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domenica 29 dicembre 2024

arretratezza

Leggevo ieri una considerazione, secondo me giustissima e degna di riflessione, di Mira Jara Toledo a partire da come viene recepita la poesia di Carlo Bordini in Italia. Molti lo considerano un poeta sperimentale mentre in realtà Bordini è un poeta profondamente classico, ma questo non fa che svelare la profonda arretratezza del pubblico italiano, che non sa andare oltre la distinzione fra poesia "lirica (qualunque cosa voglia significare)" e tutto ciò che non è lirico, a cui viene sbrigativamente assegnata l'etichetta di poesia "di ricerca".

sabato 24 agosto 2024

speranza

Un poeta colombiano, quando gli chiesi perché i colombiani amano la poesia, mi rispose: “Perché la confondono con la speranza”.

Carlo Bordini

domenica 12 novembre 2023

sogno degli occhiali

Stanotte ho sognato di essere con Nadia Terranova e Carlo Bordini in una stanza. Nadia parlava del suo prossimo romanzo sulla fine del mondo dopo il terremoto che distruggerà ogni cosa – l’aveva letto nei tarocchi – e da cui verranno fuori soltanto un nuovo medioevo e nuovi santi e barbari fra le macerie del mondo da ricostruire. Bordini allora diceva che bisognava portarsi avanti col lavoro e tirava fuori da un cassetto del settimino una sua foto di lui bambino col fratello – che era in effetti mio fratello – e prendeva un paio di forbici per tagliarla e regalarmene un pezzetto come reliquia. Io gli dicevo che era peccato rovinare una foto di famiglia ed era meglio farne una nuova tutti insieme, da bravi compagni. Bordini si metteva in posa con me e Nadia contro il muro, ma non appena si accendevano le luci dei fotografi mi diceva: Ah, ma qui più che di santi mi pare che si tratta di fare gli attori a Cinecittà. Allora tirava fuori dalla tasca i suoi occhiali da sole e li indossava con una certa disinvoltura, per dare soddisfazione al popolo.

sabato 4 febbraio 2023

comicità

 

(Visto che negli ultimi giorni si è discusso molto, sui social, di una poesia di Magrelli ritenuta brutta, o sciatta) condivido questi versi di Carlo Bordini, dalla sua ultima raccolta, Un vuoto d’aria (Mondadori, 2022) che sono in effetti bruttini, quasi una filastrocca, tanto che persino una mia amica che non legge poesie quando li ha letti ha storto il naso e mi ha chiesto se la stessi prendendo in giro. Ci si chiede, di fronte a tale evidenza, come ha fatto lo sperimentale Bordini a pubblicarli? E rispondo: intanto perché hanno una funzione all’interno del filo narrativo del testo, che è la cronaca di un amore in ogni suo aspetto emotivo (compreso lo sdolcinato), e infatti i versi di Bordini a mio avviso non andrebbero mai (mai) estrapolati dall’opera, perché nella maggior parte dei casi funzionano non come testo definito in sé ma come suite o collage, ready made, riproduzione seriale o variazione sul tema. Poi perché, secondo me, hanno funzione di “objet brut” (da Dubuffet), cioè stanno lì appositamente con uno scopo preciso, destabilizzante, dichiaratamente antiestetico e naif, in senso quasi picassiano (per l’ultimo Bordini non riesco a fare a meno di pensare ad accostamenti pittorici), ovvero come se fosse una dissonanza che serve a dare colore in chiave antiromantica: Bordini definiva la sua poetica come "antiromantica e comica", quindi scrivendo un libro d’amore, per smontare il pericolo implicito di romanticismo, invece di smorzare i toni li satura fino a farli risultare eccessivi, e quindi impossibili da prendere sul serio. Infine, secondo me, hanno lo scopo dello sberleffo giocoso a livello propriamente editoriale. Come dice Mazzoni nell’introduzione al libro: chi avrebbe mai detto che l’autore meno istituzionale del panorama poetico italiana avrebbe stampato la sua ultima opera con la casa editrice più istituzionale di tutte? Bordini non solo lo fa, ma lo fa pubblicandovi anche dei versi che altri definirebbero indegni, e che hanno lo stesso effetto di chi fa la linguaccia dal quadro incorniciato e istituzionalizzato in un museo. Mi chiedeva la mia amica: Ma mi stai prendendo in giro? Sì, e non è divertente?


mercoledì 11 gennaio 2023

la verità nascosta nel romanzo

Una volta, durante una discussione sul romanzo italiano, Carlo Bordini mi disse che per lui il più importante romanzo del ‘900 e certamente il suo preferito era “Il fu Mattia Pascal”, seguito a ruota dal “Gattopardo”. All’epoca mi fece strano questa predilezione per la cultura siciliana da parte di un romano, ma avendo letto quei libri al liceo non me ne restava che la patina e quindi presi per buona la cosa e lasciai perdere. Eppure la cosa ha continuato a razzolarmi dentro per anni fino al punto che di recente ho ripreso in mano “Il fu Mattia Pascal”, più per curiosità che per altro, e mi sono sorpreso, nel rileggerlo, di quanto Bordini se ne sia servito per modellare il suo “Memorie di un rivoluzionario timido” che pure è un libro fortemente sperimentale sul piano del linguaggio – non a caso, credo, il titolo omaggia e fonde ironicamente “Memorie di un rivoluzionario” di Victor Serge e “Memorie di un pornografo timido” di Kenneth Patchen – lì dove Pirandello, all’opposto, era per una chiarezza assoluta dello stile a favore dell’innovazione apportata dall’impianto narrativo. Insomma, pur con le evidenti differenze di scrittura, entrambi i libri si declinano in tre tempi con un primo tempo dedicato alla vita di un uomo più che inetto (peraltro una finta vittima, venata com’è di punte di masochismo nel descriversi nelle proprie mancanze), che viene ingabbiato in meschine logiche famigliari che lo incanagliscono e lo sviliscono fino al punto di attuare sottili rappresaglie; poi per una serie di cause accidentali che subisce quasi con un moto di accidia, perviene a una prima morte che lo rilancia in una seconda vita semiclandestina (a Roma!) che lo avvolge nella sua cupezza crepuscolare e irrisolta; infine sceglie di morire una seconda volta per tornare alla sua vita precedente che nel frattempo, datolo per morto, l’ha chiuso fuori da qualsiasi sviluppo, lasciandolo in uno stato di morte raddoppiata a cui si arrende con una consapevolezza e una rassegnazione quasi sospirate, che lo sollevano da qualsiasi responsabilità e lo accompagneranno nell’attesa dell’ultima e ormai quasi inutile morte fisica. I due romanzi si appaiano così in questa sorta di ultra-morte venata sempre di ironia. Con la differenza che quella di Mattia Pascal è una invenzione che si fa vera nella vita vissuta da Carlo Bordini che vi si identifica fino al punto da riscriverla nella propria autobiografia immaginaria (autofiction come si dice oggi) che mi è servita per cogliere la verità nascosta nel romanzo.

venerdì 18 novembre 2022

materia medica

Stamattina rileggevo POLVERE, di Bordini e mentre leggevo e mi perdevo in quel flusso mi chiedevo dove mai finisse la testa di Bordini mentre stava scrivendo, verso quale piano. Poi ho letto MANGIARE, che è un libro pieno di morte, molto feroce, dove c’è una sezione, Materia medica, che è una sorta di lungo prologo alla morte, una visione sviscerata al microscopio, dunque deformata dalla lente d’ingrandimento, della malattia come referto, studiata attraverso la deformazione del corpo, che viene meno e perde dignità, ma come se fosse un dato acquisito, senza più suscitare commozione in chi osserva. Ma subito dopo questa visione così gelida, da sala operatoria, segue una poesia delicatissima sull’arrivo dell’Autunno, e tu leggendola ci senti subito il tocco lieve di Apollinaire, con questo aggrovigliarsi del tempo per cui, subito dopo la malattia come fine, non spinge la rinascita, cioè la primavera, ma arriva una stagione più gentile, cioè l’autunno che è la stagione della consapevolezza della morte, che persiste, ma in cui ti puoi gustare ancora le castagne. A quella segue poi Il poema a Trotskij, che in un ipotetico confronto con l’opera del francese sarebbe il corrispettivo della Canzone del male amato, certo passato, ma mai dimenticato, perché conserva dentro il gusto delle caldarroste.

domenica 19 giugno 2022

sogno d'if

Stanotte ho sognato di avere tra le mani e di pubblicare un libro d’inediti di Bordini. Nel dubbio di come presentarlo al pubblico senza farlo apparire una squallida operazione commerciale, decidiamo di chiamarlo LIBRO D’IF, scrivendoci sotto: “Questo libro potrebbe essere di Carlo Bordini ma forse no”. Ecco che, nell’incertezza del suo autore, i critici non sanno che pesci pigliare, e la prima recensione lo stronca: “Non mi è piaciuto perché non sono sicuro che sia poesia, più che poesia sembra una prosa, ma così sghemba e sconclusionata che potrebbe forse non essere niente”. Carlo una recensione così l’avrebbe adorata. Mi ricordo dal sogno una poesia chiamata “1° maggio 1919” in cui si consiglia di dosare la forza in amore, specie dopo una certa età, perché se esageri con la forza dopo una certa età il tuo amore non ricambia, ma inerte e guardingo si fa trascinare per casa come un mobile. I vicini si lamentano per i rumori.

domenica 27 febbraio 2022

i critici più severi

Mando una poesia d’amore a una ragazza. Mi risponde: Ma che cagata è? Le dico: È una poesia di Carlo Bordini! E lei: Ah scusami, pensavo fosse tua, allora è solamente brutta. Per farmi dispetto mi manda una poesia di Gio Evan che scrivendo “fai attenzione quando incontri una persona gentile” ha preso (fra ieri e oggi) 20.224 like e nemmeno uno “stronzo”. Roba che Arminio a confronto è un dilettante e tutti gli altri muti.

sabato 5 febbraio 2022

odio

Alcuni poeti prima o poi finiscono in TV o nei cuori dei lettori, altri si muovono rasoterra, con un passaparola appena appena sussurrato. Ho cominciato a leggere la Annino perché me ne ha parlato Roberto R. Corsi, che l'amava quasi col pudore di un figlio. Proprio come ho conosciuto Bordini per l'amore di Francesca Santucci. Sono quegli incontri che restano perché si basano sulla condivisione di un segreto. Oggi leggo questo ritratto di Siti, e mi ritrovo scoperto e quasi liberato in questa frase della Annino: “la poesia mica bisogna amarla, bisogna odiarla”. Perché io la odio la poesia, con tutto me stesso, o meglio, la vivo in questo limbo lacerante di amarla e odiarla insieme, come Catullo. E non capisco chi dice di amarla e basta, perché se la ami e basta forse non ti ha fatto abbastanza male.

sabato 11 dicembre 2021

x

Appena posso ne scriverò meglio. Intanto condivido questo testo, intitolato X, che è il mio preferito, insieme a una poesia lunga chiamata La pietà, dell'ultima raccolta di Bordini, Un vuoto d'aria (Mondadori) a cura di Francesca Santucci e con un bel saggio introduttivo di Guido Mazzoni. X, come nelle cacce al tesoro, indica il punto preciso dov'è sepolto lo scrigno, e anche questo testo, così spietato, mi è parso un po' il cuore di un libro che è sì un libro d'amore ma che fa anche (non può farne a meno) i conti con se stesso.


 

mercoledì 11 novembre 2020

il riccio

Stasera, appena fatto buio, ho scoperto che c'è un nuovo ospite in giardino. È un piccolo riccio rossastro che si è rifugiato qui e adesso si sta mangiando un piattino di pasta. Qui intorno è ancora campagna, e così ogni tanto se ne ferma qualcuno prima di riprendere i suoi giri. Così, visto che è arrivato oggi, ho pensato di chiamarlo Carlo. Ieri, leggendo i tanti post che gli hanno dedicato, ho visto che molti lo descrivevano come una persona discreta. Forse perché non alzava la voce ed era capace di grandi silenzi. Ma io personalmente ho un’altra esperienza di lui, di uno che coltivasse l’apertura. La prima volta che ci ho parlato, gli avevo appena scritto una mail, mi ha chiamato dopo nemmeno mezz’ora al telefono e abbiamo parlato. Io dalla Puglia e lui da Roma. Abbiamo parlato di poesia e di lavoro, non ho mai scritto una sola poesia sul lavoro mi ha detto, ma come se fosse una cosa a cui non aveva pensato. Ma soprattutto abbiamo parlato della situazione degli immigrati nel mondo, un argomento che invece aveva a cuore, tutta questa gente che cerca un posto dove vivere e i profondi problemi che deve affrontare per arrivarci. Non faceva più politica, diceva, ma aveva una visione politica del mondo. E questa politica cominciava appunto da loro. E da cosa potevamo fare noi per loro. Citandomi una sua poesia, mi ha detto: E noi che scriviamo poesie, cosa possiamo fare? Io non lo so. Ma la poesia serve proprio a questo, a dirsi E noi cosa possiamo fare? Io non lo so, ma per stasera ho accolto un riccio, ed è un inizio.

martedì 10 novembre 2020

per carlo, con tanto affetto

Nel suo libro (per me) più bello, Memorie di un rivoluzionario timido, che tanta fiducia mi ha ridato nelle possibilità della scrittura, Carlo Bordini scrive: “Io non immaginavo di entrare in questo luogo allegramente mortuario, in questa selva di epigrafi. E d’altronde, la morte nascondeva le sue ferite…”. Il tema del libro non è affatto la morte, o solo in parte, ma lui come prima cosa ci mette la morte, nella sintesi del romanzo in premessa, perché “rinascere è anche morire”. La cosa bella di Bordini (per me) era questa straordinaria libertà, di pensiero, d’amore, di scrittura – una libertà che una volta gli dissi avevo trovato solo in Bolaño e allora lui mi rispose non ci avevo mai pensato quindi non può che essere così – per cui (per lui) il tempo era qualcosa di plastico, nemmeno circolare, ma proprio plastico. Il tempo si muoveva, si deformava, prendeva delle forme strane. Ecco, una cosa che ho imparato da B. e da quel suo libro è questa: che un finale non deve essere messo necessariamente alla fine. Può stare dove vuole lui, dove ti chiede di finire. Ad esempio, nelle Memorie il finale arriva alla fine della seconda parte, prima dell’intervallo, e tutta la terza parte che viene dopo non è che l’impalcatura di qualcosa in divenire e mai terminato che però finisce davvero nelle considerazioni in premessa, ma non subito subito, a pagina 9. Ecco, ho pensato, magari funziona così anche nella vita. Noi crediamo che uno muore ed è finita lì, e invece quella non è che la fine del secondo tempo, mentre già si profila il terzo tempo di qualcosa di più grande.

 

(PS. Il testo era pieno di errori di battitura e avrei voluto lasciarceli come facevi tu, ma siccome non ce l’ho il tuo coraggio di essere come sono, li ho corretti tutti o quasi).