel dubbio; perché l'indifferenza, e il tempo necessario a scoprirsi, e il dubbio che ne consegue, sono dolorosi. Ma, come diceva Leopardi, solo dal dubbio può nascere la verità, se nasce. E quanto al tempo, vale per tutti la regola della livella di Totò: dove tempo e livella coincidono, per spazzare via, senza troppi complimenti, tutto ciò che non servirà domani. Visto quanto si pubblica oggigiorno, sarà un’epidemia, mi sa. La mia speranza ultima è di avere degli anticorpi abbastanza forti da reggere il confronto con quelli dei due mostri/maestri citati qui sopra.
domenica 24 novembre 2019
la più bella frase di tutta la nostra letteratura
...e non solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere. (Giacomo Leopardi)
domenica 17 novembre 2019
il pensiero dominante
Leggevo stamattina che Leopardi non era gobbo perché rachitico a forza di studiare – come spesso lo immaginiamo perché così ce lo passa la tradizione – ma perché affetto dal morbo di Pott, una forma grave di tubercolosi ossea che gli ha distrutto il corpo pezzo a pezzo attraverso lunghe, atroci e umilianti sofferenze, fino a portarlo alla morte a nemmeno quarant’anni. E ho pensato al fatto che sarebbe ora di finirla con quest’immagine romantica ma svilente del secchione sfigato e incazzato con mondo perché è diventato brutto a forza di leggere libri; invece andrebbe rovesciata la prospettiva in chiave eroica per guardare una persona debole, piena di limiti perché affetta da una gravissima malattia, ma che proprio attraverso lo studio è riuscito a crearsi un sistema di pensiero indomabile, tale da superare i propri handicap per diventare già in vita una delle menti più grandi del proprio secolo.
martedì 3 luglio 2018
dialogo di un venditore di fumo e di edmondo
Il venditore di fumo incontra Edmondo, che comincia a parlargli degli ultimi morti in paese. Il venditore, immalinconito dall’elenco, gli confida: “Sai Edmondo, anche io ultimamente mi sto accorgendo di essere entrato in una fase particolare della vita dove, come nulla, osservo molti miei amici, molti miei coetanei morire prematuramente. Sembrano andarsene così, quasi senza motivo, un aneurisma, un infarto, un colpo di sole, un’overdose, un tumore, basta un attimo e non ci sono più. Così, anche se ho solo quarant’anni, vivo nel terrore che domani stesso potrebbe capitare a me...” Edmondo lo guarda incredulo: “Tu ti lamenti? E io, che ho 67 anni, cosa dovrei dire?”. “Tu almeno hai la certezza di aver vissuto 27 anni più di me. A me la certezza di riuscire a pareggiare il conto con te, chi la dà?”. Edmondo lo fissa a lungo. “Pure tu c’hai ragione” gli dice per tagliar corto. E torna a parlargli dell’ultimo morto in programma.
martedì 15 maggio 2018
sabato 3 febbraio 2018
pensiero su di un verso di antonio porta
Quando Antonio Porta scrive in Yellow che “per essere veramente poeti occorre una intelligenza sovrumana”, è vero che fa un po’ lo sbruffone, però bisogna stare attenti alla parola che usa, a quel “sovrumana” che rimanda chiaramente a Leopardi: allora, ti accorgi, cambia tutto. Non è più un “io poeta sono più intelligente di te”, ma un “io poeta vedo e sento cose che stanno chiuse in quei sovrumani spazi e interminati silenzi”, capacità che qualcuno potrebbe anche definire un sentimento della morte. Una sorta di perspicacia, insomma, al limite della follia, del nulla infinito nascosto dietro ogni cosa, che è sì un po’ un atto da sbruffone, ma anche la dichiarazione di una condanna a tenere sempre gli occhi costantemente fissi su quella visione terrificante.
giovedì 7 dicembre 2017
se vuoi leggere, scrivi
C'è sempre da imparare da Giulio Mozzi:
Se vuoi scrivere, devi leggere: così dice un luogo comune (i luoghi comuni, sappiatelo, sono espedienti retorici), ma il fatto che sia un luogo comune non comporta che l’affermazione non sia vera. La domanda istantanea è: sì, ma cosa leggere? Non mi metterò a fare una lunghissima lista: mi limito a ricordare che la frequentazione di qualche classico (qualunque cosa si intenda per “classico”) è sempre utile; e non a caso scrivo “frequentare” e non “leggere”. Si impara di più leggendo e rileggendo, magari con la matita in mano, pochi grandi libri, che leggendo distrattamente una quantità di libri.
[...] Se vuoi leggere, scrivi, diceva Leopardi nel Parini, una delle Operette morali meno (ahimè!) lette. E voleva dire: che solo quando ci si scontra con le difficoltà della scrittura si riesce a capire il valore delle soluzioni che alle medesime difficoltà hanno date i grandi scrittori.
venerdì 14 aprile 2017
sabato 25 febbraio 2017
il sentimento selvaggio
La precocità e la concentrazione, l’ambizione all’infinito e una spossante volontà di fuga, l’amore virile e il capriccio infantile, la disillusione civile che si trasforma in rivolta privata. La ragione spietata e il sentimento selvaggio. Ci sono volte che se leggo Leopardi mi sembra di toccare il corpo vivo di Rimbaud e se leggo Rimbaud mi sembra di capire un poco meglio Leopardi, come lo stesso Leopardi forse non s’era capito.
sabato 11 febbraio 2017
modernità di leopardi
Scrive l'editore Luca Sossella sulla sua pagina Facebook:
Baudelaire usa il termine flâneur (con valore simbolico) su Le Figaro nel 1863 e Benjamin lo riprende nei Passages dal 1925… Nel 1995, quando organizzai con Ferruccio Montanari, Patrizia Novajra, Aldo Busi, la famiglia Leopardi di San Leopardo la comunicazione della mostra Il giovane Giacomo, la prima delle tre a Recanati, poi seguirono Giacomo e la scienza e Giacomo e la memoria, ho scoperto un testo scritto da Leopardi nel 1832 che raccontava la volontà di progettare una rivista, "Lo Spettatore fiorentino", (che non vide mai la luce).
Nel preambolo presentato per ottenere la licenza di pubblicazione Leopardi scrive: «Se in italiano si avesse una parola che significasse quello che in francese si direbbe le flaneur, quella parola appunto sarebbe stata il titolo sospirato: perché sottosopra il mestiere dei futuri compilatori del nostro Giornale, è quello che si esprime col detto vocabolo francese. Ma nella lingua italiana, benché ricchissima, non si trova mai una parola di questo genere.»
Mi chiedo, come gli è venuto in mente, come mai Giacomino ha pensato il termine così "moderno", e intraducibile, flâneur nel 1832, dove lo ha letto con quel significato così “metropolitano"?
Ho chiesto un parere al raffinato filologo leopardista Claudio Colaiacomo, ma ne sa quanto me; ipotizziamo, presumiamo che Leopardi non lo abbia sentito da nessuna parte, e sia frutto del suo straordinario intendere veggente e della sua conoscenza profonda della lingua francese. L'etimo, è risaputo, deriva da "flane" che in norvegese significa bighellonare senza scopo, ma ciò che mi interessa è sapere come mai Giacomino usa il termine con rara consapevolezza trent'anni prima di Baudelaire. Chi lo sa faccia un passo avanti, di grazia.
sabato 9 luglio 2016
la tuttologa
La legge delle probabilità non perdona, così anche a me, come a tutti prima o poi, stasera è capitata la tuttologa. Se n’è arrivata in pieno post-novecento, proferendo come il suo poeta preferito sia Giacomo Leopardi, ma letto attraverso Severino. Da sola infatti non avrebbe mai capito che A se stesso fosse un canto dalla viscere e non dall’universo finto mistico in cui si pavoneggia. Poi critica il mio libro, il mio Bestiario, di cui non ha ascoltato un solo verso né una spiegazione, asserendo che dell’«intellighenzia» sono degno, perché da un piedistallo mi permetto di puntare il dito contro gli altri definendoli maiali, pur nella loro naturalità di porci. E quando poi, di nuovo, interrompendo la mia presentazione, mi chiede di definire da una mia poesia la parola «tutto» (cito il verso: «e se non posso avere tutto, allora non voglio nulla», a cui risponde indispettiva: «definisci cosa intenti per tutto!»), lei da vera tuttologa si risponde da sé, citando Severino, né si può capire nulla del suo punto di vista, nulla che valga del «tutto», se non si è visto Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, scusandosi poi con gli altri spettatori se cita un film che probabilmente non conoscono. Conclude, da brava tuttologa, che questo succede perché ci mancano le basi storiche, e in fondo in Italia sono tutti mafiosi. Non certo lei che, pur italiana, continua a cantare a se stessa il suo mondo finto mistico in cui si pavoneggia, dove non c’è spazio per nessuno che non sia Severino.
domenica 8 marzo 2015
l'oasi
Chissà che gli succede al nostro cinema di recente, che fa film storici sugli scrittori degli anni liceali e quando può li appella in maniera rutilante: il giovane + favoloso Leopardi di Martone (due titoli di merito perché partiva sfigato), il meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani, in mezzo il Pasolini americano di Ferrara e L'Oriana (Fallaci), fiction Rai. Tutti questi film che mischiano vita, sogno e poesia hanno avuto uno straordinario successo di botteghino, e su tutti è nata, cosa rara, una lunga serie di discussioni per determinarne il valore. Quasi che il pubblico, oltre alla nostalgia, sentisse come un senso di colpa verso gli scrittori, forse di averli tanto a apprezzati a scuola ma senza averli mai davvero letti; oppure li avesse letti, uno su mille, e adesso volesse rivendicarne la proprietà, quasi fosse la loro oasi nel deserto dei lettori in cui si aggirano. Eppure il mondo va avanti, il cinema pure, e così i botteghini. Mi aspetto nei prossimi mesi, su questa scia, nuovi importanti titoli: l'incredibile Foscolo, il mirabolante Tasso, o l'evergreen di sempre: lo stupefacente Alighieri, per quanto di lui abbia già parlato fino allo sfinimento lo stupefatto Benigni.
domenica 23 novembre 2014
pomeriggio al cinema
Ho finalmente visto il film di Martone su Leopardi. Mia personale impressione: bellino, ma senza entusiasmo. Al suo meglio mi ha fatto pensare al cinema didattico dell'ultimo Rossellini. Al suo peggio ha omesso, con tutta la sua voglia di "capire" Leopardi, proprio il momento centrale della sua evoluzione umana e artistica, cioè la fuga da Recanati e l'incontro con Antonio. Su quest'ultimo punto consiglio all'enorme schiera di gente che ho sentito propinare le più grosse puttanate gossippare nel dibattito post film, un bellissimo libro che parla del rapporto triangolare Giacomo-Fanny-Antonio e degli ultimi giorni napoletani di Leopardi: I tempi dell'ultimo Leopardi di Mario Marti (ed. Congedo).
Poi vorrei ribadire al mio vicino di sedia che ha passato tutto il tempo a a controllare il suo smartphone e a un certo punto, a metà film, ha avuto addirittura il coraggio di mettersi a fare una telefonata per dire a un suo amico che si stava annoiando, che non gliel'ha mica ordinato il medico di restare al cinema se il film non gli piaceva, e che di sicuro (qualsiasi cosa si pensi dell'opera finale) un film su Leopardi non è e non sarà mai un western e quindi lo sai cosa ti puoi aspettare se vai a vederlo. Se non lo sai forse è ora che tu faccia una ricerchina su google, la risposta a qualsiasi dubbio cosmico. O, in alternativa, prendi il tuo telefono e ficcatelo in culo, ne avrai di sicuro grandi e poetici benefici.
domenica 13 luglio 2014
aveva ragione leopardi
Tanto parlare della scrittura che comprende il senso e il nonsenso della Vita e alla fine aveva ragione Leopardi, per scrivere il mio libro più bello non dovevo andare oltre la siepe del mio giardino.
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